Questo articolo è stato scritto per L’Unità.
In questi giorni di fervente campagna elettorale accompagno fisicamente e virtualmente i “miei” candidati nelle case e nei sogni nascosti di una comunità sempre più grande e inafferrabile. Famiglie di gay e lesbiche che non vanno in discoteca da una vita, che non frequentano “l’ambiente” e non rientrano nel cliché del luogo comune. Alcune coppie di lesbiche hanno bambini, altre ci stanno provando, altre non ci pensano proprio. Un po’ come tutte le coppie tra i 30 e i 40. Entrambi i miei candidati, entrambi del PD, hanno una estrema sensibilità alla questione GLBT ed entrambi vinceranno. Sono candidati uscenti, segno che Roma è molto più avanti di quanto si creda. Si discute del Registro delle Unioni Civili, di servizi, persino di asili nido. Per assurdo una lesbica madre figura come una ragazza madre, anche se ha una compagna milionaria (!) così schizza in alto alle classifiche per i posti negli asili, a dimostrazione che non riconoscere le coppie gay può essere un danno anche per quelle etero. Stiamo fermi fuori da Feltrinelli di Viale Marconi e in mezz’ora passano almeno 4 coppie gay. Ci salutiamo. La candidata è stupita. Già. Sembriamo così pochi e invece. Molti non hanno voluto incontrarla. Non vogliono farsi riconoscere, nel quartiere. Mi hanno detto: “Dacci il nome, la votiamo.” Ma quando il discorso cade su Rutelli, la rabbia diventa pesante. “E’ quello che ha portato la Binetti in Parlamento.” “E’ quello che per tutto il 2007 ha detto che la priorità erano le famiglie. Noi cosa siamo? E soprattutto cosa togliamo agli etero?” Etero che non sono solo invocati ma sono loro accanto, sono i loro vicini di casa che ormai hanno fatto propria la causa degli amici, sono i loro amici. “E’ quello che tolse il patrocinio al Pride del 2000.” Indiavolate le donne, eterosessuali o lesbiche che siano: “Ha chiesto l’astensione sul Referendum sulla fecondazione assistita.” E ancora: “Cosa ce ne facciamo di un Centro di Cultura Omosessuale?” Si ridacchia amaramente pensando ad un centro di Cultura per i precari. Uno per le partite Iva. Roba da intellettuali. Qui c’è bisogno di servizi. C’è bisogno di combattere l’omofobia a partire dalle dichiarazioni coraggiose. Qualcuno propone di invitare Rutelli ad una cena, tra noi, sperando di farlo ricredere. Qualcuno scuote la testa: “Figurati. Lui incontra qualche dirigente di qualche associazione in privato e pensa di avere risolto il problema dicendo che non ci discriminerà!”. Così, insieme al Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, (l’associazione romana GLBT più importante della capitale) la maggior parte della comunità gay e lesbica romana di destra (i gay di GayLib, persino!) e del PD (molti di noi), di An, di Rifondazione, si avvia al voto disgiunto. Loro e le loro famiglie, i loro amici, i loro vicini di casa. Ognuno voterà il suo partito e poi voterà per Grillini sindaco. Una candidatura che non ci sarebbe mai stata se, per esempio, Nicola Zingaretti fosse stato il candidato sindaco. Una candidatura di disperazione, una candidatura per cercare di affermare una presenza che anni di immense manifestazioni, proprio a Roma, non sono bastate ad affermare. Molti alla fine voteranno Rutelli per paura di Alemanno. Molti voteranno Grillini per provare a contarsi. Il voto disgiunto, comunque, sarà l’ago della bilancia della politica romana. Rutelli potrebbe garantire il Registro. Potrebbe promettere di essere accanto a noi al prossimo Pride. Potrebbe incontrarci. Qualcuno dice: “Non vale. Lo farebbe solo per avere voti.” Io mi porto via la mia candidata. Loro un po’ di volantini. Ogni mattina chiamo il mio consigliere, chiamo gli amici candidati alla Provincia, e mi sfogo un po’. So che Rutelli non è il PD. Ma so che in qualche modo dobbiamo dirglielo. Ed anche io voterò Grillino sindaco. Cristiana Alicata Eletta nella Costituente Regionale del PD Lazio.



