NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE

nemmeno costruendo una canoa.

Archivi per il mese di “agosto, 2008”

Gli omosessuali Colombiani…disturbati che si ammazzano tra di loro.

Inquietante leggere il Corriere della Sera di oggi. Sembra che in un solo anno ci siano stati a Bogotà circa 67 omicidi tra gay, lesbiche e trans. Che ovviamente restano impuniti e sono considerati maturati in un ambiente disturbato. Leggete qui.

E se non vi basta la Columbia trasferitevi anche in un carcere italiano, cliccando qui.

Vado a comprarmi la bicicletta al mercato di Porta Palazzo così evito di vomitare la colazione.

Amo questa donna.

Se non lo avete letto, l’editoriale di Concita De Gregorio, leggetelo e innamoratevi anche voi.

In particolare:

“[...] mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno [...]“

LO TROVATE QUI.

Magie di pietra.

In questi ultimi sette giorni è successo qualcosa.

E’ successo che le pietre sono diventate parole. Anche malgrado la pietra a punta che ho di nuovo nell’orecchio.

E’ successo che prima di partire ho dato da leggere il mio secondo libro a un pò di persone.

E quando finisci un libro che ti è stato lì, appoggiato - e naufrago – addosso per tre anni, che ha girato con te mezza Italia, tre città, non so quanti tavolini d’albergo e scrivanie e parquet e marmi, che ha visto la neve e la pioggia, il mare, il sole e persino la nebbia, beh, ti senti un pò svuotato, un pò orfano, un pò impoverito di una cosa tua che diventa anche di altri, non ti appartiene più come quando è una tua creatura da plasmare.

Così, pensavo, chissà quando mi ci rimetterò a scrivere un libro e chissà di cosa scriverò e di chi. Chissà, se sarò in grado di scriverlo un altro libro poi, pensavo. Perchè poi uno scrive della vita e dei respiri, del fiato, dei sogni, dei dolori di quelli che gli passano accanto ed anche di quelli che invece restano per sempre. E mi sembrava di avere messo dentro questo libro tutto, di averci messo una generazione intera, come se avessi scritto un possibile diario di quanto mi sta intorno, inventando, questo sì, ma nella sfera del possibile, dell’accadibile.

Svuotando l’intorno di spunti e mi sembrava di averli usati tutti, ma proprio tutti.

E invece mentre qualcuna delle persone a cui lo ho mandato è a metà o non lo ha nemmeno incominciato…beh, io ne ho scritto un altro.

E non è che l’ho cominciato.

L’ho già finito. Sono 130 pagine scritte in pieno delirio e sotto l’uso di antiinfiammatori.

Devo scrivere ancora una pagina, forse due. 

Me la tengo per un altro luogo. Anche lui deve essere un pò vagabondo e conoscere un pò il mondo prima di andare via.

L’Unità, Concita De Gregorio e il compagno Travaglio

Come alcuni di voi sapranno dal 22 agosto alla guida de L’Unità è stata da poco nominata Concita De Gregorio, penna di rilievo di Repubblica, nonché donna dotata di una sensibilità non comune. Qualche dettaglio riassuntivo lo trovate qui.

Credo di aver saputo di questo cambio della guardia, qualche mese fa, non mi ricordo più nemmeno da chi e di avere pensato che sarebbe stato troppo bello per essere vero. La prima direttrice donna di un grande giornale, oltretutto quello di cui il fratello di mio nonno (tal Mario Alicata, quello della polemica con Elio Vittorini) è stato direttore prima di morire.

Non compro l’Unità da un’infinità di tempo, non perchè non mi piaccia come giornale, ma perchè mi sembra da anni (dalla gestione Veltroni, in effetti) vetusto e concentrato sulle beghe del partito, prima PDS, poi DS ora PD, nonchè di formato scomodissimo, tanto che se fossi Concita la prima cosa che farei sarebbe importare il formato di Repubblica e rendere l’Unità sfogliabile anche in spiaggia e non solo in sezione. Sarebbe un tocco radical-chic che sarebbe apprezzato anche dalla base (è una battuta al miele, non al vetriolo).

So bene anche che è sull’Unità che avvengono molti dibattiti interni al PD e come iscritta al PD dovrei leggermelo fino all’ultima riga ogni giorno. Il fatto è che riesco ancora a fare quell’enorme sforzo di leggere un giornale come se fossi un semplice cittadino e mi annoio a leggere pagine e pagine di polemiche: le correnti sì, le correnti no, Red, la Cosa Bianca, quell’altra a Pois, ecc. Vogliamo parlare sull’Unità dei problemi del Paese o dell’unghia incarnita di quel consigliere comunale che non si capisce bene da dove viene…che dice giustamente il mio amico Paolo Masini, il prossimo che nel PD mi chiede da dove vengo e non cosa voglio fare lo mando a fare in culo (lui non usa questo linguaggio, io sì).

C’è qualcuno che legge ancora l’Unità senza essere un fervente militante ex pds, ex ds, actually PD?

Dubito.

C’è ancora qualche giovane studente che cammina con in tasca l’Unità, come faceva Guccini e come facevamo io e Silvia quando giravamo per Roma?

Dubito.

Non ritengo nemmeno che la colpa sia di Padellaro o di Colombo, gli ultimi due direttori, anche se qualcosa da dire sulla guerra Santa a Berlusconi ce l’avrei…a cosa serve dico, se tanto a leggere quel giornale eravamo solo noi?

Prima diventa il giornale molti, soprattutto vari, poi usa il tuo status di giornale per dire la verità, o per lo meno la tua verità. Altrimenti è come gridare in sezione, e non farsi sentire nemmeno dagli abitanti del palazzo di fronte. (Inutilità?)

E’ innegabile che l’Unità (che poi è il problema dello stesso PD) debba finire di essere il bollettino del partito per il partito e debba diventare un giornale che parla a quel pezzo di paese che il partito vuole rappresentare. L’Unità ha lo stesso problema degli incontri tra dirigenti del PD: si parla del partito e non si parla del Paese, in una specie di spirale diabolico-ideologica, per cui alla maniera del vecchio PCI, prima il partito, poi donne e bambini.

In questo momento, la scelta del CDA, caduta su Concita, sembra andare proprio in quella direzione. Una persona che viene da fuori, che ha fatto esperienza in un grande giornale democratico (con alcuni scivoloni degli ultimi tempi, ma glielo possiamo perdonare) e repubblicano, un giornale che ha avuto in questi anni, o ha tentato di avere, uno sguardo ampio e liberale, plurale.

Una persona che ha lo sguardo sgombro dalle beghe interne e sul mondo. Lucida.

L’utilizzo dei mezzi d’informazione è qualcosa che dobbiamo imparare dal nostro avversario. Dal nostro avversario dobbiamo imparare a parlare al Paese, non solo agli iscritti al PD e penso che una persona come Concita De Gregorio possa farlo. Sarà un processo difficilissimo e Concita incontrerà certamente tante resistenze interne e ostacoli vetusti di matrice ideologica. Dovrà, oltre che dare una linea editoriale insieme all’editore, costruire fiducia internamente e gestire il cuore antico e pulsante di un giornale che ha quasi un secolo.

No, non vi dirò che siccome è donna saprà farlo meglio. Lo penso, ma non ve lo dico. So che è così, ma non posso dirvelo.

Concita dovrà, in poche parole fare il manager: leadership e vision.

Scusate se la butto così, sui termini aziendali, ma è così.

Non capisco Travaglio perchè si lamenta e perchè non capisce la questione sulla multimedialità. A parte che da che mondo e mondo i cambi della guardia nelle aziende o ovunque, sono accompagnati da comunicati stampa di evidente circostanza. E soprattutto è normale fare un’azione, anche di immagine, come quella di mettere una penna come Concita a fare il direttore, in un momento in cui le vendite non vanno benissimo. Davvero non capisco perchè è riuscito a fare polemica in questa occasione, rischiando di inficiare polemiche e denuncie ben più importanti di cui si fa portatore.

A Concita De Gregorio i miei migliori auguri. Sto pensando addirittura di fare l’abbonamento.

p.s. pensate che le portai il mio libro e lei non l’ha mai recensito. Eppure le ho tenuto il muso una settimana (nel senso che non volevo leggerla più) e poi ho ricominciato.

LE FOTO DI PANTELLERIA

Qualche giorno fa un lettore (o lettrice?) mi ha chiesto le foto di Pantelleria perchè, mi ha detto, ci ha passato 5 anni della sua infanzia. Questa cosa mi ha commosso e quindi l’accontento. Ovviamente è una selezione di foto dell’isola, non sono le foto della vacanza che invece stanno viaggiando sul canale privato.

Andateci su quest’Isola, vi si pianta nel cuore e al ritorno avrete il Mal d’Africa. Ho promesso ad Enrico che avrei fatto pubblicità al suo Dammuso, che è quello dove noi abbiamo dormito. E’ in un posto tranquillo tra Scauri e Rekhalé. Dà sul tramonto e potete passeggiare nudi e farvi la doccia all’aperto.  Potete contattare Enrico chiamandolo al 3389404919. Le foto del Dammuso le trovate tra le prime foto qui sotto. Per mangiare andate alla Trattoria a Scauri, poco famoso e ottimo. Fanno un polipo grigliato da leccarsi baffi e vibrisse. D’estate dovete prenotare allo 0923916101.

Accanto alla Trattoria c’è U Friscu dove fanno il Mojito e il Daiquiri più buoni che alla Drogheria di piazza Vittorio e da Freni e Frizioni a Trastevere.

p.s. mi fa piacere conoscere la storia di chi è stato sull’Isola Nera per così tanto tempo e da piccolo. Se ripassi, me la racconti?

QUI TROVATE LE FOTO DI PANTELLERIA.

Alemanno e gli Olandesi incoscienti.

Due olandesi si accampano dietro una baracca di pastori a Ponte Galeria, vengono aggrediti, lei stuprata. Alemanno dichiara: si sono accampati in un posto non sicuro, quindi sono responsabili di quanto accaduto. Potete leggere tutto qui.

Vero è che nessuno di noi si sarebbe mai accampato in quel posto schifoso. Ma vero è che se io mi fossi accampata nei dintorni di Amsterdam la polizia olandese mi avrebbe acchiappato per un orecchio e invitato a pagarmi un campeggio.

Alemanno è scivolato nella sua più enorme gaffe da quando è sindaco di Roma. La città non può essere sicura solo dove lo decide il sindaco o qualcun altro per lui. Questo atteggiamento evoca quell’ordine e disciplina di fascista memoria: statevene nelle righe ben definite, a nanna all’ora giusta e non vi succederà niente. Mai sentito parlato del concetto di libertà?

La città deve essere sicura dappertutto, nel senso che che deve essere presidiata, che non significa militarizzata.

Ieri c’erano sia l’esercito che i carabinieri ad attenderci fuori dalla stazione Trastevere, in una sera di agosto in cui tra autobus, turisti, passeggeri dei treni e vetture parcheggiate sembrava di stare al mercato di Porta Portese la domenica mattina. Operazione di marketing? Mi sa tanto di sì. Più gente li vede, più gente ha la percezione della sicurezza. Già la percezione…concetto che chi fa marketing conosce bene.

Come mai a Ponte Galeria c’erano dei clandestini con il foglio di via? Come mai nelle periferie romane ci sono dei ruderi abitati al limite delle condizioni igeniche? I pastori alle porte di Roma? Hanno una licenza? E’ legale la pastorizia nei quartieri romani? Io non posso nemmeno mettermi una gallina in giardino per avere l’ovetto fresco!

Non servono, cari Alemanno&Co, pacchetti per la sicurezza. Serve che i carabinieri, l’esercito, le suore, i preti, chi diavolo volete li mandate dove serve, non a passeggiare nelle piazze affollate a fare rispettare le leggi che già ci sono. Accanto alla gente che davvero vive in condizioni pietose. Tanto nei nostri appartamenti di ricchi continuano a rubare. Tranquilli.

Domenico Riso: il disastro delle parole

Ho la casella mail piena di mail di associazioni GLBT, di singoli militanti, di tanti di noi in merito alla questione di Domenico Riso (lo stewart morto nell’incidente aereo a Madrid con il compagno e il figlio). Prima i media hanno trattato la cosa in modo ridicolo ed ipocrita, poi Grillini si è incazzato e alla fine Francesco Merlo ci ha scritto su un editoriale, forse il peggiore di Repubblica, da quando leggo questo giornale, come gli manda giustamente a dire Sciltian, qui.

L’articolo di Francesco Merlo è effettivamente un delirio di inopportunità. Potete leggerlo qui.

Se Domenico fosse stato con la compagna o con la di lui moglie, il paese avrebbe pianto una famiglia e non un individuo. Nessun parente avrebbe detto di non voler parlare, ma si sarebbe rotolato per terra di dolore per quel povero bambino che Domenico, forse, amava come un figlio. Nessun giornale avrebbe scritto che Domenico era con un amica o con una coinquilina e il di lei figlio. Semplice. Cristallino. Banale.

Il vero disastro su Domenico è stato di parole. Come dice Giuseppina La Delfa, presidente di Famiglie Arcobaleno: Se dovessi morire domani, vorrei che si piangesse la mia compagna da 26 anni, vorrei che si piangesse sul dolore di mia figlia che avrà perso una delle sue madri ; se dovessimo morire tutte e tre domani, vorrei e chiedo che si desse dignità alla mia famiglia, all’amore che abbiamo costruito in quegli anni, all’impegno che ci mettiamo giorno per giorno per vivere serene e felici. Non parlate di sesso, per favore, questo è un affare privato che riguarda solo me e la mia compagna.

Il tutto, come ricorda a tutti noi Aurelio Mancuso, continua oggi su Repubblica in cui ci sono state due repliche ma un altrettanto assurdo commento di Merlo.

Se solo, dico io, dicessimo le cose con il loro nome e basta e chi usa le parole capisse che tutta la questione intorno a noi è questione di parole e di definizione e di visibilità. Ma ci vuole tanto? 

Troppo pudore quando si parla di gay

Luigi Valeri, Bologna

L’omofobia è un’ossessione dell’Arcigay, scrive Francesco Merlo su Repubblica di sabato 23 agosto. Vero. Come l’olocausto è un’ossessione degli ebrei, il razzismo delle minoranze etniche, la libertà di culto delle minoranze religiose, le pari opportunità delle donne. È chi fa parte delle maggioranze prospere e sane a porsi il problema solo quando ci scappa il morto. Se l’unica vittima italiana del disastro aereo di Madrid fosse stata una donna, “l’hostess italiana morta, insieme al compagno francese e al suo figlioletto” si sarebbe detto. Nel caso del povero steward si è inizialmente scritto al limite che viaggiava con un amico (sic!). Il problema non è ovviamente la sessualità delle vittime della tragedia. Il problema è il pudore che in Italia si ha ancora a parlare apertamente delle relazioni familiari delle persone gay e lesbiche. L’orientamento sessuale è molto più che una questione di lenzuola e gusti erotici. Per molti di noi ha piuttosto a che fare con le persone con cui scegliamo di costruire la nostra vita. Per questo non lo si considera un affare esclusivamente privato nel caso degli eterosessuali, e per questo non lo è nemmeno per gli omosessuali.

 

Steward morto, la sua era una famiglia normale

Franco Grillini Presidente Gaynet

Ho letto con un certo stupore la requisitoria di Francesco Merlo, nell’articolo pubblicato ieri, contro il sottoscritto e contro l’Arcigay, colpevoli di aver notato nell’immane disastro della Spanair solo la morte di due omosessuali che stavano assieme. Merlo non deve aver letto i giornali o ascoltato tutti i Tg perché in Italia si è parlato soprattutto della vittima italiana dell’incidente aereo. Per sensibilità verso i familiari abbiamo taciuto per ben 2 giorni, ma quando un grande quotidiano nazionale ha finalmente parlato in modo esplicito dello steward e del suo “compagno” abbiamo fatto notare i due pesi e le due misure usati da quasi tutta la stampa nazionale, quella “progressista” compresa. E cioè se si tratta del povero architetto ammazzato da un prostituto romeno, allora si scatena la bassa macelleria della cronaca nera: si parla di “omicidio gay”, di “ambienti omosessuali”, addirittura di “festini gay”, tralasciando in questo caso ogni riguardo verso la famiglia della vittima. Il poveretto è stato massacrato due volte ma di questo e di altre tragedie, del “camposanto” gay (morti ammazzati, suicidi, mancata prevenzione sanitaria e via dicendo) a Merlo poco importa. E nemmeno importa il nocciolo del nostro ragionamento che non era tanto l’identità omosessuale dello steward quanto il pubblico riconoscimento dell’esistenza della sua famiglia. Si è parlato di tante vedove, di tanti vedovi, di molti figli rimasti soli, di un sacco di genitori piangenti. Si è parlato di famiglie disperate, e guarda caso erano tutte famiglie splendidamente eterosessuali. Sulla famiglia di Domenico, nemmeno una parola. Sui suoi sogni, i suoi progetti di vita, sull’impegno che lui e il suo compagno avevano profuso nel crescere insieme un figlio: nulla, silenzio. Quella era una famiglia a tutto tondo, Domenico aveva un partner e un figlio come ne abbiamo in tanti. Non davano scandalo a nessuno a Parigi, ma siccome era, a Parigi per l’appunto, una famiglia “normale” che conduceva una vita normale, allora in Italia non lo si può dire. Zitti, i gay non hanno famiglie normali, anzi, non possono nemmeno avere famiglia, ma solo “torbidi ambienti omosessuali”. Non possiamo proprio accettarlo.

Ecco il commento di Merlo

Sulla base di un assoluto diritto di proprietà dell’argomento lei continua a trarre rendita dai morti, architetti o steward che siano. Il riconoscimento dei sacrosanti diritti dei gay passa anche per la liberazione dai ‘rentiers’ ideologici. (f.m.)

Repubblica è stata inondata di lettere di protesta. Io ho proposto a tutti di acquistare una pagina proprio su repubblica, il giorno del funerale di Domenico (mi chiedo se verranno seppelliti insieme, per esempio, ma ne dubito), una pagina per salutare una famiglia che se ne è andata in un disastro aereo, uccisa due volte. Ecco perchè non parliamo degli altri 153, caro Merlo. Perchè quelli sono morti una volta sola. Tutto qui.

La cosa che mi turba è che siamo tornati indietro. L’anno scorso chiedevamo leggi. Oggi chiediamo parole e definizioni. E se qualcuno non le usa per non offendere i vivi. Ha un problema.

Ciao Presidé

 

Te sarei venuta a salutà si nun fossi stata così lontano.

Te sei quer nonnetto che ce teneva tutti vicino

eri quello che se ribellava e je l’hanno puro fatta pagà per n’paro d’anni

ché quella festa a Circo Massimo ha fatto rosicà non poco tutti quanti

Ma chi ce l’ha un tifo così?

E non è perchè siamo la Capitale

E’ perchè hai fatto una squadra con amore,

perchè c’hai messo dentro tanta Roma…mica solo gli stranieri solo per vince.

La Roma siamo noi, semo i ragazzini che giocamo pè strada…

Altro che stile Moggi

O i mijoni der Berlusca

O quell’altro…come se chiama…

quello che janno dato er giochino per nun faje fa danno…quello dell’Inter.

Hai fatto de quattro ragazzetti dei campioni che nemmeno quando l’ha chiamati il Real se ne sò annati. Ma come se fa ad annassene da Roma? Lo capisce pure un regazzino.

Nun devi manco colorà il cielo di Roma…quello è gia giallo rosso per grazia degli dei.

Ciao Presidè.

La Storia di Vulcano e Venere – Diario di Viaggio di uno Yankee sull’Isola Nera – #2

Questa storia fa parte della mitologia classica ma non ve l’hanno mai raccontata perché la mitologia non dovrebbe avere tempo e potrebbe essere inventata anche oggi, nel XXI secolo per spiegare la forma di un’isola o l’esistenza di un lago.

Io sono Vulcano e questa è la mia storia. Non spaventatevi.

Quando nacqui ero nero. Beh, veramente sono nero pure adesso. Comunque quando nacqui ero così nero e storto e brutto che mio padre mi diede un calcio, un calcio così forte che finii dentro una grotta tra L’Africa e l’Italia. Un giorno la terra dentro cui c’era la mia grotta emerse e io me ne stetti lì qualche migliaia di anni a fare le mie cose, chessò tirare pietre verso sud e farne un mucchio così alto da fare una catena montuosa o scavare un canale per non dovere fare tutto il giro fino in cima e staccare la Sicilia dall’Italia.

Comunque un giorno me ne stavo sdraiato grosso com’ero sulla mia Isola e arrivò lei. Non si accorse di me. Io ero così grosso da poter sembrare un’altopiano e quindi non esistere. Stavo sdraiato a quattro di bastoni sulla mia Isola, tanto c’ero solo io. Quel giorno faceva caldo e per rinfrescarmi mi ero messo dell’acqua sulla schiena, lì dove le vertebre finiscono e iniziano.

E lei mi naufragò addosso e poi si venne a specchiare lì.

Ero così storto, anche dopo migliaia di anni che potei vederla anche da quella posizione. Era bellissima. La pelle colore dell’ambra che a me poteva sembrare bianca per quanto ero nero. Era piccola, ma forse no, ero io che ero grande. Aveva i capelli lunghi e biondi, con una mano l’avrei contenuta. La mia mano nera.

Mia madre, prima che mio padre mi buttasse giù dall’Olimpo, disse una cosa, l’unica cosa che io avevo sentito in quelle migliaia di anni passati sulla mia Isola: “Tu figlio mio sei troppo. E sarai sempre troppo per tutti.”

Non dissi nulla. No, non a mia madre. A lei. E lei era Venere ed io lo sapevo perché me lo dissero i pesci di cui parlavo la lingua. Restai immobile a guardarla. E così per centinaia e centinaia di anni. Lei veniva spesso, i pesci mi avvertivano ed io prima che arrivasse mi mettevo in quella posizione, l’acqua a fare un piccolo lago sulla mia schiena, lei si appoggiava su quella che per lei era un declivio ed invece era la mia schiena.

Mentre lei si specchiava mi guardava, ma io nei secoli cominciai a pensare che lei, guardandomi, si specchiasse.

Così un giorno lei tornò, i pesci mi avvertirono ed io mi feci trovare seduto, le ginocchia raccolte e all’improvviso sull’Isola c’era una montagna nera e non c‘era più il laghetto. Lei si guardò intorno smarrita e poi mi guardò. Mi guardò perché prima non c’ero, o meglio, lei non sapeva che ci fossi.

Così parlai. Ma erano migliaia di anni che non parlavo e così dalla mia bocca uscì una voce tuonante e forte che fece tremare tutto. Fu il primo terremoto che il mediterraneo ricordi. Creta si staccò dalla Grecia e l’Africa si unì all’Asia, lì dove ora l’Uomo ha scavato il canale di Suez. Fu la prima volta che parlai con la mia amata. Lei si scosse un pò, ma era una Dea, così restò lì dov’era, si scotolò solo un po’ di polvere dai seni perfetti e mi guardò bene.

“E tu chi sei?” Mi chiese. Considerate che io ero almeno cento volte più grande di lei, ma lei sembrava non avere paura così io mi innamorai.

“Io sono Vulcano.” Dissi. E la Groenlandia si staccò dal Polo Nord.

“E il mio lago?” Chiese lei pettinandosi i capelli.

“Sono io.” Risposi. E l’Irlanda si staccò dalla Gran Bretagna.

“Ma non c’è più.” Fece lei.

“Dammi un bacio.” Dissi e un altro pezzo di Polo Nord si staccò e ora è quell’Isola che tutti chiamano Islanda. Lei si alzò e si arrampicò sulle mie ginocchia. Mi camminò sulla pancia e mi saltellò fin sotto la faccia. Avrei potuto mangiarla invece me ne stavo lì, ed anzi, per l’emozione cominciai a tremare e il Giappone si staccò dagli Stati Uniti e creò una faglia gigantesca nell’Oceano Pacifico. Mi baciò. Mi sfiorò appena l’enorme labbro nero inferiore ma io potei sentire lo stesso che le sue labbra erano umide e dolci. Io tirai un sospiro lunghissimo e la Luna cambiò il suo asse. A questo punto avrei dovuto aspettare che scendesse e rimettermi a quattro di bastoni sulla Isola e rimettere il laghetto e tutto il resto. Cosa mai avrei potuto avere di più, io, così brutto, così nero e così grosso.

Gliene chiesi un altro. Lei rise. La sua risata mi congelò il cuore.

Disse: “Due sono troppi e poi tu sei troppo grosso. Cosa me ne faccio di te se non specchiarmi nel tuo lago?”

Allora successe qualcosa.

Successe che per scaldarmi il cuore congelato dalle mie viscere venne fuori il fuoco. Tutta la Terra era immobile mentre dove eravamo noi l’acqua cominciò a ingrossarsi e intanto tutto il corpo si faceva in pezzi di fuoco, pezzi neri e colava sulla mia Isola. Lava infuocata mi scendeva addosso ed enormi pietre nere si alzarono nel cielo, oscurarono il Sole, e ricaddero sull’Isola e sulla Lava che intanto si raffreddava di colpo facendo fumo contro il Mare. IL mio corpo si liquefaceva e poi tornava a solidificarsi assumendo le forme del legno e le curve del cuore. Alla fine di me rimase una montagna più bassa di quella che ero seduto rannicchiato. Mentre mi facevo vulcano la vidi che piangeva e tra le lacrime, mentre morivo mi disse: “Ma non volevo questo. Non questo.”

Così, morente, fermai la lava, contrassi i muscoli che si stavano pietrificando e riuscii a raccogliere dell’acqua e metterla in una conca in cima alla montagna nera che stavo diventando. Così lei avrebbe avuto il suo laghetto su di me e avrebbe potuto amarmi come voleva.

Pantelleria è un’isola nera di origine vulcanica. In alcuni punti dell’Isola si sono formate delle vasche di acqua calda che dicono siano gli ultimi battiti del cuore innamorato di Vulcano. Sulla cima della Montagna Grande c’è un laghetto, detto il laghetto di Venere dove dicono la Dea torni a specchiarsi ogni tanto. Pantelleria è una Storia D’Amore che ognuno può raccontare come gli pare.

Giù le mani dal mio sindaco adottivo (Chiamparino)

Mi fa piacere che Uoltér abbia detto qualcosa qui e se siete su Facebook cercate Sergio Chiamparino e potete diventare suoi sostenitori.

Ci manca che ci perdiamo per strada i pezzi migliori poi di sto partito non rimane un cappero…giusto per dirvi che torno al mio isolamento pantesco.

p.s. Lo Zaino dello Yankee è arrivato.

Diario di uno Yankee nell’Isola Nera. #1

Sono due le cose che ti colpiscono gli occhi: il nero della pietra e la luce intensa dell’Africa. La seconda cosa passa per il naso ed è l’odore dell’aria: mare, fichi d’India, vento.

Ma bando alla Poesia.

 

Lo Yankee è abituato agli atterraggi Business. Quando il boeing atterra fragorosamente e frena in pochi metri già si rende conto di non dovere andare in ufficio di corsa, scende dall’aereo e invece di guardare l’orologio ( che detto tra noi non porta da parecchi mesi per principio emancipante) viene travolto dalla luce e dal nero e tira fuori la sua Nikon. Ha mentito sulla posizione dell’isola Nera, raccontando che fosse a nord della Sicilia, invece qui siamo più a sud di Tunisi. Africa. Bubbusettete!

Lo Yankee ha infilato nel suo zaino di studente i bermuda nuovi della Scorpion Bay, la polo nuova della Guru e l’infradito storico della Sandek. Vicino a questi simboli Yankee giacciono NON stirate le sue magliette preferite e la sua felpa color canna di fucile. La sua felpa preferita, per intenderci. Dentro anche la sua giacca a vento comprata al Rifugio con cui scia, attracca alle isole Araan, sta sotto la pioggia autunnale di NY, insomma la cosa con cui va dappertutto si sospetti esserci vento o pioggia. La maschera. Le pinne. Il boccaglio. Il pigiama, lo spazzolino e la maglietta di Abercrombie&Fitch comprata sulla Fifth Avenue (NY). Le scarpe a papera comprate a Losanna. I costumi. Le mutande. Direte: Ehi, Yankee, che cazzo ce ne frega di quello che avevi messo nello zaino. Raccontaci qualcosa di Pantelleria. Non so dicci dei capperi. O del passito. O dell’acqua color smeraldo.

 

Beh, lo Yankee è incazzato. E’ incazzato perché il suo zaino di studente è l’unica cosa che non è arrivata a Pantelleria. Provate a immaginare la sua reazione quando il nastro si è fermato, non giravano più né valigie, né trolley tanto meno zaini da studente e lui era rimasto solo a guardare il nastro.

 

Comunque lo Yankee Incazzato è stato raddolcito da un tramonto dal dammuso che ha prenotato via internet. Dal silenzio atavico che regna nei dintorni della sua dimora selvaggia, dal sapore puro dei capperi e dal pesce della cena e dai litri di passito che si sta bevendo per fare passare la nottata in attesa di ricongiungersi con il suo Zaino.

 

Nemmeno la bottiglia d’olio che si è rotta nel bauletto del catorcio 125cc che gli hanno noleggiato è riuscita a scalfirlo.

Navigazione degli articoli

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 213 follower

%d bloggers like this: