NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE

nemmeno costruendo una canoa.

Archivi per il mese di “maggio, 2008”

La potenza dell’ESSERCI

Entrambi i circoli PD a cui faccio riferimento: il PD Obama  (il primo circolo on line del PD) e il tradizionale circolo PD Portuense hanno aderito oggi al Gay Pride romano.

Stiamo parlando di due circoli che rappresentano quasi 2000 persone.

La potenza dell’esserci.

Indovina la CITTA’

No, non è il dilemma esistenziale delle mie Risorse Umane.

La scena è questa. E’ martedì 27 maggio.

Congresso provinciale di Arcigay. Presente anche il presidente nazionale Aurelio Mancuso che con la barba brizzolata è diventato più simile a Babbo Natale che ad un attivista GLBT (glielo abbiamo detto in tanti).

Mi hanno invitato e me ne sto tranquilla ad osservare la scena. Intorno a me giovanissimi e tantissime donne.  Ma proprio tante. Tutti si sorridono, si abbracciano. Poi tutti zitti. Ci saranno 30/40 persone.

Qualcuno prova a chiedermi se voglio la tessera, io declino e spiego che, ed Aurelio lo sa, mi farò una tessera solo quando esisterà la federazione nazionale.

Il presidente dell’Arcigay provinciale si alza, legge il suo discorso con un accento che ne tradisce la sarditudine. Calmo, pacato, elenca tutte le cose fatte. La partecipazione al coordinamento Pride con le altre associazioni, il dialogo con i migranti, con i giovani mussulmani. La crescita di partecipazione, i convegni, i legami con la città, il network, la relazione con i locali e l’organizzazione di eventi.

Dice due cose forti: che questo governo penalizza una condizione (l’essere migrante) e non una condotta. E parla della narrazione collettiva che la comunità GLBT non ha, perchè, dice, siamo i nostri primi nemici. Tocca delle corde emotive, ringrazia persone, alza gli occhi dal foglio, le guarda, le accarezza.

E poi, rassegna le sue dimissioni, indica il suo successore, non c’è polemica, solo un pò di stanchezza politica (e chi non lo capisce?). Io mi lascio sfuggire una battuta, della serie, se proprio sei disoccupato avrei io un posto dove farti fare qualcosa di buono, ma Benedino mi mette subito a tacere, bonariamente.

Poi parla Aurelio e ribadisce la nuova linea (ardua e ricca di ostacoli come so molto bene per recente esperienza personale) : lontananza dai partiti, dialogo con le istituzioni e soprattutto fare fronte all’emergenza di violenza.

Poi succede una cosa che non mi aspetto. Si alza un rappresentante del Circolo di Cultura Omosessuale locale. Ringrazia il presidente uscente, si commuove. Ci sono altri rappresentanti del network di cui il presidente uscente parlava prima, parlano, sereni, come se fosse una grande famiglia ed io sono sempre più a bocca aperta.

Poi parlano la vicepresidente e il nuovo presidente, anche loro emozionati, non c’è traccia di cinismo politico, è tutto entusiasmo puro e affetto per le persone e la causa. Io sono sempre lì, seduta sulla mia sedia, in ascolto e continuo a sussurrare: sto sognando.

L’età media del direttivo che viene eletto sarà di 25/26 anni. Un autentico laboratorio generazionale e di genere. Una specie di miraggio. Foto di gruppo e poi patatine e nutella.

Poi Aurelio Mancuso dà la notizia che un’altra donna entrerà nel direttivo nazionale e guarda caso è la seconda che proviene da questa esperienza, da questa città.

Poi tutti a cena in un locale aperto tutta la notte solitamente frequentato da buttafuori e brasiliani (in fondo un posto così è anche nostro, non c’è niente da fare) e un pò di cazzeggio alla sex and the city.

Ora indovinate in quale città mi trovavo.

E poi (ma solo poi, promettetemelo) andatevi a leggere l’ottimo report  di Francesco e Luca su quanto accade altrove. E anche su questo provate a postare una soluzione (sintetica). Prometto che la farò leggere a chi di dovere.

Il lato maledetto

Oggi nel giro di 5 minuti mi hanno chiamato due persone per pranzare con me. 

Difficile non notare la congiuntura astrale.

Sono due persone che contemporaneamente, nel tempo, se ne sono state in silenzio (e per motivi totalmente differenti), con me, per più di 15 anni. Non proprio poco e loro non erano proprio poco importanti. E’ una congiuntura perchè oggi erano entrambi a Torino e i nostri “luoghi” sono stati invece Bergamo ed Anzio.

 

Te ne stai lì a guardarmi male mentre ti dico cosa penso.

Te ne stai lì con la forchetta a mezz’aria, ovviamente muto, a minacciarmi con gli occhi che potresti anche non chiedermi più di pranzare insieme.

In fondo negli ultimi 18 anni abbiamo pranzato insieme solo 3/4 volte.

Mi guardi così solo perchè parlo.

Non voglio che dici nulla, non ti sto chiedendo di trasformare in parole 18 anni di silenzio.

Ti sto dicendo solo la verità.

Non ti sto nemmeno chiedendo di confermare le cose che ti dico.

Il dolore che hai avuto, il dolore che hai negli occhi adesso. O di avere pietà del mio. E nemmeno di credermi.

Ti sto solo, cazzo, parlando.

 

Ma forse chi non parla non vuole nemmeno sentire.

E non è vero che chi parla non ascolta. Questa è una cazzata. Proprio una cazzata.

E’ il lato maledetto delle cose questo silenzio, forse ho capito perchè, io, il silenzio non so nemmeno che cosa sia.

Ho capito perchè non lo tollero, perchè non tollero che accanto a me accadano delle cose, si sciolgano nodi, che si pianga, che non si dorma e non si parli. E si scappi.

 

Qualcuno dice che a volte è meglio il silenzio. Che a volte è meglio girarsi dall’altra parte, non dire nulla, aspettare che passi la notte.

 

E’ il lato maledetto della vita questa mia testardaggine della parola.

 

E’ il mio lato maledetto. Altro che Baudelaire (e guardate sorridendo il titolo del blog che vi linko…c’è tutta una letteratura…anche non ancora pubblicata).

 

Aggiunto dopo: senza farlo apposta vado a comprare il vino per la cena con Mario e mi ritrovo a bere con Albert, l’avventore australiano in Italia per amore, che gestisce un’ enoteca (molto radical chic, ma molto proletaria) di vini sfusi sotto casa mia, e con un tipico colletto bianco di età avanzata e con un giovane con una maglietta con un teschio. Io in gessato blu. Quattro più diversi di così, non si potevano incontrare a Torino, alle soglie dell’ora di cena. Il lato maledetto di Torino?

Alemanno e il Gay Pride e l’affaire GLBT romano. Ultima puntata

“Ci siamo confrontati con franchezza e ho spiegato loro i motivi per cui il Comune di Roma non darà il patrocinio al Gay pride, è una manifestazione di identità in cui si fanno rivendicazioni ben precise che per alcuni aspetti non condivido, come i matrimoni gay e le coppie di fatto”. Si tratta di “rivendicazioni per cui c’è il diritto di manifestare ma non possono essere appoggiate da questa amministrazione” e anche “Abbiamo accolto le proposte di carattere formativo, culturale e di assistenza contro ogni forma di discriminazione. Perciò istituiremo nuovamente presso l’assessorato alla Cultura un tavolo di coordinamento tra l’amministrazione e le associazioni per tradurre in fatti concreti le proposte”, Il Comune appoggerà “corsi di avviamento al lavoro per persone gay e trans anche per combattere il rischio della prostituzione e dello sfruttamento”.

Intervento al Circolo PD Portuense

Ovviamente non ero presente, ma ringrazio il coordinatore Fabrizio Mossino per averlo fatto leggere.

 

Un’analisi politica a freddo che sia degna di essere tale non può prescindere da una forte autocritica soprattutto di quanto accaduto a Roma.

 

In questi mesi tra Torino, l’Emilia Romagna e Roma mi è capitato di parlare con tantissima gente di ogni estrazione sociale. La mia è certamente una posizione privilegiata che mi consente di venire a contatto con più strati sociali contemporaneamente. L’esperienza nel cuore della Fiat di Marchionne, la militanza nel movimento gay e lesbico italiano e infine la curiosità umana da cui non posso prescindere, forse per la passione della scrittura.

 

Così ho incontrato operai che hanno votato Lega e hanno pianto, lesbiche e gay, tantissimi, che hanno vissuto la candidatura di Rutelli come una violenza, come l’ennesimo colpo dopo un 2007 davvero tragico per la comunità. E ancora, giovani di trent’anni, appassionati di politica, persone di sinistra e affascinate dal progetto del PD, che hanno storto il naso davanti alla candidatura di Rutelli considerata la prova della mancanza di crescita generazionale, della mancanza di continuità se non attraverso una forma di reggenza, la stessa matrice che si ritrova nelle università, negli enti pubblici, insomma ovunque ci sia da rivoluzionare il modo di agire.

 

Qualche giorno fa un vecchio militante mi ha detto: “Su Rutelli sarebbe bastato fare 10 telefonate a caso nei circoli e chiedere alla gente di dire davvero cosa pensava.”

 

Rutelli non ha certo perso per avere negato nel 2000 il patrocinio al più bel Gay Pride italiano o per aver portato la Binetti in parlamento o avere distinto, l’anno scorso, famiglie etero da quelle gay, come se tra queste due famiglie ci fosse davvero una contrapposizione. La comunità gay non è ancora così forte e consapevole e lo ha dimostrato l’esperimento fallimentare della candidatura Grillini, da me stessa appoggiata. Ma attraverso la questione della laicità in questi 15 anni Rutelli si è giocato la credibilità, passando da un estremo all’altro. Come fidarsi di una persona che vive una tale parabola su questioni così importanti?

 

Non abbiamo ascoltato. Non solo la città o il paese, in alcuni casi (tentativo comunque cominciato dal nostro segretario Veltroni e probabilmente attutito dagli equilibri di correntismo ancora troppo forti) non ci siamo nemmeno ascoltati tra di noi.

 

Se ogni forma di dissenso viene censurata ed isolata ripeteremo gli errori del vecchio PCI. Mi vengono in mente nomi illustri di dissidenti che provarono a “svegliare” il partito. Penso a Pavese. A Vittorini. A Pasolini. Ma penso a tutti i signor nessuno che non riescono ancora ad entrare in questo processo di creazione del partito. Se noi lasciamo fuori quel pezzo, quella componente che era il valore aggiunto alla somma di DS e Margherita avremo fallito il nostro sogno.

 

Se la questione Rutelli si riduce ad una caccia alle streghe tutta interna al partito, isolando chi ha dissentito (e il dissenso in assenza di primarie doveva essere democraticamente consentito!) noi non avremo capito che i veri responsabili di questa sconfitta sono coloro i quali lo hanno candidato ed anche coloro i quali hanno taciuto, sapendo che era una scelta sbagliata.

 

Perdere quasi il 20% dei consensi in due anni significa non avere capito la città.

 

La classe dirigente del partito oggi ha una sola grande responsabilità: guidare il ricambio, quello generazionale ed anche quello di genere. Anche facendo dei passi indietro. Anche rinunciando. E’ il momento per chi dirige il partito di essere generosi.

 

A Roma deve crescere una classe dirigente giovane, entusiasta, compatta, che superi le differenze dei vecchi schemi. Vorrei vedere i tantissimi ragazzi che ho conosciuto in questi mesi, dei DS, della Margherita, del PD, avere delle responsabilità. Voglio vederli coinvolti nelle decisioni del partito. E voglio vedere questo partito avere coraggio, anche di guidare il Paese vero il cambiamento.

 

Il ricambio porterebbe nuovo entusiasmo, ci farebbe ripopolare i circoli, scendere in strada ad ascoltare la gente come ha fatto la Lega, come ha fatto AN a Roma in questi anni.

 

Infine mi piacerebbe che il mio circolo e così gli ospiti illustri che oggi sono presenti e con i quali mi scuso di nuovo per l’assenza, ma purtroppo non potevo assentarmi dal lavoro per esserci, aderisse al Gay Pride romano.

Come sapete di recente ho scritto ad Alemanno per invitarlo al Gay Pride. Spero non ci sia bisogno nemmeno di chiederlo al mio partito, ricordando che non è la pagliacciata che alcune televisioni vorrebbero fare credere, ma una manifestazione che chiede pari diritti e pari dignità, già patrocinata tra l’altro dalla provincia di Roma, guidata da Nicola Zingaretti (che era il mio candidato sindaco!).

Solo ieri un giovane di 24 anni è stato aggredito a Roma dopo il raid neonazista al Pigneto. Io ritengo che un partito coraggioso, progressista, che guarda all’’Europa non possa non sfilare accanto al popolo omosessuale italiano.

Se non abbiamo il coraggio di distinguerci dalla destra o da certi estremismi religiosi che ancora considerano l’omosessualità una malattia saremmo un partito reazionario e difficilmente potremmo rappresentare una speranza per le future generazioni.

 

Un caro saluto a tutti i democratici presenti.

Il vero colpevole.

Pubblicato qui

Quando mi chiedono l’ennesimo commento sull’ultima aggressione ai danni di un omosessuale (stavolta è stato un padre ad accoltellare il figlio diciottenne perché omosessuale, ma solo l’altra notte un giovane giornalista di deegay.it è stato picchiato e gli è stato intimato di occuparsi di altro) non posso fare a meno di ascoltare lo sconforto dei giornalisti che mi telefonano. Oggi è stata la volta di Aprile, la settimana scorsa una giornalista de La Stampa. 

L’idea è che la vittoria della destra e la vittoria di Alemanno a Roma in qualche modo giustifichi un certo tipo di squadrismo, consenta alle coscienze di bruciare un campo Rom o di picchiare un omosessuale.

Io non sono d’accordo. E’ troppo comodo metterla così, è il solito giochino delle parti.

La verità è molto più profonda e molto più dolorosa.

 Prendiamo gli oggetti della violenza di questi giorni: Rom e omosessuali. Non ebrei. E sapete perché? Perché se oggi aggredissero a Roma un ragazzo ebreo domani mattina i giornali di destra e di sinistra sarebbero colmi di editoriali contro l’antisemistismo. La violenza fisica oggi è solo l’effetto di una certa cultura omofoba e strisciante che si fa largo nel Paese. Oggi nessuno rilascerebbe più dichiarazioni sulla presunta inferiorità della razza ebraica. Però il ministro delle Pari Opportunità si permette di dire che non esiste discriminazione contro gli omosessuali e che il GayPride è una parata mascherata. Esponenti di centro sinistra, debitamente ricandidati, sostengono che l’omosessualità sia una malattia. Moltissimi sono contrari al riconoscimento della famiglie omosessuali, e moltissimi sono esponenti del centro sinistra, di quella componente politica che dovrebbe dirsi e agirsi come progressista, come avanzata, come europea.

Il silenzio della politica e della stampa (che riporta gli eventi in cronaca e non inizia un processo di analisi socio-culturale) è il primo colpevole. E’ colpevole perché permette al pregiudizio di dilagare nelle scuole, nelle famiglie e per le strade. E’ colpevole perché non offre una direzione, non offre una visione differente da quella razzista.

La cultura omofoba ci sta entrando nel sangue, così come l’antisemitismo ha strisciato nel popolo tedesco negli anni del nazismo. Perché tutti tacevano. Perché tutti pensavano che un po’ di ragione ci fosse ad avercela con il popolo ebraico.

Mi fanno meno paura le esternazioni dei leghisti sui culattoni del silenzio tragico dei dirigenti del mio partito o di tanti editorialisti che si definiscono progressisti. Non basta qualche dichiarazione del ministro ombra delle pari opportunità. Non basta il coraggio di quello che era il mio candidato a sindaco di Roma. Non basta lo sforzo sovrumano e solitario di Paola Concia, rimasta l’unica a rappresentare la nostra comunità, come se si dovesse per forza essere gay per avere a cuore la questione.

Quando gli operai rispondono che votano Lega perché la sinistra ha pensato troppo ai froci (fosse vero almeno!) e la sinistra tace, cosa dobbiamo pensare? Che ritiene di non dover parlare di omosessualità perché il Paese non lo gradisce?

E’ necessaria una forte presa di posizione delle forze progressiste del Paese, uno sforzo sovrumano di coraggio. Per esempio sfilando accanto alla comunità omosessuale senza se e senza ma al Gay Pride, senza distinguo. Esserci e basta.

p.s. Consiglio a tutti la visione del film V per Vendetta.

 

 

 

 

Cattive notizie.

Aggredito Christian Floris di Deegay.it.

Per me c’è sempre un solo colpevole. Ed è il silenzio tutto intorno.

In my Place.

Quando Sonia della Taverna del Campo (il locale che fa angolo tra Campo dei Fiori e la strada che la unisce a piazza Farnese) mi versa il prosecco, mi abbraccia, mi racconta dei luoghi e delle persone e dei sogni, di quello che è stato e di quello che sarà, mi sento a casa. Sonia è davvero un punto di riferimento ed io ho capito di averne bisogno. Dei punti. Dei luoghi. Di posti fissi e persone che restano. Come fotografie.

Buona parte del libro#2 si svolge tra la Taverna del Campo e i sedili di marmo di piazza Farnese, il luogo della laicità, così vicino alla statua di Giordano Bruno, il dissidente. Me lo sono ricordato oggi, come se non lo avessi fatto apposta.

Il luogo che più di ogni altro per me è Roma. Il luogo della manifestazioni per i PACS, delle bevute seduti a bordo della fontana, dei fiori una mattina importante, degli appuntamenti ed egli aperitivi quando ancora non andavano di moda.

Dopo un minuto, incontro Silvio Muccino, gli faccio un buffetto, lo prendo un pò in giro per la vanità del suo ultimo film, mi dice che non sono la prima a  dirglielo.

Mi fa: E allora Moretti?

E io: beh, è un narcisismo più intellettuale, no? Quello del tuo film era più fisico.

E lui, ridendo: Beh, c’era una bella fotografia.

Ma d’altronde tra super-io ci si capisce fin troppo bene. Ahimé.

Compriamo la locandina dello stesso film (In to The Wild), io per fare un regalo, lui per sé. Gli chiedo se ha sentito l’imitazione di lui che fa Fiorello, poi ci abbracciamo e ci facciamo gli auguri per tutto. E’ un bravo pischello.

Ed anche oggi ci ho bevuto su.

Epurazioni.

15 febbraio 1950. “Cesare Pavese non è un buon compagno”.

dicembre 1947. “Il Politecnico” cessava la pubblicazione. Elio Vittorini qualche anno dopo abbandonò il PCI e Togliatti lo salutò con un articolo che recitava “Vittorini se né ghiuto e soli ci ha lasciato”, la cui grevità colpì anche i molti che militavano in quell’area. Ironia della sorte il primo ad attaccare Vittorini, intellettuale non allineato al partito, si chiamava Mario Alicata.

29 ottobre 1949. L’Unità dà la notizia dell’espulsione dal PCI di PierPaolo Pasolini: “Prendiamo spunto dai fatti che hanno determinato un grave provvedimento disciplinare a carico del poeta Pasolini per denunciare ancora una volta le deleterie influenze di certe correnti ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre, di altrettanti decadenti poeti e letterati, che si vogliono atteggiare a progressisti, ma che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti della degenerazione borghese”

Cazzo, quasi quasi vorrei sentirmi in buona compagnia. Se solo imparassi a scrivere. Nel frattempo state tranquilli. Lo stalinismo è tra noi e ha colpito ancora.

Nota a margine: il dissenso non è esercizio, è disperazione. Disperazione contro i muri. Il dissenso costruisce il consenso, il dissenso è democrazia. Il silenzio e l’obbedienza fanno implodere i luoghi. Costruiscono muri. Sono i compagni della solitudine. Politica. La loro. Io sono in buona compagnia.

Dettagli

Ci vuole scienza, ci vuol coscienza a non abbottonarsi mai i polsini della camicia, nemmeno sotto il gessato, nemmeno ad un matrimonio.

Un mio amico filosofo direbbe che è incontinenza della vita. O ingordigia di aria e di tutto il resto.

Scrivo sul libro#2:

[...] mi piacciono le cose larghe, che abbracciano: i piedi la terra e le mani l’aria e altre mani.

p.s. Stasera prima riunione del tavolo GLBT del PD dopo le elezioni. Al Loft. Vi aggiorno.

Il mio intervento al tavolo GLBT del PD

Ve lo posto in diretta…mentre ascolto gli interventi degli altri.

Il tavolo GLBT del Partito Democratico:

 

 

1)     deve esistere perchè, anche alla luce della situazione politica attuale, è una frontiera di visibilità irrinunciabile che ci pone davanti ad enormi responsabilità a causa della nostra solitudine nella rappresentanza. Sarebbe una pessima mossa nei confronti della comunità liquefarci in un altro soggetto più ampio e che perda la sua connotazione. Nessuno di noi vuole e desidera un ghetto all’interno del partito. Ma non possiamo privare il Paese di questa visibilità. Perché la visibilità è l’essenza stessa della politica GLBT.

 

2)     Deve crescere internamente (in termini qualitativi e quantitativi) per diventare riferimento autorevole di Paola e comunque di tutto il partito. Deve creare visibilità e consenso nei confronti dell’azione politica di Paola e del partito su certi temi. Per fare questo è necessario che ci siano persone che ci lavorano in modo dedicato.

 

 

3)     Deve radicarsi all’interno del partito come una realtà irrinunciabile e indiscutibile e deve essere riconosciuto. Deve creare le condizioni di dibattito interno al partito. La questione GLBT non deve essere solo nostro appannaggio, ma deve essere una battaglia del partito. Zapatero non è gay, ma è in questi anni il nostro miglior combattente.

 

4)     Deve avere una piattaforma che, come avevamo già concordato, dica pari diritti, pari dignità. Perché anche noi, gay del PD dobbiamo avere chiaro quale sia l’obj, seppure con i distinguo che l’agenda politica ci imporrà. Appoggeremo certamente qualsiasi norma migliorativa sapendo che finché non avremo ciò che ci spetta di diritto non saremo mai contenti. Questo deve apparire nella nostra azione politica. Non possiamo e non potremo mai apparire come collaborazionisti di compromessi al ribasso sulla pelle della nostra comunità.

 

 

5)     Deve fare una politica trasparente e visibile. La comunità deve avere sotto gli occhi le nostre battaglie in modo chiaro, anche quando le perderemo. Questo crea consenso intorno a noi, ci darà forza, ci farà avere l’appoggio esterno per essere ancora più forti internamente. E’ fuori dal partito che dobbiamo ottenere consenso, e questo farà bene anche al partito. 

 

PROPOSTA.

 

Organizzare un incontro pubblico prima delle fine di luglio in cui invitare tutte le persone interne al partito o vicine al partito, che vogliono essere coinvolte in questo progetto. Aprire le consultazioni sui candidati al ruolo di portavoce ed anche ad altre funzioni (es. ufficio stampa, comunicazione, organizzazione eventi, portavoce regionali, webmaster di un sito dedicato).

Entro settembre eleggere i due portavoce.

 

VARIE.

 

Patrocino Gay Pride da parte del PD. Costringere una risposta (una politica?) chiara, adesso. Non siamo in campagna elettorale, abbiamo davanti 5 anni di destra e dobbiamo fare capire subito al partito qual è la musica che vogliamo sentire tra 5 anni. Chiudersi ora, internamente, significherebbe ancora una volta non capire il Paese, in questo caso la nostra comunità.

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