quattro e gli alberi in lontananza

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La giubba dei Lakers, il calamaro ripieno e la porta divelta

Giugno 7, 2008 · Nessun Commento

Porta Portese. Due tavolini di legno accostati che fanno quattro posti, una bottiglia di bianco marchigiano dal nome improbabile e quattro amici (fanno 12 anni, cazzo) accasciati sul venerdì sera. A Roma si mangia sui marciapiedi, una lampadina intensa fa un alone di luce su di noi, ci isola dalla strada.

Passa. Passa un vecchio con una giubba dei lakers, accanto al nostro tavolo, quasi mi sfiora la camicia candida, lo sguardo gentile. Lo vedo solo io e non dico nulla. E’ vecchio ma è giovane. E’ alto, capelii bianchi, cammina dritto, le mani in tasca, gli occhi chiari. E’ come uno sliding doors. Io posso vedere la sua casa, i mobili scuri e lo stereo Bang&Olufsen, la donna della sua vita che ha lasciato tanto tempo fa, dopo tanti anni, che ha conosciuto quando ancora credeva nell’amore, prima che lui, perchè è stato lui, se ne andasse per ingordigia. Ora lei da qualche parte avrà dei figli e una vita serena. Si amano ancora, ma non si può più, è passato il tempo massimo. Ogni tanto si incontrano, magari per caso, lui le appoggia i polpastrelli sulle labbra, sorride e sta zitto e ricorda. Lei non mostrerà alcuna emozione e gli farà un pò male, ma in fondo se lo merita, che lei gli faccia un pò di male, ma lei lo lascia fare e questo a volte sembra bastare. Lui nel frattempo ha imparato a fregarsene, a fare più compromessi, quello era solo l’abbrivio. Il disincanto era stampato nei suoi occhi azzurri che evidenziavano la sua abbronzatura. Era bello. E dannato. E mi ha fatto paura.

“Calamaro ripieno di panzanella di mare e salsa di ricotta al limone oppure tortelloni di semolino con burrata, limone e ristretto di cicoria” Sorrido. No, non ce la faccio, io non ho la vostra fantasia (non addosso a me, almeno).

Il mio menù da Fernanda è fisso: Tartare di tonno con olive taggiasche e salsa di mandarino, Bucatini all’amatriciana con guanciale croccante e cicoria ripassata. Scusate, ma come metto sempre gli stessi jeans, mi comprerei 10 paia delle stesse scarpe quando trovo quelle che mi piacciono (che cazzo me ne frega a me della moda) le stesse due magliette, metto sempre prima lo zucchero, poi il caffé poi il latte e mangio sempre la stessa pizza margherita_olive_e_carciofini, anche qui adatto lo chef ai miei punti di riferimento. Sarà perchè:

1976, Anzio.

1979, Treviglio.

1980, Stezzano.

1987, Seriate.

1988, Pedrengo.

1989, Dalmine.

1991, Lavinio.

1996, Roma Prati.

2000, Roma San Giovanni.

2002, Zurigo.

2003, Torino.

2003, Padova (la notte più brutta della mia vita).

2003, Treviso.

2005, Torino.

2005, Roma San Giovanni e durante la settimana La Spezia, Viareggio, Lucca, Massa e Carrara.

2006 Roma, Portuense e durante la settimana Livorno, Grosseto, Piombino, Todi.

2008, Torino.

Fanno 17 traslochi e non so quanti alberghi, comunque il migliore è stato Il Principe di Piemonte a Viareggio con la piscina sul tetto stile “Avvocato del Diavolo” dove mi facevo la nuotata da sola di notte dominando la costa (sì, un pò megalomane).

“Ho divelto la porta dell’amministrazione.” Fa Enrico ad un certo punto.

“Che cosa?” Faccio e ritorno tra loro. Francesca ride,  io lo guardo, lui fa la sua solita faccia contrita e io mi metto a ridere mentre gli dico: “No, aspetta racconta dall’inizio.”

E mi racconta il buffo di avere fatto un concorso pubblico vero, all’università, avere chiesto specifiche vere. E che si è presentata una sola persona che ovviamente non si specchia alla perfezione nel concorso, ma ha le “skills”, si dice da noi. Quindi per lui va bene. Francesca dice che è carina, anzi usa la parola “gnocca”, ma io lo difendo: “Se si è presentata solo lei, che doveva fare?” In amministrazione invece fanno storie perchè era chiesto C++ ma questa sa usare, che ne so, il Java. Cazzo, è ingegnere, imparerà. L’ho imparato io in due mesi per simulare un reattore premiscelato, insegnatomi da un pazzo berlinese che parlava inglese con la zeppola. Può riuscirci chiunque.

“E si sono incazzati pure perchè ho appeso il bando ovunque.”

Beh, considerata la gravità della cosa, il fatto che tu abbia solo sbattuto la porta e l’hai un pò scardinata, che detto da te, alto quasi 2 metri significa che hai fatto tremare tutto il dipartimento…beh, è il minimo. Io incazzato ti ho visto una volta sola e mi è bastato.

E sono contenta che a 33 anni tu sia ancora così e che il limite di quello con la giubba dei lakers non l’abbiamo ancora valicato. Che la ubris  non ci abbia ancora travolto e che tu sogni ancora di produrti l’idrogeno in casa e parli più di quello, che della cucina che state comprando. E Francesca ogni tanto ti tira per la giacchetta e ti riporta a scegliere le mattonelle prima del materiale fotovoltaico.

Sono contenta. Anche se prima o poi dobbiamo crescere. Mi sembra che la sliding doors collettiva sia finalmente arrivata. Ora vediamo dove risbuchiamo. E soprattutto devo finire questo cazzo di libro, smettere di fare palestra qui e affrontare la parete vera, è finito, manca ancora qualcosa (ma cosa?), voi intanto continuate a sopportare che ogni tanto io faccia qui, qualche allenamento. Non so se vi siete accorti che vi sto usando come cavie.

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In my Place.

Maggio 24, 2008 · 2 Commenti

Quando Sonia della Taverna del Campo (il locale che fa angolo tra Campo dei Fiori e la strada che la unisce a piazza Farnese) mi versa il prosecco, mi abbraccia, mi racconta dei luoghi e delle persone e dei sogni, di quello che è stato e di quello che sarà, mi sento a casa. Sonia è davvero un punto di riferimento ed io ho capito di averne bisogno. Dei punti. Dei luoghi. Di posti fissi e persone che restano. Come fotografie.

Buona parte del libro#2 si svolge tra la Taverna del Campo e i sedili di marmo di piazza Farnese, il luogo della laicità, così vicino alla statua di Giordano Bruno, il dissidente. Me lo sono ricordato oggi, come se non lo avessi fatto apposta.

Il luogo che più di ogni altro per me è Roma. Il luogo della manifestazioni per i PACS, delle bevute seduti a bordo della fontana, dei fiori una mattina importante, degli appuntamenti ed egli aperitivi quando ancora non andavano di moda.

Dopo un minuto, incontro Silvio Muccino, gli faccio un buffetto, lo prendo un pò in giro per la vanità del suo ultimo film, mi dice che non sono la prima a  dirglielo.

Mi fa: E allora Moretti?

E io: beh, è un narcisismo più intellettuale, no? Quello del tuo film era più fisico.

E lui, ridendo: Beh, c’era una bella fotografia.

Ma d’altronde tra super-io ci si capisce fin troppo bene. Ahimé.

Compriamo la locandina dello stesso film (In to The Wild), io per fare un regalo, lui per sé. Gli chiedo se ha sentito l’imitazione di lui che fa Fiorello, poi ci abbracciamo e ci facciamo gli auguri per tutto. E’ un bravo pischello.

Ed anche oggi ci ho bevuto su.

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Cavour 313, Roma via Cavour 313

Gennaio 12, 2008 · 4 Commenti

Chissà come mai non ho ancora recensito uno dei miei posti preferiti di Roma che rispetto ad altri ha in più la ricchezza di poter digerire camminando al bordo delle rovine romane dei Fori Imperiali. In 500 metri ci si puà affacciare dalla terrazza del Campidoglio sulle rovine illuminate.

Beh, cosa dire. Cavour 313 nasce come un’enoteca, ed infatti ha una cantina ricchissima che è possibile abbinare con una cucina calda molto contenuta ed inventata sul momento (filetto di maiale cotto al caffé, zuppe, cous cous). Fenomenale la cucina fredda con influssi orientali grazie al cuoco: tabulé, hummus (il più buono mai mangiato!) , carpacci di carne rivisitati, carpacci di pesce piatti regionali (calabria per esempio).

Ambiente in legno scuro, menù scritto sulla lavagna, cortesia del personale massima, ideale sia per una cena romantica, un pranzo di chiacchiere, una bevuta dopo cena e, abbiamo scoperto, anche una cena tra amici (non più di 8 persone perchè i tavoli hanno le panche).

 Prenotate. 06/ 6785496. Chiuso la domenica a dimostrazione che è un posto per romani e non per turisti, malgrado la location

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Osteria da Fernanda - Roma - Via Portuense

Dicembre 29, 2007 · 2 Commenti

Alle soglie di Porta Portese, scoperto per caso nei martedì sera del dopo corso di teatro. Ora appuntamento almeno mensile anche perchè la cosa che preferisco è il modo in cui ci accolgono, come se fossimo a casa, scambiare quel sorriso, quell’abbraccio. La simpatia dei gestori e il sorriso schivo e timido dello chef che a fine serata incontri fuori appoggiato al muro che si fuma una sigaretta.

Divini: i bucatini alla matriciana con il guanciale croccante, la ricotta avvolta di pasta katafimi, la tartare di tonno e il carpaccio di orata con la salsa di agrumi, gli involtini di vitello con bufala e melanzane, il filetto di maiale lardellato.

Il menù è strategico: poche cose, buone e fresche. Gli ingredienti sono il segreto di una cucina creativa ma non complessa.

Cantina non enorme, ma varia.

Con un vino buono e la panza piena non più di 30 euro a testa.

Via Ettore Rolli,1 06-5894333

  

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Osteria Rispoli - Pogerola - Costiera Amalfitana

Novembre 4, 2007 · 6 Commenti

Allora: fate un esercizio. Fermate il tempo.

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Fatene un altro: smettete di essere schizzinosi, di pensare al cemento levigato e alle lampade di design. Ma anche alle osterie finto tipiche della città.

Bene. Supponiamo anche che vi troviate dalla parti di Amalfi e non vogliate cenare nella bolgia turistica (che a quanto pare comunque è un fenomeno solo estivo) e staccatevi dalla costa verso l’entroterra per circa 4-5 chilometri di curve. Cercate l’osteria Rispoli. Vi accoglierano le sorelle Rispoli. Un maglione bucherellato, capelli corti e circa 4 o cinque anelli d’oro l’una. Un grembiule e una curiosità dalla cucina alla sala, l’altra. Vi dico la verità, la mia consuetudine cittadina non mi faceva dare una lira alla cena, ma poichè eravamo ben nove bocche da sfamare mi sono seduta a tavola, restando perplessa e con molti pregiudizi. A loro favore c’erano la segnalazione Routard (anche se le scelte dei francesi in fatto di cibo…) e del Gambero Rozzo.

Abbiamo cominciato con scialatielli vongole e totani con sugo al pomodoro. Lo scialatiello è pasta fatta in casa (uova farina e prezzemolo e acqua nell’impasto). La ricetta della signora Enza è riportata persino nelle ricette delle osterie italiane pubblicata da Slow Food. Divini.

Di secondo ci siamo viste arrivare una frittura di paranza (rigorosamente fresca) e spigole e orate grigliate (su pietra lavica hanno tenuto a specificare). Di contorno peperoni arrostiti, un’insalata che doveva essere stata appena colta e di cui ho banalmente chiesto il bis, broccoletti ripassati e patate fritte.

I dolci sono quelli della pasticceria Di Riso: delizia al limone, foresta nera. Il tutto accompagnato da limoncello casalingo.

Abbiamo pagato 12 euro. Siamo entrate in cucina per chiedere se si fossero sbagliate.

Per la Pastiera e la Zuppa di Pesce toccava prenotare qualche giorno prima. La signora Enza ci ha raccontato i 60 (!!) anni di attività, l’importanza dei gesti irripetibili che si perderanno con lei. Ci ha fatto vedere le recensioni che negli anni le hanno dedicato, raccontato che da loro, d’estate ci va la segretaria di Veltroni (è una persecuzione!) e che loro, in quel covo di democristiani spacchettati o in pensione, sono di sinistra.

La foto è uno scorcio di Amalfi.

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