Il simposio dei trentenni

4 febbraio 2009 § 3 commenti

Sono circondata da storie lunghe di anni che vanno in pezzi. Storie iniziate a ventanni magari e tirate lunghe fino ai 30. Cioè ad adesso. Ne sento parlare nei bagni dei locali, nei corridoi dell’ufficio. La cosa buffa è che a raccontarmi sono quasi sempre i “terzi” della storia e mi ritrovo a fare sì con la testa e a capire i tre punti divista diversi. Ovunque ci sia un trentenne, se ne parla. Sono pochissimi i coetanei che non sono coinvolti in questo diabolico cliché e, ci sono cose, che ricorrono maledettamente in questa nostra generazione.

 

Alcuni stanno insieme per abitudine. Si lasciano per noia, da un giorno all’altro (comunicazione di servizio e arrivederci e grazie) magari grazie ad un intervento esterno. Non lo sanno nemmeno cosa sono stati insieme a fare per anni ed anni. E all’improvviso tutto perde di senso e la sensazione immediata è di sollievo. Libertà.

In tutte queste storie il “nuovo” diventa l’immediato ed utile punto di riferimento, all’improvviso la parola si rifonda su un nuovo “noi”, cancellati anni di intimità con il precedente malcapitato che non sa più niente. E’ evidente che la fine era già maturata e lo aveva fatto in un unico ventre. Il singolo che va via così non ha lottato. Non ha parlato. Non ci prova nemmeno a salvare qualcosa che non gli interessa più salvare. E’ tutto già bello che morto. E tutto sembra ricorrere maledettamente, tanto che a volte i “nuovi” sono a loro volta dei sopravvissuti a storie lunghe e credono di conoscerne le dinamiche.

 

Ci sono cose che ricorrono così spesso che, anche quando si è davanti ad un’eccezione, molti (i terzi) non la colgono e insistono, diabolicamente, persistono. Non capiscono.

 

Perché capita che a volte si stia insieme per amore. Non per noia, non per abitudine. Non per riempire una mancanza. Ma proprio per amore. Che non significa che non accade nulla. Che non ci siano molle in tensione. Che l’equilibrio di due sia perfetto. Anzi. Questi due che si amano, arrivano anche a massacrarsi per amore. Si fanno in mille piccoli pezzi per amore. Scappano per non vedere anche solo una piccola crepa del loro amore.

Si spezzano a metà e vagano come se fossero privati di aria e parti del corpo.

Questi due, persino, si lasciano con amore. Si parlano con amore del dolore e nel dolore, in una lingua che è sempre la stessa di prima ed è comprensibile e parlata solo da loro due e resta incomprensibile al resto del mondo. L’amore non è lineare. Non è saggio. Non è giusto.

 

Ma l’amore non è capriccioso. Non è egoista. Il vero amore non è nemmeno possessivo. L’amore è stupido, va oltre, capisce anche le cose più incomprensibili e perdona quelle più imperdonabili. Giunge a condividere la tragedia di sé e non lascia molto spazio al resto del mondo, per lo meno a quello che ci infila il dito con incoscienza invadente, infantile e cieca, pensando di avere spazio e parole e importanza. In questo caso i due appaiono simili a due tritacarne perfettamente tarati tra loro. Tarati come l’amore. Appunto. E, intorno al tritacarne, c’è posto solo per chi sta a guardare, non ruba e comprende.

 

p.s. Varrebbe la pena di rileggere il Simposio di Platone. Chi crede di amare come Aristofane soccombe e mi viene da sorridere pensando che allora mi sembrava la migliore descrizione dell’amore: il completamento di sé. Invece ci pensa poi Socrate a chiarirci che il vero amore è quando si riconosce nell’amore non solo il bello ed il buono ma anche il brutto e il cattivo. E quando esiste una forma di fertilità a due (che non significa necessariamente fare dei figli). Non due mezzi che si uniscono a fare uno. Ma due che si incontrano e camminano. E si moltiplicano.

 

Quanto erano semplici e geniali i greci. E si sa, da queste parti 1+1 fa sempre 4.

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