quattro e gli alberi in lontananza

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18 giugno 2008. Ore 19:06

Giugno 19, 2008 · 10 Commenti

#2 è diventato carta.

Fagocitato al mondo al ritmo di un foglio al secondo, da una stampante ultratecnologica del MailBox sottocasa.

285 pagine e una rilegatura a spirale di quelle che sanno di università, di Chiostro, di esami finiti alle dieci di sera.

Ora riposa nella bow-window, sullo scrittoio dove si concentrano tutte le cose importanti che ho qui, baciato da questo primo sole estivo, dai suoi 3cm di spessore, per qualche minuto, nel tragitto, l’ho tenuto sotto braccio come una baguette e tutto di nuovo sembrava Parigi.

I tre titoli stanno lì a guardarmi, sono belli tutti e 3.

Adesso ho la borsa piena di matite, un temperino e una gomma. E’ la parte più difficile, la parte che non riesco mai a fare. Rileggere le cose che ho scritto di fila, come se non le avessi scritte io, senza passare da un punto all’altro in cerca di un filo diverso.

Leggere. Semplicemente, dopo averlo scritto, leggerlo. Credo di non averlo mai fatto nemmeno con Quattro. Io non ho mai letto il mio libro dall’inizio alla fine.

In queste situazioni benedirei un editor cinico e perfido che avesse voglia di farlo al posto mio.

Adesso comincia l’elaborazione del lutto. E lo farò verso nord.

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This Night…

Giugno 18, 2008 · 7 Commenti

..ci fanno compagnia i ColdPlay con il nuovo album Viva la Vida (splendida Violet Hill) ed Eddy Wedder con Society nel loop di I-Tunes che accompagna gli ultimi scapoli di battitura, le ennesime ultime manipolazioni, cambi di parola, inversione di nomi, collocazione di luoghi e descrizioni di colori.

Lasciarlo andare in un unico sorso ingordo. Devo.

Questa notte sono in un punto di luce come nel ventre di una lucciola.

E intanto qualcuno ha di nuovo teso la corda. Io prendo l’asta da equilibrista e aspetto il prontipartenzavia.

Sono le 2:00. Vado a letto, va’.

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La giubba dei Lakers, il calamaro ripieno e la porta divelta

Giugno 7, 2008 · Nessun Commento

Porta Portese. Due tavolini di legno accostati che fanno quattro posti, una bottiglia di bianco marchigiano dal nome improbabile e quattro amici (fanno 12 anni, cazzo) accasciati sul venerdì sera. A Roma si mangia sui marciapiedi, una lampadina intensa fa un alone di luce su di noi, ci isola dalla strada.

Passa. Passa un vecchio con una giubba dei lakers, accanto al nostro tavolo, quasi mi sfiora la camicia candida, lo sguardo gentile. Lo vedo solo io e non dico nulla. E’ vecchio ma è giovane. E’ alto, capelii bianchi, cammina dritto, le mani in tasca, gli occhi chiari. E’ come uno sliding doors. Io posso vedere la sua casa, i mobili scuri e lo stereo Bang&Olufsen, la donna della sua vita che ha lasciato tanto tempo fa, dopo tanti anni, che ha conosciuto quando ancora credeva nell’amore, prima che lui, perchè è stato lui, se ne andasse per ingordigia. Ora lei da qualche parte avrà dei figli e una vita serena. Si amano ancora, ma non si può più, è passato il tempo massimo. Ogni tanto si incontrano, magari per caso, lui le appoggia i polpastrelli sulle labbra, sorride e sta zitto e ricorda. Lei non mostrerà alcuna emozione e gli farà un pò male, ma in fondo se lo merita, che lei gli faccia un pò di male, ma lei lo lascia fare e questo a volte sembra bastare. Lui nel frattempo ha imparato a fregarsene, a fare più compromessi, quello era solo l’abbrivio. Il disincanto era stampato nei suoi occhi azzurri che evidenziavano la sua abbronzatura. Era bello. E dannato. E mi ha fatto paura.

“Calamaro ripieno di panzanella di mare e salsa di ricotta al limone oppure tortelloni di semolino con burrata, limone e ristretto di cicoria” Sorrido. No, non ce la faccio, io non ho la vostra fantasia (non addosso a me, almeno).

Il mio menù da Fernanda è fisso: Tartare di tonno con olive taggiasche e salsa di mandarino, Bucatini all’amatriciana con guanciale croccante e cicoria ripassata. Scusate, ma come metto sempre gli stessi jeans, mi comprerei 10 paia delle stesse scarpe quando trovo quelle che mi piacciono (che cazzo me ne frega a me della moda) le stesse due magliette, metto sempre prima lo zucchero, poi il caffé poi il latte e mangio sempre la stessa pizza margherita_olive_e_carciofini, anche qui adatto lo chef ai miei punti di riferimento. Sarà perchè:

1976, Anzio.

1979, Treviglio.

1980, Stezzano.

1987, Seriate.

1988, Pedrengo.

1989, Dalmine.

1991, Lavinio.

1996, Roma Prati.

2000, Roma San Giovanni.

2002, Zurigo.

2003, Torino.

2003, Padova (la notte più brutta della mia vita).

2003, Treviso.

2005, Torino.

2005, Roma San Giovanni e durante la settimana La Spezia, Viareggio, Lucca, Massa e Carrara.

2006 Roma, Portuense e durante la settimana Livorno, Grosseto, Piombino, Todi.

2008, Torino.

Fanno 17 traslochi e non so quanti alberghi, comunque il migliore è stato Il Principe di Piemonte a Viareggio con la piscina sul tetto stile “Avvocato del Diavolo” dove mi facevo la nuotata da sola di notte dominando la costa (sì, un pò megalomane).

“Ho divelto la porta dell’amministrazione.” Fa Enrico ad un certo punto.

“Che cosa?” Faccio e ritorno tra loro. Francesca ride,  io lo guardo, lui fa la sua solita faccia contrita e io mi metto a ridere mentre gli dico: “No, aspetta racconta dall’inizio.”

E mi racconta il buffo di avere fatto un concorso pubblico vero, all’università, avere chiesto specifiche vere. E che si è presentata una sola persona che ovviamente non si specchia alla perfezione nel concorso, ma ha le “skills”, si dice da noi. Quindi per lui va bene. Francesca dice che è carina, anzi usa la parola “gnocca”, ma io lo difendo: “Se si è presentata solo lei, che doveva fare?” In amministrazione invece fanno storie perchè era chiesto C++ ma questa sa usare, che ne so, il Java. Cazzo, è ingegnere, imparerà. L’ho imparato io in due mesi per simulare un reattore premiscelato, insegnatomi da un pazzo berlinese che parlava inglese con la zeppola. Può riuscirci chiunque.

“E si sono incazzati pure perchè ho appeso il bando ovunque.”

Beh, considerata la gravità della cosa, il fatto che tu abbia solo sbattuto la porta e l’hai un pò scardinata, che detto da te, alto quasi 2 metri significa che hai fatto tremare tutto il dipartimento…beh, è il minimo. Io incazzato ti ho visto una volta sola e mi è bastato.

E sono contenta che a 33 anni tu sia ancora così e che il limite di quello con la giubba dei lakers non l’abbiamo ancora valicato. Che la ubris  non ci abbia ancora travolto e che tu sogni ancora di produrti l’idrogeno in casa e parli più di quello, che della cucina che state comprando. E Francesca ogni tanto ti tira per la giacchetta e ti riporta a scegliere le mattonelle prima del materiale fotovoltaico.

Sono contenta. Anche se prima o poi dobbiamo crescere. Mi sembra che la sliding doors collettiva sia finalmente arrivata. Ora vediamo dove risbuchiamo. E soprattutto devo finire questo cazzo di libro, smettere di fare palestra qui e affrontare la parete vera, è finito, manca ancora qualcosa (ma cosa?), voi intanto continuate a sopportare che ogni tanto io faccia qui, qualche allenamento. Non so se vi siete accorti che vi sto usando come cavie.

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Il lato maledetto

Maggio 28, 2008 · 4 Commenti

Oggi nel giro di 5 minuti mi hanno chiamato due persone per pranzare con me. 

Difficile non notare la congiuntura astrale.

Sono due persone che contemporaneamente, nel tempo, se ne sono state in silenzio (e per motivi totalmente differenti), con me, per più di 15 anni. Non proprio poco e loro non erano proprio poco importanti. E’ una congiuntura perchè oggi erano entrambi a Torino e i nostri “luoghi” sono stati invece Bergamo ed Anzio.

 

Te ne stai lì a guardarmi male mentre ti dico cosa penso.

Te ne stai lì con la forchetta a mezz’aria, ovviamente muto, a minacciarmi con gli occhi che potresti anche non chiedermi più di pranzare insieme.

In fondo negli ultimi 18 anni abbiamo pranzato insieme solo 3/4 volte.

Mi guardi così solo perchè parlo.

Non voglio che dici nulla, non ti sto chiedendo di trasformare in parole 18 anni di silenzio.

Ti sto dicendo solo la verità.

Non ti sto nemmeno chiedendo di confermare le cose che ti dico.

Il dolore che hai avuto, il dolore che hai negli occhi adesso. O di avere pietà del mio. E nemmeno di credermi.

Ti sto solo, cazzo, parlando.

 

Ma forse chi non parla non vuole nemmeno sentire.

E non è vero che chi parla non ascolta. Questa è una cazzata. Proprio una cazzata.

E’ il lato maledetto delle cose questo silenzio, forse ho capito perchè, io, il silenzio non so nemmeno che cosa sia.

Ho capito perchè non lo tollero, perchè non tollero che accanto a me accadano delle cose, si sciolgano nodi, che si pianga, che non si dorma e non si parli. E si scappi.

 

Qualcuno dice che a volte è meglio il silenzio. Che a volte è meglio girarsi dall’altra parte, non dire nulla, aspettare che passi la notte.

 

E’ il lato maledetto della vita questa mia testardaggine della parola.

 

E’ il mio lato maledetto. Altro che Baudelaire (e guardate sorridendo il titolo del blog che vi linko…c’è tutta una letteratura…anche non ancora pubblicata).

 

Aggiunto dopo: senza farlo apposta vado a comprare il vino per la cena con Mario e mi ritrovo a bere con Albert, l’avventore australiano in Italia per amore, che gestisce un’ enoteca (molto radical chic, ma molto proletaria) di vini sfusi sotto casa mia, e con un tipico colletto bianco di età avanzata e con un giovane con una maglietta con un teschio. Io in gessato blu. Quattro più diversi di così, non si potevano incontrare a Torino, alle soglie dell’ora di cena. Il lato maledetto di Torino?

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Libro #2

Maggio 14, 2008 · 6 Commenti

Dunque. Oggi ho assassinato un personaggio. Non mi piaceva. L’ho fatto rinascere e ne ho liquefatto i contrasti. Meno male che era finito ed era un lavoro di cesello. Mi deve essere capitata in mano un’ascia. Cazzo.

La colonna sonora del Libro#2: Giovanni Allevi The Cure Negroamaro Fabrizio De André ColdPlay

Torno sul pezzo. ‘notte.

 

 

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