Quando un maschio uccide è sempre femminicidio? (Note a margine sulla famiglia)

23 agosto 2014 § 9 commenti

Se li mettessimo tutti insieme i genitori che ammazzano i figli o i mariti che ammazzano le mogli o i figli che ammazzano un genitore, saremmo davanti – più che a una cronaca estiva annoiata in attesa del solito e promesso “autunno caldo”– alla più grande tragedia del nostro tempo.

In molti liquidano gli omicidi perpetuati da maschi come femminicidio (Dal Devoto Oli: “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”) mentre a mio avviso la prospettiva va ribaltata lievemente: non femminicidio, ma maschi-omicidi. Non ti uccido perché sei donna, per il tuo genere, ma uccido perché sono maschio, un certo tipo di maschio ovviamente, a cui è stato passato in modo più o meno esplicito uno schema di ruolo ben preciso. Lo stesso maschio che oltre ad essere maschilista (anche se spesso non lo sa finché quel nucleo atavico – e quasi rimosso – non viene risvegliato dall’abbandono) è anche omofobo per capirci (ormai è evidente a tutti che maschilismo ed omofobia siano due facce della stessa cultura).

Si parla di femminicidio anche quando un padre mollato dalla moglie (è l’ultimo caso di cronaca) uccide i figli (in questo caso le figlie) per vendicarsi dell’abbandono, per ferire a morte la ex-moglie, per non ucciderla, ma annientarla. Il fatto non è solo italiano. Per esempio in Inghilterra (e ringrazio Loredana Galano per il link) sono sempre di più i padri che uccidono i figli e secondo la criminologa Elizabeth Yardley si tratterebbe sempre di casi di Family Annihilators (annientatori della famiglia): [...] ciò che è estremamente preoccupante è che esiste una piccola minoranza diuomini che trova impossibile affrontare la disgregazione della famiglia.Questi uomini provengono da tutti i ceti sociali. Ci sono medici, imprenditori, elettricisti,autisti di camion e guardie di sicurezza.Ma tutti sembrano avere una cosa in comune. Sentono che la loro mascolinità è minacciata. [...]

Si potrebbe discutere ora che poiché sempre più donne lasciano gli uomini questa dei figlicidi da parte dei padri è un’assoluta novità del nostro tempo, figlia del disgregarsi delle famiglie e quando a mettere in atto la separazione è la donna e in modo non consensuale. E’ possibile che ci sia una parte di verità in tutto questo. E’ possibile anche che la crisi economica stia acuendo la crisi delle famiglie. Ha ragione in parte Giuseppina La Delfa quando dice: “con la crisi si scoprono i panni sporchi del sessismo e della violenza che il benessere nascondeva sotto l ipocrisia”. Non deve essere facile stare con un disoccupato. Non deve essere facile nemmeno per le donne a cui è stato passato in modo più o meno esplicito uno schema di ruolo ben preciso. Insomma non è detto che dentro lo schema malato patriarcale ci sia solo l’uomo. Può starci dentro anche la donna, quindi con le stesse colpe e le stesse incapacità di emanciparsi. Così, per esempio, si può far sentire un uomo un fallito perché ha perso il lavoro e credo che di situazioni simili ce ne siano parecchie con tutte le conseguenze del caso. Per questo non riesco mai a dare la colpa ai maschi a prescindere anche perché i maschi non nascono in contesti diversi dalle femmine anche se ricevono messaggi culturali diversi, ma che provengono dalle stesse fonti equamente distribuite dal punto di vista statistico (chi educa un maschio a fare il maschio, educa anche la femmina a fare la femmina, no?), ma preferisco guardare alla complessità del problema che coinvolge tutti, uomini e donne e soprattutto lo Stato. 

Forse definire “femminicidio” ogni omicidio di mogli, fidanzate o figli perpetuati da uomini è fuorviante. Ci porta fuori strada, ci fa perdere la prospettiva tridimensionale e ci fa fermare solo agli effetti e non sulle cause. Ci lava la coscienza, ci basta dire: io non sono così. Io sono una donna. O: io non sono un uomo così. E ancora: a me questo non può accadere. 

Di fronte ad un’emergenza come questa lo Stato che sta facendo? Quanti bravi assistenti sociali ci sono sui territori che intervengono quando uno o più componenti della famiglia perdono il lavoro? Che tipo di strumenti mette in atto lo Stato per aiutare le famiglie non solo in modo materiale, ma anche in modo psicologico? Come stiamo affrontando dal punto di vista delle politiche sociali la crisi economica? Cosa stiamo insegnando ai nostri bambini (sia ai maschietti che alle femminucce) nelle scuole rispetto ai ruoli di genere? Come aiutiamo le famiglie numerose? E come aiutiamo le donne che vogliono abortire? Lo so che ad alcuni le due domande una in fila all’altra sembreranno paradossali. Invece il nodo risolutivo, a mio avviso, sta proprio lì. Che tipo di supporti mettiamo in campo per stare vicino alle giovani madri a rischio di depressione post-partum visto che si parla di aborto ovunque, ma poi quei figli (tanto protetti quando sono feti) chi li protegge? il nodo risolutivo è proprio lì: nell’accompagnare le scelte libere e consapevoli dei propri cittadini, costruendo un tessuto sociale fatto di libertà e non di schemi e di ruoli preconfenzionati. Liquidità sociale? Precarietà? Perdita di riferimenti? Mi scriveva un commentatore su FB ieri: “mettici pure il tempo che perdete per inventarvi nuovi modelli di famiglia , invece di concentrarvi su quelle vere…” a lui e a quelli come lui vorrei ricordare che i paesi dove ci sono meno cosiddetti femminicidi sono quelli dove i gay si sposano, cioè quelli dove la cultura della società è più equilibrata. Il maschio non deve fare il maschio, la femmina non deve fare la femmina. 

Qualche numero sui figlicidi:

A proposito di figlicidi dal Rapporto Italia 2011, in particolare sui figlicidi: [...] Nel biennio 2009-2010, sono risultati 39 i figlicidi (25 nel 2009 e 14 nel 2010). Di questi, nel 2009, 14 erano stati perpetrati da padri, 11 da madri. Nel 2010, invece, 4 erano stati compiuti da padri e 10 da madri. Nel complesso, la maggior parte dei figli uccisi dai genitori sono stati maschi. (15 contro 10, nel 2009 e 11 contro 3, nel 2010), mentre le madri sono state quelle che hanno ucciso più figli rispetto ai padri (21 contro 18). Nel 2010, invece, 4 erano stati compiuti da padri e 10 da madri. [...]

Altra lettura interessante, uno studio sui figlicidi dal 1880 al 2010. 

Chi ha pagato la Marcia per la “vita”?

14 maggio 2012 § 1 commento

Chi ha dato 40 euro al giorno ai dialogatori che dovevano raccogliere fondi? E chi ha pagato tutti i manifesti abusivi che hanno imbrattato la città? E tutti questi soldi poi a chi andranno? In cosa saranno impiegati?

Ma per esempio usare queste risorse (che vuoi vedere che sono pubbliche, comprese le multe non elevate per i manifesti abusivi e la tassa non pagata) per aprire più asili nido?

L’inchino di Alemanno

13 maggio 2012 § 5 commenti

Ieri la citta’ ha formalmente marciato con Forza Nuova, con Militia Christi. Si e’ inchinata davanti ad una religione quando dovrebbe incarnare tutti i credo ed anche gli altri, Ieri la citta’ incarnata dal suo sindaco con la fascia si e’ macchiata di vergogna. E’ gravissimo quello e’ successo ieri e spero che ci siano degli atti formali e politici di condanna.

 

Per schifarsi meglio potete guardare tutto il video:

Aborto: Bersani smentisca la Garavaglia.

11 maggio 2012 § 12 commenti

La senatrice Garavaglia partecipa “per il PD” alla conferenza stampa in senato che lancia la II Marcia per la Vita.

Attendo smentite da parte di Bersani in persona.

E spero che in realtà sia andata come segue: la Garavaglia, spero, ha partecipato alla conferenza stampa come singola cittadina, comunque mettendo in imbarazzo il Partito. Perché se sei da sola contro tutti non vai per il PD. Vai da sola alla manifestazione. In privato. Non in mio nome, eh no.

L’aborto si combatte senza criminalizzare le donne (che altrimenti per abortire ricorrono alle mammane). Non si chiudono i consultori. Non serve a debellare il fenomeno. Non si fa in modo di occupare gli ospedali di obiettori. L’obiezione è un sacrosanto diritto. Ma anche abortire lo è. Si finanziano asili. Alemanno che cachio ci va a fare alla Marcia. Aprisse gli asili piuttosto. 

Attendo smentita, magari oltre che da Bersani anche da parte della Consulta delle donne del PD. Scusate se sono dura, ma è una roba scandalosa.

Cose da sapere sull’aborto.

28 febbraio 2012 § Lascia un commento

“Nell’autunno del 1957 il corpo di una ragazza di diciassette anni veniva adagiato su un tavolo anatomico, nella penombra di una stanza dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Palermo. La giovane, in fin di vita, era stata trasportata dal suo piccolo paese nell’interno siciliano in un disperato tentativo di salvarla, ma era morta lungo la strada provinciale.”

E poi

L’aborto e l’uso terroristico delle parole

25 gennaio 2009 § 1 commento

Ieri “La Stampa”, giornale che stimo moltissimo, titolava in prima pagina: Obama riabilita l’aborto.

Oggi, in piazza San Carlo, una banda suonava, circondata da famigliole con palloncini con su scritto “W la vita“.

Ridare dignità ai luoghi dove una donna può scegliere di porre fine ad una gravidanza per milioni di motivi è riabilitare l’aborto? Soprattutto senza considerare che Obama, nello stesso tempo, si è impegnato (in linea con il senso della legge italiana, per esempio) a mettere in campo strumenti per diminuire il più possibile il ricorso all’aborto. Non è che l’aborto è una festa da riabilitare. Semplicemente si consente alle donne di potervi accedere con dignità e senza il marchio infamante dell’epoca Bush.

Quelli di “W la vita” sono centri in cui si aiutano le donne a non abortire…sottile però è il limite delle parole, diabolica l’accusa. Come se una donna che abortisce non sia capace di amare la vita. Sbattere in faccia così una distinzione al posto di una comprensione. E’ terrorismo.

Se provassimo ad usare le parole rispetto, comprensione e dignità?

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