La vocazione
Leggo l’editoriale di ieri su Avvenire. Si parte dalla lettera di un giovane di 29 anni deriso dalla famiglia e dagli amici per la sua scelta di entrare in seminario. Il ragazzo si lamenta di essere considerato un perdente e che la sua scelta sia una scelta di “tristezza”.
Ho sorriso.
Se toglievo la frase “voglio farmi prete” e mettevo quella “Mamma, sono gay!” il risultato non cambiava. La reazione delle famiglie ad un figlio che prende una strada diversa che non sia quella di sposarsi e fare figli è sempre vista con avversione. Si potrebbero dire tante banalità sulla paura della diversità. Sull’incomprensione verso chi, accanto a noi, prende strade diverse.
Non voglio cadere nel cliché trovando anche io “strano” chi nel XXI secolo viene colto dalla vocazione. Anzi. Auspico che in questo secolo di edonismo chi entra in seminario o in convento, lo faccia per scelta e non per bisogno ( famiglie numerose, difficoltà economiche) come accadeva fino a qualche anno fa, sopratutto nelle realtà rurali. La scelta e non l’obbligo porterà nella Chiesa persone veramente vocate al bene, alla tolleranza, al messaggio del vangelo. Almeno lo spero. Spero che questo periodo di contrapposizione non induca i fragili a fare della tonaca una divisa di militanza.



