NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE

nemmeno costruendo una canoa.

Archivi per il mese di “agosto, 2007”

Il mutuo, il business del mattone e la scarsa propensione al rischio dell’Italia

Sul corriere della sera (qui ) imperversa un dibattito sulla questione mutui. E’ accaduto che una casa acquistata a Milano con tasso variabile e rata da 1000 euro al mese, oggi, 2007, ha una rata di 1500 euro. Ovviamente insorgono le coppie che non vogliono che ai single vengano dati aiuti come se un single, magari professionista, non rappresentasse una ricchezza per il paese, costringendolo così, visto che è libero e single, magari a fare il cervello in fuga. Dall’altra c’è chi consiglia di cambiare mutuo. Il problema è un altro. In Italia l’investimento sul mattone è ancora considerato il più sicuro in assoluto e questo fa sì che il poco capitale circolante delle PMI viene utilizzato per crearsi la sicurezza di una rendita fino ad adesso considerata non esposta alle fluttuazioni del mercato. Questo fa sì che gli affitti siano alti, sempre più alti, alzandosi il costo delle case e costringe i giovani a decidere anch’essi, di acquistare una casa. Per un giovane, o per una coppia, che abita in una grande città acquistare una casa significa fare un mutuo di 30 anni e magari rinunciare ad usare la propria capacità di credito per aprire un’impresa, per fare impresa. Il vero problema non sono le banche che non sono degli istituti di beneficenza. La soluzione infatti sarebbe spezzare la catena perversa che si è innescata nel 2000 con il boom immobiliare. Come? Verificando gli affitti in nero in modo più vigoroso con cui si combatte l’evasione fiscale dell’iva o dell’irpef. Stabilendo un tetto sul costo degli affitti, magari facendo eccezione per i centri storici, e verificando che vengano rispettati. Incentivando la circolazione del capitale e tassando molto le case, escluse le prime case. Cristiana Alicata http://wordwrite.wordpress.com

I fucili di Bossi e il Vietnam Fiscale

Questo post è stato pubblicato sulla rubrica delle lettere di Repubblica del giorno 29 agosto 2007

Sono di sinistra, ma non mi fermo alla superficie delle metafore di Bossi. Tanto più quando Padoa Schioppa parla di tregua fiscale, utilizzando l’ennesima metafora militare intorno alla questione fiscale. L’extra gettito che sta riempiendo le casse dello stato proviene da due fattori principali:

1) la durissima lotta all’evasione messa in campo da questo governo e la paura delle piccole e medie imprese

2) il risveglio dell’economia del paese trainata dai risultati industriali del 2006 di Fiat e di tutto l’indotto metalmeccanico

Se da una parte si gioisce per questa pioggia di entrate, dall’altra il Paese corre un rischio gravissimo: quello del pantano fiscale, appunto, il Vietnam. Mi spiego, fermo restando che ritengo senza alcun dubbio che l’evasione fiscale è una piaga sociale. Non tutte le piccole e medie imprese (o partite iva come comunemente vengono chiamate) utilizzavano i soldi “evasi” per comprarsi lo yacht. Molte di loro re-iniettavano la linfa criminale sul mercato sottoforma di investimenti o di assunzioni. Se il governo non utilizza l’extra gettito per restituire ai cittadini servizi, infrastrutture ed efficienza si rischia di impantanare l’economia, di bloccare la capacità economica del Paese. Se ancora non siamo pronti ad abbassare le tasse, più che di una tregua fiscale, da questo governo vorrei sentire un impegno chiaro, verbale che in questa finanziaria sarà prevista la razionalizzazione delle risorse della Pubblica Amministrazione: utilizzo del potenziale umano, incentivazione ai manager in base ad obiettivi e scivoli fiscali per accompagnare alla pensione la vecchia guardia. Se questo governo non firma un patto (o contratto come andava di moda prima) con i cittadini in questo senso, la lotta all’evasione verrà vissuta non come una battaglia di legalità, ma come una distribuzione diversa delle risorse del Paese, confermando che il centro sinistra difende la cosiddetta lobby degli statali e il centro destra la cosiddetta lobby delle partite iva. Anche su questo argomento il Governo ha il compito di ricucire una frattura sociale ormai troppo atavica. E non di parlare di tregua, come se le tasse fossero un’arma contro i cittadini. Cristiana Alicata http://wordwrite.wordpress.com

LA SINDROME NIMBY DELLA SINISTRA

Ci risiamo. Un intero consiglio provinciale, quello di Benevento ha votato contro un termovalorizzatore. Termovalorizzatore addirittura approvato dal Ministero dell’Ambiente, da Pecoraro Scanio. Un termovalorizzatore a dissociazione molecolare che NON HA (ripeto NON HA) emissioni di CO2, dovendo “andare” a bio-masse. Beffa ulteriore: i comitati civici, appoggiati dai No Global con la partecipazione di padre Alex Zanotelli sostengono che l’energia prodotta a Benevento sarebbe stata usata a Bergamo.

L’ingnoranza regna sovrana: laureatuncoli in sociologia e scienze delle comunicazioni, pseudo giornalisti con sciarpetta e sandali di canapa, indirizzo ambientale perchè magari hanno raccolto le mele in trentino un’estate della loro adolescenza, prendono decisioni tecniche con il piglio degli eco-contestatori stile 1977. Individui che fanno politica fin da piccoli, ebbri di stronzate ecologiste che non hanno mai visto una equazione di cinetica chimica e non sanno nemmeno cosa è o come si formi la CO2. E benchè meno come funzioni la rete distributiva elettrica in Italia, come se fosse possibile costruire un elettrodotto lungo 1000 Km.

Non possono essere i comuni a decidere queste cose. E nemmeno le province e le Regioni. Deve essere lo Stato a decidere per tutti, avendo a cuore il bene di tutto il Paese e soprattutto deve dare in mano le decisioni a persone che abbiano le competenze per decidere. Non voglio dire che ci vuole la repubblica deglio ingegneri, ma poco ci manca. Certamente ripropongo la mia idea del Ministero delle Risorse Umane, in modo da distribuire e valorizzare le competenze di chi prende le decisioni.

Il segretario della provincia si è dimesso dimostrando tutta la sua onestà intellettuale, perchè non lo candidano a segretario regionale del PD in Campania? Troppo coraggioso. 

Non solo: un intera regione appoggiata dalla sinistra radicale che continua a ribellarsi ai termovalorizzatori facendo gli interessi della Camorra.

Proposte: 

1) commissariare la provincia di Benevento

2) costruire il termovalorizzatore con la protezione dell’esercito

3) penalizzare il reato di ostruzionismo al bene del Paese come un reato di terrorismo. Fa più vittime la diossina delle discariche che le BR e Bin Laden tutti messi insieme. Idioti!

Caro Cecchi Paone e caro Cristiano Malgioglio

Leggo dai giornali che siete in procinto di partecipare alla prossima edizione dell’Isola dei Famosi, programma che non ho mai visto e che sinceramente ho sempre considerato di scarso interesse, sssendo in me esaurita la curiosità dell’effetto Grande Fratello ben prima che nascessero tutti questi altri modelli di reality. Mi sono fermata a Taricone, per intenderci.

Leggo anche che sarete presenti come gay dichiarati.

Ebbene.

Vi ricordo che tra il pubblico dell’Isola dei Famosi ci sono gli stessi adolescenti che sui banchi di scuola, la mattina dopo, prendono in giro il compagno effeminato o la compagna che gioca a calcio. Un pubblico che è così indietro sulla questione che avrà bisogno di essere accompagnato con sensibilità e non con sensazionalismo. Ve ne fregherà qualcosa?

Vi ricordo che tutto quello che direte potrà essere usato contro di noi, omosessuali meno visibili di voi. Non ho detto vigliacchi. Non è che per essere omosessuali visibili bisogna per forza essere anche famosi. Diciamo che aiuta. No?

Vi ricordo che parte della vostra visibilità mediatica si fonda proprio sul vostro coming out, perchè va di moda parlare di gay, con i gay o comunque invitarli in tv, perchè le mossette o le battute sul sesso un pò libertine fanno tanta tanta audience anche se le prime fanno parte di una natura che però loro considerano da esibire.

Non nascondo un certo turbamento nel pensare che, in un programma che non considero assolutamente culturale, voi sarete indicati come rappresentativi della minoranza omosessuale. Questa cosa mi preoccupa. Perchè al contrario di ciò che accade per gli eterosessuali, tutto quello che farete e direte, verrà riletto come “i gay fanno e dicono così”. Come se io leggessi nei comportamenti di Franco Califano come rappresentativi di tutti gli eterosessuali.

Mi auguro che saprete usare una certa maturità nell’usare la vostra visibilità e che sarete anche in grado di non pontificare sulla questione contribuendo a cristallizzare pregiudizi e male opinioni.

Detto questo vi auguro buon divertimento.

Il corporativismo anagrafico e la leva calcistica del 1968.

Mentre ero in vacanza, dalle pagine del Corriere della Sera, ed in merito alla “spazio ai giovani” nel futuro partito democratico, Massimo D’Alema affermava che noi giovani dovremmo prendere esempio dalla loro generazione e “prenderci un posto” nel panorama politico.Non credo ci sia un “problema giovani” in Italia, piuttosto c’è un “problema vecchi”. Mi spiego. Comunque si rigiri il problema è proprio la generazione di Massimo D’Alema che dovrebbe fare un mea culpa collettivo.Non voglio provocare il ministro degli esteri facendogli notare che alle ultime elezioni i due sfidanti erano classe 1936 e 1939 e nel 1968, mentre lui, Fini, Mussi e compagnia si scazzottavano e mentre un’intera generazione scaldava i banchi delle università occupate contestando il sistema, uno faceva già parte dell’apparato industriale e militava nella DC e l’altro aveva una figlia e aveva già fondato la sua seconda impresa edile. Solo la politica è ormai rimasta barricata al ricambio generazionale, per non parlare di quello di genere. Il risanamento di Fiat, una delle poche cose positive accadute in questo Paese negli ultimi anni insieme all’entrata nell’Euro, è passato per un eccezionale e veloce ringiovanimento della classe dirigente e per un patto generazionale stupefacente. L’esperienza di Marchionne, “il vecchio”, risana i conti e inietta metodo e qualità, la creatività e l’attenzione al mercato del “giovane” De Meo, riporta Fiat vicino ai giovani, producendo macchine più belle perchè più giovani.Per assurdo è proprio chi nel 1968 ha gridato spazio ai giovani e rivendicato la proprietà dell’utero, si oppone oggi, non a parole, ma profondamente nei fatti, all’ingresso dei giovani e delle donne in politica.Non si può chiedere che le generazioni prendano il potere con la forza, questo è una sorta di fascismo generazionale che ci vorrebbe temprati dalla contestazione. Il bene del Paese passa per la lungimiranza dei vecchi che affiancano e insegnano ai più giovani i metodi, utilizzandone le idee. Ma non quando è troppo tardi. I problemi principali di questo Paese, in questo momento storico, sono la formazione, l’inserimento al lavoro (due cose che se realizzate e migliorate portano con se anche l’annacquamento del potere delle Mafie) e la produttività. Tutte questioni che riguardano noi giovani sulla pelle. Tutti problemi che noi conosciamo fin nei meandri della loro tragedia e comicità perché semplicemente: li viviamo.Come può un’elité politica, generazionale e sociale, i cui figli non saranno certo emblematici della nostra generazione e quindi non possono essere presi come riferimento di vicinanza, conoscere davvero i problemi del Paese (non dei giovani, basta con questo luogo comune)?  Lo scollamento della politica dalla società civile è semplicemente la mancanza di un raccordo generazionale e di genere. C’è un assenza generazionale gravissima. C’è un motivo per il quale la generazione di Massimo D’Alema, quella genitoriale per chi scrive (classe 1976), non ci considera all’altezza della politica e fatica a lasciarci spazio.Da una parte la consapevolezza che, per quella generazione, lasciare spazio oggi, significa non avere lasciato una traccia se non il fallimento e la prostrazione degli anni di piombo. La generazione dell’illusione, continua ad illudersi di conoscere la strada. Non capisce che come gli elefanti quando è arrivato il momento di morire si devono coraggiosamente e dignitosamente fare da parte o per lo meno usare il tempo che gli resta per “insegnarci”. Non per guardarci come poveri scemi. Dall’altra, la generazione dei nostri genitori, ha permeato il Paese di una sorta di mammismo collettivo. Noi, condannati alla vita in famiglia per motivi economici, continuiamo a vivere a 30 anni permeati della stessa bambagia in cui siamo nati. Siamo ancora quelli che devono mettersi la canottiera di lana, andare dal dottore accompagnati dalla mamma, figuriamoci se possiamo collaborare a ricostruire un Paese. Siamo eterni figli, non ancora assunti al ruolo di cittadini. Di chi è la colpa se siamo così irresponsabili, così edonisti, così ipocondriaci? Nostra? O di chi ci ha lasciato davanti ai cartoni animati giapponesi?Il fare, tempra e distoglie dalla noia. Fateci fare. Ma non fatelo per noi. Non è un favore che una generazione chiede all’altra. E’ il per il bene del Paese che deve avvenire un patto generazionale equilibrato e ovviamente basato non unicamente sull’ età anagrafica, ma sulla competenza e l’entusiasmo.Di recente l’intervento più “giovane” che ho sentito è stato quello di Oscar Luigi Scalfaro al suo insediamento come presidente del comitato elettorale romano di Walter Veltroni. Mi ha turbato. Ho pensato che forse, Scalfaro, è rimasto giovane perché ha visto il Paese cambiare sotto le mani della propria generazione. Quella dei Pertini. Degli Almirante. Degli Amendola. Degli Azeglio Ciampi. Diceva, parlando dei giovani, che molti giovani burocrati di partito sono già vecchi dentro. E’ così: In Italia il ricambio avviene per immagine e somiglianza anche quando si scelgono i ricercatori all’università. Ogni professore si sceglie il suo ricercatore che usa il suo stesso proprio metodo. E’ proprio così che non si innova. All’estero si assumono ricercatori italiani che usano metodi diversi. Si mischiano le carte, non si imbastardisce la linfa scientifica. Non è che voi siete diventati così vecchi perchè ancora non avete visto cambiare nulla per opera delle vostre mani? Non le mafie. Non la scuola pubblica sulla quale si continuano a fare riforme sclerotiche. Non la corruzione. Non l’evasione fiscale. Non l’amministrazione pubblica inefficiente e costosa. Nemmeno la parità di genere. Eccetera. Eccetera. Eccetera. La leva calcistica del ’68 il rigore l’ha tirato e l’ha sbagliato. Noi siamo in panchina a scalpitare e di solito è l’allenatore, un vecchio, che dà il via al cambio in campo. Non perdete questa possibilità. Il gioco, si sa, è di squadra e importa solo il risultato. 

Cosa pensate degli anni 80?

http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=92409

La calma dopo la tempesta o dieci anni da bere con ghiaccio?

Precarietà e provocazioni.

In vista della manifestazione del 20 ottobre, interessante questo articolo di Ichino sulla precarietà:

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2007/08_Agosto/20/ichino-combattere-precarieta.shtml

Un inciso: siamo tutti contro la precarietà e la disoccupazione.

Qualcuno ha idee migliori e soprattutto sostenibili di Marco Biagi? O siamo tutti convinti che sia colpa sua e che ci siano altre soluzioni SOSTENIBILI ECONOMICAMENTE in un Paese come il nostro in cui i Vigili del Fuoco non hanno soldi per comprarsi la benzina?

Binetti-Concia

Non volevo entrare sull’argomento perchè ritenevo fosse una questione privata e resa pubblica da quella voglia estiva che hanno i giornali di buoni sentimenti e belle storie a lieto fine. Sapevo di questa cosa prima che i giornali ne parlassero e l’ho saputa raccontata dalle parole di Paola, con la cicatrice ancora fresca e le lacrime agli occhi. Proprio niente che potesse sembrare un complotto clerical-veltroniano, santiddio. E’ probabile che Paola Concia, essendo un personaggio pubblico, l’abbia raccontata a qualche amica giornalista che ci ha voluto fare un pezzo. La notizia c’è eccome, sbaglia chi dice che la notizia non ci sia. Voglio rispondere soprattutto ad ElfoBruno (che fino ad ora ho adorato in termini letteralpolemici) che nel suo post del 5 agosto ha scatenato una diatriba tra se stesso,  Andrea Benedino e il solito gruppo di gay che accusa GayLeft di danneggiare la questione GLBTQ (scusate di solito sono moderata nei toni sul mio blog, ma questa volta mi avete fatto incazzare).Mi spiego meglio.

1) pensiamo a chi si è crogiolato nelle gaffe della Binetti sulla devianza dell’omosessualità. Quando una senatrice e per di più medico dice una cosa del genere, qualsiasi demente fascistello dell’azione cattolica si sente ancora di più autorizzato a pensare che i froci sono inferiori e un paio di mazzate date a lor è come quando le dai al cane. La battuta sul compagno di classe poi, è ancora più giustificata da affermazioni del genere che assumono una rilevanza mediatica

2) siccome di battute in questo Paese di merda si muore dovremmo essere proprio noi omosessuali ad essere contenti che la Binetti fosse accanto a Paola nel momento del bisogno. Perchè questo insegna il rispetto e non la tolleranza, che è la prima cosa che serve alla comunità omosessuale nella sua componente più fragile: gli adolescenti e gli anziani, i più soli e i più derisi e oggetto di violenza. Forse in questi mesi abbiamo pensato troppo alle coppie e meno all’omofobia?

3) Paola Concia e Andrea Benedino sono politicamente due eroi. Perchè la fuga di Grillini dal PD ha fatto solo un favore ai DS. Grillini si è andato a cercare una poltrona fuori dal PD perchè la sua la vedeva in bilico. Andrea e Paola una poltrona non l’hanno mai avuta e lavorano con il cesello, con scarsa visibilità pubblica a convincere con la loro testimonianza gli iscritti ai DS e ora anche quelli della Margherita. E prendendosi le offese di tutti i gay che ancora credono che Rifondazione o qualche altro 2% li rappresenti. Ma possibile che non ci entra nella zucca che siamo una minoranza e le leggi in democrazia si fanno con la maggioranza e che è proprio la maggioranza che dobbiamo convincere?

4) Io dico che i gay non devono stare nel PD. E nemmeno in Rifondazione Comunista. I gay devono stare ovunque e quindi dovremmo ringraziare Paola e Andrea di essere nel PD, il luogo più difficile per un gay in questo momento: il PD è il luogo che dovrebbe fare e invece ancora non fa. Io personalmente dichiaro pubblicamente che mi sto impegnando proprio in questo. Perchè solo il PD può fare tutte le cose di cui abbiamo bisogno.

5) Non so: ci piace di più quell’ imbecille di Cecchi Paone che insulta tutti e manifesta la sua omosessualità a livello mediatico, la sta usando e noi glielo stiamo facendo fare? Uno che parla senza fare, nella pratica, un cazzo? Preferisco Andrea e Paola che lavorano nei sottosuoli della politica.

Vi prego. Adesso dite che anche io faccio parte di un complotto ordito da Veltroni. Ve ne prego.

La forza delle parole. E Sodoma e Gomorra

Oggi voglio fare ironia e forzature.

Ho appena terminato Gomorra di Roberto Saviano (edizioni Mondadori, 2006), nominato nel mio post precedente dedicato alla bibliografia dell’estate 2007. Per chi scrive e a volte si chiede a cosa cazzo serva la scrittura ( a parte alle manie di grandezza e notorietà e a risparmiare i soldi dell’analista) e quindi la parola, Gomorra è un libro confortante. Tralasciando per un istante la forza dei contenuti che Gomorra racconta, vorrei soffermarmi sull’ossessione di Saviano, ripetuta anche nell’articolo dell’Espresso che il postino mi ha appena consegnato. La forza della parola. Non è vero che gridare non serve più. Se adesso tutti gli scrittori d’Italia esprimessero solidarietà a Saviano e si impegnassero ad aiutarlo, nella denuncia e garantendone la sostituzione (facciamo le corna)… La Camorra che fa. Li ammazza tutti?

Forse solo le parole possono proteggere la parola.

Una delle cose che mi ha più toccato, quest’estate, quando sono riuscita a mettere le mani su un giornale sono state le parole di Don Gelmini. Facciamo finta che sia innocente. Facciamo finta che essere cristiani e aver davanti un prete che si accompagna con i potenti, con gli uomini più ricchi del paese, con pluriindagati per mafia e corruzione non sia semplicemente (nell’Umbria di San Francesco, santiddio) alcuna contraddizione.

Il prete ha rilasciato delle dichiarazioni raccappriccianti e di una volgarità così incontenibile e naturale da farti pensare: ma questo, che valore dà alle parole? E se non dà valore alle parole potrà mai dare senso ai fatti  ed alle cose?

Riporto da corriere.it

“Lobby ebraico radical chic”

Riferendosi alla magistratura. Io dico sempre che in nervosismo veritas. Quando sei incazzato le cose che dici sono le cose che pensi nel profondo. E’ inutile che poi ti scusi, sostituendo massone ad ebraico. Fai peggio.

E ancora:

“Così noi saremmo tutti froci io e loro a scopare nelle stanze del silenzio… Un giornale ha pure scritto: una stanza con la moquette e le poltroncine… Questa è un’infamia e io chiederò un miliardo di danni. Ma cos’è? Una casa di prostitute? Una stanza del Grande Fratello?”

Vi sembra normale a voi, un prete che usa la parola froci che la dice lunga sulla sua omofobia sull’argomento e contraddice il messaggio cristiano per cui anche siamo malati andiamo amati e non certo vituperati? Magari, biblicamente e visto che il suo papa vuole tornare al latino poteva usare la parola sodomiti che si abbina meglio con toga. E ancora: la parola scopare. Io lo avrei espulso dalla chiesa solo per linguaggio volgare anche se fosse innocente come un agnellino.

Io ho scelto di ridare senso alle parole. E se parli così. Beh. Mi fai schifo. Anche se non hai fatto niente.

Bibliografia di una vacanza

Queste vacanze mi hanno fatto un grande regalo: ho letto tantissimi libri e trovato il senso del mio secondo libro che a questi punto è finito. Già. Ci sono ancora alcune cose da sistemare, da limare, da correggere. Ma è stato partorito. Ora è ricoperto di placenta e sangue e fa messo nella culla per il primo sonno: il primo distacco, la prima lettura come se lo si leggesse come un libro e non come se lo si scrivesse. Ostico, lo so.

Comunque, ecco la bibliografia dell’estate 2007 in ordine di lettura.

1) Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar, edizioni Einaudi, 1963. Non fate quella faccia. E’ quel libro che sai che prima poi devi leggere, come l’Ulysse di Joyce. Rimandi, rimandi, rimandi. Ad un certo punto della tua vita pensi con terrore che non sei più in grado di leggere certi libri oppure non lo sei ancora. Invece lo divori. Sei l’ con l’imperatore, ricoperto di pelli a salire le montagne dell’impero per vedere tramonti e a visitare confini. Sei la sua cattiveria e la sua grandezza. Sei romano come lo era lui. Piangi per Antinoo perchè non è giusto. Ma senti anche che c’è un ordine più grande delle cose e della grandezza del singolo come missione collettiva.

2) L’educazione Sentimentale di C.B., di Margherita Giacobino, edizioni La Tartaruga Edizioni, 2007. Se qualcuno vuole sentire lo sfregamento di viscere di una bambina lesbica poi adolescente, la sua estraneità al mondo. Se qualcuno vuole sapere cosa si prova a sentirsi diversi senza capire cosa cazzo accade. Legga questo libro. A parte la storia, mi è piaciuto il senso di riconoscimento, soprattutto nell’agonia del primo amore.  

3) Mal di Pietre, di Milena Agus, edizioni Nottetempo, 2007. Una piccola perla di Sardegna, ironia, ruralità emotiva. Intenso.

4) La Pioggia prima che cada, di Jonathan Coe, edizioni Feltrinelli 2007. Beh, che dire. Uno dei miei miti della narrativa moderna britannica che si cimenta sulla tematica lesbica e comunque femminile, con una delicatezza da farti arrivare alle lacrime. Bellissimo. Non vorresti che finisse il racconto fatto attraverso vecchie fotografie.

5) Il cacciatore di aquiloni, di Khaled Hosseini, edizioni PIEMME, 2004. Un libro a cui rimani attaccato, riconoscendosi nella vigliaccheria infantile e nella ricerca di attenzione genitoriale a tutti i costi. Sullo sfondo la storia dell’Afghanistan prima dell’11 settembre. L’ennesimo evento tragico finale, visto che non è una storia vera, poteva essere evitato senza nulla togliere alla bellezza del romanzo. Ho pianto.

6) Con Pedegree, di Lola Van Guardia, edizioni Il Dito e La Luna, 2004. Un ironico viaggio in un mondo tutto lesbico a Barcellona. All’inizio hai la sensazione del ghetto, poi ti lasci andare e ti diverti anche tu a declinare tutti i nomi al femminile (la scrittora e non la scrittice) perchè capisci che c’è un ironia sul separatismo, sulle associazioni GLBT, dietro e non un desiderio. Ho riso da pazzi. Anzi: da pazze.

7) Gomorra, di Roberto Saviano, edizioni Mondadori 2006. Duro, durissimo. Un libro che non è stato scritto da un magistrato o come un giornalista. Ma come uno che c’è dentro con tutte le viscere, attaccato alle chiappe. Un libro che ti mette la paura persino di respirare. Saviano sa. E racconta ridando valore alle parole come solo Pasolini, forse, negli ultimi anni ha saputo fare. Speriamo che la scorta gli funzioni. Speriamo che se la cava lui e pure noi.

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