Figli di.

8 febbraio 2012 § 20 commenti

In questi giorni a causa delle battute (infelicissime) di alcuni esponenti del Governo (sfigato chi si laurea dopo i 28 anni, il lavoro fisso è monotono, non si può cercare lavoro vicino a mamma e papà) sono finiti nella bufera i figli dei nostri nuovi governanti che come ben sappiamo hanno l’età media dei nostri nonni.

Non credo sia opportuno personalizzare le riflessioni su quelle frasi, ma una cosa va detta e riguarda il Paese in generale.

In un Paese corrotto fino al midollo, nepotista e fondato sul voto clientelare non esiste meritocrazia e non tutti hanno le stesse opportunità. E’ così, è innegabile.

Il figlio di un banchiere, di un imprenditore, di un professore universitario, di un dirigente industriale, di un grande giornalista,  ha più opportunità.

Male che può andare ne ha (di opportunità) anche se non vale nulla. Bene che va ne ha perché riesce a farsi notare nel mondo che conta. Cresce con le persone giuste, frequenta i salotti buoni, fa parte fin da piccolo di quel mondo. Questo abbiamo pensato per decenni che non sarebbe accaduto solo nei regimi totalitari e abbiamo scoperto che poi il Partito Unico diventa esso stesso aristocrazia.

Ma non dimentichiamo i milioni di italiani che pur non essendo “figli di” chiedono lavoro e raccomandazioni ai potenti di turno per lavori qualsiasi: da chi mantiene la Salerno Reggio Calabria a chi vince strani concorsi nel Lazio a chi viene nominato senza criteri (ma magari meritandolo) nei CDA degli enti pubblici.

Un Paese meno corrotto è un Paese in cui ci saranno sempre le diseguaglianze, ma ci saranno più opportunità per tutti.

Non dobbiamo batterci per massacrare una genetista che fa ricerca contro il cancro (che magari è brava, oppure no, magari ha la puzza sotto il naso e magari anche no).

Dobbiamo batterci perché Filomena Catullo di Canicattì figlia di operai possa studiare in una università che la formi dignitosamente (in cui ci siano bravi professori e non raccomandati imbecilli).

Dobbiamo batterci perché se Filomena è brava abbia anche lei finanziamenti.

Dobbiamo batterci perché lo scontro sociale non diventi scontro di classe.

Il nostro Paese sta diventando un luogo stantio. Profondamente illiberale perché l’unica libertà che si riconosce è quella propria, del proprio branco. Un Paese fatto di categorie e di caste (anche nel proletariato) che più che sembrare eredità del frazionamento comunale (che era interclassista) somiglia piuttosto a quello delle corporazioni fasciste.

Serve un’esplosione, senza spargimento di sangue. Serve sminare uno scontro riportando il bene comune sul tavolo.

Hegel: letture per il presente.

16 novembre 2011 § Lascia un commento

Da Storia della Filosofia, Hegel.

Famiglia. Non è per Hegel una semplice società naturale ma una istituzione, cioè una creazione dello spirito dotata di grande valore etico. Essa è un’unità spirituale, fondata sull’amore e sulla fiducia dei suoi membri.

Società civile. E’ l’antitesi della famiglia perché in essa i rapporti sono conflittuali, essendo un “sistema di bisogni”, il che implica allora l’amministrazione della giustizia, un corpo di polizia e le corporazioni, necessarie per l’ordine e la sicurezza. Essa è una società di privati, che operano per fini particolari.

Stato. E’ l’istituzione in cui si risolvono i conflitti della società civile, in cui l’interesse privato coincide con l’interesse pubblico. Viene definito da Hegel come “la sostanza etica consapevole di sé, la riunione del principio della famiglia e della società civile”. Quali caratteristiche ha lo Stato per Hegel? Esso non vuole essere è liberale (LockeKant ecc.) nel senso che non vede nello Stato lo strumento che deve garantire la sicurezza e i diritti dei privati, né Hegel lo vede come un tutore dei particolarismi della società civile. Non vuole neppure essere democratico per cui la sovranità dovrebbe risiedere nel popolo (Rousseau). Per Hegel invece la sovranità dello Stato deriva dallo Stato stesso, che ha in sé la propria ragione d’essere, il che significa che lo stato hegeliano non è fondato sugli individui ma sull’idea di Stato, cioè sul concetto di un bene universale. E’ lo Stato che fonda gli individui: sia in senso cronologico-storico-temporale (esso viene prima degli individui; gli individui nascono già all’interno di uno Stato), sia in senso ideale-assiologico (lo Stato è superiore agli individui come il tutto alle parti). Lo Stato hegeliano, comunque, pur essendo assolutamente sovrano, non è dispotico o illegale perché anzi deve operare con le leggi; è uno Stato di diritto (Rechtstaat), fondato sul rispetto delle leggi e sulla salvaguardia della libertà e della proprietà. In questo Stato, la costituzione migliore è quella monarchico-costituzionale, con la tripartizione dei poteri in legislativo (affidato ai rappresentanti dei vari ceti o stati sociali; stati o ceti sociali da non confondere con le classi sociali antagonistiche dei proletari e capitalisti di cui parlerà Marx), esecutivo (affidato al governo) e sovrano (esercitato dal monarca). Nel sovrano si incarna l’unità dello Stato ed a lui spetta la decisione ultima circa gli affari della collettività. Il vero potere politico è quello del governo. Lo Stato è in ultimo per Hegel la “volontà divina” ovvero “l’ingresso di Dio nel mondo è lo Stato”. E come vita divina che si realizza nel mondo, lo Stato non può trovare nella morale un limite alla sua azione. Il solo giudice ed arbitro sarà lo Spirito Universale cioè la Storia, che ha, come suo momento strutturale, anche la guerra ! essa non è solo necessaria ed inevitabile, ma preserva gli uomini – dice Hegel – dalla fossilizzazione a cui li ridurrebbe una pace durevole. In questo Stato, si ricordi, non vi è il potere giudiziario perché è demandato alla società civile.

In conclusione, Hegel è “semplicemente un conservatore, in quanto pregia più lo stato che l’individuo, più l’autorità che la libertà”(N. Bobbio, Studi hegeliani, Einaudi).

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