Porta Portese. Due tavolini di legno accostati che fanno quattro posti, una bottiglia di bianco marchigiano dal nome improbabile e quattro amici (fanno 12 anni, cazzo) accasciati sul venerdì sera. A Roma si mangia sui marciapiedi, una lampadina intensa fa un alone di luce su di noi, ci isola dalla strada.
Passa. Passa un vecchio con una giubba dei lakers, accanto al nostro tavolo, quasi mi sfiora la camicia candida, lo sguardo gentile. Lo vedo solo io e non dico nulla. E’ vecchio ma è giovane. E’ alto, capelii bianchi, cammina dritto, le mani in tasca, gli occhi chiari. E’ come uno sliding doors. Io posso vedere la sua casa, i mobili scuri e lo stereo Bang&Olufsen, la donna della sua vita che ha lasciato tanto tempo fa, dopo tanti anni, che ha conosciuto quando ancora credeva nell’amore, prima che lui, perchè è stato lui, se ne andasse per ingordigia. Ora lei da qualche parte avrà dei figli e una vita serena. Si amano ancora, ma non si può più, è passato il tempo massimo. Ogni tanto si incontrano, magari per caso, lui le appoggia i polpastrelli sulle labbra, sorride e sta zitto e ricorda. Lei non mostrerà alcuna emozione e gli farà un pò male, ma in fondo se lo merita, che lei gli faccia un pò di male, ma lei lo lascia fare e questo a volte sembra bastare. Lui nel frattempo ha imparato a fregarsene, a fare più compromessi, quello era solo l’abbrivio. Il disincanto era stampato nei suoi occhi azzurri che evidenziavano la sua abbronzatura. Era bello. E dannato. E mi ha fatto paura.
“Calamaro ripieno di panzanella di mare e salsa di ricotta al limone oppure tortelloni di semolino con burrata, limone e ristretto di cicoria” Sorrido. No, non ce la faccio, io non ho la vostra fantasia (non addosso a me, almeno).
Il mio menù da Fernanda è fisso: Tartare di tonno con olive taggiasche e salsa di mandarino, Bucatini all’amatriciana con guanciale croccante e cicoria ripassata. Scusate, ma come metto sempre gli stessi jeans, mi comprerei 10 paia delle stesse scarpe quando trovo quelle che mi piacciono (che cazzo me ne frega a me della moda) le stesse due magliette, metto sempre prima lo zucchero, poi il caffé poi il latte e mangio sempre la stessa pizza margherita_olive_e_carciofini, anche qui adatto lo chef ai miei punti di riferimento. Sarà perchè:
1976, Anzio.
1979, Treviglio.
1980, Stezzano.
1987, Seriate.
1988, Pedrengo.
1989, Dalmine.
1991, Lavinio.
1996, Roma Prati.
2000, Roma San Giovanni.
2002, Zurigo.
2003, Torino.
2003, Padova (la notte più brutta della mia vita).
2003, Treviso.
2005, Torino.
2005, Roma San Giovanni e durante la settimana La Spezia, Viareggio, Lucca, Massa e Carrara.
2006 Roma, Portuense e durante la settimana Livorno, Grosseto, Piombino, Todi.
2008, Torino.
Fanno 17 traslochi e non so quanti alberghi, comunque il migliore è stato Il Principe di Piemonte a Viareggio con la piscina sul tetto stile “Avvocato del Diavolo” dove mi facevo la nuotata da sola di notte dominando la costa (sì, un pò megalomane).
“Ho divelto la porta dell’amministrazione.” Fa Enrico ad un certo punto.
“Che cosa?” Faccio e ritorno tra loro. Francesca ride, io lo guardo, lui fa la sua solita faccia contrita e io mi metto a ridere mentre gli dico: “No, aspetta racconta dall’inizio.”
E mi racconta il buffo di avere fatto un concorso pubblico vero, all’università, avere chiesto specifiche vere. E che si è presentata una sola persona che ovviamente non si specchia alla perfezione nel concorso, ma ha le “skills”, si dice da noi. Quindi per lui va bene. Francesca dice che è carina, anzi usa la parola “gnocca”, ma io lo difendo: “Se si è presentata solo lei, che doveva fare?” In amministrazione invece fanno storie perchè era chiesto C++ ma questa sa usare, che ne so, il Java. Cazzo, è ingegnere, imparerà. L’ho imparato io in due mesi per simulare un reattore premiscelato, insegnatomi da un pazzo berlinese che parlava inglese con la zeppola. Può riuscirci chiunque.
“E si sono incazzati pure perchè ho appeso il bando ovunque.”
Beh, considerata la gravità della cosa, il fatto che tu abbia solo sbattuto la porta e l’hai un pò scardinata, che detto da te, alto quasi 2 metri significa che hai fatto tremare tutto il dipartimento…beh, è il minimo. Io incazzato ti ho visto una volta sola e mi è bastato.
E sono contenta che a 33 anni tu sia ancora così e che il limite di quello con la giubba dei lakers non l’abbiamo ancora valicato. Che la ubris non ci abbia ancora travolto e che tu sogni ancora di produrti l’idrogeno in casa e parli più di quello, che della cucina che state comprando. E Francesca ogni tanto ti tira per la giacchetta e ti riporta a scegliere le mattonelle prima del materiale fotovoltaico.
Sono contenta. Anche se prima o poi dobbiamo crescere. Mi sembra che la sliding doors collettiva sia finalmente arrivata. Ora vediamo dove risbuchiamo. E soprattutto devo finire questo cazzo di libro, smettere di fare palestra qui e affrontare la parete vera, è finito, manca ancora qualcosa (ma cosa?), voi intanto continuate a sopportare che ogni tanto io faccia qui, qualche allenamento. Non so se vi siete accorti che vi sto usando come cavie.



