C’era una volta un cane da pastore che accendeva fuochi, cuoceva la carne, stava ai bordi dei discorsi ascoltandoli tutti e non sentendo niente. Aveva pochi capelli bianchi, un sorriso pulito, l’abitudine a non stare mai fermo ed una cosa tra le giovani mani. Radunava un gregge e lo scriveva qui.
C’è un Lupo oggi che ha lasciato che il branco si spargesse libero per ogni dove nel mondo, ha spinto via tutti con il muso, ma non per scappare, non più. Aveva l’aria rassicurante mentre gli amici partivano. Solo per starsi un attimo ad ascoltare. C’è un Lupo che oggi si gira di spalle, va nel bosco, seppellisce sotto la neve soffice ed inviolata i frammenti di tre cristalli e poi si inoltra nel fitto del gelido bosco d’inverno, il pelo ingrigito, la pelle più dura, ma lo sguardo fiero.
Non c’è niente di più simile ad un cane di un lupo. Ma se li pensate intorno ad un gregge di pecore li penserete nemici. Un pò è così. Ma tra loro c’è una specie di accordo. Questo gregge non si mangia.
Di questo 2008 non butto via niente. No, nemmeno il nemico. Ve lo dico tra altri 365 giorni cosa butto o quando riemergo dal bosco, dal profumo di abeti e dalla penombra dell’inverno. Ora è troppo presto. Persino per la Primavera.

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