Quando studiavo filosofia, al liceo, leggevo Eraclito che discettava sui contrari. Non c’è pace senza guerra. Eraclito, come gli uomini del suo tempo, era uno pacato, non un fanatico futurista che invocava la guerra come purificazione, concetto poi cannibalizzato dal fascismo che si dissociò dal socialismo proprio su questo. La guerra come evento traumatico e risolutore, come rivoluzione che consente al proletariato di fare un passo avanti collettivo e storico più rapido che in tempi di pace.
Eraclito leggeva la storia come un ciclo continuo con il cinismo laico del suo tempo. Il politeismo greco consentiva una libertà di pensiero e di osservazione della realtà più complessa di quella che venne dopo. Un filosofo poi divenuto santo tagliò il cerchio del tempo e decise per tutti che il tempo è una linea.
Un giorno pensai che avessero entrambi in qualche modo ragione e che in realtà il tempo è una spirale, lo spazio in cui si muove quel tempo è a 3 dimensioni (ne avevamo già parlato qui, tanto tempo fa) e quindi ci sono cose che si ripetono simili, ma mai uguali, perché comunque il tempo scorre insieme a tutto il resto.
Panta Rei, per restare al caro Eraclito.
Perdonatemi la digressione, ma quando si parla di guerra non si può che parlare di storia, non si può che tentare di trovare quel filo che unisce il tempo, i mutamenti e le riflessioni filosofiche che su quei mutamenti sono avvenute.
Cinicamente, osservando la natura umana, persino in mezzo al traffico, non credo che esisterà mai un mondo senza guerra.
Le guerre di oggi sono diverse. Non si invade per conquistare una geografia, ma per diventare padroni dei luoghi senza dirlo e quando siano già state percorse tutte le strade per “avere” senza “possedere”, come se l’evoluzione della civiltà abbia instillato una sorta di pudore. Voglio il tuo petrolio, voglio i tuoi diamanti, voglio il tuo gas, ma non governerò il tuo paese. E’ persino meno etica la guerra, meno “fisica”. Conquista i beni. Diffonde prodotti. Ma non mischia culture se non quelle che proliferano attraverso il consumismo.
Si facevano le guerre perché si era troppi. Ci si spostava in massa a conquistare luoghi in cui stare, coltivare . Forse l’ultima guerra così è quella che si combatte in Palestina, dove una terra che non c’era è stata creata e gli israeliani più sfigati e ultimi “tornati” vengono spediti a colonizzare terre che non dovrebbero appartenergli, in un atto di pura prepotenza nei confronti di un altro popolo, offeso ed ora prigioniero del fondamentalismo che sopravvive sul conflitto.
Tante altre cose potremmo dire sulle guerre in Africa e sui confini tracciati con il righello ai tempi del colonialismo.
Non solo. Nel novecento è nata l’industria della Guerra che ha bisogno della Guerra. Una volta gli Stati si armavano. Oggi le industrie armano gli Stati. La Guerra non è più solo strumento, ma persino un mezzo per foraggiare casse in ogni caso private.
Ma c’è l’altro aspetto della Guerra.
La manodopera. Gli esseri umani.
Un tempo il divario sociale era enorme. La forza lavoro militare era poverissima e veniva guidata dalla nobiltà. E andando ancora più indietro, al tempo dell’antica Roma, ai soldati di ritorno dalle guerre puniche veniva data la terra. E’ così che il sud divenne terra di scambio, latifondo arido, terra di soggiacenza gerarchica.
Ci riprovò in parte Mussolini, reduce della prima guerra mondiale, socialista fulminato sulla via della Guerra, imbevuto di retorica da trincea che gli restituiva autostima.
E’ di qualche settimana fa quel video di Tor Bella Monaca in cui due ragazze intervistate dichiarano di volersi arruolare. L’esercito è il luogo più facile, oggi, dove trovare uno stipendio dignitoso con tanto di contratto. E legale. Ma la cosa che sconvolge più di tutto è che comincio ad avere conoscenti che fanno lo stesso pensiero. Non è disperazione. E’ resa. Resa ad un Paese in cui l’onestà è un percorso difficile. Il merito non esiste. Il sud è di proprietà altrui, appaltato. Non è un caso che dei 4 alpini della Julia 3 fossero del sud.
Esiste una statistica su chi si arruola ed è disposto a partire per i luoghi a rischio? Da dove viene? Cosa ha studiato? Oggi scopriremo che ci sono anche laureati, magari. Secondo me negli ultimi due anni qualcosa è cambiato. Impensabili, ci pensano, di partire.
E’ questo oggi la Guerra? Un ammortizzatore sociale da una parte ed un business fortissimo dall’altra, al quale faremo sempre più appello, per l’incapacità di trasformare l’economia, di pensare nuove strade? A scapito di popolazioni lontane? Alla conquista di cosa?
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