Questa storia fa parte della mitologia classica ma non ve l’hanno mai raccontata perché la mitologia non dovrebbe avere tempo e potrebbe essere inventata anche oggi, nel XXI secolo per spiegare la forma di un’isola o l’esistenza di un lago.
Io sono Vulcano e questa è la mia storia. Non spaventatevi.
Quando nacqui ero nero. Beh, veramente sono nero pure adesso. Comunque quando nacqui ero così nero e storto e brutto che mio padre mi diede un calcio, un calcio così forte che finii dentro una grotta tra L’Africa e l’Italia. Un giorno la terra dentro cui c’era la mia grotta emerse e io me ne stetti lì qualche migliaia di anni a fare le mie cose, chessò tirare pietre verso sud e farne un mucchio così alto da fare una catena montuosa o scavare un canale per non dovere fare tutto il giro fino in cima e staccare la Sicilia dall’Italia.
Comunque un giorno me ne stavo sdraiato grosso com’ero sulla mia Isola e arrivò lei. Non si accorse di me. Io ero così grosso da poter sembrare un’altopiano e quindi non esistere. Stavo sdraiato a quattro di bastoni sulla mia Isola, tanto c’ero solo io. Quel giorno faceva caldo e per rinfrescarmi mi ero messo dell’acqua sulla schiena, lì dove le vertebre finiscono e iniziano.
E lei mi naufragò addosso e poi si venne a specchiare lì.
Ero così storto, anche dopo migliaia di anni che potei vederla anche da quella posizione. Era bellissima. La pelle colore dell’ambra che a me poteva sembrare bianca per quanto ero nero. Era piccola, ma forse no, ero io che ero grande. Aveva i capelli lunghi e biondi, con una mano l’avrei contenuta. La mia mano nera.
Mia madre, prima che mio padre mi buttasse giù dall’Olimpo, disse una cosa, l’unica cosa che io avevo sentito in quelle migliaia di anni passati sulla mia Isola: “Tu figlio mio sei troppo. E sarai sempre troppo per tutti.”
Non dissi nulla. No, non a mia madre. A lei. E lei era Venere ed io lo sapevo perché me lo dissero i pesci di cui parlavo la lingua. Restai immobile a guardarla. E così per centinaia e centinaia di anni. Lei veniva spesso, i pesci mi avvertivano ed io prima che arrivasse mi mettevo in quella posizione, l’acqua a fare un piccolo lago sulla mia schiena, lei si appoggiava su quella che per lei era un declivio ed invece era la mia schiena.
Mentre lei si specchiava mi guardava, ma io nei secoli cominciai a pensare che lei, guardandomi, si specchiasse.
Così un giorno lei tornò, i pesci mi avvertirono ed io mi feci trovare seduto, le ginocchia raccolte e all’improvviso sull’Isola c’era una montagna nera e non c‘era più il laghetto. Lei si guardò intorno smarrita e poi mi guardò. Mi guardò perché prima non c’ero, o meglio, lei non sapeva che ci fossi.
Così parlai. Ma erano migliaia di anni che non parlavo e così dalla mia bocca uscì una voce tuonante e forte che fece tremare tutto. Fu il primo terremoto che il mediterraneo ricordi. Creta si staccò dalla Grecia e l’Africa si unì all’Asia, lì dove ora l’Uomo ha scavato il canale di Suez. Fu la prima volta che parlai con la mia amata. Lei si scosse un pò, ma era una Dea, così restò lì dov’era, si scotolò solo un po’ di polvere dai seni perfetti e mi guardò bene.
“E tu chi sei?” Mi chiese. Considerate che io ero almeno cento volte più grande di lei, ma lei sembrava non avere paura così io mi innamorai.
“Io sono Vulcano.” Dissi. E la Groenlandia si staccò dal Polo Nord.
“E il mio lago?” Chiese lei pettinandosi i capelli.
“Sono io.” Risposi. E l’Irlanda si staccò dalla Gran Bretagna.
“Ma non c’è più.” Fece lei.
“Dammi un bacio.” Dissi e un altro pezzo di Polo Nord si staccò e ora è quell’Isola che tutti chiamano Islanda. Lei si alzò e si arrampicò sulle mie ginocchia. Mi camminò sulla pancia e mi saltellò fin sotto la faccia. Avrei potuto mangiarla invece me ne stavo lì, ed anzi, per l’emozione cominciai a tremare e il Giappone si staccò dagli Stati Uniti e creò una faglia gigantesca nell’Oceano Pacifico. Mi baciò. Mi sfiorò appena l’enorme labbro nero inferiore ma io potei sentire lo stesso che le sue labbra erano umide e dolci. Io tirai un sospiro lunghissimo e la Luna cambiò il suo asse. A questo punto avrei dovuto aspettare che scendesse e rimettermi a quattro di bastoni sulla Isola e rimettere il laghetto e tutto il resto. Cosa mai avrei potuto avere di più, io, così brutto, così nero e così grosso.
Gliene chiesi un altro. Lei rise. La sua risata mi congelò il cuore.
Disse: “Due sono troppi e poi tu sei troppo grosso. Cosa me ne faccio di te se non specchiarmi nel tuo lago?”
Allora successe qualcosa.
Successe che per scaldarmi il cuore congelato dalle mie viscere venne fuori il fuoco. Tutta la Terra era immobile mentre dove eravamo noi l’acqua cominciò a ingrossarsi e intanto tutto il corpo si faceva in pezzi di fuoco, pezzi neri e colava sulla mia Isola. Lava infuocata mi scendeva addosso ed enormi pietre nere si alzarono nel cielo, oscurarono il Sole, e ricaddero sull’Isola e sulla Lava che intanto si raffreddava di colpo facendo fumo contro il Mare. IL mio corpo si liquefaceva e poi tornava a solidificarsi assumendo le forme del legno e le curve del cuore. Alla fine di me rimase una montagna più bassa di quella che ero seduto rannicchiato. Mentre mi facevo vulcano la vidi che piangeva e tra le lacrime, mentre morivo mi disse: “Ma non volevo questo. Non questo.”
Così, morente, fermai la lava, contrassi i muscoli che si stavano pietrificando e riuscii a raccogliere dell’acqua e metterla in una conca in cima alla montagna nera che stavo diventando. Così lei avrebbe avuto il suo laghetto su di me e avrebbe potuto amarmi come voleva.
Pantelleria è un’isola nera di origine vulcanica. In alcuni punti dell’Isola si sono formate delle vasche di acqua calda che dicono siano gli ultimi battiti del cuore innamorato di Vulcano. Sulla cima della Montagna Grande c’è un laghetto, detto il laghetto di Venere dove dicono la Dea torni a specchiarsi ogni tanto. Pantelleria è una Storia D’Amore che ognuno può raccontare come gli pare.
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