NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE

nemmeno costruendo una canoa.

Archivi per il mese di “novembre, 2011”

Questa di Monti io non la capisco.

E dice bene Odifreddi: ‎”E’ probabile che la nomina di Monti sia un giochetto da Prima Repubblica, per poter presentare a giorni la sua promozione a primo ministro come “istituzionale”. ” Insomma bene Monti (come concetto…poi lo giudicheremo nei fatti), ma c’era bisogno di farlo senatore a vita?

Berlino.

Ci sono una quantità di banalità che si possono dire di Berlino la maggior parte delle quali sono già state dette e albergano nel retrocranio di chiunque. Anche di chi, qui, non ha mai messo piede.

Eppure quando pensi di averla capita, questa città si ribella e ti rovescia la prospettiva. Perché questa città è tutto e il contrario di tutto. Così sono tre giorni che me ne sto in silenzio ad osservarla. Berlino è la città meno tedesca della Germania ed è un bell’esercizio di mescolamento, non a caso il primo obiettivo di normalizzazione per i nazisti.

Berlino nel 1700 aveva un berlinese su cinque con almeno un antenato francese e una delle più grandi comunità ebraiche accorsi in uno dei primi esperimenti di riurbanizzazione ad invito che si ricordi nella storia.

Berlino ospita nel proprio centro il Ground Zero del novecento. Somiglia a New York oggi, città ferita sul nascere del nuovo millennio. Nella voragine che divideva Berlino est e Berlino Ovest, due modi di intendere il mondo nel secolo appena passato. In mezzo il nulla cosmico, un buco nero avvolto nel filo spinato.

Oggi su quello spazio da risanare e curare, accanto al Bundestag e al monumento all’architettura contemporanea che è Postdamer Platz c’è il monumento all’Olocausto. Perché questa città ha subito tutto l’accanimento del secolo scorso su di se, più di qualsiasi altra città. Berlino oggi è un museo a cielo aperto del secolo appena trascorso. Berlino è il novecento da attraversare per non dimenticare. Così su quella terra della separazione l’architetto Peter Eisenmann ha occupato il vuoto con una distesa di parallelepipedi di pietra. Si passeggia per vicoli stretti, come se fosse un piccolo paese del sud. Accade che entri per passeggiare in silenzio in un labirinto scuro, senza alcuna meta, sapendo che le vie di fuga sono perpendicolari tra loro e visibili. Ti scopri a giocare a nascondino. A sorridere dei bambini che si rincorrono, dei baci che si nascondono. Un monumento che riassume Berlino, e con essa la Germania, in modo perfetto: la ricongiunzione assoluta. Di Berlino Ovest con Berlino Est per volume interposto, della colpa con il perdono per la memoria dell’olocausto, del dolore attuale per quanto avvenuto con la gioia di chi si lascia trascinare dalle infinite possibilità dell’opera. Tutto il novecento è in mezzo a quei vicoli. Basta saperlo ascoltare per entrare davvero nel III millennio. La rielaborazione delle cose accadute, quella cosa che noi italiani non sappiamo fare che dopo un minuto dalla caduta del fascismo nessuno era mai stato fascista. Qui se lo ricordano di essere stati nazisti. Di avere taciuto, lasciato fare, visto accadere. Solo così un popolo cresce. Ammettendo e accettando e perdonandosi.

Il viaggio a Berlino continua con tappe casuali ma fortemente connesse a dimostrazione che la città pulsa di questa ansia del superamento della ricongiunzione. Il Museo Ebraico di Libeskind, lungo le tre vie: della continuità, dell’esilio e dell’olocausto. L’unico museo a me noto che consente l’esperienza del dolore, per quanto questo possa essere possibile non solo attraverso le immagini che tutti conosciamo dei lager, ma passeggiando per il giardino dell’esilio o restando chiusi nella torre dell’olocausto, con la porta che fa clanc dietro le spalle e una fessura di luce altissima, sopra la testa. Questa volta conoscevo la sensazione. Poi un vecchio ufficio postale, un enorme palazzo che sembra appena uscito da un bombardamento, nel cuore del vecchio ghetto. Una mostra video-fotografica sul terrorismo: dal sequestro degli atleti israeliani, passando per Moro fino alle Torri Gemelle. E poi una sera un film scoperto per caso e visto dalla vetrina, con il naso a fumare fiato sul vetro: il Libano dove i palestinesi, come avveniva per gli ebrei durante il nazismo, non possono fare tutti i mestieri. Gliene sono negati circa 70, non possono avere alcuna proprietà e non possono ricostruire le proprie case nei campi al di fuori dei limiti originari del 1948. La storia si ripete altrove e se ne parla proprio nel cuore della memoria. E poi gli squatter di Tacheles che rappresentano l’esplosione del dolore attraverso l’arte e il design, annidati in una nuvola di fumo di marijuana in un palazzo industriale a più piani e dove non ti guardano le scarpe come accade in certi centri sociali italiani più selettivi di un locale per vip se non sei omologato allo stile di casa. La capacità che ha questa città di tenere dentro poi di esplodere. Occidentale e razionale, orientale e creativa. Grigia e colorata insieme. Tedesca e mediterranea. Composta e fricchettona. Ordinata e sporca. Ciclabile e capitale dell’auto. Efficiente e lenta. Appena stai per darle una definizione, le parole si sgretolano davanti ai Mc Donalds costruiti a sfregio nei luoghi simbolo dell’est.

Trovate tutto qui. Ma quello che c’è qui, di già, è anche il futuro. Perché questa città malgrado il peso ed un livello di disoccupazione ed alcolismo elevatissimi, guarda avanti con indulgente autoironia: in un locale per distinguere i bagni delle donne da quelli degli uomini troneggiano due gigantografie della Merkel. Una come la conosciamo. Ed una con i baffi.

Come sostenere la candidatura di Giovanni Bachelet alla segreteria del PD Lazio

Vi giro la lettera scritta da Giovanni che potete diffondere ed usare per raccogliere le adesioni. Se siete abituati a leggere sul giornale le cose che accadono nel partito e non sapete mai dove sono state decise, stavolta potete essere voi a decidere.

E il fatto che non ci sia la gara dei pezzi da novanta del partito per appoggiare la candidatura di Giovanni Bachelet e che qualcuno ( Lucio D’Ubaldo ) lo definisca addirittura implausibile è l’indicazione che è la cosa semplicemente giusta. Qui sotto trovate come aderire alla sua candidatura. Democratico stanco del caminetto? Decidi tu.

Carissimo, carissima:

il Partito Democratico del Lazio, sotto la guida del commissario Chiti, ha intrapreso un percorso che dovrebbe condurci all’elezione del nuovo segretario. L’Italia attraversa giorni drammatici e, da parlamentare di opposizione e presidente del Forum Politiche Istruzione del PD, cerco di affrettare e preparare giorni migliori. Però senza un PD Lazio impegnato oggi nello studio, nell’animazione politico-culturale e nel raccordo fra cittadini e istituzioni, non si vincono le elezioni e non si governa l’Italia; e senza un cervello e un cuore il PD Lazio non può resistere a lungo; deve quindi individuare al piú presto un segretario e un gruppo dirigente.

Insieme a un gruppo di iscritti e dirigenti di ogni età e provenienza ho identificato i compiti piú urgenti del prossimo segretario laziale. Ho da poco reso pubbliche queste idee e la mia disponibilità ad essere candidato in un articolo apparso sul quotidiano Europa, che accludo qui.

Per candidarsi alla segreteria regionale è però necessario (politicamente e anche a norma di statuto) l’appoggio di un piú ampio numero di iscritti. Per questo chiedo ora il tuo appoggio:

  • se vuoi sostenere la mia candidatura a segretario del PD Lazio,
  • se nel 2010 eri iscritto al PD Lazio,
  • se nel 2011 hai rinnovato o stai rinnovando nel Lazio la tessera del PD,

allora ti chiedo:

  • di spedire all’indirizzo bachelet_g@camera.it un messaggio con oggetto “segretario regionale pd” che contenga la porzione di messaggio sottostante (compresa fra ===) nella quale hai completato tutti e 14 i campi con i dati richiesti
  • di inoltrare questo messaggio a ogni altro potenziale sostenitore tuo amico

Procederemo alla raccolta delle firme su carta quando modalità e tempi esatti della raccolta firme saranno resi noti dagli organi regionali di partito, ma questa immediata disponibilità espressa per email è fondamentale in vista di ogni passo successivo.

Giovanni Bachelet

http://www.giovannibachelet.it/

http://www.politicheistruzione.forumpd.it/

===

Il sottoscritto

  1. cognome:
  2. nome:
  3. luogo e data di nascita:
  4. residenza (via cap comune provincia):
  5. telefono:
  6. email:
  7. nome del circolo di appartenenza:
  8. provincia del circolo di appartenenza:
  9. numero tessera (si trova in basso al centro nella tessera 2011):
  10. codice iscritto (si trova in basso a destra nella tessera 2011):
  11. nome del coordinatore del circolo di appartenenza:
  12. cognome del coordinatore del circolo di appartenenza:
  13. telefono del coordinatore del circolo di appartenenza:
  14. email del coordinatore del circolo di appartenenza:

dichiara di sottoscrivere la candidatura di Giovanni Bachelet per l’elezione alla carica di Segretario Regionale; dichiara, inoltre, di non aver sottoscritto altra presentazione di candidatura e di conoscere, condividere, possedere i requisiti richiesti dallo Statuto Nazionale e dal Codice Etico del PD.

Il PD del Lazio ha il suo primo candidato ufficiale.

In una bellissima ed appassionata lettera Giovanni Bachelet si mette a disposizione del PD Lazio. Non c’è niente di più diverso da me in questo partito. Io sono giovane lui è vecchio. Io sono donna lui è maschio. Io sono lesbica e lui è etero. Io sono agnostica e lui è cattolico praticante. Ma è proprio qui che nasce il mio totale ed incondizionato appoggio alla sua candidatura: che così facciamo davvero il PD perché non ho bisogno di un mio clone o di me stessa per essere rappresentata e nemmeno per una battaglia di vero rinnovamento. E poi la sua credibilità e la sua disponibilità a lasciare tutto per mettersi a fare quello ed anche la non presunzione di essere l’unico a poterlo fare. In ultimo anche un profilo del partito che vogliamo che condivido e che con lui e molti altri in questi mesi abbiamo immaginato e sogniamo.

Come generazione dimostriamo anche di non avere voglia di fare solo battaglie di visibilità, ma che riusciamo anche ad andare nell’altro campo e a tirare fuori il tanto di buono che ancora c’è.

Nei fatti, ad oggi, 8 novembre e con un’assemblea da fare il 26 non c’è alcun candidato perché quello che tutti si aspettano ancora non si è manifestato perché non è ancora stato definitivamente investito dall’alto, dimenticando che andare a fare il segretario è mettersi a disposizione della base degli iscritti. E allora forza Giovanni. La mia firma ce l’hai.

Fate così: leggetevelo, invitatelo a parlare e così..in modo trasparente, se vi piace metteteci il nome e il numero di tessera, senza chiedervi da dove viene, cosa faceva venti anni fa. Ma solo dove va e dove vuole portarvi. Insomma #occupypdlazio anche voi.

Io ci sono. Cristiana Alicata tessera PD n° 119021.

La lettera integrale la trovare qui.

Mentre il piano casa della Polverini diventa un caso nazionale, il PD del Lazio continua a non avere un segretario. Possibile? Industria, commercio e turismo, attività finanziarie immobiliari e servizi, producono nel Lazio circa il 20% del corrispondente segmento di PIL nazionale con circa il 10% della popolazione nazionale. Il Lazio ospita un grande stabilimento Fiat, le grandi istituzioni di ricerca italiane, la Capitale e tutto quel che consegue in termini di opportunità ma anche pendolarismo e inquinamento: è nel Lazio la piú grande discarica di rifiuti in Europa. Negli ultimi anni calo dell’occupazione, criminalità organizzata, clientelismo e inquinamento in almeno un paio di province rischiano poi di far risucchiare nel buco nero del sottosviluppo una Regione che potrebbe aprire al meridione la pista della crescita. Può permettersi il Lazio di stare per anni con un governo incapace e un partito di opposizione a bagnomaria? Certo le politiche del PD per il lavoro, la casa, l’ambiente, la ricerca, i trasporti, trovano negli amministratori locali, e particolarmente nei Consiglieri Regionali, un importante riferimento. Esse rischiano però di risultare lontane, a volte incomprensibili per elettori e iscritti, in assenza di un partito capace di suscitare ampia partecipazione democratica, al di là dei pur preziosi bacini elettorali personali (nel 2010 il 46% degli elettori PD non ha espresso preferenze e un altro 20% ha dato la preferenza a candidati non eletti). Eppure, a due anni dal rovinoso abbandono del governo regionale, il PD non è riuscito a darsi un gruppo dirigente: né primarie né voti assembleari né un anno di commissariamento hanno ancora sciolto la matassa dei veti incrociati, mentre non si arresta, dicono le ultime amministrative, la spirale di sconfitte elettorali ed emorragie. La fisiologia della competizione politica interna è diventata patologia, con interessanti capriole: chi in Italia vuole il partito solido, nel Lazio lavora alacremente alla sua liquefazione; chi vuole primarie sempre, nel Lazio predilige i caminetti; molti sembrano preferire che il PD perda le elezioni pur di mantenere il controllo delle tessere, o la certezza della propria candidatura (o ricandidatura) alle prossime politiche. Nell’ultimo anno, infatti, la presunta imminenza di elezioni anticipate, anziché indurre un rapido recupero di compattezza, autonomia territoriale e competitività elettorale attraverso primarie che la direzione del PD aveva affidato al commissario Chiti, ha purtroppo agito da ulteriore forza centrifuga: pochi lo ammetterebbero in pubblico, ma molti sono privatamente ossessionati dal problema di chi sarà segretario regionale al momento della composizione delle liste di Camera e Senato, con una legge elettorale che dà tutto il potere alle segreterie. In queste circostanze risultano coraggiose e legate fra loro piú di quanto non appaia a prima vista le due decisioni estive di Chiti: creare un coordinamento politico (che ha da poco stabilito un percorso per eleggere il segretario regionale secondo l’invito di Bersani all’ultima direzione nazionale) e una commissione incaricata di studiare le modalità con cui gli elettori saranno coinvolti nella definizione delle liste di Camera e Senato alle prossime politiche (uno dei temi all’ordine del giorno della prossima conferenza nazionale organizzativa del PD).

Nello stesso spirito un segretario capace di superare le divisioni e rilanciare il partito democratico nel rispetto dello statuto e del codice etico dovrebbe

  • promuovere nel partito regionale e nazionale la cessione di una porzione di sovranità dalle segreterie agli elettori nella definizione delle liste di Camera e Senato con elezioni primarie, da promuovere anche in tutte le elezioni monocratiche, a norma di statuto
  • rinunciare ad essere in lista e, se già parlamentare o consigliere, dimettersi da ogni altro ruolo elettivo in caso di elezione a segretario (ricevendo a questo punto dal partito un contratto a tempo determinato): per metter mano con libertà e credibilità a primarie e candidature, ma soprattutto per dedicarsi a tempo pieno al rilancio e alla ricostruzione del partito in tutta la Regione
  • girare le province per conoscere e vedere con i propri occhi, valorizzare i circoli sani, curare i malati, ricucire i divorziati, bonificare gli inquinati, certificare e seppellire i morti
  • voltare pagina rispetto a spartizioni e etichette che non ci hanno portato fortuna, non per fagocitare e annullare la diversità e il pluralismo, bensí per valorizzarle, anche con un censimento di competenze capace di coinvolgere nel governo del partito, a tutti i livelli, nuovi e vecchi militanti che hanno un contributo da dare
  • impegnarsi nella trasparenza dei bilanci; nella parità di genere, nella convocazione di riunioni cui per orario e ordine del giorno possa partecipare chi lavora; nel rispetto di doveri e diritti di iscritti ed eletti; nella periodica consultazione dei livelli territoriali inferiori
  • voltare pagina nel metodo e nel merito delle nomine nelle aziende partecipate, abbattere i costi principali ma occulti della politica: in Italia ci sono 3600 aziende partecipate, 23mila consiglieri d’amministrazione, 3mila incarichi apicali, e il 60% di queste aziende risultano in deficit (Cuperlo, l’Unità 8/8/2011); di queste un decimo si trova nel Lazio

Il partito democratico del Lazio non ha bisogno di rottamatori e neanche di disinvolti piloti che lo portino a un’altra sconfitta per poi cambiare scuderia: ha bisogno di ingegneri, gommisti e carrozzieri capaci di rimetterlo in pista per vincere la prossima corsa. A questo mira il programma delineato qui in poche righe. Poiché, a venti giorni dall’assemblea regionale e dieci dalla sua convocazione, molti sentono la necessità di ripartire da zero ma nessuno rompe l’incantesimo con il nome di un candidato, sento il dovere di proporre me stesso come candidato alla segreteria regionale. Sono impegnato in Parlamento e nel Forum Nazionale Istruzione e per nulla attirato dal tritacarne del PD Lazio: se altri candidati intendono recepire almeno parte di questo programma raccogliendo, secondo l’auspicio di Bersani, un consenso molto ampio, sono ben lieto di farmi da parte; altrimenti, però, corro io.

Le aggressioni a Roma.

Se fossi a Roma domani andrei alla manifestazione di solidarietà indetta in solidarietà ai ragazzi del PD aggrediti nei giorni scorsi mentre attaccavano dei manifesti.

La manifestazione si svolgerà Martedì 8 novembre alle ore 18 a P.zza Sempione e come recita il comunicato è una “Fiaccolata di solidarietà organizzata dalla CGIL di Roma Est contro l’aggressione neo fascista dei giorni scorsi ai danni di Paolo Marchionne e di alcuni Giovani Democratici del Municipio IV. La manifestazione è aperta a tutte le forze politiche democratiche ed ai cittadini. Confidiamo nell’adesione e partecipazione di tutti per contrastare questo clima di violenza dilagante e diffondere un messaggio di solidarietà e tolleranza attraverso la politica e la società civile.”

Spero, come sempre in caso di aggressioni, che le forze dell’ordine facciano luce sull’accaduto.

Ricordo a tutti, inoltre, che la destra romana e fascista non è solo Casa Pound. La città va conosciuta bene. Ci sono formazioni molto più pericolose e radicali di Casa Pound. Come ci insegna il libro di Emanuele Toscano che invito tutti a leggere con attenzione.

Soprattutto a chi si candida a governare la città.

Verso il governo di transizione: tra salti della quaglia, velleita’ politiche e l’elefante PD.

Aumentano i salti della quaglia in vista del nuovo governo. Dopo la Carlucci anche Pisanu lascia il PDL verso il terzo Polo. Dovremmo ringraziarli? Di cosa? Di essere stati complici? Speriamo che il prezzo non sia una bella poltrona nel governo di transizione che in settimana (cosi’ dicono) verra’ varato.

Sul tema, a mio parere, il PD deve starci solo se tutti ci stanno, Lega compresa e se ci sono davvero garanzie su alcuni punti (oltre alla gestione immediata della crisi con misure che non potranno mai essere strutturali): riforma elettorale, dimezzamento dei seggi parlamentari, abolizione dei vitalizi. Insomma prendiamoci responsabilita’ se lo fanno tutti, altrimenti si vada al voto e intestiamo la crisi a chi ha governato fin ad oggi, Lega compresa.

Pisanu, passando al Terzo Polo, sostiene che il Terzo Polo possa parlare ai cattolici ed ai movimenti e social network. Quando l’ho letto ho avuto quasi un sussulto. Dove erano Casini e Rutelli ai tempi del referendum? E alle ultime amministrative? Mai visti in piazza. Il Terzo Polo su nucleare ed acqua pubblica non ha interpretato affatto la posizione del Paese e nemmeno nella richiesta di laicita’ tra i candidati a sindaco che ha caratterizzato le ultime amministrative. Ricordare la sconfitta di Rutelli a Roma (ormai all’epoca gia’ completamente clericalizzato), insegni. Le citta’ hanno meno voto clientelare e più di opinione. Il terzo polo rappresenta il ceto medio alto, in alcuni casi i poteri forti, quelli liberisti in economia e sicuramente gli interessi della Chiesa. Forse qualche residuo più “popolare” permane negli ex di AN ma e’ destinato a estinguersi e a trovare altri luoghi di collocazione: trovo infatti quell’alleanza miope e contro natura persino per la destra che Fini ci ha raccontato: laica e fortemente orientata al welfare (per assurdo FLI e’ più vicina al PD di UDC e API).

Pisanu torna sul voto cattolico e ha ragione quando dice che i cattolici non vogliono un partito dei cattolici ma sbaglia, a mio avviso, un passaggio. E’ vero che molti elettori delusi dal PDL voteranno Terzo Polo. E’ falso che la stessa diaspora ci sara’ dal popolo di centro sinistra. Forse il Terzo Polo accogliera’ ancora qualche esponente del PD, ma non flussi elettorali consistenti (se si esclude il voto clientelare che non considero politico, ma cancerogeno, per usare un eufemismo).

Il PD su questo tiene e terra’ bene un rapporto moderno con i cattolici maturi e soprattutto quei cattolici che non si sono mai sporcati le mani con il berlusconismo in questi venti anni. Ma non li terra’ sacrificando la laicita’ o venendo meno alle istanze di modernita’ che provengono anche da quelle piazze che cita Pisanu. Semplicemente incarna e continuera’ a farlo sempre meglio (a rottamazione non dei cattolici, ma dei vecchi e giovani vecchi babbioni bigotti numerosi anche tra le file ex ds) i valori della costituzione. E’ ineluttabile questo processo, lo si percepisce tra le file dei miei coetanei di ogni provenienza geografica e politica.
Solo la nostra alta dirigenza non vuole vedere cosa accade ad un metro dal loro naso.

Sembra sempre più impossibile allearsi con un Polo che sta diventando un nuovo PDL senza Berlusconi. Un errore politico di Fini, ma un vantaggio per noi che possiamo definirlo un accrocco tra un centro estremista clericale e liberista e una destra (ormai li’ minoritaria) laica e con spunti di buon welfare.

Basterebbe spiegarlo bene agli italiani e scrivere il nostro programma dimenticandoci finalmente di Casini. A volte ho l’impressione che il PD si comporti come un elefante in un negozio di cristalli e non usi tutta la sua forza. E questa apparente generosita’ e’ un suicidio, ci restringe, non viene ripagata. Ci si aspetta da noi chiarezza e coraggio. Punto.

Siamo più crudeli con Renzi che con Casini.

Questa e’ la vera follia.

Il tramonto di Bersani

Nel discorso di Bersani: “Molte frasi killer. In qualsiasi corso di comunicazione ti insegnano ad esprimere al meglio ciò che pensi, proprio per farti capire. Non per condire e vendere una cosa per l’altra. La comunicazione è farsi capire, non imbrogliare. Questa concezione è una concezione consumistica della politica. Berlusconiana. Ti insegnano per esempio a non dire mai: scusi se la disturbo. L’altra persona penserà subito che la stai disturbando. Non si dice: il PD non sarà mai un ruotino di scorta, marginale…io per esempio non lo avevo mai pensato. Ora che Bersani lo ha detto mi sto chiedendo perché gli è venuto in mente.”

Continua qui, sul blog de IMille.

P.s. Spero che il dissenso (raccolto tra i non iscritti tra l’altro) sia ancora concesso.

Il PD e le unioni civili.

Ha ragione River Blog. Sul sito del PD non c’è. Pare sia stato inviato un comunicato stampa per un convegno di un’associazione in cui si parlava vagamente di unioni civili, senza specificare se si parla di Di.Co o di altro.

Oggi Bersani non ne ha parlato, citando soltanto la legge contro l’omofobia. Ma d’altronde la comunicazione è un optional oppure la linea la detta ancora D’Alema che come ricordiamo ha detto chiaramente che non è una priorità e che i gay seri il matrimonio non lo chiedono. Appunto.

Genova.

“Ero in una città di mare ed enormi nuvoloni neri dipingevano cielo e mare del colore dell’inverno. Il vento di mare ci metteva tutto il resto con le foglie delle palme che ondeggiavano lente. Tutto insieme, con le tipiche case di mare che si somigliano ovunque, tutto insieme facevano una nostalgia. Sai quegli intonaci rovinati dalla salsedine. Quei negozi caldi, uguali a se stessi, quei bar appena rinnovati, quei parrucchieri dove si annidano i racconti di tutti. La nostalgia. La mia. La nostra, nel senso di anche la tua, nel senso che avresti provato le mie stesse identiche sensazioni. E il male al cuore l’ho avuto perché nessuna persona al mondo, forse, avrebbe potuto sentire nello stesso punto e con una carne diversa dalla mia, le stesse cose. Era Genova. Era Civitavecchia. Era Piombino. Era Palermo. Era Napoli. Era un luogo della Corsica. O Lisbona. Era solo una città di mare e forse le città di mare ci piacciono non solo perché ci abbiamo passato le infanzie e gli odori portano i ricordi annidati nei vicoli. Forse ci piace una città che ha la sicurezza della terra alle spalle e la libertà del mare di fronte. Le città di mare sono aperte e raccolte. Sono più insicure. Sono maledette. Come noi due. ” (da una Lettera d’amore, III millennio).

Ritrovo questa lettera in fondo ad una cartella, dentro un file. Guardo Genova. Mi viene da piangere e non riesco a dormire. Ho l’impotenza di chi a volte pensa che tutto questo svociarsi per cambiare le cose si vada ad abbattere contro un mal governo diffuso che non è solo l’incarnato di Berlusconi, feticcio, ormai e ovunque, di ogni male. Non è solo lui. Siamo anche noi.

Ha ragione il sindaco Marta Vincenzi a respingere le accuse di non aver saputo gestire una tragedia annunciata. Genova non si è allagata come Roma (la cui acqua era solo di pioggia e stagnava per i tombini chiusi). Genova si è allagata per la pioggia che ha fatto esondare i fiumi. E i fiumi non sono di competenza del sindaco. Il servizio dighe, tanto per dirne una, dipende dalla presidenza del Consiglio. Ma non basta. Gli strumenti c’erano, ma non sono stati “fatti”. La difesa del suolo da chi dipende? Ha ragione, qui, Nicola Zingaretti che in queste settimane si sgola a dire che uno dei problemi del Paese è proprio la mancata individuazione degli organi competenti e spesso le competenze sono sovrapposte e finisce che non è mai né colpa né merito di nessuno.

E’ necessario ridare senso ai governi locali e distribuire le competenze in modo chiaro. E più di tutti non servono salvatori della Patria in salsa singola piuttosto uno straordinario sforzo collettivo dai condomini al Parlamento che ci veda tutti coinvolti in buone pratiche di governo. L’Italia deve uscire dal monarchismo salvifico ed entrare dentro il sistema democratico. Un sistema democratico deve prevedere il controllo e il monitoraggio delle azioni di governo a tutti i livelli. E, ripeto, questo lo dobbiamo fare tutti. Non aspettare che qualcuno si svegli, si paghi gli spot in TV e ci dica che lo farà lui. Sono i dintorni che vanno modificati. Il collettivo diffuso.  E il senso profondo di bene comune.

Domani mattina

Mi intervistano su intervistato.com, se volete fare delle domande potete farle.

A Roma si muore di inettitudine.

Ne so qualcosa di cartelloni abusivi. Un mio amico che andava in moto su un’autostrada della Sicila oggi fa a meno di un braccio perche’ in un giorno di vento un cartellone abusivo si e’ staccato e gli ha tranciato le connessioni del movimento.Oggi a Roma e’ morto un ragazzo di 30 anni contro un manifesto che non doveva essere li’. Roma, capitale d’Italia, museo a cielo aperto e’ terra di mafia per la cartellopoli abusiva. Ogni cartello legale (pochi e regolamentati) deve essere dotato di un segnale elettronico. Questo consentirebbe l’immediata evidenza dell’abusivismo, l’obbligo della rimozione. Oppure diteci quale e’ il problema. Diteci se qualche politico tace e acconsente. E diteci i nomi. Diteci dei vigili conniventi. In ogni caso Roma va rivoltata. Via tutto. Siamo la capitale mondiale della cultura e dobbiamo preservare la nostra immagine. Perche’ la nostra immagine fattura, porta soldi, turismo e ricchezza diffusa. Va difesa allo stremo. C’e’ il web adesso. Usate quello. Chi sara’ il sindaco dovra’ farsi carico di questo aspetto e ridare a Roma dignita’ estetica, culturale e legale. Alemanno non e’ capace. E’ un inetto totale. Non pervenuto. Un osservatore del caos.

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