NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE

nemmeno costruendo una canoa.

Archivi per il mese di “settembre, 2008”

La gerarchia dei fiori.

Ma come. Non eri quello normale tu? Eppure il paese si è fermato. La zia dice che siccome da un po’ non riuscivi più a camminare te ne stavi seduto fuori dal cancello e parlavi con tutti quelli  che passavano. Pare che ieri, durante la festa che si fa in paese da quasi duecento anni, la banda davanti al tuo cancello abbia smesso di suonare. Il paese era conciato a festa, nella notte hanno sgombrato la chiesa per il tuo funerale. Una sbornia che si accascia e finisce così. Con un funerale. Oggi passavi e i negozianti uscivano, si segnavano con la croce, poi dopo che eri passato, come se il carro funebre fosse uno spartiacque, una riflessione obbligata, tutto tornava al quotidiano, l’odore di pane da sfornare, l’olio delle panelle che cominciava a friggere per le colazioni di tarda mattinata. Un piccolo corteo ed io sono in mezzo agli ultimi, così, da qui, sento il racconto raccontato, come si è trasformata già, la narrazione da quando sei morto e su come sei morto.

Pare che Alessandro, quel ragazzo che hai ospitato perché il padre lo aveva buttato fuori di casa, nella notte di sabato abbia scavalcato il cancello, era ubriaco, per venirti a salutare, ma non disturbare nessuno. Così mio cugino che vegliava la salma ha improvvisamente pensato che ti fossi svegliato e si è messo a gridare, facendo quasi morire tutti quanti gli altri insieme a te, lui compreso.

Di quello che ha detto il parroco non ci ho capito un cazzo. Sembrava ubriaco, non si capiva se era commosso, se era assonnato, se era solo vecchio per la festa del giorno prima. Il suo assistente africano, segno evidente della globalizzazione clericale o del calo di vocazioni, ogni tanto si aggrottava, o forse sorrideva. Ad un certo punto ha solo detto: “Le donne soltanto sanno raccontare il dolore della doglie, ma tutti gli uomini sanno raccontare la speranza…” Non ho capito cosa significasse ma i versi della Bibbia “partorirai con dolore…” sono risuonati come una componente genetica e non sradicabile tra i banchi della piccola chiesa di mare. Sul banco dov’ero seduta una targa diceva: La famiglia XXXX, in memoria di XXXXX, disperso in mare, 1995. E’ un paese di pescatori e di villeggiatura, questo. I pescatori sono già tutti puliti e lavati a quest’ora, ti hanno salutato anche loro, tra i cani randagi e la gazzetta dello sport già sfogliata.

Il nostro banco, ironia, della sorte, è diventato il banco degli atei. Nessuno di noi muove un muscolo, si segna il viso all’inizio del vangelo, si inginocchia, risponde. Gloria a Dio nell’alto dei cieli.

E poi al cimitero si discute su quanti posti ancora ci sono, in questo cimitero affollato, dove ogni tomba contiene 5 o 6 feretri. Chi dice che c’è ancora un posto, dopo di te. Chi dice due. Un fatto è chiaro: posto per tutti quelli che sono lì a salutarti, non c’è. Mi chiedo se sono solo io a fare questo pensiero e se qualcuno desidera essere il prossimo per occupare quel posto. A mezzabocca confesso: “A me, crematemi.” E disperdetemi nel mare come a quello del banco della Chiesa. La cosa dei posti mi fa impressione e mi levo subito da mezzo alla discussione. Tua figlia contesta che su nessuna delle tombe di famiglia ci sono foto, io invece mi ritrovo assai in questa pietra nuda con scritto solo un cognome. Tutto intorno foto, dediche, che nessuno davvero avrà mai potuto scrivere e concepire tra i parenti dei defunti e faranno bella vista in qualche volume intitolato: “Frasi celebri da incidere nei marmi delle tombe.” Ad uso, consumo e business di qualche impresa di becchini.

Poi la tua tomba è chiusa, tua moglie non ha smesso un attimo di fumare sigarette, ci si è persino fatta il segno della croce con la sigaretta. Sei ricoperto di fiori e quindi decidiamo che non va bene, per i fiori, non ci sono abbastanza vasi e cominciamo a distribuire fiori sulle altre tombe di famiglia. Così ai miei nonni, alle zie, vanno i fiori immediatamente più belli dei tuoi e ai poveri bisnonni qualche avanzo. Ma è giusto così, la gerarchia dei fiori, è fresca, segue il dolore più fresco, fino ad arrivare a quelle morti che persino per i più vecchi sono state solo racconto d’infanzia.

Ho seguito il funerale con la valigia accanto perché non c’era tempo di andarla ad appoggiare in qualche posto e anche questo finisce per essere il corredo del mio personaggio. Io sono la leggenda da raccontare nella vostra vita normale e stabile e ferma in un posto. Gente, che non so chi sia, che si congratula con me, della mia carriera. Ma quale carriera, signora. Congratulazioni a lei che sta qui, da tutta una vita in questo posto, a respirare questo mare, a comprare il pane con i semini di sesamo sempre dallo stesso panettiere, a vedere morire i vicini di casa, a vedere crescere i figli ed ora a raccontare storie a nipotini. Io non ho il suo odore addosso, signora. Avrò l’odore di tanti posti, di mare e di montagna, di nebbia e di pioggia. Di aeroporti e, presto, di spezie nuove. Ma sì. In fondo, se non ci fosse la gente come me che se ne va e che non si ferma mai, di cosa parlerebbe la gente come voi, che consuma le stesse sedie nei pomeriggi d’estate sempre uguali. Di cosa parlereste, una volta finito il gossip delle due porte accanto, la partita a carte, qualche parola sull’asilo dei bimbi, sulle loro parole nuove e gesta avventurose, del tipo: adesso riesce ad accendere la luce. Ma vuoi mettere poter raccontare di un parente in carriera, tra Roma, il nord e l’Estremo Oriente?

Ma vuoi mettere, signora, essere capace di fermarsi e di guardare un bambino arrivare all’interruttore della luce. Vuoi mettere?

 

Sei stato.

Sei stato.

Già. Te ne sei andato mentre parlavi e non ti sei accorto di niente. Te lo hanno aperto 3 volte il cuore per sistemarlo da quando avevi appena vent’anni e alla fine, di tutta la famiglia sei quello che è campato meglio. Tu eri quello fragilino così niente vizi, niente traumi, niente sigarette, niente politica, niente fughe. Gli altri di politica, di sigarette, di donne, ci sono morti. O si sono dimenticati persino di vivere. Eri un uomo sereno. Ho sempre avuto questa sensazione. Il tuo sorriso strideva sulla cupezza dei tuoi cugini, la tua apparente semplicità si è dimostrata probabilmente l’arma giusta per decomplessivizzare l’universo. A volte abitare per una vita la stessa casa, lo stesso quartiere, fare figli, guardare moriri parenti e vicini di casa, andare a votare nello stesso seggio con convinzione ma senza estrema passione, vedere nascere i nipoti, tenerli sulle ginocchia, lamentarsi ogni giorno che lei fuma troppo e beve troppo caffé, è il miglior antidoto al senso caduco della vita. Il miglior modo di viverla. E tu lo hai fatto.

Mio nonno ti ha fatto da padre, mio padre ti è stato fratello e poi lo ha dimenticato. Tu non mi hai fatto da padre perchè la mancanza non era dovuta ad un evento traumatico e perchè la distanza (troppi 1000 KM) e perchè i tempi (è successo troppo tardi e in modo complicato) non lo hanno permesso, così hai vigilato da lontano, come tutti. Tanto ad un certo punto avete capito tutti che me la cavavo da me. Più o meno. Io vorrei non dimenticarmi mai di nulla.

Avevi quella dolcezza dell’affetto, quella leggerezza così non tipica degli uomini della tua terra. L’orgoglio di farmi vedere un vecchio foglio di carta o di raccontarmi una storia, invece, quello sì.

Scendo a dare un abbraccio ai tuoi figli. A tua sorella. A tua moglie. A mia zia, la tua piccola sorella adottiva di cui qualcuno ogni tanto dovrebbe occuparsi. Così oggi scendo giù non per te, perchè non ho fatto in tempo a salutarti e sono mesi che sapevo di doverlo fare, ma a fare del mio corpo, della mia presenza, una famiglia che non c’è, la compensazione di sangue e carne di un’assenza e di un silenzio che non sono più giustificabili, sono ridicoli per la loro immaturità, sono l’ennesima pietra di delusione da metterci sopra.

Devi ricordarmi di indurire solo le parti giuste, ho paura di stare pietrificando troppe cose.

Mani

A volte abbiamo tra le mani delle cose preziose. Delle cose che abbiamo da sempre e a cui non diamo più valore. Come all’istinto del respiro, come al gesto di una mano che si copre il volto davanti ad una mossa brusca. Cose tue, ma che si governano da sole, vivere e difendersi. Per esempio.

A volte dovremmo fermarci. Guardarci le mani. Ridare valore al tempo, alle cose vissute. Ritrovarci dentro, nelle mani, i sorrisi e gli entusiasmi, la poesia immensa del non pensare a nulla, di essere sazi. Riappoggiare la testa tra quelle mani che sono state casa.

Aprire i palmi sulle pareti giuste. Quelle che abbiamo costruito, coperto di foto, macchiato con il vino in una festa tra amici.

A volte dovremmo stringerle le mani, a pugno, resistere. Combattere per le cose che ci stanno dentro. Non lasciare che traspiri nulla dalle nocche.

A volte dovremmo aprirle, con leggerezza, fare una carezza. A volte lasciarsela fare, anche dalla propria mano.

Dice il saggio di essere stufo delle persone che si fanno del male. Parla di sé, ma guarda me.

Vado lontano, ma resto qui.

La noiosa Eleganza del Riccio e di altri libri

Non me ne vorranno le donne a me care, ma abbandono definitivamente L’eleganza del Riccio. L’effetto è il vuoto, riempito nella notte con il lancio contro la prima parete. Snervante se ci penso e soprattutto soporifero quando lo leggo…da quando ce l’ho sul comodino non riesco a leggerne più di due pagine di seguito che per me che i libri li divoro…Frasi come [...] un solitario e infinito monologo della coscienza con sé stessa, un autismo duro e puro che nessun vero gatto andrà mai a importunare [...] mi fanno così rabbia per il loro non senso barocco (elegante?)…Leggere di questi due ricci sociali, una ricca adolescente annoiata superdotata (ma vai a giocare!) e una portinaia intellettuale nascosta dietro due pantofole strascicate, due individue pipponiche che discettano una sulle regole del rugby e l’altra sul sublime kantiano è troppo anche per la mia tardiva crisi adolescenziale di ritorno (che è come l’analfabetismo, vedi post sulla punteggiatura!). E poi che palle con il relativismo eracliteo (i punti di vista) contro l’onotologia parmenidea, quando descrive ciò che vedete del gatto e ciò che in realtà il gatto è anche sotto sopra e dietro dove i vostri occhi non arrivano, esercizietto di sofismo spiccio…insomma, se avete fatto il classico e avete avuto un professore di filosofia decente è stato tutto già detto, scritto, sviscerato. Sarà poi che i ricci mi stanno antipatici per posizione, che non sono elegante, che preferisco le zampe goffe e ingenue di un labrador o la puzza sarcastica di una puzzola impertinente. Meglio la Goffaggine del Labrador o la Cafonaggine della Puzzola. Ma L’Eleganza del Riccio, proprio, no.Qualcuno di voi sa dirmi un motivo per proseguirne la lettura? Oltre a quello di evitare l’uso di sonniferi per addormentarmi?

Direte: vabbé questa Muriel Barbery ha avuto successo e tu stai rosicando. Ma neanche per idea e adesso vi faccio l’elenco breve (breve nel senso che ometterò alcuni libri) dei libri letti negli ultimi tre mesi:

1) La solitudine dei Numeri Primi, di Paolo Giordano. Finale realistico (lo ammetto dopo agguerrita discussione), ma non il modo in cui ci arriva. Parlando con esperti: la storia di due psicotici (?) uno per senso di colpa e l’altra per rabbia raccontata molto, ma molto bene. Anche se troppa cattiveria ovunque, alla fine tutta questa negatività è come un Harmony al contrario. No? Troppo facile. E ad Ammaniti (lui sì uno dei migliori scrittori italiani viventi), comunque, riesce meglio. Immeritato il Premio Strega (di cui Ammaniti era giurato, guarda caso), ma bello, davvero. Non lo sto stroncando, anche se ammetto che mi ha lasciato alla fine l’amaro in bocca.

2) Scritto sul Corpo, di Jeanette Winterson. Una storia d’amore, di una follia, del sentirsi vivi, di scriverselo addosso. Dell’accontentarsi o del cercare continuamente. Delle pantofole o della neve. Bello. Forte. Intenso. Divorato.

3) Highsmith, di Marijane Meaker. E già titolo e autrice la dicono lunga. Altra storia d’amore, insopportabile la Highsmith, ma come non innamorarsi di questa scrittrice pazza ed egoista in una Nwe York anni 50 che sembra più avanti di una Roma anni 2010.

4) Chesil Beach di Ian Mc Ewan. Un  matrimonio che finisce prima di consumarsi, infranto contro i pregiudizi e le paure e le resistenze sociali. Amaro. Ma vero. Ian McEwan è quello di Espiazione per intenderci.

5) Ali di Babbo, di Milena Angus. Ci riprova dopo Mal di Pietre, ma non ci riesce. Capita.

6) Durante , di Andrea De Carlo. Che stavolta ci riprova (sarà ormai il settimo ottavo tentativo…io continuo a dargli fiducia per affetto) e stavolta ci si riavvicina. Come non osservare questo Durante, con il suo cappello, che scardina ogni regola, distrugge gli equilibri, sfascia quello che era già sfasciato, insegna a vivere davvero e non per finta, non in superficie. Anche se c’è sempre una nota di distacco, un pò di autoreferenzialità dell’autore. Senti chi parla, eh?

7) Tutta colpa del 68, di Elfo. Spiacente, stroncato. E’ un fumetto, non si capisce un cazzo, sembra scritto per l’autore e i quattro amici suoi, riferimenti a vite a cose a parole che se non sei amico intimo di quei ricordi, non sai da dove viene la storia e dove andrà a finire.

8 ) Ma il libro per cui ho scritto questo post, il vero capolavoro del 2008 è la Moto di Scanderberg, di Carmine Abate, edizioni Mondadori, 2008. Questo libro sì, che meritava lo Strega. La Solititudine dei Numeri Primi è bello, ma non è lo specchio della nostra generazione, chi lo ha scritto non capisce un cazzo dei trentenni italiani, li fossilizza in un problematico esistenziale autodanneggiamento. La descrizione di una nicchia, non certo di una generazione. Ne La Moto di Scanderberg c’è l’odore della nostra giovinezza. C’è l’odore della terra del sud e dell’umido di Colonia, dell’emigrazione di seconda generazione, persino l’odore dell’orgasmo e della follia dell’amore, del suo egoismo, del suo essere assurdo e irrazionale e senza senso. E’ un libro polveroso e materno, estivo e di succo di pomodoro, quello buono e di vino rosso imbottigliato con una goccia di olio sopra. Impregnato di dubbi e di voglia di crescere e di restare bambini insieme. Ha il dolore della noia, della dipendenza dalle cose e dalle persone e del non sapere che fare della propria vita. Responsabilità e radici. Futuro e passato. Poetico. Se vi piace Erri De Luca, Carmine Abbate ne é un allievo di quelli che superano i maestri.

p.s. E’ uscito il nuovo libro di Fred Vargas, Mario me lo ha comprato stasera, e io per ringraziarlo gli porto la moto di Scanderberg.

 

 

  

Sempre sull’Antifascismo: la risposta di Iadicicco.

Ricevo via mail e pubblico volentieri. 

Ciao Cristiana, con cortesia rispondo alle tue domande, anche se in maniera secca e perentoria, tanto per mancanza di tempo, quanto per maggiore chiarezza ed a scanso di equivoci.
 
“tu, e i giovani di AN, siete fascisti?” No.
“Da questi atti prendi, prendete, le distanze?” Si, certo, siamo non violenti.
 
Il ragionamento è complesso, sarebbe meglio prendere le distanze da ogni forma di totalitarismo? Se così fosse, sottoscrivo in pieno.
 
Infine, sulla rivista LEFT ho rilasciato intervista che chiarisce la mia posizione.
 
Un saluto
 
Federico Iadicicco

, . : ; ! ?

Perchè non so mai che cazzo farmene della punteggiatura?

AAA cercasi editor distributore generoso di virgole, ma rigorosamente nei punti giusti.

Io ho capito che non la so usare.

L’Italia come Catania

L’Italia muore, come Catania, ma il marketing del premier dice che stiamo bene e noi crediamo a tutto ciò che passa attraverso il nulla catodico. La monnezza a Napoli? Era colpa di Prodi e ora non c’è più. Falso, guardate qui.

Per vedere come finisce e come finirà, guardate qui, cosa accade a Catania, nella bella Sicilia di 61 collegi su 61.

La lega governa un nord efficiente. Il centro sinistra governa da sempre il centro-nord.

Scusate questi di Forza Italia/An dov’è che stanno dimostrando di essere buoni amministratori? Qualcuno, per favore può portarmi un esempio? Non riesco a trovarlo. Grazie.

p.s. Elfo ci racconti di Catania?

p.s. Anelli, l’opposizione si fa così…sulle cose. Sulla pelle dei ROM io dirò sempre la verità. Sulla pelle della gente e dei discriminati non faccio opposizione, mi fa schifo.

Quella volta nel campo Rom.

In questi giorni un gruppo di deputati europei sta visitando i campi Rom romani (potete leggere la notizia qui). Un pò di ipocrisia collettiva da destra e da sinistra dimostra per l’ennesima volta l’immaturità del nostro Paese. La destra cavalca l’indifferenza in materia perchè i sondaggi dicono così, la sinistra addossa le colpe alla destra, al censimento. Ma.

Accadde a febbraio 2007. Il giorno di san Valentino io e G. eravamo andate a sentire Fassino, quel giorno in cui lui se ne uscì con quella frase sul fatto che dubitava sulla questione “figli alle coppie omosessuali.”

Tornammo a casa e la finestra spalancata e una sedia a terra ci rivelò immediatamente cosa era accaduto. Disturbati dal babbo che per puro caso era andato a riprendersi il cane, erano fuggiti, per fortuna senza incontrarlo, e portandosi via tre computer portatili: due aziendali e uno privato. Biancheria rovistata in camera da letto, cassetti sottosopra. Insomma un’invasione nella nostra vita di coppia, proprio nel giorno di San Valentino.

Nel mio PC c’era una copia del mio secondo libro che avevo quasi finito e che come sapete ho faticosamente riscritto (per la verità l’ho ripreso dopo le dure critiche dei lettori). Questa cosa mi traumatizza e mi metto in testa che devo recuperare il mio PC.

Il giorno dopo qualcuno ammise di avere visto fuggire tre ragazzini. Anzi, disse: tre zingarelli.

Mi attacco al telefono e riesco a parlare con i volontari che si occupano dei campi nomadi vicini. Mi viene raccontato che ci sono campi regolari, campi abusivi e che comunque la Magliana, il quartiere a noi limitrofo, è ormai abitata da rumeni che, mi dicono, sono bravi con il ferro, si arrampicano dappertutto. L’unica cosa che posso fare è farmi un giro nei campi nomadi regolari. Intanto loro faranno girare la voce…quanti furti ci possono essere stati in tutta Roma con un bottino di 3 PC in una botta sola? Magari qualche speranza c’è.

Vado da sola, ovviamente duramente ripresa da amici e consorte. Sbaglio strada inizialmente, finisco dentro un campo. Roulotte in stato comatoso, macchine divelte. Gruppi di persone mi guardano sedute su una lavatrice abbandonata. Un fuoco acceso. I miei occhi sono spaventati. Cosa faccio se mi assalgono, penso. Mi fissano. Torno indietro a rotta di collo. La povertà. La sporcizia. La mancanza di igiene, ci spaventa a noi figli dei quartieri bene, lo spazzolino al suo posto, mutande pulite ogni giorno, una camicia bianca al giorno.

Arrivo finalmente al campo. All’ingresso un gruppo di bambini curiosi. La faccia è tranquilla. Le volontarie sono dentro un container. Accanto al cointaner un campetto dove i bambini giocano a calcio, poi ad un certo punto smettono e si picchiano l’uno con l’altro con una violenza senza contenimento. Un bambino dà un calcio ad un cane. Sua madre lo dà a lui. Tutto intorno camioncini. Vecchie BMW. Vecchie Mercedes.

Devo aspettare il responsabile del campo che è andato a lavorare. Arriva con autobus che credo di avere visto nei documentari dell’Afghanistan. I sedili distrutti. Sull’autobus ci sono i bambini che sono andati a scuola e quelli che sono andati a lavorare. Parlo con il capo. Mi guarda duro. Mi chiede perchè sono lì, se penso che loro sono dei ladri. Io ho le lacrime agli occhi e lo imploro. Magari, gli dico, potete fare girare la voce. Magari qualcuno sa. Mi guarda durissimo. Mi odia.

Le volontarie mi accompagnano dentro il campo. Mi dicono che non ci sono solo ROM, ma anche altri migranti dell’est. Attraversiamo una zona di cointaner, una tubatura è rotta. Puzza di fogna. Di merda. Di piscio. Una donna, spazza via lo schifo dall’entrata della sua casa di alluminio. Bussiamo ad un container. C’è una bimba affacciata. Entriamo. I suoi quaderni di scuola sul tavolo della cucina (cucina?) i suoi sogni, i cartoni animati alla tv. Parliamo con la donna, è gentile. Sembra capire. Sembra sapere che alcuni di loro sbagliano e insozzano tutti loro. Mi dispiace di questo. Davvero. Sono dentro il pregiudizio con tutti i miei piedi, con tutte le scarpe, con tutte le ginocchia, come se il pregiudizio fosse una sabbia mobile.

Vado via. I bambini all’ingresso mi salutano.

Parlano tra loro come tutti i bambini del mondo sulla soglia di casa.

I nostri PC non sono mai stato ritrovati.

p.s. ho cercato di darvi un racconto oggettivo. Soprattutto di dirvi che anche un anno e mezzo fa, governo di centro-sinistra e giunta di centro-sinistra la situazione era come oggi. Non diamo la colpa alla destra. Prendiamoci le nostre responsabilità. Laviamoci le coscienze FACENDO o per esempio proponendo una conferenza nazionale dei migranti, una cosa seria, non ideologica. PER ESEMPIO….

Sempre sull’antifascismo

Risponde la Meloni, qui.

Sarebbe stata opportuna una lettera dei giovani del PD, ma tutto tace. Ma esistono ‘sti giovani del PD?

La mia ovviamente non buca, ma so che è arrivata a destinazione.

Iadicicco e l’antifascismo

Potete leggere la lettera a Fini di Iadicicco (presidente dei giovani di AN) qui.

La polemica sui giornali qui .

 

 

Caro Iadicicco,

 

Sono certa che la stampa non ha colto quanto volevi dire con la tua lettera e ritengo sia utile aprire un dibattito che vada oltre la frase sparata sui giornali: i giovani di AN, smentiscono Fini e dicono di non essere antifascisti. E a seguire polemiche superficiali da tutte le parti sulle tue parole.

 

Mettiamoci d’accordo subito e, per favore, rispondi a questa domanda a beneficio del processo di riappacificazione che invochi: tu, e i giovani di AN, siete fascisti?

 

Già la risposta a questa domanda sgretola la polemica.

 

Ti sei concentrato sulla parola antifascista, descrivendo una serie di situazioni e accadimenti (aggressioni, violazione della tua privacy) che tu attribuisci a cosiddetti “antifascisti”. Pensa, io quello lo chiamo fascismo e l’ho subìto anche io. Ho subìto aggressioni da chi si etichettava come antifascista (e di sinistra, certo), insulti, sguardi torvi perché non avevo gli stessi loro vestiti, la loro divisa. Non usavo il loro linguaggio e mi permettevo di dissentire, di trovare un’altra strada, di non essere ideologica.

E’ pieno a sinistra, di fascisti, sai?

Perché il fascismo non è un’etichetta che ti metti addosso, è uno stato mentale, un approccio sociale. Per me il fascismo è l’omicidio Matteotti. E’ l’olio di ricino. E’ mio zio Mario Alicata in carcere insieme ad Amendola e gli altri perché dissentiva dal regime. Sono le leggi razziali. Sono l’invasione dell’Africa. Le guerre di attacco all’Albania e alla Grecia nel delirio di ricostruzione di un Impero Romano. Sono i comizi a piazza Venezia, in cui uno apostrofa la folla, in cui il singolo si eleva sopra la massa. E’ la censura della stampa. E’ vietare alle persone di incontrarsi. Il fascismo, per me, è violenza, è limitazione della libertà. Il fascismo è una dittatura. Fascista era Stalin, tanto per capirci.

 

Ti faccio un esempio sull’errore dialettico in cui, secondo me, sei caduto. Io sono lesbica. Dovrei odiare le famiglie perché in nome della parola famiglia, alcuni hanno sfilato al Family Day? So distinguere la differenza che passa tra un’etichetta e la realtà e, come ho scritto ad Alemanno tempo fa in tempo di Pride, siamo noi i primi a sentirci famiglia. Ritengo che se tu e i giovani di AN, siete davvero convinti della necessità di un processo di riappacificazione, dovete dichiararvi antifascisti. Questo non significa identificarsi con chi si definisce antifascista, come scrivi nella tua lettera. Significa identificarsi con il non essere fascista. A quel punto possiamo aprire il dibattito su certo estremismo italiano che si etichetta come di sinistra e antifascista e non è altro che l’esercizio infame di un altro fascismo.

 

p.s. Un ultimo appunto. Aggressioni e atti di violenza ci sono stati (da sempre) anche da parte di chi si definisce orgogliosamente fascista. Da questi atti prendi, prendete, le distanze? Riappacificarsi significa deporre le armi e condannare la violenza da qualsiasi parte venga. In questi ultimi anni (non mesi, non sono tra quelli che addossa la colpa ad Alemanno) a Roma accadono alcune cose: aggressioni nei centri sociali, fuori da certi concerti, coltellate durante le manifestazioni, aggressioni di gay e lesbiche…Non credi che dovremmo, insieme, isolare ogni forma di violenza che sia politica, omofoba o razzista?

 

Cristiana Alicata, Costituente PD Lazio

Due.

Due.

Due come noi.

Con tutti i casini e le distanze.

Con tutte quelle cose che gli altri non capiscono.

Con tutte le tempeste.

E tutte le cose ancora da capire. E da dire.

Semplicemente due.

E lo sai che due fa quasi otto?

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