Cari Sara e Riccardo,
domani vi sposate. Rito misto. Ma un rito ancora più misto di quello che di solito si conosce. Il vostro matrimonio non è soltanto il compromesso tra due persone di “fede” diversa, o meglio di chi la fede ce l’ha e di chi non ce l’ha, prova di rispetto profondo (nessuno dei due ha costretto l’altro a rinunciarsi), ma avete costruito un rito che fosse sostenibile anche per…noi.
Sapete la sofferenza che abbiamo provato spesso, costrette, sedute sui banchi di Chiese, ad ascoltare la netta distinzione di genere, a sentirsi martellare con un unico modello di famiglia, con un unico modello di cultura e di educazione da un pulpito. Tutto questo pur di stare noi, accanto agli amici, a voi. Sentirmi raccontare sulla riva di una spiaggia estiva, che le prime cose che avete chiesto e detto al vostro amico prete erano rassicurazioni di tollerenza e rispetto. Mi ha commosso. Che gli avete raccontato di noi. Grazie. Mi commuoveva pedalare per la Dobbiaco-Lienz con accanto Riccardo, discutere della logistica di un matrimonio, di un gesto romantico e di un passo indietro che era un passo avanti, per avere il giorno dopo e quello dopo ancora.
La pioggia al Pantheon per comprare la cravatta dello sposo. La tua goffaggine, Riccardo, quella del genio, che spicca subito in mezzo al provincialismo italiano che ti riconosce griffato e non educato al sapere.
Le tue parole su Riccardo, Sara, l’altra sera, in cui lo ricostruivi con la tranquillità della sicurezza dell’amore. Lo delineavi all’ombra di una candela, a me, me lo riraccontavi cresciuto ed amato. Mi sei sembrata all’improvviso una donna. Non più la mia compagna di studi che arrossiva.
Domani piangerò. Però forse sarà il primo matrimonio in cui so che qualcuno ha pensato a quello che noi non possiamo avere.
No. Perchè? Perchè no.
Il matrimonio, così come lo intendo io, è il momento in cui l’amore di due si fa coraggio e si testimonia pubblicamente, con le persone più care. Contemporaneamente lo Stato riconosce il nucleo, lo racchiude in un guscio di protezione sociale. Premia il coraggio. Chi vuole lo contorna anche di spiritualità, lo testimonia al divino. Rispetto. Profondo. Ammiro ed invidio chi ci crede.
Noi, il 16 settembre, abbiamo avuto voi, tutti intorno. Un cuoco che ha imposto una torta nuziale, “perché che Dio mi fulmini, ma questo sarà un cazzo di matrimonio!”, le lacrime di commozione di tutti voi, la mia nipotina che ha portato un anello di famiglia, antico alla mia sposa. Ci è mancato il riconoscimento pubblico di un rito uguale per tutti. Ne abbiamo avuto uno bellissimo, fatto da voi, ma unico. Unicità mervaigliosa. Ma il rito è unico. E’ e deve essere uguale per tutti, altrimenti evidenzia la diversità.
Domani, la roccia, piangerà…Domani l’istanza politica sarà gioia e commozione e tenera invidia. So che crescerete i vostri figli nel rispetto della diversità, nella dolcezza dello sguardo all’altro. So che vi meritate tutto questo, a dispetto della logistica precaria dell’essere ingegnere in Italia, anzi, dell’essere una coppia di ingegneri, peggio ancora se appassionati alla Ricerca.
Tanti auguri Sara. Tanti auguri Riccardo. Tanti auguri Sara e Riccardo.



