oggi soffia forte il vento, ma con quattro mani si può quasi volare.
Questo è il Blog di Cristiana Alicata: politica, scrittura, laboratorio.
"Quattro", Il Dito e La Luna, Milano 2006, è il mio primo libro. In "Principesse Azzurre da Guardare", Mondadori, 2007, collana di racconti curata da Delia Vaccarello, c'è un mio racconto.
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6 risposte so far ↓
cristiana alicata // Dicembre 14, 2006 a 5:37 pm
E lui guardava il mare. Mani in tasca, ricordando una vecchia canzone. Le nuvole assumevano forme. Lei lo osservava dall’auto.
Msan // Dicembre 15, 2006 a 9:52 pm
Guardava quella giacca che conosceva la sua forma. La guardava abbracciare le sue spalle e raccogliere gli scarabocchi concessi ai capelli, lasciati crescere appena un po’ più del solito. C’era una canzone, lei lo sapeva, quasi la sentiva. Conosceva il suo modo di esrcitare controllo sull’impeto invadente delle emozioni. Non era lì per pensare, era lì fuori perché aveva bisogno di staccarsi da sé appena per un po’. Aveva bisogno di perdersi in quel cielo forte di giganti leggeri e scuri, nella grandezza del mare freddo, frenando i pensieri con quella musica che non riusciva a stancarlo. Era lì per dimenticarsi per un po’ di sé e riposare la sua mente.
Quasi come un aquilone, stava in quel vento viola e blu, e quel filo che gli impediva di volare via l’aveva lei tra le dita.
cris.ali // Dicembre 16, 2006 a 8:49 pm
“Insomma. Ci sei?” Le aveva chiesto solo dieci minuti fa.
E lei era restata lì, zitta, il capo un pò inclinato a seguire il verso delle sue parole.
A me è il tempo che mi fa paura. Solo questo. Tu sei così brutale con le parole.
Msan // Dicembre 27, 2006 a 7:41 pm
Lui allora era diventato serio, occhi attraverso il vetro, alla bocca non chiedeva espressione ché non ce n’era bisogno.
-Ogni tanto mi lasci disarmato, senza energie: il tempo, la paura, la durezza nelle mie parole. Io a questo non credo di saper rispondere, non credo neanche che abbia senso. Tu sai rispondere? E cosa siamo noi? E cosa succede adesso? Me le sai spiegare tutte queste cose?-
Le ultime parole avevano il suono calmo della giusta rabbia. Lei lo guardò negli occhi come a leggere quell’emozione, come a carcere il modo giusto di spiegarsi. Poi intrecciò le dita alle sue. Gli si appoggiò alla spalla come per rendersi spettatrice insieme a lui di quella vista.
-Vedi Matteo- gli disse con aria paziente -queste sono quattro mani. Le vedi che sono quattro? Belle vero? A me piacciono tanto.
Ecco, in questo momento, tu non hai due mani come è sempre stato, come sei sempre stato abituato a pensare di te. In questo momento tu hai quattro mani, esattamente come me in questo momento.-
Lui contò le sue mani. Erano quattro.
-Con due mani, con sole due mani, ti ho visto creare la tua vita. Inventare pagine di vita. Alcune sono state i tuoi giorni, altre sono diventate parole da leggere e vite, altre, e giochi e libertà. Adesso hai quattro mani, pensa! Con quattro mani addirittura, cosa ci farai?-
cristiana alicata // Marzo 21, 2007 a 6:19 pm
- Vorrei essere una montagna - disse lei. Il respiro si faceva fumo per il freddo e si dissolveva nel shock termico, fuori dal corpo.
- Come quella che vedi lì. Ha nevicato oggi. Guarda. La montagna è coperta ma la roccia, gli spigoli si vedono tutti. Ci sono delle parti della montagna che non potranno mai essere coperte di neve. Ci sono delle parti troppo verticali. -
- Non capisco. -
Lei sorride. Un altro soffio di caldo e una smorfia. Si sfrega un pò le mani a sentirsi i polpastrelli.
- Le parti verticali - Continua lui.
- Sono le tue solitudini. Le solitudini di ognuno di noi. -
-Io voglio essere una collina, allora.-
Lei ride ancora. Annuisce anzi.
-Già. Cosa pensi che fosse una collina miliardi di anni fa? -
- Io lo sono adesso. Tu vorresti essere ancora montagna invece?-
-No. Io ero montagna perchè non sapevo che tu eri già collina.-
-Allora cosa facciamo con quattro mani e due colline?- Matteo accarezza le razze del volante della vecchia macchina. Piega lo sguardo. Dal parabrezza a lei. Che ora ha una luce nuova negli occhi.
Msan // Aprile 27, 2007 a 3:40 pm
Tira il solito respiro e cerca le mani di lei per vederle ancora tutte e quattro insieme. Facciamo un figlio.
-Facciamo un figlio, Sara. Facciamo un figlio.-
Pronunciate quelle parole seguì un’eco di silenzio dalla quale anche i respiri si scanzarono per discrezione e, senza saperlo, tutti e due ebbero la stessa sensazione: come un brivido, come un fuoco liquido scorrere al posto del sangue, forte tanto che ebbero paura di liquefarsi, gocciolare giù dalla sportello della macchina e scomparire per sempre assorbiti dal terreno freddo. No! Sparire ora, no! Ora che voglio esserci. Sara pensava questo, non disse nulla. Articolare una parola era l’ultima esigenza in quel momento e per rispondergli solo si strinse ancora più stretta, gli stritolò le mani e nascose il viso nel suo pullover.
Luca, prese in mano la tazza di caffè nero all’americana e iniziò a sorseggiarla aspettando la risposta di Andrea. In giacca e cravatta si sentiva sempre come nei panni di un altro. Inutile negarlo, la cosa lo divertiva come al solito. Era un altro come altri erano quelli che passavano con passo veloce a pochi passi dal tavolino. All’aeroporto la gente ti passa accanto come nella vita, con lo sguardo in cerca della direzione e la vita in una valigia ben impacchettata.
A Manchester quel giorno di Febbraio c’era un vento fortissimo e si vedeva anche dalla faccia della gente. Per il vento non serve strizzare gli occhi fuori dalla finestra per guardare se gli alberi lontani si scompigliano, basta guardare la faccia della gente.
-…se vorrei un figlio? Che domanda! E poi, ecco, lo vedi che cadi sempre in quest’errore: “vorrei” voce del verbo…? …su-u!-
-Uff’, verbo volere.- Luca già rideva infastidito per esserci cascato ancora e ancora dover subire la solita lezione.
-Ecco, bravo: volere. Seconda coniugazione, sufficientemente irregolare, ma molto più importante e terribile…? …dai rispondi non fare i capricci!- Andrea appoggiò lì una pausa più che attesa. Tanto attesa che Luca non ebbe bisogno di alzare gli occhi dal nero del caffè per scoprire lo sguardo severo che lo scrutava divertito.
Andrea non attese ulteriormente, scrutando il bicchiere sollevato di campari orange con l’aria da professore, iniziò dapprima stancamente. -Verbo servile. Verbo servile. Quante volte ti ho detto che ogni volta che stai pensando di utilizzare un verbo servile ti deve scattare l’allarme! Lo vedi? “Voglio”, l’essere umano solo “VOGLIO” sa dire! Ma ormai non pensa più a cosa c’è dietro. Non sente il campanello, non si chiede se vuole per paura, se vuole per Amore o se vuole per una stupida moda! Capisci? La grammatica Italiana, che uno non la conosce mai abbastanza, li raggruppa pure e gli da un nome e noi facciamo finta di niente oramai! Tutta colpa di questa società malata e consumistica che basta che commercializ-
-OK OK OK OK! Time out! Stop! Frena! Cazzo, lo so, lo so! L’abbiamo definita insieme la teoria dei verbi servili, scusa! Non ti sto chiedendo se hai paura di non avere figli, ti sto chiedendo se… se pensi… se vuo… se credi che… che… Uff’, ok, ok va bene! Ti sto chiedendo se hai paura di non avere figli! Anzi, ti sto chiedendo se, essendo un trentaquattrenne-omosessuale-rompicoglioni non hai paura di non avere figli!-
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