Credo sia stato il dibattito del XX secolo. Credo sia la maledizione di chi se ne accorge. Coscienza. Sapere. A volte meglio non saperlo che le parole non riescono a vestire le emozioni, figurarsi i pensieri. Siamo entità ignote anche a noi stesse. Pensate quanto ci passa nel cervello e quanto di tutto questo rimettiamo vocalmente.
Parlo con te.
Parlo con te?
Parlo da sola.
In qualche modo ci provo. Questa è la via. Provare e riprovare. Qualcuno dice ammettendo di potere sbagliare. Io dico che è chi ascolta che deve ammettere che chi comunica può non essere in grado davvero di esprimersi.
La fotografia evolve la pittura verso una rappresentazione. Ma è solo evocazione. Una fotografia ci ricorda qualcosa, il movimento intorno, un brandello di emozione. Una temperatura. Un film? E tutto quanto dietro a chi filmava? E tutto quanto è in ombra?
Mi sembra di incontrare Parmenide, tutto torna e non mi sto inventando niente.
La scrittura non ha ancora trovato la sua tecnologia. Dovremmo leggere nel pensiero, ma forse il rumore sarebbe così assordante da non permettere, ancora una volta, di comprendere.
Grazie a Delia Vaccarello che con la sua recensione di oggi, pag.25 dell’Unità, presenta Quattro al pubblico. L’emozione mi ha fatto tagliare una Bologna umida e caldissima a piedi in tempo di record.
Penelope filo di lana. Aspetti.
A volte filo di lana ti attorcigli intorno all’ amore che fili.
Paziente e calma.
A volte il filo trema, tira, non si rompe.
Si ghiaccia.
Nodo che si scioglie come una gola triste
Parola tessuta sulla trama di una lontananza
Enosolutudini e gastromalinconie di un’attesa che la Toscana non è un posto normale. Sono in un ristorante diretto da una coppia gaya che sembra uscita un tabloid inglese. Intorno a me si parla tedesco, friulano, napoletano ed inglese. C’è persino un pellerossa che beve vino rosso con un enorme toscano barbuto.
Sembra un matrimonio della vita, con i tavoli a tema. Io faccio l’attesa. Poi: nobili decaduti, braccianti, manager, scultori, signore in pelliccia erre_chic. E un tossico. Che schizza muscoli, gesti e parole, poggia la giacca militare sulla sedia, scopre braccia tatuate che non si scorge né il senso né la fine, seguito da una donna dolce. E bella. Esce a fumarsi una sigaretta. Rientra, cambia idea, dice: pago lo stesso. Intanto entra Gino. Settantenni, pantaloni di velluto di quelli di Cenci, maglione di cachemire. “Allora io vorrei mangiare…” e mangia mezzo tortello…poi va in bagno e al passaggio guarda i dolci. Scommetto che è vedovo con la terra. Ulivi e figli lontani. Non mangia come un vecchio, ma come un giovane indaffarato che ha lavorato fino a tardi e non ha avuto il tempo di cucinare. Cosa ci faccio qui. Io. Per fortuna Alessandro, spalle larghe, mi sorride.In questo momento amo ogni cosa che ho. Sarà il vino a stomaco vuoto che la cameriera mi ha fatto bere aspettando Francesco che è in ritardo.