NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE

nemmeno costruendo una canoa.

Davide e Golia


Ma dove sono, mi chiedo guardando lo specchio inclinato verso il pavimento con la cornice dorata. Un foglio A4 stampato a colori dice qualcosa sull’immagine di se e sull’aldilà. Una riflessione filosofica fuori posto. Sembra una composizione scritta da un ubriaco, che non ha bevuto per caso, ma per annegare qualcosa, in un locale di periferia industriale.

Le pareti rosso scuro. Lampade blu. Candele che non riesco a capire se consumano cera oppure carbone o vento in qualche parte lontana del paese passando per un trasformatore e alta e media e bassa tensione e piccola luce proprio qui. C’è poi differenza tra la cera che si consuma qui o tra il carbone che si consuma là o il vento che fa girare delle pale lì? Forse no. Dovremmo essere tutti meno romantici per esserlo di più. Il cinismo è il miglior romanticismo. Prima o poi ci si arriva.

Sembra un film di Almodovar invece è la cappella di un cimitero monumentale di una grande metropoli del nord , mentre penso a quale architetto e a quale mano, chi è il truccatore interno di questo cubo di cemento che fuori è il lascito di un qualche archeoingegnere megalomane, mi distraggo dal centro della scena. La bara.

Forse questa cappella è un atto di generosità al dolore, un’opera d’arte di distrazione di affetto.

Il prete sembra il maestro di questa cerimonia, sembra il padrone di questo rivestimento, l’abitante allegro e rarefatto di questo trionfo del kitch. Lasciate che io trovi le parole per dirvi che a quest’uomo gli hanno dato da fare il prete nel posto più brutto del mondo e lui se l’è preso e l’ha plasmato e lo possiede. Addirittura lo declama.

Interrompe il pianoforte registrato a metà nota e la prima volta vorrei ucciderlo perché penso sia scortesia e disattenzione. Insomma, cazzo, è un funerale. E invece lo sta facendo apposta perché io ho appena smesso di piangere e mi sono messa a provare altre emozioni che non siano il dolore.

Dice con una smorfia che ha giurato a se stesso di non farsi coinvolgere dal dolore di chi entra lì dentro. In fondo, capite, è una vita che celebra funerali uno ogni mezz’ora. Non è un prete che ha una parrocchia e un giorno un battesimo, uno un matrimonio uno a prendersela con il comune per le buche o la legge per i gay o a raccogliere fondi per l’Africa che non è che i preti sono tutti cattivi e noi qui lo sappiamo benissimo.

Fa persino una filippica sull’Ave Maria accostando la parola bello a quella banale.

E chiude, paraculissimo, parlando di fede e dicendo che alla fine, stando lì, anche i miscredenti si staranno, loro malgrado, interrogando sulla vita e sulla morte e che Dio ci benedica (ai miscredenti).

Alterno i ricordi che ho che risalgono a quando, forse, sapevo i congiuntivi più peggio di così, all’ascolto della scena che mi sta accadendo intorno. Ti vedo fare gli hamburger o scrutare il banco per tirare giù tante carte quanto fanno 40. Vedo la tua divisa di jeans, camicia e giacca blu. Dio santo che bello fissarti in un abito come se potessi incontrarti in chiunque si vesta così e ricordarmi di te.

E che buffo pensare ai piedi congelati da questo freddo nordico e poi bere del vino alla tua salute e litigare furiosamente di politica con Beppe, io e lui due ingegneri meccanici furibondi, e tua moglie che è felice perché altrimenti io Beppe non saremmo stati naturali.

La tua foto con quel sorriso frenetico se ne sta accanto a quella di ragazzi Davide contro Golia il sistema.

E tu sei diverso dalla foto di tuo cognato tanto quanto lo erano tra loro Davide e Golia ed un ragazzo ed un tram. Tu hai fatto un’altra rivoluzione, la migliore. Fidati. Soprattutto tu l’hai vinta e non ti sei annoiato mai. Glielo ho detto a lei, sai? Che c’è gente che vive insieme 40 anni davanti alla tv, tu non avevi pace e bisogna che per gente come te ci siano valigie e donne che capiscano e sappiano seguire ed arginare. Eh.

La tua rivoluzione: basta vedere che belle che sono loro due. Due che lasci, sono bellissime e lei hai fatte tu così ed anche a me mi hai fatto un po’ così.

Io torno alla mia, di rivoluzione che la storia degli ultimi 30 anni dal 1968 a Milano2 si potrebbe riassumere in questa stanza e mi si sono ricaricate anche le pile. Non ti esaltava così tanto la mia rivoluzione, ma credo le volessi bene per transfert.

Così sia, tu vai in pace e non divorarti anche il Paradiso. Soprattutto, lasciacene un pezzo.

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3 pensieri su “Davide e Golia

  1. Anonimo il scrive:

    alla fine non ho resistito e ho pianto

    forse cercavo una scusa per non dovermi controllare e sapevo che l’avrei trovata nelle tue parole

    non puoi immaginare quanto mi manca, sono anni che mi manca

  2. Lo so. Anche a me. Ma ricordati le cose che ti ho detto stasera sul ciclo della vita e sappi che è una questione di qualità. Non di quantità. E ho detto tutto.

  3. Anonimo il scrive:

    C’è sempre stato un posto speciale per te nel suo cuore e si capiva,era trasparente.
    Ti voleva bene per come sei, così passionale come lui.
    NOI che abbiamo condiviso tutto, uniti anche in questo affetto.

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