NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE

nemmeno costruendo una canoa.

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Buongiorno, Sinistra!

Da giorni mi chiedo perché un mio collega che non ha mai votato a sinistra – figuriamoci alle altre primarie – oggi vuole venire a votare Renzi alle primarie.

Lui non ha mai votato a sinistra, ma non è di destra.

Insomma in Italia c’è un pezzo di Paese che – negli anni – ha votato a destra non perché era di destra, ma non ha votato a sinistra perché non ha mai ritenuto credibile quella parte politica.

Berlusconi ha usato quel pregiudizio a suo favore, l’ha sempre usato, sintetizzandolo nel pericolo comunista delle tasse, dello statalismo, della burocrazia, della tristezza. Ma non era solo questo.

C’è un’altra questione che la campagna di Renzi sta insegnando a tutti noi “gente di sinistra”, noi che non abbiamo mai tentennato, che dal 1994 non abbiamo mai avuto nessun dubbio.

C’è il fatto che noi ci siamo sempre sentiti superiori e diversi, insomma migliori. Quelli impegnati, quelli pronti al sacrificio, quelli seri, quelli responsabili. E nel tempo abbiamo compiuto una discriminazione che ci consentiva di sentirci il meglio del Paese e nel frattempo buttavamo tra le braccia di Berlusconi la parte restante del Paese e più quest’ultima si allontanava più davamo la colpa alla televisione, all’ignoranza, ad una sorta di alienazione, determinando quindi un recinto intorno a noi: chi era fuori era cretino. Era manovrabile. Non si rendeva conto. Era peggiore di noi.

Per questo non siamo mai stati credibili per quella parte del Paese. Perché l’abbiamo denigrata.

E’ stata un’operazione involontaria, forse figlia di una classe dirigente che nella vita ha fatto della politica una professione e quindi non ha vissuto l’evoluzione del mondo  del lavoro, non si è accorta del superamento della lotta di classe come dualismo perfetto.  E questo vale anche  per i giovanissimi che finiscono nel tritacarne di partito senza mai passare per un lavoro vero. Purtroppo l’essere vecchi non è una categoria anagrafica, ma una categoria legata ai metodi di indagine del mondo: se già da giovane ti chiudi nel pensiero unico dentro un sistema che non ti consente dubbi, sei già vecchio, vecchissimo. La lotta di classe non è morta. Si è solo trasformata in una dialettica molto più complessa in cui il figlio dell’operaio fa l’impiegato o magari si è laureato e ha cambiato classe sociale in quell’ascensore sociale tipico delle società occidentali negli ultimi 40 anni. Non sto dicendo che chi era povero oggi è ricco, attenzione. Sono rarissimi i veri salti sociali ed anzi molti figli della media borghesia oggi sono precari e impoveriti.

Un partito fatto di vecchi e giovani professionisti della politica ha vissuto di feticci ereditati in un’altra era. Dell’operaio della grande industria che lavora nella linea fordista e non dell’operaio della fabbrichetta con meno di 15 dipendenti con i polsi distrutti dal tunnel carpale, senza sicurezza, schiavizzato e umiliato e sotto continuo ricatto in mancanza di qualsiasi tipo di concertazione.

Esiste solo un operaio per questa sinistra: quello Fiat. Egli viene assurto a simbolo oggi come negli anni settanta. Ed anche qui: attenzione. Non sto dicendo che fare l’operaio in Fiat è bello e altrove no.

Poi c’è lo statale che una volta lo piazzavi per controllare il governo della cosa pubblica (e aveva almeno un senso visionario sanamente socialista) ora ce lo piazzi per avere in cambio voti. Ma il vero statale, quello alienato allo sportello, quello innamorato del suo lavoro, quello che meriterebbe di fare carriera  viene umiliato dall’egualitarismo o dalla raccomandazione. Guardate cosa abbiamo fatto: abbiamo umiliato i lavoratori pubblici, rendendoli uguali ai bassi livelli oppure distorcendo la macchina statale dandola in mano a manager strapagati e raccomandati e rendendola inetta, inefficace e preda degli speculatori.

Quel partito fatto così riconosce le maestranze della cultura, dell’università, della ricerca perché in qualche modo gli sono utili alla sopravvivenza. Ma quella roba lì non ha conferito in questi anni la dignità ad un larghissimo pezzo del Paese.

Ecco cosa è successo. E’ successo che il mio collega fa un lavoro che non è sufficientemente degno. E’ un quadro aziendale. Non è un lavoro romanticamente ignobile e nemmeno un lavoro intellettuale. La classe media per la sinistra è un melting pot di paraculi, di gente che ha rinunciato ad inseguire il suo sogno di gioventù (magari creativo). E’ il perdente, il traditore. Non è un caso che ci siano pochissimi lavoratori nel settore privato nella dirigenza apicale dei partiti di centro sinistra. E nel 2012 chi si è laureato e lavora nel privato è considerato buono per le destre. Non ci siamo accorti che magari sono i figli degli operai. O della borghesia illuminata degli anni settanta che tanto piaceva alla sinistra e che non necessariamente hanno seguito le orme dei padri o magari quelle orme non erano perseguibili.

C’è un’intera generazione di diseredati politici. Quelli che si accontentano di accendere un mutuo, di comprare una macchina, andare in vacanza. Quelli che a noi ci fanno schifo perché non sono impegnati secondo il nostro metro di giudizio.

La verità è che non abbiamo conferito alcuna dignità alla semplicità dell’esistenza, la verità è che noi guardiamo con terrore a quel prototipo. Perché pensiamo che un operaio, se solo potesse, farebbe altro e quindi è un lavoratore da salvare dal sistema. Invece pensiamo che l’agente commerciale, il negoziante, il commerciante, il piccolo imprenditore abbia deliberatamente scelto di fare quel mestiere. E quindi ha una colpa: essere il sistema, incarnarlo. Abbiamo privato quella dimensione di emozioni e affetti. Non l’abbiamo considerata degna di poter contenere dentro di se i germi sani del futuro. E quindi l’abbiamo espulsa, epurata dal nostro bel immaginario fatto di cultura, di intellettuali e di operai.

E ora che uno del PD riesce a parlare con quella gente senza farla sentire reietta noi ci incazziamo? Sì, è vero. Lo faceva anche Berlusconi di parlare con alcuni di loro. Buongiorno sinistra! C’è un pezzo di Paese che vota chi lo considera. La diversità sta nel messaggio non nel modo di comunicare con quella parte di Paese.

Io non penso affatto che la sinistra moderna passi per la resa al governo delle banche e della finanza. Non penso che dobbiamo arrenderci al consumismo, ad andare in macchina anche per andare dal tabaccaio di quartiere. A non leggere più libri sulla carta. Ad inquinare perennemente. E nemmeno che dobbiamo arrenderci allo smantellamento della cosa pubblica perché non riusciamo a farla funzionare (anche perché l’abbiamo umiliata lottizzandola di gente incapace, ma fedele e diciamocelo!)

Penso piuttosto che la sinistra moderna debba passare per un sguardo diverso, quello sguardo da cui si è sentito colpito il mio collega. Uno sguardo, quello che dobbiamo acquisire, che conferisca dignità a tutta la società, che comprenda che a volte uno fa l’impiegato o l’agente di commercio o la cassiera per campare mogli e figli (o viceversa) e magari nei fine-settimana invece di andare in un circolo del PD, porta i figli al parco, e magari sì…anche in un centro commerciale per passarci un po’ di tempo e non solo perché si sia arreso a sognare un mondo migliore. Magari il mondo migliore si può costruirlo tutti insieme, ognuno come può e secondo le sue possibilità, senza pretendere alcuna supremazia intellettuale. Noi non dobbiamo imporre una visione del mondo, dobbiamo portare la maggioranza del Paese a riconoscersi in un Paese migliore  e a partecipare alla sua costruzione: innescare un senso di collettivo è una cosa profondamente di sinistra ed è ciò che serve davvero per ripartire. La redistribuzione delle responsabilità è una missione di sinistra ed è la base (anche) per una redistribuzione della ricchezza.

Se pensiamo che più della metà del Paese sia cretino, asservito alla TV e inconsapevole della propria deriva cultura vuol dire che sotto sotto sogniamo una dittatura che imponga a tutti un modello di vita, quello da noi considerato migliore.

E forse è venuto il momento di farsi un paio di domande su cosa sia una democrazia matura perché forse, noi a sinistra, non lo sappiamo fino in fondo.

Buongiorno, sinistra. Svegliati.

p.s. ah, tutto questo rimane vero comunque, anche se domani dovessimo scoprire che Renzi è l’anticristo mandato da Satana per distruggere il mondo. I compagni (me inclusa) ci riflettano bene.

Ovazione per Veltroni (contestualizzata)

Ovazione per Walter Veltroni non perché se ne va, ma perché forse ha compreso responsabilmente che può essere a disposizione delle nuove generazioni in modo diverso e più credibile.

Lo fa nel giorno del compleanno del PD che più di ogni altro ha contribuito a creare e su cui però pesano tante responsabilità per l’avere ceduto alle correnti e avere lasciato sul più bello. Lasciato a quelli che rimpiangono il PDS e forse il PCI, per lo meno nei metodi.

Come dicono in molti anche lui sta al non so qualche numero di mandato parlamentare, con una parentesi da sindaco non del tutto opinabile. Discutibile in alcune logiche (non ho mai risparmiato critiche al modello Roma di Veltroni e Bettini), ma almeno una logica ce l’aveva, soprattutto confrontata con il disastro Alemanno.

Un’ovazione però perché se ne va nel momento in cui D’Alema invece non se va più (pappapero) per far dispetto (infantile) al ragazzo di Firenze e si aspetta un seggio ed anche un ministero. E come ci ricorda Pubblico lancia la raccolta di firme tra i dalemasessuali per chiederne la candidatura (lo sappiamo tutti che sono numerosissimi, non c’è bisogno che vi contate).

Insomma, contestualizzando: bravo Uòlter.

Sui manifesti e sul femminicidio politico: riflessione notturna sulla Festa dell’Unità romana.

Abbiamo talmente rotto le palle che nell’ultimo esecutivo del PD Roma addivenirono ad un compromesso.

Meno manifesti dell’anno scorso: solo per i BIG e generici per il lancio della Festa e cose particolari. Vago, ma sfidante.

Traduzione di Big: D’Alema e Veltroni (Big ontologici a prescindere a dimostrazione che anche se non si ricandidano: comunque comandano). Bersani (segretario). Enrico Letta (vicesegretario). Rosy Bindi (Presidente). Capogruppi (Finocchiaro, Franceschini, Sassoli). Punto.

Questa decisione è stata vissuta dagli aspiranti big (cioé da quelli che NON lo sono) come un boicottaggio. Anche perché in effetti D’Alema, Veltroni e Marini rappresentano delle eccezioni. Sono BIG del partito? Ad onore del vero fanno solo parte della direzione nazionale. Alla faccia del “ci siamo fatti da parte”.

Pare che qualche giovane (turco) ed anche qualche meno giovane veltroniano di primo pelo si sia arrabbiato. Qualcuno si è scaricato il formato dal sito e si è fatto i manifesti da solo.

Non è bello, visto che il partito aveva preso una decisione e  i manifesti continuano ad essere tutti, maledettamente, abusivi.

Ma superiamo per un attimo l’abusivismo. Facciamo finta che per noi non sia un mantra politico di legalità, lavoro nero da fare emergere, inquinamento, bellezza di Roma e chi ne ha più ne metta. Insomma: Alicata formàttati.

E riflettiamo.

Per esempio. Lo psicologo Fagioli (quello di Bertinotti per intenderci per cui i gay si possono sposare ma sono psicologicamente ciechi, già cacciato dalla società psicanalitica italiana nel 1976 ed editore della rivista Left recentemente gemellata con l’Unità i cui applausi degli adepti ieri sera riempivano inquietamente le Terme di Caracalla) non ha avuto i manifesti e ha portato più gente di D’Alema che è stato quello che ha avuto più ripassate di manifesti e si era accoppiato con la glamourissima Chiara Gamberale, scrittrice e conduttrice radiofonica, simpaticissima (almeno a me).

Quindi? I manifesti servono o no? Boh.

E ancora. Manifesti solo per maschi. Palchi pieni di maschi. (d’altronde le donne di potere si contano sulle doppie punte di un calvo).

Ma insomma. Se proprio dobbiamo fare i manifesti non dovremmo farli ai più sconosciuti? Non so, a Orfini per esempio che invece se li è pagati di tasca sua (istituzionalmente parlando)?

Tutti i big non hanno già la tv e i loro settemilioni di mandati parlamentari?

E ancora.

Abbiamo dei candidati alle primarie da sindaco. Non li invitiamo sul palco della festa a dirci come pensano Roma?

Quello sì che sarebbe un dibattito figo e appassionante (yawn).

No, c’è la festa del PD e invece Zingaretti riempie una piazza il 16 luglio.

La Prestipino ha fatto un evento qualche giorno fa altrove.

Ecco, appunto.

Altrove. Tutto è altrove.

Le donne sono altrove. Pare a ragionare sulla portavoce, nel frattempo i palchi della festa sono infestati di soli maschi. Un femminicidio politico quasi totale, d’altronde l’impresa più ardua nel PD è convincere una donna intelligente a candidarsi (lesbiche escluse, lo ammetto).

Problema culturale? Remissività compulsiva? Incapacità di partecipare al gioco di “chi ce l’ha più lungo?”. Ma cambiare tutto, no?

I candidati a sindaco sono altrove, ma vengono a parlare di altro. Come se niente fosse.

I giovani non sono ammessi se non i fedelissimi e in modalità autoreferenziale. Figuriamoci.

Non resta che esprimere solidarietà ai dirigenti del PD Roma oggetto delle pressioni collettive. Si viaggia a un centinaio di sms di pressione al giorno cadauno. Roba da stressare anche un amministratore delegato di una multinazionale (ahem).

Quasi quasi chiamo anche io, mi incazzo perché nessuno mi ha invitato a parlare di nulla e chiedo pure i manifesti.

(nel caso a qualcuno venisse il dubbio: scherzo).

Però pensiamoci seriamente.

Non sarebbe bello che invece di far salire tutti quelli (vecchi) che pestano i piedi sul palco ci fosse una regia (non solo tematica, ma politica) mirata a far vedere il talento e le cose da dire? Ma non alle 19 sul palco del PD Roma tra gli arancini e il caffé macinato. Dico proprio in prima serata.

All’apparenza mi pare che i palchi siano seguiti dalle solite persone. Tanta gente che mangia, poca gente interessata a ciò che abbiamo da dire, malgrado la diffusa competenza che abbiamo messo in campo negli ultimi lunghi mesi.

Farsi qualche domanda e darsi molte risposte. Prima che sia troppo tardi.

Il 2013 incombe.

Renzi, Berlusconi, gli Ufo e il vero piano segreto per il 2013

Dicono che Verdini (ex consigliere di D’Alema e ora di Berlusconi) abbia consigliato a Berlusconi di fare un accordo segreto con Renzi e di mandare a casa tutto il PDL.

Fossi Renzi farei l’accordo, vincerei le elezioni, poi li manderei a cagare.

A parte le battute, sembra che sia partita la sagra delle bufale per eliminare gli avversari scomodi. Evviva.

Facciamo finta che questo documento esista. E che i giornalisti siano in buona fede. Lo ricevono. Gli dicono che è vero. Lo pubblicano.

E se fossero stati imboccati apposta?

E’ vero, come dice Gilioli che un tale scenario non dà alcuna colpa a Renzi, anche se non capisco le conclusioni del pezzo secondo cui dovremmo da sinistra farci domande su Renzi se piace a destra. L’unica questione è il tema del lavoro, visto che Renzi sui diritti civili ha posizioni più avanzate di Bersani. Cioè ha un collocamento politico simile ai democrats americani, all’ala veltroniana del PD. Non è il solo. Anzi.

Ed è vero come dice Sofri che messo come è messo l’articolo sembra più una roba che danneggia Renzi che altri. In effetti tutto sembra insinuare che lui sia d’accordo (le parole una messa accanto all’altra hanno un senso oppure ne hanno un altro).

E se invece l’accordo (come si dice sul serio nei corridoi) fosse un accordo vecchio regime PDL e vecchio regime PD per portare D’Alema o Berlusconi al Quirinale e Casini premier?

E se Grillo e Renzi in fondo fossero gli outsider, in tutto questo, che rompono lo schema?

E come mai nessuno parla delle liste civiche che Italia Futura sta costruendo in giro per l’Italia, anche a Roma?

Anche io davo dei consigli alla dirigenza PD su come vincere le prossime elezioni e su certe cose (tabula rasa della dirigenza PD) somigliava tanto al piano di Verdini (diciamo che ci vuole poca fantasia oggi per capire cosa vorrebbe il Paese).

Mi domando come mai (vi prego cogliete sia l’ironia che l’autoironia) il piano segreto di Alicata non sia stato pubblicato su alcun giornale.

La democrazia iperdiretta ovvero la dittatura.

La democrazia iperdiretta che declama Grillo e’ la strada con cui sono iniziate le peggiori dittature, nate sul non ricambio di democrazia rappresentative.

Se i partiti NON cambiano saranno i primi responsabili dell’ennesimo ventennio. Sia chiaro. La colpa non è di Grillo, ma di chi si ostina a non vedere.

Benito Mussolini in un’epoca simile a questa, maestro di scuola, bestemmiava Dio e faceva il giornalista in un Paese per più della metà analfabeta. Il 28 gennaio del  1924, Mussolini lancia il #LISTONE aperto a chiunque voglia collaborare con il fascio “al di fuori, al di sopra, e contro i partiti”.

Insomma niente di nuovo sotto il sole.

Tenetelo a mente: i partiti sono i più grandi responsabili dell’epoca che verrà.

Grillo è oggi un blogger come una volta Mussolini era un reduce di guerra, ex maestro di scuola. Lui fa il su0 mestiere insieme al suo Guru di Casaleggio: si infila nella voragine.

Banalmente: la democrazia iperdiretta è quella cosa che avviene sulla foga emotiva, che sceglie tra Barabba e Gesù, che plaude alla cosa più semplice. Una democrazia sana ed adulta è una democrazia che sceglie dei rappresentanti, li delega e poi li giudica per il loro operato e, nel caso, li manda a casa. Il problema dell’oggi è una democrazia infantile ed oligarchica che non è nè diretta nè adulta, ma che vede se stessa nelle mani di pochi e sempre degli stessi. Come accadeva ai tempi di Giolitti al tempo in cui Mussolini era il nuovo. Come lo era al tempo del CAF + PCI/PDS quando Berlusconi e Bossi erano il nuovo. Insomma, Grillo è il Gattopardo italico che torna e ritorna per cambiare tutto e non cambiare nulla.

Attenzione, ci tengo a dirlo. Grillo. Non chi – cacciato a pedate dal sistema partitico italiano – ha trovato cittadinanza solo nel Movimento 5 Stelle. Confondere Grillo e Casaleggio con le persone incazzate coi partiti sarebbe come dire che Mussolini non andava confuso con chi, allora, era incazzato con un sistema Italia burocratico, clientelare e corrotto. Tutto vero. Peccato che il fascismo, come il berlusconismo, come il bossismo sono diventati – poi- parte integrante e peggiore dello stesso sistema che erano nati per distruggere.

Vi prego: studiate la storia. Oggi la strada giusta è abbattere il dalemismo (metafora del tempo post-berlusconiano), senza cascare nel grillismo.

p.s. A me dei sondaggi non me ne frega niente. Un tempo anche Berlusconi ha avuto consenso diffuso. Anche Mussolini. Non starei dalla parte di Grillo nemmeno se avesse il 50 +1 dei consensi. Come non sto dalla parte di D’Alema. Cerco una via diversa tra una democrazia malata con le piaghe da decubito ed una democrazia diretta che tende alla dittatura. Desidero ed esigo una democrazia normale, basata sulla rappresentatività, sulla delega e sul giudizio dell’operato di chi serve lo Stato e sulla sua breve permanenza nei luoghi di governo in modo da non incancrenire le relazioni tra cittadini e stato. Punto.

Altre vie sono solo forme dittatoriali con sfumature diverse.

L’unica vera novità in politica…

…sarebbe la notizia che la dirigenza PD fa un passo indietro e manda avanti compattamente una nuova classe dirigente, che esiste.

Non è una novità Montezemolo che – con tutto l’affetto per gli amici che ci lavorano prima adeguatamente snobbati dal PD vedi Irene Tinagli eMarco Simoni, tanto per citarne due importanti – è stato parte integrante del sistema che ci ha condotto fin qui.

Non lo è Grillo che incarna quella rabbia ciclica contro i partiti che esiste da quando in Italia esistono i partiti, giudizio che non condanna i militanti del M5S, ma che li esorta a liberarsi di lui come ho più volte scritto.

Non lo saranno Bossi, Di Pietro e Berlusconi che lo sono stati, novità, e ora sono vecchi come il cucco e parte integrante del sistema che volevano distruggere.

La novità, lo chiarisco, sarebbe il passo indietro, non la nuova generazione.

Nel senso che qui non sto dicendo lasciate spazio a quelli dopo, perché loro governeranno meglio (anche se lo penso), ma sto dicendo lasciate perche’ altrimenti perdiamo o rischiamo di perdere, anche se oggi siete convinti di vincere e non vi siete accorti che avete bombardato macerie, quindi vinto contro nessuno. E se arriva qualcuno? E se invece di correre il rischio che arrivi qualcuno, quel qualcuno lo facciamo arrivare a noi togliendo possibilità agli altri di fare il colpo dell’ultimo minuto e spiazzarci come nel 1994?

Lasciare oggi, tutti insieme in un unico gesto (immaginate una bella conferenza stampa collettiva), sarebbe letto come un’ammissione di inadeguatezza e salverebbe generosamente l’idea che abbiamo di democrazia, fondata sui partiti (sani) e non sul populismo ciclico come gli ultimi 100 anni sembrano raccontarci dell’Italia e della sua democrazia infantile.

Continuo a pensare che se ogni 40 anni si alza uno a prendere a manganellate i partiti e’ perché da Giolitti a D’Alema i partiti si rinnovano solo a cannonate. 

Insomma dopo una conferenza stampa a 12 mesi dal voto in cui D’Alema, Veltroni, Finocchiaro, Bindi, Fioroni, Letta e tutta la bella compagnia ammettono gli errori e lasciano il testimone ad altri, proprio lì, davanti ai giornalisti, chi potrebbe offuscare questo atto? Quale uomo nuovo? Quale salvatore della Patria? Nessuno.

In queste ore i giovani del PDL provano a formattare il loro partito – capitanati da Andrea Di Sorte (mai sentito prima di ieri sera) – dopo la catastrofe. Scontata questa balcanizzazione (qualcuno definisce il PDL una Jugoslavia politica del dopo Tito non a caso) che segue il crollo di Berlusconi e quello elettorale che forse un pochino si parlano. Ma il PDL per 20 anni e’ stato solo Berlusconi. Non altro.

Dentro il PD lo sanno tutti che c’e’ una dirigenza diffusa, che ha ben amministrato le città, che da anni si parla, discute, insomma il PD esiste (nel bene e nel male).

Vogliamo aspettare di fare la fine del PDL o vogliamo salvare la nostra idea di democrazia, che solo se la esercitiamo dentro il partito puo’ crescere nel Paese?

Non voglio salvare il PD, a me del PD non me ne frega nulla. I partiti servono a fare bene per il Paese, se servono a fare bene a se stessi ha ragione Grillo e torniamo da capo a dodici. 

Una cosa e’ certa. Da qui ad un anno i pochi che non sono in coda per una poltrona per cooptazione (da cui la tipica tendenza a non disturbare il manovratore baffuto di molti giovinetti o ex giovinetti) devono tentare di fare avvenire le cose che dovevano avvenire due anni fa e che non hanno (abbiamo) avuto la forza di fare, forse anche per ingenuità.

Perché l’idea del “vota PD perché dentro ci sono anche Civati, Serracchiani, Scalfarotto e chi più ne ha più ne metta” tipo quelli che Civati ha citato qui, a me, insomma questa cosa comincia a starmi stretta. Ma voglio aggiungerci anche gli Orfin &Co. nel senso che è con loro che voglio confrontarmi.

E potremmo anche pensare di dire che se non cambiano le cose, ad uscire in massa potremmo essere noi. Questa potrebbe essere l’altra grande novità: il PD che vorrei, fuori dal PD.

Insomma io non voglio responsabilità di una sconfitta se stiamo seduti in panchina o di una vittoria con l’UDC che ingesserebbe il Paese per i prossimi 10 anni.  Non voglio prendermi una responsabilità senza nemmeno giocare. Grazie no.

Noi non eravamo qui per un posticino al caldo, ma volevamo collaborare a cambiare il Paese. Così stiamo collaborando alla sua devastazione culturale e politica.

Non volevamo fare le foglie di fico ad una generazione che è dagli anni di piombo che imperversa tra aperitivi, barche e nomine nei CDA e maneggi al Monte dei Paschi. E su. Anche perché non saremmo la prima generazione a diventare vecchi facendo i giovani. Vedi i vari Cuperlo, per citare il più eclatante, per dire. Soffocati nella culla e a fare i gregari di alto livello coi capelli bianchi.

Altrimenti grazie resto a fare l’ingegnere e a scrivere libri. Almeno conservo il fegato.

Ecco.

Una legge elettorale a misura di Casta.

A quanto pare Casini, Alfano e Bersani sono d’accordo sulla legge elettorale.

Una legge elettorale che: indica il premier, abbia una soglia di accesso, non obblighi a dichiarare le alleanze e consenta di esprimere le preferenze.

Sostanzialmente voi potete votare PD, non esprimere alcuna preferenza (poi ve lo spiego meglio), dare un voto al partito – che consente in base ad una quota proporzionale – l’ingresso in parlamento di quelli che beccano più preferenze, desiderare che il PD si allei con SeL e ritrovarlo con l’UDC, senza che il PD ve lo avesse preventivamente dichiarato.

Capiamoci meglio.

Esprimere la preferenza sembra che sia una cosa bellissima. E’ vero. Ma attenzione.

Cosa può (in termini elettorali) una persona onesta che sta nella stessa lista del barone locale che conta 22mila preferenze all’attivo (magari delle ultime regionali)? Nulla.

Scusa, Alicata e allora che cosa vuoi? I nominati dal partito che tanto sono comunque decisi dalle segreterie sulla base dei poteri interni al partito e quindi sempre dei baroni delle preferenze?

No.

Vorrei i collegi uninominali. Quella roba che devi candidare Mario Rossi contro Giuseppe Verdi e se Mario è un cretino la gente vota Giuseppe. Cioè una roba che costringe i partiti ad esprimere il meglio del territorio (o delle proprie file) perché si sceglie davvero la persona (ed anche la capacità del partito di schierare il meglio in quel dato territorio)  e nello stesso tempo non rende il partito prigioniero dei baroni delle preferenze.

Scusa Alicata, ma se il Partito in quel territorio schiera il barone in persona? L’altro partito deve schierare una persona onesta e magari uno del PD vota uno dell’altro schieramento se sa che è meglio di quello che il proprio partito propone.

Questo nell’ ottica sana che il Paese viene prima dei partiti. Chi vi mette il partito prima del Paese sbaglia.

Insomma i collegi uninominali mi sembrano il miglior modo di selezionare i migliori senza che debbano essere necessariamente i baroni mafiosi di cui ogni partito è infestato.

Vi comunico che con questa legge elettorale che Bersani Alfano e Casini vogliono fare passare, voi potreste votare PD e se non esprimete una preferenza contribuire a votare il barone locale e ritrovarvi Casini premier (e D’Alema presidente della repubblica) senza averlo nemmeno potuto decidere.

Mi piacerebbe moltissimo che il PD mettesse nelle liste tanta gente da poche preferenze, ma che fanno un partito globalmente forte e sano. Ma voi ci credete? Io no. Magari.

Vi dicono che gni partito può dichiarare il premier. Ma poi una volta che ha preso il 10% il partito che avete votato può allearsi con un altro partito e vi ritrovate il premier che non avreste scelto mai.

Vi dicono che questo metodo garantisce la massima rappresentatività. Io dico che garantisce la sòla, in stile Vanna Marchi. Voti una roba e te ne ritrovi un’altra. Quando capiremo che è meglio avere una rappresentatività meno definita , ma più responsabile e quindi giudicabile? (ho votato te, governi te, giudico te). Mi spiego: se un’idea pesa il 4% viene tagliata fuori. Non governa e non può fare cadere governi. La prossima volta però può prendere il 10% se gli altri hanno fatto male. Questo taglia fuori qualcuno nel breve periodo, ma consente di governare a chi vince e consente la netta individuazione delle responsabilità di governo e nessuno penserà mai che è un po’ colpa di tutti. Sarà sempre colpa (o merito) di chi governa.

Insomma il garantito da questa legge elettorale si chiama Pierferdinando Casini che una volta votato al solo 10%, può scegliere con chi andare e quindi dettare legge. Insomma potrebbe capitare che votare PD o PDL sia davvero la stessa cosa e a seconda della capacità di concertazione vi ritroviate comunque, in entrambi i casi, Casini premier.

Una legge elettorale così è una nebulosa politica, il nulla cosmico, il suicidio politico degli estremi moderati, inghiottiti dal grande centro estremista al grido di: “vogliamo morire tutti democristiani”.

Anche no.

p.s. Oggi Bersani ha lasciato intendere che se passa la riforma elettorale non c’è bisogno delle primarie. E chi decide i 20 nomi che devono stare in lista? Mettere 20 capo bastone in lista  senza ordine di elezione come nel sistema attuale è meno democratico? Non prendiamoci in giro, su.

(Nel frattempo Bersani smentisce che ci saranno le preferenze. )

Una rete nazionale LGBT nel PD per un Paese migliore. Qui il manifesto. Aderite.

GAY/PD – SCALFAROTTO E LO GIUDICE (PD) “SI’ AL MATRIMONIO GAY. FACCIAMO EMERGERE IL PD CHE SUI DIRITTI E’ IN LINEA CON L’EUROPA”

“Il fatto che persino una persona colta e avveduta come Massimo D’Alema confonda matrimonio civile e religioso e consideri l’istituto matrimoniale come ‘un’unione tra persone di sesso diverso, finalizzata alla procreazione’ dimostra un’esigenza non più procrastinabile: che venga alla luce quella parte del Partito Democratico che – portando il PD ad allinearsi con i partiti progressisti, socialisti democratici e con la legislazioni più avanzate nel mondo – è a favore del matrimonio e che a sostegno di questi democratici si schierino le associazioni nazionali lgbt e tutto il movimento gay e  lesbico italiano” Lo dichiarano in una nota congiunta il vicepresidente del PD Ivan Scalfarotto e il capogruppo del PD al Comune di Bologna Sergio Lo Giudice.

 I due esponenti democratici hanno iniziato una raccolta di adesioni a un manifesto per uno standard europeo dei diritti delle persone omosessuali e transessuali in Italia: matrimonio, riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, gestione della transizione per le persone transessuali ed estensione della legge Mancino contro l’odio omofobico. “Proprio adesso, in questo momento di crisi economica in cui è fondamentale ridare speranza al Paese e con il PD chiamato a divenire asse portante dell’alternativa di governo – continuano in coro Cristiana Alicata (PD Lazio) e Carlo Santacroce (associazione 3D) – è importante che il PD rappresenti quelle istanze di modernità che non sono secondarie, nemmeno economicamente, ma rappresentano la natura di un Paese che guarda al futuro e non al passato. Un paese dove tutti possono assumersi doveri e dove tutti sono uguali è un paese più moderno, un paese dove valga la pena restare per contribuire, un paese in cui riconoscersi.”

“Chiamiamo a raccolta – continuano insieme – chi vuole contribuire al progetto del PD in termini di innovazione. Noi crediamo in questo progetto, consapevoli degli ostacoli posti anche all’interno del nostro partito da un forte ritardo culturale e da una prevalenza di posizioni più attente alle  ragioni dell’alleanza con  partiti confessionali ed omofobi come l’UDC che a quelle della parte sana del Paese. Abbiamo il compito – concludono – di dare speranza a tutti i cittadini italiani. Prendere una posizione chiara sui diritti delle persone omosessuali significa avere il coraggio di prendere decisioni e guadagnare anche la fiducia di chi, pur non essendo omosessuale, non vuole vivere in un Paese che limita i diritti dei suoi cittadini.”

DIRITTI E DIGNITÀ LGBT: UNA RETE PER IL PD

L’Italia appare sempre più caratterizzata da un complessivo arretramento politico, sociale, economico e culturale. La politic a

risulta ostaggio di una maggioranza illiberale, che mina in tutti i campi il principio costituzionale di laicità, rendendo così

volontariamente impossibile la collaborazione e la crescita comune tra culture diverse.

L’arretratezza dell’Italia nella tutela dei diritti e della dignità delle persone lesbiche, gay, bisessuali e trans  è uno dei sintomi di

tale arretramento, ma è un fenomeno che ha anche proprie, negative, specificità.

Il Parlamento, non solo si è dimostrato incapace di elaborare qualsiasi soluzione legislativa per riconoscere i diritti negat i alle

persone gay, lesbiche e trans, ma ha anzi affermato, con un voto surreale e indegno di un paese civile, l’incostituzionalità di una

semplice legge contro le violenze nei loro confronti.

Lo stesso centrosinistra appare, tuttavia, incapace di proporre una propria complessiva visione dei diritti delle persone Lgbt e le

strategie opportune per realizzarla.

Noi, militanti, simpatizzanti, elettori, potenziali sostenitori del Partito Democratico non ci arrendiamo di fronte al

fallimento della politica sulle questioni relative ai diritti umani fondamentali di una parte importante della popolazione,

tematiche imprescindibili per uno sviluppo completo e complessivo di una società che la politica ha il dovere di

affrontare organicamente.

La politica ha la possibilità e il dovere di agire in Parlamento, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle Pubbliche amministrazioni e

ovunque nella società per guidare, e non frenare come avviene oggi, quella crescita culturale che rappresenta la sola strada  per

garantire il definitivo superamento di ogni discriminazione e, di conseguenza, di ogni violenza.

Per questa ragione riteniamo necessaria la nascita di una rete nazionale permanente di azione sul e nel Partito

Democratico che unisca tutti e tutte coloro, iscritti o meno al Partito Democratico,  che condividano i nostri stessi

obiettivi.

Riteniamo, in particolare, che il PD debba urgentemente affrontare alcuni temi fondamentali:

  1. l’estensione del matrimonio civile alle coppie dello stesso sesso, come richiesto dal Parlamento Europeo a partiredalla Risoluzione del 1994 – e già presente in molti stati  – attraverso iniziative legislative adeguate che quantomeno diano una risposta alla sentenza 138 del 2010 della Corte costituzionale, nella quale la Corte ha chiesto al Parlamento italiano di garantire alle unioni tra persone dello stesso sesso “il diritto fondamentale di vivere una condizione di coppia, ottenendone il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”. In assenza di un’adeguata e rapida soluzione programmatica condivisa, crediamo che la strada giusta sia quella di coinvolgere la base attraverso lo strumento della consultazione diretta degli iscritti,  dando loro la possibilità di esprimersi su un tema che nel paese oggi trova un consenso crescente;
  2. la prevenzione e il contrasto alla violenza omofobica e transfobica, attraverso l’estensione della legge Mancino, ai casi di discriminazione e ai crimini d’odio motivati da orientamento sessuale e identità di genere;
  3. la tutela delle  famiglie omogenitoriali a cui viene limitata la possibilità di esercitare in una forma giuridicamente riconosciuta i doveri e le responsabilità genitoriali, con pesanti ripercussioni sui diritti delle bambine e dei bambini;
  4. i diritti e la dignità delle persone transessuali e transgender che furono oggetto di una legge innovativa nel 1982 ma che oggi necessitano di nuove misure legislative e di politiche attive che assicurino il superamento del grave livello di discriminazione a cui sono sottoposte nella società e in particolare nel lavoro.

Con la costituzione di questa rete nazionale permanente ci proponiamo – anche collaborando con il mondo associativo,

e in particolare con le associazioni LGBT che costituiscono un prezioso patrimonio di volontariato ed impegno  – di

favorire il confronto, contribuire all’approfondimento e alla crescita culturale, monitorare e stimolare le necessarie

azioni positive da parte del Partito Democratico.

Vogliamo dare forza così al nostro impegno per giungere rapidamente a soluzioni concrete, per dare forma ad una società che

riconosce a tutte e tutti piena cittadinanza con diritti e doveri specifici e condivisi, per rendere l’Italia un paese civile ed

accogliente, al passo con gli altri paesi europei.

Hanno già aderito

Carlo Santacroce Presidente Associazione 3D

Cristiana Alicata Direzione regionale Pd Lazio

Daniele Viotti PD Torino – Coordinatore Torino Pride

Fabio Iovine PD Roma

Giovanni Corsi Associazione 3D

Giuseppe Silvestris Pd Bologna

Ivan Scalfarotto Vice presidente Assemblea Nazionale Pd

Matteo Cavalieri Pd Bologna

Mirco Manzi

Osvaldo Panaro

Paolo Gerra Assemblea provinciale PD Como

Pietro Disi

Riccardo Camilleri (Direzione PD Roma)

Roberta Li Calzi

Sergio Lo Giudice Direzione Pd Bologna

Simone Buttazzi Associazione 3D

Stefano Cappelli Associazione 3D

Giuseppe Civati (Direzione nazionale PD)

Tutta l’associazione Laicità e diritti nelle persone di

Luisa Merlini

Davide Leonelli

Dario Marchi

Eleonora Bellini

Stefano Ciatti

Fabio Bracciantini

Gabriella Zonno

Alessandro Cresci

Juanito Giovanni Berrittella

Ermanno Martignetti

Patrizia Viviani

Fiorella Sciarretta

Radiocronaca esegetica del dalemismo estivo

Ieri sera sono stata alla Festa Democratica sentire Massimo D’Alema. C’era una folla mai vista, lo si evinceva già dalle vetture parcheggiate. Ad intervistarlo Massimo Giannini di Repubblica. Prima di postarvi l’esilarante report che ho fatto in un angolo, con il blackberry, seduta per terra nella ciclo-officina ai bordi del palco voglio fare con voi una considerazione fondamentale.

Ieri sera, mi è apparsa la chiave di lettura dalemiana, l’ho finalmente compresa, ovviamente non condividendola.

1) D’Alema non riesca a prescindere dalle organizzazioni. Non concepisce nulla fuori dalle strutture organizzate. Quando un cittadino che al primo turno ha votato Terzo Polo al secondo vota Pisapia lui evince che il Terzo Polo è fondamentale come se questa cosa fosse avvenuta per una strategia politica. Sbaglia. E’ stata una scelta libera. A dimostrazione che il Terzo Polo non conta nulla. Il suo elettorato sì. E le amministrative dimostrano soltanto che senza Terzo Polo, quell’elettorato vota noi. Ragione in più per fare un bel “ciao ciao” a Casini e Rutelli. Le sue conclusioni sono l’opposto di quelle di molti tra cui mi riconosco.

2) D’Alema è molto infastidito da questa cosa della “Questione Morale” e sopporta con affetto questa maggior aspettativa da parte del popolo di Centro Sinistra nei confronti del PD.

Ed ora…ecco il dalemone minuto per minuto.

‎…sono a sentire D’Alema….la festa e’ gremita, gremitissima…deglutisco mentre si prende l’applauso dicendo:”…solo il segretario deve pensare…gli altri devono solo ripetere…”…per la serie il segreto della struttura militarizzata ed obbediente o meglio un partito…ehm…democratico?

…attenzione…Giannini azzarda una domanda sulle alleanze…timidamente. (definisce tutto il resto oltre al Terzo Polo e PD “sinistra radicale”)

il grande statista D’Alema ha appena detto che il Terzo Polo alle amministrative e’ stato fondamentale….(vedere prime righe di questa nota)

Il terzo Polo e’ un centro moderato….moderato e’ chi non vi fa scegliere sulla vostra vita, sui vostri affetti…ah, ok….come in Iran praticamente e aggiunge che il suo amico Vendola e’ d’accordo… (io sono sconvolta dal fatto che nessuno si accorge che l’UDC è un partito fondamentalista…boh)

‎Da mezz’ora d’Alema parla di strategie e di alleanze…(ma di strategie non doveva parlare solo Bersani???)…come mai D’Alema alla Festa dell’Unita’ e’ mezz’ora che parla di strategia e di alleanze????

‎”Casini e’ un uomo di grande buon senso” Massimo D’Alema. (chiederei, fossi Giannini, se lo era anche quando era alleato con Cuffaro ma ho il timore degli effetti della proprietà transitiva)

Qualcuno dal pubblico ha chiesto a Giannini di non fare lo zerbino e di fare domande…domande…non solo timide alzate di palla…eh…come dargli torto a questi pericolosi dissidenti….(aria di regime…diciamolo)

‎Giannini si è alterato parecchio e dice che ha un taccuino pieno di domande scomode e che non deve prendere lezioni da nessuno.

….attenzione…domanda sull’abolizione delle province. Giannini dice che secondo lui il PD ha sbagliato…D’Alema serafico risponde che ieri Franceschini ha dedicato a questa risposta già abbastanza tempo e cerca di non rispondere…mah….

Ora sta rispondendo. (si arrampica)

D’Alema: abolire le province e’ demagogia perché senza spendiamo di più….vabbè. Allora diciamo ai danesi di farle anche loro no? L’Italia e’ notoriamente un Paese efficiente…lo sappiamo tutti. (sostiene che abolendo le province comunque qualcuno si dovrebbe occupare delle strade e di altri servizi…qualcuno può chiedere che conti ha fatto? Possiamo dimostrarlo o è una teoria campata in aria? E soprattutto da che mondo e mondo la frammentazione delle competenze, la scarsa individuazione di meriti e responsabilità aumenta la burocrazia ed i costi con sarsi benefici per l’efficienza. Gli diciamo che se gestisce tutto la Regione con dei dipartimenti dedicati è meglio?…Certo qua parla ad una platea di gente che in una buona percentuale lavora in enti o istituzioni. Becca l’applauso. Io sono sempre più basita)

Giannini rintuzzicato….ora domandone sul conflitto di interessi. (gli trema un po’ la voce, eh…diciamolo)

D’Alema: ”Questo sul conflitto di interessi e’ un dibattito leggendario…si da’ la colpa alla bicamerale per la sua non approvazione…e’ un falso storico.” (siamo notoriamente tutti coglioni…in ogni caso ovazione della folla).

Giannini chiede: di chi e’ la colpa allora per la mancata approvazione del Conflitto di interessi? risposta:”La norma fu approvata alla camera, ma la bicamerale cadde lui va al governo, si arriva al senato e…cadde il governo prima che tornasse alla camera.” (non ho capito bene…o meglio…l’ha buttata così in caciara sostenendo di essere stato l’unico a volerla approvare…insomma una vittima della sinistra….mi ricorda dannatamente qualcuno….ma chi????)

‎…ancora la questione morale…D’Alema e’ contento che la gente di sinistra sia così sensibile al tema…in ogni caso è una questione che riguarda i singoli…per esempio il senatore Tedesco (a proposito chi lo ha candidato???) e’ stato scelto da Vendola alla Sanità della Puglia……” Devo dire teatrino esilarante quando dice che tutti ce l’hanno con lui e tutti quelli che vengono arrestati sono dalemiani…insomma berlusconismo applicato….ah..aggiunge che alcuni teoremi giudiziari sono fragili. Non se la cava bene quando Giannini gli ricorda che Bisignani ha confessato e non è un teorema…

La leadership….”questa ricerca del leader a tutti i costi che faccia sognare gli italiani e’ una cretinata..in Italia la Merkel verrebbe considerata un’insopportabile massaia”

(a questo sto con le lacrime agli occhi…i Guzzanti sono nulla in confronto). La cosa assurda è che D’Alema sembra un bimbo di 4 anni a cui si è rotto il giochino e che piange e si dispera finché non decide che il giochino non si è rotto e fa finta che non sia successo nulla. Non può dire che siccome lui ha ragione e gli italiani che non gliela danno (la ragione) sono cretini. Gli italiani che non capiscono il grande progetto…se gli italiani non capiscono forse una riflessione dobbiamo farla invece di pestare i piedi o di aggiustare le regole a nostro piacimento per fregare il sistema e farlo tendere a ciò che noi più desideriamo. (questa è la cosa più grave e dannosa del dalemismo)

‎Sulle primarie: “Le primarie non possono essere i cittadini che la mattina si svegliano e vanno lì…dobbiamo fare l’albo degli elettori…per regolamentarle…” (peccato che per ora questo sistema abbia fallito solo perché i suoi candidati hanno perso…vedere alla voce Puglia..pure qua un “aggiustiamoci le regole per far andare le cose come piace a noi”

Io e Veltroni: “Io e Veltroni rimarremo nei libri di storia…per la prima volta abbiamo portato il centro sinistra al Governo…” (e abbiamo visto gli effetti sul paese…vincere per fare che???)

D’Alema: Le prime cose da fare nei primi 100 giorni di governo: 1) cambiare la nostra immagine istituzionale e dialogare con il mondo arabo (???) 2) qualcosa per il lavoro dei giovani (ma dai?) 3) grande riforma fiscale tassando al 20% le rendite finanziarie 4) strategia di sviluppo in Europa.

Devo dire che davvero in certi momenti è stato esilarante (se non fosse una tragedia!)…cioè aveva la faccia di bronzo di cui solo un altro italiano è capace di questi tempi. E’ ho detto tutto.

Dall’ Europride2011 alla Brianza passando per D’Alema a Ballarò e senza mettere nel dimenticatoio Chiamparino. Anzi.

Sarà che non riesco più a trovare il modo di affrontare un tema alla volta, sarà che gli avvenimenti corrono e si accavallano, sarà, anche, che ho voglia di avere la visione dell’Italia che verrà. Lo voglio subito. Adesso. Non ne posso più. La mia pazienza è al limite massimo e non è l’età. Non ho un orologio biologico-politico che mi bussa. E’ l’urgenza del tempo, la voce del Paese, il risultato delle urne, l’urlo del quorum.

Sabato ho vissuto l’Europride come ogni Pride. In mezzo alla gente. Nessuno mi priverà mai del mio calpestare le strade per bermi le facce e mangiarmi i sorrisi della nostra comunità. Mi riprendo. Tutti festeggiano ed io mi placo. Mi mimetizzo. Mi nascondo. Osservo. Mi innamoro. Orsi. Gay. Lesbiche. Trans. Etero. Bisessuali agguerriti e incompresi. Bandiere. Carri. Partiti che ci sono troppo e non si vedono per niente. Partiti che non ci sono per niente e si vedono troppo. Polemiche. E figli di gay. E genitori di gay. Finchè il corteo non arriva a Circo Massimo.

Non mi lamento delle due ore di musica tutz tutz e riconosco che non è da me. Ma mi fido del Comitato. E’ raro, lo confesso. Ma da lontano e con affetto ho osservato il Mieli ed Agedo e ArciGay Nazionale e Famiglie Arcobaleno e il MIT farsi corpo contro tutti e tutto e portare a casa un risultato enorme. Ogni giorno da mesi ricevevo lo scambio tra i volontari. Le loro iniziative. Si toccavano. Esistevano.

Questo Europride ha una cosa in comune con i referendum e nessun giornalista (ormai ci rinuncio alla vostra professionalità narrante) se ne è accorto. E’ figlio di padri poco vanitosi. Poco visibili. Padri operai, mettiamola così. Ma forte della “sostanza” è diventato un momento storico.

Lady Gaga sul palco (checché ne dicano gli snob) ha fatto un discorso degno e composto. Presindenziale. Non a caso la sua presenza è stata fortemente sponsorizzata (un segnale inascoltato, caro Obama, in ogni caso: grazie) dalla Casa Bianca in una forma di “sbarco” americano sulle sponde prive di diritti del nostro Bel Paese.

Per chiudere le ultime polemiche: ha voluto parlare per prima. In ogni caso la sua presenza è stata forte e nello stesso tempo pregna. Come dice Rita De Santis, la mamma di Agedo: “Dove erano in quel momento i nostri guru; Le Nannini, i Lucio Dalla, i Vecchioni e il resto…nascosti perché mamma antenna partorita dalle volontà vaticane non avrebbe firmato loro mai più un contratto! Ha avuto molto più coraggio Iva Zanicchi quando il suo capo Berlusconi gli ha imposto di lasciare l’infedele a restare nella trasmissione e allora?”

Un Europride stretto a sandwich.

Da una parte una tornata amministrativa che ha incoronato sindaci totalmente gay friendly o costretti a diventarlo (il caso di Fassino). Vedasi alla voce Pisapia che patrocina il Gay Pride di Milano. E non mi spreco più a spiegare che Alemanno e Polverini con i loro sorrisini e saluti restano i nostri peggiori nemici che nessuna associazione LGBT seria può difendere. Chi lo fa è in mala fede. Si dica chiaro. E punto.

Dall’altra il referendum su cui ancora fino al giorno prima nessuno di noi avrebbe scommesso, abituati come siamo a non fidarci del Paese.

Lunedì 13 giugno il Paese si è svegliato alle 15 e si è ritrovato più di sinistra, più gayfriendly (o per lo meno indifferente) e più consapevole. Meno manovrabile. E persino meno leggibile dai consueti soloni, D’Alema per primo.

Ieri, martedì 14 giugno ho acceso la TV. Ho visto la faccia di D’Alema alla TV e ho dovuto guardare il calendario in cucina perché mi sembrava di essere nel 1996. Non una parola sull’Europride. Non una parola su quanto gli USA e la comunità LGBT italiana si sono detti tra loro, in totale assenza del proprio Paese, al Circo Massimo. Non segretamente. Ma in un luogo simbolo alle cui spalle sorge il Cupolone. Una prateria sconfinata piena di famiglie gay con bambini.

Per quanto ancora volete ignorarci?

Fare una trasmissione il 14 giugno e non toccare quell’argomento è da folli. O si è in malafede. E per ora mi autocensuro.

Questa sera invece un cambio di scena. Sono ad una cena di gala, per lavoro. Una villa bellissima a pochi metri da Arcore. Accanto a me imprenditori brianzoli. Li intervisto, vado a fondo. Chiedo. A parte il racconto di come un loro cliente napoletano ha pagato (a loro insaputa) 50€ per aiutarli a risolvere una pratica con il corpo dei vigili urbani di Napoli che fino all’unzione non avevano nessuna voglia di risolverla, mi colpisce il loro racconto del tramonto berlusconiano, cioè di una cosa che li riguarda, che è qui, che fa parte di loro e dei posti di lavoro di Mediaset e Publitalia su cui è cresciuta un’intera generazione. La politica del fare che non ha fatto. Che ha fallito. Mi raccontano che il Canton Ticino porta imprenditori a fare visite guidate ed offre incentivi per aprire aziende. Non c’è disoccupazione. Ma potrebbe esserci un giorno e quindi si corre ai ripari (prima). Mi ricordano i tempi per avere autorizzazioni (in Italia), cosa bisogna ungere. Che al sud è impossibile aprire qualsiasi attività. Il costo del lavoro. Il fatto che la politica disonesta è anche risolvere il tuo problema e chiedere qualcosa in cambio invece di costruire un processo virtuoso e renderlo accessibile a tutti. Tutte cose che so e che oggi, finalmente, sanno anche loro. Gli chiedo a bruciapelo: chi votereste allora se Berlusconi è finito? Nessuno tra Bersani, Vendola e Casini. Chiedo…Renzi lo votereste? Gli piace ma ancora non sono convinti.

Allora mi gioco la mia carta segreta. E domando. Chiamparino lo votereste? Si illuminano. E dicono di sì. E sanno bene che è un uomo di sinistra. E non gli importa che sposa le lesbiche. Di Chiamparino si fidano.

Mi chiedo se l’Italia non debba ripartire dal Piemonte e da Torino. La città da cui l’Italia pur nel dominio sabaudo è cominciata. La città che più di ogni altra ha festeggiato l’Unità e che quel concetto ce lo ha nel DNA.

Ti chiedo, Chiampa, se non vogliamo provare a mettere insieme tutto…non una cosa alla volta, ma tutto e ridare speranza a tutti. Non a pochi. Alle aziende. Ai lavoratori. Ai giovani del sud che non si sognano nemmeno di aprire un’impresa tra mafia e stato assente. Alle donne. Ai bambini. Ai gay. Mi chiedo se tu, anche se sei vecchio e maschio (non esattamente il mio target del futuro, ma la meritocrazia va applicata, per Diana!) non possa essere l’uomo che ci porta fuori da questo schifo. Lo schifo berlusconiano, ma anche lo schifo della spocchia dalemiana (freddino sui referendum, avversario acerrimo delle primarie, lontano dai Pride).

Mi chiedo stanotte, dal profondo nord “che laùra” se non ci meritiamo uno strappo adesso. Un’ammissione. Una svolta. Ma che sia davvero rivoluzionaria e che non sia necessariamente incarnata in un giovane nuovo e quindi cavalchi il desiderio di ricambio e magari anche vinca sull’onda.

Mi chiedo se non possiamo pescare dalle nostre buone pratiche. Cioè mi domando se i perdenti possono farsi da parte e possono lasciare posto ai vincenti senza distruggerli. Ora. Adesso. Ora che Grillo che incarna l’antipolitica ha preso una mazzata. Ora che i nomi imposti dal PD tranne rari casi vengono rispediti al mittente. Ora che il Terzo Polo si è svuotato del suo ago della bilancia.

Insomma. Non è ora il momento di prendere tutto il buono che c’è dai 18 ai 60, tra le donne e gli uomini di tutto il centro sinistra?

Se non ora. Quando?

D’Alema stai..ehm…zitto.

No, D’Alema, non ci serve l’alleanza con FLI. E manco quella con il Terzo Polo. Sei partitocratico-deviato. L’alleanza si fa con gli elettori che a loro volta danno il voto a dei progetti. Esci dal principio della fedeltà elettorale e del clientelismo. La dobbiamo cambiare questa cosa. Programma buono – elettori con noi – vincere e governare. Ripeti con me. Forza.

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