NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE

nemmeno costruendo una canoa.

Archivi per il mese di “luglio, 2010”

Torino. A lezione di città.

Questa notte da una delle rive del Po, guardavo i Murazzi illuminati, piazza Vittorio elegante e viva, un brulicare di giovani, e pensavo a Roma. Enormi nuvoloni carichi di elettricità acquistata sulle Alpi si inerpicavano l’uno sull’altro facendo l’amore e facendo piovere.

Ho visto l’anima di questa città, sono stata testimone del suo risveglio complesso che è passato da un rilancio industriale accompagnato da un’amministrazione forte, che ha segnato, inciso, cambiato il volto della città, saputo inoculare prospettive, diffondere. Le due parole che mi vengono in mente se penso a Torino sono inoculare e diffondere. Un quartiere presidiato dagli spacciatori dove si inoculano luoghi di aggregazione. La casa del Jazz aperta accanto al villaggio olimpico che presidia, illumina, allegra un’intera piazza altrimenti deserta. Un asilo di avanguardia nel mezzo del quartiere più malfamato. Piccole bombe a diffusione. Che poi contaminano. I torinesi amano questa città. I torinesi calabresi, siciliani, abruzzesi pure. L’Italia anti-padana, l’Italia vera, persino immigrata, è nata qui. Qui c’è il laboratorio nazionale dell’integrazione e del cosmopolitismo europeo. Milano, in confronto è una cittadina bieca e di provincia, fossilizzata negli anni ottanta. I torinesi non sono più abitanti, forse non lo erano anche prima, quando tutti pensavamo che questa città fosse grigia e depressa. Sono cittadini.

Pensavo a Roma e pensavo a quale anima ha la nostra città, talmente eterna da sembrare, a volte, morta. Più volte ho criticato il modello Roma fondato su cattedrali nel deserto (Auditorium, salone del Gusto) che con difficoltà si innestano nel quartiere che li ospita. Non è stata solo colpa della politica che concepiva un uso (e abuso) monumentale della cultura (pensando fosse consono alla natura ed alla storia della città). Grandi attori, grande cinema, grande cucina, grande tutto. Eppure sono certa che anche Roma si meriti un approccio sabaudo che le restituisca la capacità di viversi e non solo di adorarsi, dobbiamo ricominciare a pensare ai romani non come gli ospiti di un enorme patrimonio culturale, ma come dei cittadini che meritano di poter vivere la città senza che questa sia un ostacolo in quanto intoccabile e inalienabile.

Ridare vita al fiume. Decentrare come parola d’ordine: cultura, luoghi, parchi, uffici, negozi. In parte già fatto. Con alcuni madornali errori (vedi i centri commerciali sorti come funghi e vedi quartieri come Muratella dove i palazzinari hanno preso il loro e non hanno rispettato i patti di dare vita ad un quartiere invece che ad un dormitorio). Strappare i romani dal torpore godereccio, abbattere le barriere della mobilità consentendo l’accesso al centro serale con un sistema di navette, con un accordo con i tassisti. Sogno l’atmosfera della Notte Bianca ogni sera. Roma può. Rivedere i criteri del turismo che ha abbassato il livello dell’offerta alloggiativa e gastronomica. Siamo sicuri che vogliamo orde di vecchi pellegrini e basta? Non vogliamo un turismo giovane, vivo, che spende, si infila nella città, la stimola, si mischia? Siamo una città o un monumento? Abbiamo un anima o solo un cadavere da mostrare?

Ciò che è Torino oggi non è un caso. Penso a Zurigo. A Copenhagen. A Berlino. A Madrid. E penso che si possa pensare una Roma diversa.

La differenza che passa tra andare via e farsi cacciare è la credibilità politica.

Ma non era meglio andare via da soli invece che farsi cacciare da B. e farci restare tutti, di nuovo, consapevoli che da soli i finiani non se ne sarebbero mai andati. Ahimé. Hanno perso un’occasione per ridare speranza alle persone di destra democratiche. Fossi Bersani ne approfitterei di brutto oggi.

Dal Registro delle unioni civili, passando per la definizione di una strategia arrivando alle alleanze.

Questione Pesaro.
A Pesaro è stato bocciato il Registro delle Unioni Civili anche con il contributo dei nostri eletti in consiglio comunale.
Quella dei registri delle unioni civili è una vecchia storia. Da Roma (Veltroni quasi candidato premier che si assentò dalla discussione ferendoci a morte) al XI municipio (dove piovvero telefonate dall’alto per bocciare l’ordine del giorno in vista di una possibile alleanza con l’UDC alla Regione), fino a Pesaro.
Nel 2008, a Roma, Alle politiche al personale c’era il senatore d’Ubaldo, allora assessore, con il quale ci siamo confrontati di recente sul tema dei diritti presso la libreria Gabi affrontando anche questo tema.
Mi colpisce un fatto, e cioè che chi del PD vota contro il registro (al 99,9% ex popolari ed ex margherita) non adduce quasi mai, in quelle sedi, motivazioni religiose o personali, ma si trincera dietro considerazioni di diritto. Sostengono cioè che si tratti di strumento puramente simbolico, che la competenza del riconoscimento delle coppie di fatto spetta al parlamento e che quindi il problema è posto nella sede sbagliata.

Siamo tutti ovviamente consapevoli del carattere simbolico di tali registri, ma è proprio nel simbolo, nel riconoscimento, nella visibilità che si muove la nostra battaglia politica. E questo il mio personale punto di vista.

Definizione di una strategia.
Il Partito, oggi, deve prendere alcune decisioni (mica solo sui diritti, il tutto vale anche per acqua, fisco, lavoro e scuola tanto per citare le criticità maggiori). Decisioni che devono avere sia merito che sostanza.

Supponiamo per esempio che la segreteria o le segreterie regionali diano delle direttive (a questo dovrebbero servire le assemblee regionali, non per riunirsi una volta ogni 4 mesi a ratificare i caminetti, vedi l’elezione di Latino oggi) come è avvenuto con la mozione contro l’omofobia nel Lazio, approvata all’unanimità da tutto il partito in autunno. Se dovesse essere votata quella mozione, in qualsiasi ente del Lazio e uno di noi votasse contro, andrebbe espulso, secondo me, visto che si metterebbe contro una decisione del Partito. E’ chiaro che finché noi non diamo direttive ognuno va in ordine sparso.

Supponiamo che si decida che il PD dica sì al matrimonio, ma non ai registri in quanto cosa inutile che potrebbe anche essere una posizione. L’importante è che tale discussione avvenga nelle sedi preposte e sia poi sottoposta al vaglio dell’assemblea nazionale o regionale. Questo manca.

Alleanze.
E questo manca nella declinazione generale della nostra politica che sta ancora lambendo l’UDC senza anteporre il programma e la politica. Noi non abbiamo miscelato due partiti per fare un partito grande, cioè che accumulasse consenso e avesse più poltrone da gestire. Noi volevamo fare un grande partito, certo plurale, certo diverso dagli altri piccoli ed identitari e personalistici. Ma se non facciamo lo sforzo, adesso, lontani da appuntamenti elettorali di darci una linea, di assumere le responsabilità di dirigere i processi, tutti insieme, non stupiamoci se la gente vota IDV o si butta nelle fabbriche di Vendola o non va a votare. Siamo così sicuri che allearci con il 6% dell’UDC non porta ad un bagno di sangue di astensionismo perché somigliamo al centro destra, a questo centro destra? Siamo così sicuri che votare Vietti al CSM ci assicuri l’affetto dell’UDC e non ferisca a morte il nostro popolo? La gente non ci capisce. E’ colpa nostra, eh. O vogliamo metterci a frignare perché le persone non capiscono le nostre logiche machiavelliche.

Ma perché una persona onesta e di sinistra dovrebbe votare Casini premier come suggerisce Cacciari (anche lui ormai sulla via senile della stupidaggine a raffica come D’Alema).

Forse una persona onesta, nel 2013, vorrebbe sentire Vendola confrontarsi con gente come Zingaretti. Come Chiamparino. O come Civati. Il resto per favore riponiamolo all’ospizio politico (sia per età che come impianto già ampiamente fallito). Grazie.

Guardate come da Pesaro e dalla questione “omosessuale”, (argomento che sinceramente non mi va più di vedere abusato in modo settoriale e professionale – sì li abbiamo anche noi i professionisti dell’omofobia- d’ora in poi facciamo lo sforzo di raccontarlo sempre accanto all’acqua ed al lavoro, così ci svegliamo tutti insieme dal torpore) siamo arrivati naturalmente a parlare di gestione di partito e di alleanze. Meriterebbe un convegno questo dibattito, magari tra un caminetto di spartizione e l’altro.

Roma è più sporca o più pulita?

Da qualche giorno l’Ama ha lanciato una campagna di affissioni per tutta la città per dirci che noi pensiamo che la città sia più pulita.

Confesso che inizialmente ho storto il naso:

1) perché non capisco l’uso di una show girl per valorizzare il funzionamento di una società di raccolta e smaltimento rifiuti, vestita da netturbina. Lo trovo umiliante per le netturbine vere ed anche un pò sessista. Ma vabbé sono andata oltre se no poi uno pare che guarda il dito e non la luna delle cose (lo avrà fatto gratis o abbiamo pagato noi?)

2) perché ritenevo in quel momento che Roma e lo andavo dicendo ai quattro venti, che Roma è più sporca che mai e versa in uno stato di abbandono penoso.

Oggi ho fatto un esercizio. Invece di guardare nelle macchine accanto alla mia, esercizio di umana curiosità irrefrenabile, mi sono imposta di guardare le strade nel tragitto casa-ufficio.

1) Via del Porto Fluviale: linda e pinta. Mi sono anche accorta che è stato rifatto il marciapiede che fino a poco tempo fa era divelto, sporco lurido e annegato in cespugli selvatici suppongo pieni di insetti malefici.

2) Viale Manzoni: mediamente sporco.

3) Via di Porta Maggiore: sporca, con il marciapiede fatiscente e ospitante cespugli selvatici pieni di zozzume (che però non credo siano competenza dell’Ama).

La campagna dell’Ama si basa su un sondaggio fatto ai romani e le domande che compongono la campagna hanno dato luogo ai seguenti spot:

1) per 7 romani su 10 c’è più personale Ama per le strade. Abbiamo assunto più personale? Lo facciamo lavorare in modo diverso (più gente nello stesso punto?). Prima non lavoravano?

2) per 7 romani su 10 il proprio quartiere è più pulito.

Qui potete scaricare il dettaglio dell’inchiesta. (maligni!)

Dettaglio che riporta solo una paginetta senza l’indicazione del campione intervistato e men che meno della distribuzione geografica.  Si riportano solo i dati della conoscenza o meno del nuovo sistema di pulizia (che consente di pulire anche sotto le macchine ed intorno ai cassonetti che era in cantiere dal governo Veltroni e che ora è finalmente partito).

A questo punto…sembra chiaro l’intento millantatorio dell’Ama e quindi del nostro caro Sindaco di utilizzare il mezzo Berlusconiano per convincerci che Roma è pulita.  Una bella donna e una campagna pubblicitaria. Basta dirlo così e Roma, all’improvviso….sarà pulita.

Ma Roma…è più pulita davvero? Facciamo un sondaggio serio. Ognuno di noi faccia l’esercizio di postare la foto del proprio marciapiede sotto casa.

p.s. resta il fatto che i romani sono incivili. E forse una bella ripassata mediatica ad un educazione migliore sarebbe cosa buona e giusta.

Nepotismo sudditale

Il San Raffaele, è un’università privata. Può fare ciò che vuole. Via tutti i finanziamenti pubblici però (qualcuno farà una interrogazione parlamentare? O diamo i soldi a strutture private che applicano criteri monarchici? Me lo auguro.)
Per conto mio ritengo che la Barbara si sia profondamente vergognata di tutto questo e non le do’ alcuna colpa. Vediamo come si comporta (prima).
Il tutto rientra nel regime in cui i sudditi sono più sudditi di ciò che vuole il re. Bleah…

Per la cronaca, tale ateneo nasce così:

Genesi dell’Ateneo

L’Università Vita-Salute San Raffaele nasce nel 1996 all’interno dell’Opera San Raffaele, il multiforme impegno di don Luigi Maria Verzé da cui hanno preso vita innanzitutto l’Ospedale San Raffaele di Milano (inaugurato nel 1970), ma anche l’Hospital São Rafael di Salvador di Bahia in Brasile ed importanti strutture sanitarie in Africa, America Latina, Asia, Mediterraneo ed Est Europeo.

L’Ateneo viene inaugurato con la Facoltà di Psicologia cui seguono nel 1998 la Facoltà di Medicina e Chirurgia e nel 2002 la Facoltà di Filosofia.

Secondo il desiderio di don Verzé, fondatore e attuale Rettore, l’Università interpreta l’invito evangelico “Andate, insegnate, guarite” caratterizzandosi fin dalla sua origine per una stretta integrazione della didattica con la ricerca nelle sue diverse espressioni (di base, filosofica, sociale, etc.) e con l’attività clinica.
Ed è sempre dalle pagine delle Scritture, in particolare dal Salmo 8, che l’Ateneo trae anche la propria missione che è quella di rispondere alla domanda Quid est homo? (Cos’è l’uomo?): è sull’essere umano, infatti, inteso come unicum biologico, psicologico e spirituale, che l’Università articola il proprio progetto formativo, al fine di formare figure professionali competenti e di alto livello.

La Festa Democratica chiude con coraggio.

La Festa Democratica chiuderà dedicando ai diritti un dibattito sul palco centrale. Lo fa dopo i tanti eventi che si sono susseguiti ospitando pregiatissimi ed impegnatissimi ospiti che dialogheranno tra loro su un tema attuale scottante. Dallo stesso palco, quella notte, in segno di continuità con l’azione del PD Roma su questo temo, verrà annunciato l’EuroPride del 2011 che proprio a Roma si svolgerà l’anno prossimo. A seguire la Festa ospiterà la storica festa queer di Roma, Muccassassina. La direzione è giusta (alta visibilità, nessuna paura a chiudere la Festa più importante dopo quella nazionale affrontando temi su cui ci hanno sempre accusato di essere timidi, spazio al pluralismo associativo romano) ed è doveroso un plauso al Partito Democratico Romano tutto, un plauso ai volontari del bar dei GD che si occuperanno di gestire la folla e abbeverarla e tanti auguri di buon lavoro a tutti coloro, tantissimi, che nel PD continueranno a fare questa battaglia. Tutti insieme.

L’immagine che vedete è una riedizione-omaggio del manifesto della Festa in salsa queer.

Qui l’evento su FB: http://www.facebook.com/#!/event.php?eid=130139253684714

PD Lazio: voglio una donna segretaria.

Per questo, questo e quest’altro motivo.

Questa è l’unica mossa politica giusta.

La gestione di un Partito.

Farò una premessa a scanso di equivoci. Scrivo questa nota per riflettere ad alta voce, per dare “parola” a delle riflessioni che sono interne, ma hanno un inevitabile impatto con l’esterno, inteso come gli elettori e quindi Paese.

Un Partito è lo strumento attraverso il quale può avvenire una elaborazione politica coerente con le proprie linee guida, a loro volta concepite per definire una direzione, un progetto, un’idea di Paese.

Tutte le organizzazioni umane, tutte nessuna esclusa, prima di “organizzarsi”, sono state “movimento”, cioè aggregazione di persone accomunate da una visione, da un’idea e che ad un certo punto hanno sentito l’esigenza di organizzarsi per poter essere più incisivi e raggiungere in modo più facile e più veloce l’idea primordiale che li aveva inizialmente uniti. Il novecento è stato il secolo di questo fenomeno nel bene e nel male e spesso in entrambi i casi contemporaneamente.

Tutte le organizzazione umane tradizionali, nel passaggio tra il XX e il XXI secolo, attraversano una fase critica che chiameremo “burocratica”. La fase “burocratica” è l’anteporre la sopravvivenza della propria struttura a tutto il resto. Questa fase è vissuta da Partiti, da Sindacati e da Associazioni. Una fase gravissima, secondo connivente pilastro del rincoglionimento collettivo di questo quindicennio. Una fase che alimenta l’astensione, il disimpegno, l’antipolitica e la rivisitazione in senso negativo (cosa pericolosissima) dell’importanza dei sindacati e delle associazioni.

Il Partito Democratico, più ancora della trasformazione PCI-PDS e PDS-DS, nasceva per superare quella fase. Più di ogni altro partito (badate bene che tutti gli altri partiti portano un nome di qualcuno sul proprio simbolo o sono paragonabili a dei rotary club), nei suoi intenti, reclamava la propria osmoticità sociale. Un processo difficile. Da una parte una dirigenza partitica stanca, vecchia e burocratica (italianissima resistenza al cambiamento, quindi doppiamente affetta), gestita in modo bilanciato nei suoi correntismi di cui nessuno più ricorda le origini se non per motivi personali, dall’altra un elettorato incazzato, disorganizzato, incapace di comprendere tempi, modi e funzioni di un partito e innamorato del metodo movimentista: sfogo rapido, coscienza impegnata pulita, dovere politico assolto.

Ovviamente, come sempre, la verità sta nel mezzo.

Un Partito non può essere gestito come un movimento (a meno che non sia di proprietà di un capo popolo e qui mi fermo), ma un Partito non può essere gestito come un ministero (nel senso negativo dato a questa parola). Da una parte la sostanza senza forma. Dall’altra la forma senza sostanza.

Un partito non può essere avventato nelle sue decisioni, ma non deve nemmeno essere intrappolato e non decidere mai.

Un Partito possibilmente deve nominare la propria dirigenza guardando a chi merita per competenza pensando al Paese e non nominare per spartizione correntizia. Questa è burocrazia. Noi siamo attualmente, ancora, molto burocratici. Molto votati alla forma e poco alla sostanza tanto che in questo momento stiamo correndo l’altissimo rischio di perdere quei pezzi di “non partito” che si erano avvicinati con la loro competenza, mai misurata da nessuno e quindi mai apprezzata. Competenza guadagnata sul campo, sui luoghi di lavoro che però non viene considerata all’altezza dell’esperienza interna. Questo processo sta escludendo e sta premiando la fedeltà piuttosto che il merito. Cioè sta facendo sopravvivere il Partito e non sta pensando al Paese.

Penso ad alcune battaglie che ci aspettano, per esempio nel Lazio, tanto per parlare chiaro e non sembrare di stare a fare la teorica, ruolo che non mi compete per natura. In ordine sparso.

1)      nel 2011 si vota a Latina. Chi è ben informato sa cosa sta accadendo e chi del nostro Partito si sta muovendo per fare anche delle primarie fittizie, ma per non cambiare nulla. Voglio un segretario (in realtà voglio una segretaria!) regionale che da subito, appena eletta inizi a dialogare con la città di Latina ed accanto al Partito cominci una discussione aperta sui problemi della città. Voglio che vada lì una volta a settimana e poi individui una persona capace di agire, di parlare alla città e di portare consenso.

2)      Nel 2010, alle ultime regionali, abbiamo eletto 11 consiglieri uomini. Il governo Polverini non ha di meglio da fare che intervenire su consultori e RSU486. Due dei nostri consiglieri votano persino con la maggioranza. Voglio una segretaria donna, possibilmente non incancrenita nelle dinamiche di partito che richiami i consiglieri all’ordine e guidi una politica che tenga conto della differenza di genere. Ovviamente deve essere capace di muoversi dentro il Partito, di parlare a tutti, ma deve sapere parlare alla Regione: ai lavoratori, agli studenti, agli imprenditori, costruendo il tessuto che ci accompagni nelle sfide del 2011 e del 2013.

3)      Dobbiamo eleggere al più presto un segretario romano libero, indipendente, forte che sappia imporsi su tutte le componenti, dettare le linee guida per il 2013. Che parli alla città e non alle componenti di partito. Che sappia valicare la burocrazia, farsi corpo, organizzare il partito, ma essere punto di riferimento per i cittadini, anche senza passare per vecchi schemi.

In entrambi i casi chi guida deve sapere trovare il modo di gestire quelle che per me sono davvero le componenti del partito: donne, giovani, uomini, persone esperte di partito e persone che hanno competenze sociali. Ecco, questa deve essere l’alchimia meritocratica. Non bersaniani, mariniani, franceschiniani e qualche altra correntucola fantasma.

Aggiungo: badate bene, questo non è un post anti-bersani, ma anti correnti. Che è molto diverso.

p.s. all’elettore che arrivato fin qui penserà che il PD parla sempre e solo di se stesso e di come organizzarsi. Sappi che tutto questo è necessario proprio perché l’esercizio della democrazia è difficile e tortuoso e che io preferirò sempre un luogo di tutti dove parlano in tanti (ma poi si fa una sintesi e la dirigenza coordina e guida) rispetto ad un luogo dove parla uno e gli altri obbediscono.

Senza dirlo, pericolosamente, lo dico.

Quando avevo 15 anni mi ritrovai davanti al primo sciopero della mia scuola.

I capetti di allora (io ero in quarto ginnasio), decidevano che non si entrava e si piazzavano davanti alla porta e non facevano entrare nessuno.

Di solito finiva che tutti si finiva al mare, o al bar o a casa desolati spiegando a mamma e papà (non nel mio caso) che qualcuno aveva indetto uno sciopero e quindi non si era fatta lezione.

Un giorno qualcuno si ribellò.

Si chiamavano Cristiana, Silvia e Maria Luigia.

Forzarono il blocco, si presero a spintoni con il capetto con bomber e “virus” nelle orecchie e forzarono la porta.

Krumiri?

No, qualcuno che non capiva il senso di scioperare. Sono qui per imparare. Non per non imparare. Chi danneggio? Solo me stesso.

Quello stesso qualcuno finì anche in questura quando si trattò di occupare contro i finanziamenti alla scuola privata.

Lo venne a prendere la Digos e lo portò dal questore. Ancora ric0rdo la pelle della poltrona contro la mia schiena e il terrore delle impronte e ” l’incoscienza dentro il bassoventre” che mi faceva sorridere imbelle.

Ma era una battaglia giusta e la facemmo in modo corretto. Nessun danno alla scuola. Lezioni aperte la mattina. Occupazione al pomeriggio, la notte.

Ci piovvero, di notte, persino delle bombe carta.

Distinguere il giusto e l’ingiusto. Tutta l’erba un fascio fa male al giusto. Solo al giusto. Di più non posso dire, ma mi sembra chiarissimo.

p.s. per sfatare ogni dubbio di krumirismo vi dico che sogno un Paese dove non sciopera una categoria al secondo, ma dove una volta, quando serve, scioperano tutti per una settimana intera e bloccano tutto. Tutto. Il resto sono solo giochetti. Meglio lavorare duro ogni giorno e bloccare tutto per una settimana (vedi Francia) quando è giusto farlo.

Tattica o strategia: la missione del 2013.

Questo governo è un gran pasticcio. Un pasticciaccio brutto, coacervo di malaffare che dal sud ha risalito il nord (ora in evidenza nel pavese, ma non una novità per chi legge Saviano da anni) e di xenofobia delirante al nord (di cui il sud non è immune vedi Rosarno dove le due cose si sono mischiate trivialmente). Quelle due parti sono mal compensate dal desiderio di una destra etica facilmente leggibile ed apprezzabile (per gli amanti dell’alternanza e della democrazia). Bossi e Berlusconi sono la faccia della peggiore Italia, non ne sono i responsabili, ne sono solo i rappresentanti.

Da mesi, da anni, in questo impero quindicinale, non facciamo che immaginare un Bossi illegale e un Berlusconi pure, plaudendo alle azioni giudiziarie che ormai sono di quotidiana lettura.

Tutta la nostra opposizione, giusta, corretta, doverosa, a volte tradita (vedi tentativi di dialogo, vedi la Bicamerale, vedi la mancanza di soluzioni nell’ultimo governo Prodi del conflitto di interessi) si è concentrata sulla richiesta di legalità, di etica, di rispetto delle istituzioni, di uguaglianza davanti alla legge.

Tutto il loro governo si occupa solamente di mantenere salda una posizione che più che di potere sembra ormai essere divenuta di difesa.

Parlando con gli imprenditori, con quella parte d’Italia poco ideologica e precaria che ha creduto al sogno berlusconiano, ci si rende conto di quanto le istanze liberiste e liberatorie, anticorporativiste e antipolitiche siano state tradite, vilipese, umiliate.

Cosa dobbiamo fare adesso? Continuare a chiedere dimissioni, continuare a chiedere democrazia, libertà di stampa, atteggiamenti etici? Siamo sicuri che sia la strada giusta e che invece tutto questo non ci stia trascinando su un terreno che alimenta solamente l’astensione elettorale? Gli elettori, quelli lontani dalla vita di partito, quelli che lo hanno votato fin ora, è una scusa che copre la nostra incapacità a governare.

Dove è finita la politica?

Berlusconi è furbo. Risponde e risponderà che non ha avuto e non ha tempo di occuparsi dei problemi del Paese perché contro di lui c’è un complotto comunista.

Allora fidiamoci anche noi della giustizia, lasciamole fare il suo corso. Lui non si farà processare nemmeno se faremo scendere in piazza 3 milioni di persone (nemmeno 10 di milioni) che ne chiedono le etiche e doverose dimissioni, cosa che accadrebbe in qualsiasi Paese al mondo (democratico).

Sfidiamolo, oggi che siamo in preda ad una crisi profondissima economica e sociale, a parlare solo di quello. Sfidiamolo a proporre una via d’uscita, cosa che non ha, non sa, preso da totale impreparazione nei confronti dei problemi degli altri. Le fabbriche chiudono. Non quelle famose. Quelle piccole piccole. Una per una. I negozi. Le attività. Le speranze. Si stanno abbassando le saracinesche sul futuro del Paese.

Diciamo, chiaramente, che un premier così occupato dalle proprie vicissitudini (sue e di tutti i suoi amici) sta facendo andare il Paese alla Malora. Parliamo noi di piano anti-crisi, facciamo intendere che possiamo averla questa benedetta fiducia.

E’ proprio adesso che il castello di carte si sta smontando, noi non teniamoglielo in piedi, radiamolo al suolo con la politica, quella vera. Con la proposta di un Piano Energetico, di un Piano Economico e di un Piano Lavoro e di un Piano Scuola e di un Piano Diritti. Mentre lui si barcamena, noi fischiettiamo con in mano un programma. E’ quello che vuole l’Italia.

Smettiamo di fare tattica e passiamo alla strategia. Subito.

Bersani (e non solo) ed il racconto mozzato.

L’8 luglio alla Festa Democratica c’erano tantissime persone ad ascoltare Bersani. Anche molti omosessuali che attendevano lo spettacolo di teatro comico delle Brugole.

Non è vero, come diceva ieri il Giornale che c’era poca gente. E non è nemmeno vero che non ha scaldato la folla. Certo tra lui e un leader carismatico ce ne passa, ma dipende cosa chiediamo ad un segretario. Se come me ci si aspetta un traghettatore (che non è detto che lui sia d’accordo), va pure bene.

Mi ha colpito, di questo nuovo racconto (concorso letterario lanciato da Nichi Vendola) che dovremmo scrivere ed immaginare, il silenzio assordante sui diritti civili.

Mi colpisce il terrore di articolare alcune parole, come se non appartenessero al nostro dna, come se fossero da tenere nascoste, sotto un tappeto.

Come se abbracciare i lavoratori di Eutelia fosse in contrasto con promettere agli omosessuali che quando saremo al governo avranno i diritti come in qualsiasi Paese civile del mondo conosciuto.

Qualcuno dirà: lo ha detto già, cosa vuoi.

Potrei rispondere che anche sul lavoro e sulla ricerca interveniamo più volte al giorno. Nessuno osa dire che di lavoro ne parliamo troppo o di ricerca o di green economy. E’ tutto importante, tutto fondamentale, tutto da ripetere fino alla noia.

Ma quel discorso no. Giace in due righe sui programmi del congresso. Sulle piattaforme. Non se ne discute, non si articola, non si crea nessun Forum che si occupi di formazione ed elaborazione politica.

Eppure persino il dibattito Telese/Serracchiani/Civati non ha toccato quei punti. Nemmeno i nuovi leader hanno il coraggio di spendere coraggiose parole in luoghi non preposti e dedicati all’argomento.

Tutti gay friendly, ma tutti timidi. Tutti piegati alla logica del gioco sul campo di terra dismesso. Siamo noi che continuiamo a giocare sul campo sbagliato. Qui va presa la palla, rubata, portata via e tocca andare a giocare altrove. E’ lì l’errore generazionale, madornale.

Cioé la domanda alla fine è: diciamo ciò che pensiamo o ciò che ci conviene? Tra le due risposte passa il senso della credibilità politica su tutto.

Forse qualche lezioncina dal sovra-citato Obama la dovrebbero prendere tutti, perché sarà proprio il coraggio di dire cose fin ora scomode nei luoghi più impensati (per esempio prima delle elezioni o per esempio durante un discorso di insediamento presidenziale) che ci informerà che è nato il (o i) leader di domani. Uno che potrà andare a Mirafiori a parlare di omosessuali e da Arcigay a parlare di asili nido, raccogliere la stima dell’elettorato che chiede un racconto e lo chiede completo perché ormai il novecento è passato e, come abbiamo detto spesso, non esistono più le categorie stagne, ma esistono cristalli sociali multiformi che cercano la completezza dell’essere. Un racconto che inizi e finisca e non il bignami di una socialdemocrazia mutilata.

Prima di allora sarà il ripetersi di vecchie timidezze e quindi di sonore sconfitte.

p.s. per parte mia, finita l’era dei Pride (quest’anno sprofondata in una litigiosità movimentista fuori dal comune), la questione omosessuale torna ad essere una delle tantissime cose da fare che in effetti, anche qui, abbiamo fatto un po’ indigestione e non sempre inseguendo la palla giusta (mea culpa per chi non lo avesse compreso).

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