La gerarchia dei fiori.
Ma come. Non eri quello normale tu? Eppure il paese si è fermato. La zia dice che siccome da un po’ non riuscivi più a camminare te ne stavi seduto fuori dal cancello e parlavi con tutti quelli che passavano. Pare che ieri, durante la festa che si fa in paese da quasi duecento anni, la banda davanti al tuo cancello abbia smesso di suonare. Il paese era conciato a festa, nella notte hanno sgombrato la chiesa per il tuo funerale. Una sbornia che si accascia e finisce così. Con un funerale. Oggi passavi e i negozianti uscivano, si segnavano con la croce, poi dopo che eri passato, come se il carro funebre fosse uno spartiacque, una riflessione obbligata, tutto tornava al quotidiano, l’odore di pane da sfornare, l’olio delle panelle che cominciava a friggere per le colazioni di tarda mattinata. Un piccolo corteo ed io sono in mezzo agli ultimi, così, da qui, sento il racconto raccontato, come si è trasformata già, la narrazione da quando sei morto e su come sei morto.
Pare che Alessandro, quel ragazzo che hai ospitato perché il padre lo aveva buttato fuori di casa, nella notte di sabato abbia scavalcato il cancello, era ubriaco, per venirti a salutare, ma non disturbare nessuno. Così mio cugino che vegliava la salma ha improvvisamente pensato che ti fossi svegliato e si è messo a gridare, facendo quasi morire tutti quanti gli altri insieme a te, lui compreso.
Di quello che ha detto il parroco non ci ho capito un cazzo. Sembrava ubriaco, non si capiva se era commosso, se era assonnato, se era solo vecchio per la festa del giorno prima. Il suo assistente africano, segno evidente della globalizzazione clericale o del calo di vocazioni, ogni tanto si aggrottava, o forse sorrideva. Ad un certo punto ha solo detto: “Le donne soltanto sanno raccontare il dolore della doglie, ma tutti gli uomini sanno raccontare la speranza…” Non ho capito cosa significasse ma i versi della Bibbia “partorirai con dolore…” sono risuonati come una componente genetica e non sradicabile tra i banchi della piccola chiesa di mare. Sul banco dov’ero seduta una targa diceva: La famiglia XXXX, in memoria di XXXXX, disperso in mare, 1995. E’ un paese di pescatori e di villeggiatura, questo. I pescatori sono già tutti puliti e lavati a quest’ora, ti hanno salutato anche loro, tra i cani randagi e la gazzetta dello sport già sfogliata.
Il nostro banco, ironia, della sorte, è diventato il banco degli atei. Nessuno di noi muove un muscolo, si segna il viso all’inizio del vangelo, si inginocchia, risponde. Gloria a Dio nell’alto dei cieli.
E poi al cimitero si discute su quanti posti ancora ci sono, in questo cimitero affollato, dove ogni tomba contiene 5 o 6 feretri. Chi dice che c’è ancora un posto, dopo di te. Chi dice due. Un fatto è chiaro: posto per tutti quelli che sono lì a salutarti, non c’è. Mi chiedo se sono solo io a fare questo pensiero e se qualcuno desidera essere il prossimo per occupare quel posto. A mezzabocca confesso: “A me, crematemi.” E disperdetemi nel mare come a quello del banco della Chiesa. La cosa dei posti mi fa impressione e mi levo subito da mezzo alla discussione. Tua figlia contesta che su nessuna delle tombe di famiglia ci sono foto, io invece mi ritrovo assai in questa pietra nuda con scritto solo un cognome. Tutto intorno foto, dediche, che nessuno davvero avrà mai potuto scrivere e concepire tra i parenti dei defunti e faranno bella vista in qualche volume intitolato: “Frasi celebri da incidere nei marmi delle tombe.” Ad uso, consumo e business di qualche impresa di becchini.
Poi la tua tomba è chiusa, tua moglie non ha smesso un attimo di fumare sigarette, ci si è persino fatta il segno della croce con la sigaretta. Sei ricoperto di fiori e quindi decidiamo che non va bene, per i fiori, non ci sono abbastanza vasi e cominciamo a distribuire fiori sulle altre tombe di famiglia. Così ai miei nonni, alle zie, vanno i fiori immediatamente più belli dei tuoi e ai poveri bisnonni qualche avanzo. Ma è giusto così, la gerarchia dei fiori, è fresca, segue il dolore più fresco, fino ad arrivare a quelle morti che persino per i più vecchi sono state solo racconto d’infanzia.
Ho seguito il funerale con la valigia accanto perché non c’era tempo di andarla ad appoggiare in qualche posto e anche questo finisce per essere il corredo del mio personaggio. Io sono la leggenda da raccontare nella vostra vita normale e stabile e ferma in un posto. Gente, che non so chi sia, che si congratula con me, della mia carriera. Ma quale carriera, signora. Congratulazioni a lei che sta qui, da tutta una vita in questo posto, a respirare questo mare, a comprare il pane con i semini di sesamo sempre dallo stesso panettiere, a vedere morire i vicini di casa, a vedere crescere i figli ed ora a raccontare storie a nipotini. Io non ho il suo odore addosso, signora. Avrò l’odore di tanti posti, di mare e di montagna, di nebbia e di pioggia. Di aeroporti e, presto, di spezie nuove. Ma sì. In fondo, se non ci fosse la gente come me che se ne va e che non si ferma mai, di cosa parlerebbe la gente come voi, che consuma le stesse sedie nei pomeriggi d’estate sempre uguali. Di cosa parlereste, una volta finito il gossip delle due porte accanto, la partita a carte, qualche parola sull’asilo dei bimbi, sulle loro parole nuove e gesta avventurose, del tipo: adesso riesce ad accendere la luce. Ma vuoi mettere poter raccontare di un parente in carriera, tra Roma, il nord e l’Estremo Oriente?
Ma vuoi mettere, signora, essere capace di fermarsi e di guardare un bambino arrivare all’interruttore della luce. Vuoi mettere?



