NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE

nemmeno costruendo una canoa.

Archivi per il mese di “gennaio, 2008”

Vecchi, giovani, provocazioni e banalità

In merito al post “Noi, non sopportiamo più” 

Qualcuno mi ha persino offeso, tacciato di banalità.

Perchè vi ho toccato e ferito.

E l’ho fatto apposta. Perchè vi ho raccontato le cose che ascolto per strada, dai colleghi di lavoro, da studenti fuori corso, da casalinghe al supermercato, da super dottorati esiliati, da ingegneri strapagati altrove, da ricercatori pieni di milioni, fuori di qui. Questa è l’Italia, miei cari. E chi non lo capisce, chi trova banale le ferite del quotidiano, le umiliazioni vive fuori dal mondo.Chi non si riconosce in questo probabilmente vive nella bambagia, forse è raccomandato dal papino ricco, vecchio e maschio. Forse ha una bella casa. Forse ha un bel lavoro.Io in questi giorni ho pianto. Ho pianto sulla mia cospicua busta paga, ricordando che all’università ero la più pippa di tutti e i miei colleghi erano più bravi di me e ora sono per la metà nel nord d’Italia, per la metà all’estero, per l’80% senza figli, per il 55% donne meno pagate dei loro coetanei, per il 100% in coda a dei vecchi che non se ne vanno. Lo dicono le statistiche: al potere abbiamo un gap di genere e di generazione. Forse io banalizzo dicendo: via i vecchi. Ma se mi affaccio oltre le Alpi è quello che è accaduto: e ha portato economia e diritti e velocità. Qui no, basta che guardate la distribuzione anagrafica dei ricercatori di fisica in Europa che vi riporto qui sotto:

 fisici

SVEGLIATEVI.

Non sopportiamo più.

FIRMATE. 

Siamo i figli di quelli con l’eskimo e gli ex amici di quelli con l’eskimo, quelli che non tiravano le bombe, non inneggiavano alla rivoluzione sessuale ed oggi non siamo né direttori di giornali, né facciamo parte dei poteri forti.

Non sopportiamo più i maschi e vecchi al potere che facevano i giovani ai “tempi loro”: in Parlamento. All’università. Negli ospedali. Che comandano, seguiti dai codazzi, che fanno battute sulle tette delle poche donne che ci sono intorno o si mettono spalle al muro se passa un collega effeminato scambiandosi battute degne di un paese in preda alla barbarie Non sopportiamo i maschi e i vecchi che pontificano sulle donne, sull’aborto, sulle coppie omosessuali, sui bambini (loro che i figli li hanno lasciati alle ex-mogli) sul futuro. Che non sarà il loro.

Non sopportiamo più di fare la fila al pronto soccorso e vedere gli amici del primario passare avanti a tutti anche se hanno solo un dito rotto.

Non sopportiamo più di non avere un contratto o di averlo a tempo, o di lavorare in nero, senza sicurezze.

Non sopportiamo di fare le segretarie con una laurea in storia dell’arte e una specializzazione.

Non sopportiamo più di fare la fila alla posta per ritirare raccomandate il sabato mattina. Le poste si organizzino per consegnarle quando la gente è a casa: non sopportiamo più che in questo paese non si faccia efficienza.

Non sopportiamo più la falsità dei concorsi pubblici, la scuola per insegnanti fatta dagli insegnanti di oggi che contestavamo ieri come incapaci.

Non sopportiamo più i colleghi degli uffici pubblici che fanno 10 pause sigarette e 10 pause caffè ovviamente separatamente.

Non sopportiamo più di vedere 2 persone che lavorano su 10 Non sopportiamo di lavorare per manager incapaci e superpagati.

Non sopportiamo i sindacati che difendono i privilegi e non i precari.

Non sopportiamo più parlamentari che difendono la sacra famiglia e fanno festini negli alberghi e hanno relazioni con i propri assistenti del loro stesso sesso: lo facciano alla luce del sole.

Non sopportiamo di non potere essere omosessuali, di non poterlo dire alle famiglie, nei luoghi di lavoro, agli amici.

Non sopportiamo più di fare le “panze in fuga”, altro che cervelli, pagati a NY per parlare di arte del ‘600 italiano o in Canada di greco antico.

Non sopportiamo più che nessuno si vergogni, che nessuno chieda scusa, che nessuno si faccia da parte.

Non sopportiamo più di dovere chiedere la raccomandazione per una visita medica di essere donna e non potere fare un figlio se non al costo della carriera e a volte anche del lavoro non sopportiamo più che nessuno in Italia ricordi mai di chi è la responsabilità dei fatti

non sopportiamo più quelli che dicono di no a tutto

non sopportiamo più di non sapere la verità

non sopportiamo più la vigliaccheria

non sopportiamo più di fare mutui con le banche straniere

di dovercene andare in un altro Paese di avere i capi di Stato Stranieri tra le lenzuola di sentire telegiornali faziosi e genuflessi

Noi, non sopportiamo più la mancanza di coraggio. Noi vogliamo e chiediamo:

Una legge elettorale maggioritaria.

Primarie obbligatorie in tutti i partiti in cui sia rispettata la parità di genere ed una distribuzione generazionale adeguata (forma gaussiana: picco sui 40 anni e i 60enni devono essere quanti i ventenni)

Meritocrazia in tutti i luoghi pubblici, nelle scuole e nelle università: criteri di valutazione: se non lavori o se lo fai male te ne vai.

Intervista su Meltin Pot

Vi segnalo l’intervista che mi ha fatto Andrea Pergola. Ce ne fossero di giovani giornalisti così, accaniti e precisi fino all’ultimo.

http://www.meltinpotonweb.com/?q=articoli/diritti-civili-e-partito-democratico.php

Giornata della memoria: la risposta di Pino Battaglia

Sia la mia che quella di Battaglia sono state pubblicate dall’Unità.  Domani sera alle 18:00 io, Pino Battaglia e Paolo Masini, consigliere comunale a Roma, cominceremo a ricucire qualche strappo. Almeno ci proveremo.

Pino Battaglia*

Cara Cristiana,
raccolgo volentieri l’invito che mi rivolgi dalle colonne de l’Unità a partecipare, questa domenica, all’inaugurazione della mostra “La cura della memoria”. Sarà l’occasione per stringere i nodi di un dialogo che credo non si sia mai interrotto.
Tu ricordi lo sterminio pianificato di tanti omosessuali nei campi di concentramento nazisti. Solleciti la memoria pubblica. Io dico: raccontiamo questa storia dolorosa nelle scuole, quando, con le iniziative già avviate dal Comune di Roma, i nostri studenti visitano i lager, o cancellano dai muri scritte razziste, xenofobe. Insegniamo nelle scuole il valore delle differenze.
Non eludo le questioni politiche: tu temi, e non sei la sola, che il legame fra il Partito Democratico e le organizzazioni omosessuali si sia, in queste ultime settimane, logorato. Citi il dibattito sul riconoscimento delle famiglie omosessuali in Italia e a Roma con il registro delle Unioni Civili. Hai ragione. Tuttavia io credo che a Roma il dibattito sulle Unioni civili abbia rappresentato un momento importante di riflessione per il Pd. E che ora gli aspetti positivi di quel confronto non debbano disperdersi. L’ordine del giorno presentato dal Pd, come sai, si basava su tre punti fondamentali: riconoscimento del lavoro svolto in questi anni dal Comune di Roma per le pari opportunità sulla base del concetto di “famiglia anagrafica”, richiesta al Parlamento di proseguire l’iter per una legge che garantisca la piena affermazione dei diritti per le coppie di fatto, impegno a realizzare una delibera quadro che raccolga e consolidi tutta la materia al livello di amministrazione comunale. Una proposta sobria e concreta che avrebbe fatto fare alla nostra città un passo avanti reale, contribuendo a de-ideologizzare il confronto ed a rompere quella paralisi, che oggi impedisce qualsiasi soluzione positiva.
È necessario continuare a lavorare, con gli strumenti dell’amministrazione comunale, per combattere ogni discriminazione e allargare, nei servizi ai cittadini, la sfera dei diritti riconosciuti. Ma soprattutto vorrei chiedere, con te ed altri, al mio partito di aprire al suo interno un dibattito vero, serio e non strumentale sulla vita delle persone glbt. Penso al varo di un Forum sui diritti aperto ad associazioni e movimenti e auspico che la sua prima riunione possa tenersi a Roma.
*capogruppo Pd al Comune

La giornata della Memoria: lettera al PD romano

Caro Pino Battaglia,  ti scrivo nella tua veste di capogruppo del gruppo del PD del comune di Roma, perché, come tu sai bene, il 27 gennaio sarà la giornata memoria dell’olocausto di milioni di persone tra ebrei, popoli di etnia Rom, omosessuali e dissidenti politici. L’attenzione e la sensibilità del comune di Roma è indiscutibile, ma ti chiedo, quest’anno, di farti portatore di una memoria dimenticata: quella dell’olocausto degli omosessuali che erano identificati con il triangolo rosa, identificazione dedicata che la dice lunga sul fatto che il loro olocausto era pianificato e non casuale.. Non ha importanza quanti ne siano morti, non lo sapremo mai, perché l’omosessualità, al tempo, se era visibile, ti rendeva invisibile agli affetti. Chissà quanti di loro sono stati dimenticati anche dai loro cari. Come se qualcuno potesse meritare la morte per qualche motivo.  Degli ebrei e dei Rom, qualcuno ricorda il legame. Degli omosessuali morti, nessuno può ricordare nulla. Con pochi mezzi e nessun legame affettivo come può essere quello di familiari sopravvissuti, ogni anno le associazioni GLBT romane, “curano” la memoria di questa tragedia, accanto alla comunità ebrea e a quella Rom. In questi ultimi mesi in tutta Italia sono aumentati gli atti di violenza omofoba e le dichiarazioni offensive. Molti di noi vivono ancora nell’ombra, nascosti alla famiglia o sui posti di lavoro. Come se oggi, non si potesse dire di essere ebrei. Oggi non tutti possono dire di essere omosessuali. Oggi, in Italia, siamo esposti al ludibrio, alle dichiarazioni deliranti sulla nostra presunta malattia, alle dichiarazioni sull’inferiorità delle nostre famiglie, dei nostri affetti, delle nostre responsabilità. Il dibattito sul riconoscimento delle famiglie omosessuali in Italia e a Roma con il registro delle Unioni Civili, ha allontanato il Comune di Roma, dalla comunità omosessuale, non possiamo negarlo e per questo voglio invitare te, il sindaco e il gruppo del mio partito, ad accompagnarmi domenica 27 gennaio alle ore 18:00, a visitare la mostra dal titolo “la Cura della Memoria”  in via degli Zingari n°39. Spero che tu possa diffondere questa mia, essere accanto a me, a noi, in quella giornata e ricominciare con la comunità il dialogo dei giusti, degno di un partito che si definisca democratico e che lo sia davvero. Cristiana Alicata   

Solidarietà.

Mastella e famiglia indagati. 400 pagine di accuse.

Il Parlamento gli esprime solidarietà. Il governo gli esprime solidarietà con pochi distinguo.

Il Parlamento esprime solidarietà al Papa, vilmente censurato da contestatori antidemocratici.

Non devo commentare oltre, giusto?

Per quello con l’accento (o è un apostrofo?)…

Chi lo capisce è arguto.

Vedi…sai che c’è?

Che non capisco perchè tu sia così insignificante nella mia vita, tanto che non ho nemmeno più voglia di chiamarti, e perchè ho pensato a te, in questo momento. Che devo scegliere. A cosa diresti. Al tuo giudizio.

Perchè sai qual’è la sfiga della mia generazione di giovani borghesi che hanno studiato? La possibilità di scegliere.

Il lavoro? La famiglia? I figli? Siamo fatti di passato fino nel midollo. Non di DNA, ma di passato, Dio Santo!, se pesa questo passato. I tuoi errori. Quelli dei tuoi amici, dei tuoi coetanei. Eppure mi sembra di ripeterli come se il fatto che tu li abbia fatti non sia servito a nulla. Tu hai scelto e sai che c’è? Hai sbagliato. Sbagliato su tutta la linea. Potevi andare in montagna tutti i we, mandare i tuoi figli a studiare all’estero, diventare bianco sulla stessa poltrona, le stesse mura, annoiarti un pò davanti alla TV, avere gli amici di sempre accanto, avere una memoria corrisposta.

Non sai cos’è la memoria corrisposta? Te lo racconto, perchè io ce l’ho. E’ quella cosa che ti rimbalza quando parli con gli amici di una vita, che ti ritorna come un eco, come un te stesso cresciuto diverso, come un te stesso che ti conosce, che ti ricorda, che ti ha specchiato nel lungo cammino. Tu non ce l’hai, non gli hai dato importanza, tu gli amici te li sei seminati correndo a 100 km all’ora sulla vita. Io me li semino intorno, mi crescono intorno, sono lo spettacolo più bello che la vita mi abbia donato. Dopo di lei. Già, lei.

Ce l’avevi anche tu. Non hai avuto il coraggio di lasciarla, di non farci i…sì, hai capito. Quelli: io. Dovrei ringraziarti ed invece è stata tutta vigliaccheria. Lo sapevi già e non hai avuto coraggio.

Invece, lo sai che c’è? Che la mia scala di priorità è un’altra ed è diversa dalla tua e ti guarderò dritto in faccia, negli occhi, quanto contesterai la mia scelta (che sia oggi o tra due mesi, altrove). Perchè lo farai. Lo so.

IL papa alla Sapienza?

Sì con dibattito, se fosse venuto in un luogo consapevole del relativismo che lo pervade.

No, per come lo avevano invitato.

No, ad andare in cappella tutti insieme dopo l’inaugurazione dell’anno accademico, è una questione di principio. L’ università è un luogo Sacro, è il luogo del Sapere, del Dibattitto, della Libertà. Non si può associarne l’inaugurazione accademica a qualcosa che ne ripugna l’essenza stessa.

Bene hanno fatto gli studenti e i professori a contestarne la venuta.

13 gennaio 1998- 13 gennaio 2008. Alfredo Ormando.

Palermo, 11 novembre 1997

Carissimo (amico),
scrivo un’altra lettera ad uso e consumo dei posteri ed esclusa a te.(1)
Ho deciso di farla finita con la vita, ogni illusione di riscattarmi attraverso i miei scritti è crollata. Sono stufo di vedermi isolato, emarginato. Che vale vivere quando non si è amati e rispettati. Ho l´amore materno e quello di «Y» è vero, ma ciò non copre l´ostracismo della gente e persino dei familiari. È troppo, non riesco più a trovare un motivo valido per dare un senso alla mia vita, magari un appiglio tenue, banale… Mi sento un appestato, un lebbroso con i suoi campanelli legati ai piedi per avvisare la gente di stare lontana da me.
Mi chiedo se un uomo già morto può essere considerato un suicida… Perché devo vivere?
Non trovo una sola ragione perché io debba continuare questo supplizio…
Sto meditando di trascorrere il Natale a Palermo con la mamma e «Y», a gennaio di andare a Roma e di darmi fuoco a Piazza San Pietro … ma sarò ancora di questo parere ?
Eppure ci sono meno di due mesi, finalmente potrò cominciare a vivere, perché morire è vivere …
Quei pochi minuti di sofferenza saranno ripagati con la cessazione di tutti i dispiaceri, di tutti i dissapori. Nell´aldilà a nessuno farò drizzare i capelli ed arricciare il nasino perché sono un omosessuale. Non capisco perché alla gente preme molto ricordarmi che sono gay. Io lo so che sono gay ed ho una buona memoria ed una buona conoscenza di me. Perché allora ripetermi e ribadirmi che sono un finocchio?
Non capisco questo accanimento contro di me. Non svio nessuno dalla retta via dell´eterosessualità. Chi viene a letto con me è maturo, adulto, consenziente e omosessuale o bisessuale.
Voglio tanto farla finita: spero infine di riuscire al più presto possibile.

PER I POSTERI

Chiedo scusa al mondo intero per i miei nefandi crimini contro quella natura tanto cara e dissacrata dalla cristianità.
Chiedo scusa per essere venuto al mondo, per aver appestato l’aria che voi respirate con il mio venefico respiro, per aver osato di pensare e di agire da uomo, per non aver accettato una diversità che non sentivo, per aver considerato l’omosessualità una sessualità naturale, per essermi sentito uguale agli eterosessuali e secondo a nessuno, per aver ambito diventare uno scrittore, per aver sognato, per aver riso, per aver ucciso mia madre e un’altrettanta persona cara con la soppressione cruenta della mia inutile esistenza.
Il mostro se ne va per non recarvi più disturbo e offesa, per non farvi più arrossire e imbarazzare e vergognare con la sua ignobile presenza, per non farvi schifare e voltare le spalle quando lo incontrate per strada.
Non permettete che io abbia una illacrimata tomba, che io diventi un appestato anche da morto. Se la benzina non avrà fatto il suo dovere, riducendomi in cenere, crematemi e spargete le mie ceneri nella campagna romana. Vorrei essere utile almeno come concime. Faccio un accorato appello alla vostra comprensione e generosità.
Ho vissuto una vita da inferno che quello dei cristiani, a confronto, mi sembra una favola per far addormentare i bambini.
L’unica valvola di sfogo erano i miei scritti. Volevo riscattarmi attraverso la narrativa, ma l’editoria non me l’ha permesso, e poi chi segnalerebbe mai un finocchio?
Non riuscivo più ad ingannare la mia biologica voglia di vivere, a farmi una ragione della mia emarginazione, della mia sconfinata solitudine.

Alfredo Ormando

Dalle ultime lettere di Alfredo Ormando.

Alfredo Ormando si è dato fuoco ed è morto 10 anni fa, il 13 gennaio 1998, in piazza San Pietro.

Cavour 313, Roma via Cavour 313

Chissà come mai non ho ancora recensito uno dei miei posti preferiti di Roma che rispetto ad altri ha in più la ricchezza di poter digerire camminando al bordo delle rovine romane dei Fori Imperiali. In 500 metri ci si puà affacciare dalla terrazza del Campidoglio sulle rovine illuminate.

Beh, cosa dire. Cavour 313 nasce come un’enoteca, ed infatti ha una cantina ricchissima che è possibile abbinare con una cucina calda molto contenuta ed inventata sul momento (filetto di maiale cotto al caffé, zuppe, cous cous). Fenomenale la cucina fredda con influssi orientali grazie al cuoco: tabulé, hummus (il più buono mai mangiato!) , carpacci di carne rivisitati, carpacci di pesce piatti regionali (calabria per esempio).

Ambiente in legno scuro, menù scritto sulla lavagna, cortesia del personale massima, ideale sia per una cena romantica, un pranzo di chiacchiere, una bevuta dopo cena e, abbiamo scoperto, anche una cena tra amici (non più di 8 persone perchè i tavoli hanno le panche).

 Prenotate. 06/ 6785496. Chiuso la domenica a dimostrazione che è un posto per romani e non per turisti, malgrado la location

Pasolini, l’aborto, il ’68 e la nonnità

Caro Giuliano Ferrara, mi permetto di provocarti un po’.

Meraviglia, non poco, questo dibattito sulla moratoria dell’aborto tutto di una generazione maschile alle soglie della nonnità. Un’organizzazione religiosa fondata sulla gerarchia maschile che lancia una legittima richiesta in uno dei paesi dove la presenza femminile nelle università (quanti rettori?), nella politica (quante ministre e di cosa?), nelle aziende (quante dirigenti?) è bassissima. Terreno fertile. Meraviglia e non poco che a rispondere alle richieste della Chiesa siano stati, in queste settimane due ex sessantottini (D’Alema sui matrimonio gay e la famiglia e Ferrara sull’aborto), ventenni rivoluzionari 40 anni fa, che all’epoca, forse si riempivano le tasche del parka con libertà sessuale e parità di genere. Ma d’altronde molte donne ricordano allora di avere fatto più le ancelle del ciclostile che le capopopolo. Ad uno sguardo attento (uno sguardo non filtrato dai vetri scuri delle autoblu e della vita agiata da intellettuale arrivato) in questi 40 anni le donne sono cambiate molto. Dopo gli anni 70 c’è stato un certamente un crollo delle nascite, lo scotto da pagare per fare un minino di carriera che comunque non è arrivata. Oggi, nel XXI secolo, invece di fare una battaglia retrograda sulla moratoria dell’aborto, mi piacerebbe vedere ex sessantottini e intellettuali, intenti a capire come mai le donne della mia generazione (30 anni), le vostre figlie da cui forse desiderate divenire nonni, tardino così tanto a fare figli rispetto agli altri paesi europei. Come mai nessuno si chiede come mai in Francia, in Danimarca le donne siano ad alti livelli della gerarchia socio-politica e facciano più figli di noi? Perché un’operaia o una centralinista, magari precarie, non dovrebbero pensare all’aborto? Molte di loro, insieme ai loro mariti, con estremo coraggio affrontano comunque una vita di disagio economico e sociale pur di non rinunciare alla maternità, in un paese, tra l’altro, in cui se dovessero separarsi dal marito potrebbero non ricevere nemmeno gli alimenti dall’ex marito che se ne frega delle decisioni del tribunale. Ma la donna non è una fabbrica di vita. La donna può essere madre e scegliere di esserlo. Se se la sente. Voi mi sembrate la regina Maria Antonietta affacciata al balcone con il suo cesto di brioche. Pasolini, quando la protesta studentesca dell’epoca, si scontrava con la polizia, strabiliò tutti ricordando che i veri figli del popolo erano i poliziotti. Oggi vi direbbe che il centro della vita è la donna, non il feto, e che ancora una volta, state guardando il problema da una prospettiva errata. C’è certamente da fare un’altra considerazione: la vita di ogni essere umano non è soltanto fatta di respiro, di pane e di sonno. E’ fatta di qualità e non mi riferisco agli agi materiali. Mi riferisco all’affetto genitoriale, alla serenità dell’ambiente familiare. Mi chiedo quanti problemi psichici, quanti omicidi in famiglia, e quanti altri disagi, pongono le radici nel malessere di vite non desiderate. Certamente la diffusione della contraccezione negli ultimi anni ha fatto sì che ci siano meno figli, ma forse ha fatto sì, anche, che ci siano figli più desiderati, per questo più amati. Caro Ferrara, mi chiederei, se fossi in te come mai tanti giovani se ne vanno dall’Italia, abortendo, questi sì, un sogno di vita nel proprio Paese, vicino ai propri affetti. Non è più una fuga di cervelli. E’ una devastante emorragia generazionale. Ragazzi e ragazze che piangono nel lasciare le famiglie, che ritardano convivenze, matrimoni, figli, che rinunciano a fare ricerca in Italia, che alimentano il PIL di Irlanda, Olanda, USA, Canada, Francia, Svizzera. Che sognano la moderna Spagna. Mi chiederei come mai in questo paese non c’è ricambio generazionale e di genere, questo sì. Siete vecchi, Ferrara. Lasciate che la vostra età da “nonni” in cui vi addolcite e cercate a vostro buon diritto, la fede o qualcosa di spirituale che avete trascurato in passato, passi lontano dai luoghi del potere. Lasciateci, tu e D’Alema, l’Italia (vi prendo a simbolo, beninteso). La vera battaglia, caro Ferrara, ma non so se la Chiesa sarebbe d’accordo, è una campagna forte nelle scuole per l’uso responsabile della contraccezione per fermare le malattie e garantire una genitorialità responsabile ed evitare il trauma dell’aborto. Questa sì sarebbe roba da ’68 e da intellettuali. Il resto no.

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