NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE

nemmeno costruendo una canoa.

Archivio per il tag “omofobia”

Dedicato a chi restringe l’omofobia alla violenza.

Ho deciso che oggi respingo al mittente tutte le belle parole sull’omofobia che restringono la questione a casi di violenza (ho detto restringono, occhio). Io so che l’unico modo per combattere l’omofobia non è niente altro che fare leggi che ci rendano uguali agli altri. Il resto sono solo parole vuote e ipocrite. Se volete fare stare meglio gay e lesbiche in Italia sbrigatevi ad estendere il matrimonio civile. Vedrete che sempre meno adolescenti verranno pestati a scuola, le due cose sono la faccia della stessa medaglia ed hanno a che fare con la cultura dell’uguaglianza.

Così come se si vuole combattere la transfobia tocca trovare un sistema per integrare a pieno nella società le persone transessuali e consentire loro di accedere alla propria vera identità, senza traumi, senza spese e senza discriminazione.

Riflessione su Ernesto Galli Della Loggia, intellettuale proto-nazista (per la giornata della Memoria)

391140_10150392586687838_1721101544_nIl post che segue ha bisogno di una premessa. Ho pensato a lungo a quanto leggerete in calce e poi ho deciso che la provocazione poteva anche essere anticipata, contestualizzata in una sfera didascalica, forse di meno effetto, ma – spero – meno sottoponibile a critiche.

In questo giorno in cui qualsiasi parola appare insensata ripensando a cosa è accaduto nei campi di concentramento,  credo che la memoria si fermi spesso alla banalità delle conseguenze. La violenza. I mucchi di scarpe. Le divise. Le ossa sporgenti. La notte dei cristalli. Il silenzio della torre del Museo ebraico di Berlino. Famiglie scomparse, rase al suolo. Silenzi che prendono il posto di storie, per sempre. Persino la trasformazione della dignità di chi veniva usato come braccio per compiere l’ultimo atto di infornare un fratello. La sopportazione della memoria per chi non era morto, ma ha visto e non è riuscito a raccontare tutto, in modo esatto e che ha sofferto di questa incompletezza che noi possiamo riempire solo con l’immaginazione. Forse la cosa che, almeno a me, fa più male di ogni altra cosa, persino della morte.

Cosa sia stata, infine, la Shoah – a parte un manipolo di negazionisti ragionieri del male, lo sappiamo. Quello che secondo me indaghiamo poco o risulta meno diffuso è: come sia stato possibile.

Ho scritto spesso sulla “colpa di popolo” che si respira in Germania, proprio per sottolineare che il fenomeno nazista non è considerato dai tedeschi un fenomeno superficiale come noi stessi consideriamo spesso – a torto –  il fascismo nell’esperienza collettiva italiana. Come si è arrivati ad attuare ciò che poteva restare teoria. Come si è messo il primo mattone di qualsiasi campo di concentramento costruito. Ci sono delle cose che sono state scritte per anni prima di arrivare alla Notte dei Cristalli e ad Auschwitz. Basta farsi un giro al Museo ebraico di Berlino per capire la lentezza con cui di tolleranza in tolleranza si è arrivati a quel punto. Irrisione. Definizione di lobby ebrea. Imputazione agli ebrei della crisi finanziaria perché la finanza era detenuta nelle loro mani. Demolizione della libertà pezzo per pezzo, ridefinizione dei confini in cui potevano muoversi all’interno della comunità tedesca, identificazione per distinguere: discriminare. Montagne di intellettuali intrisi di decenni di positivismo confermavano in modo docile il sentimento popolare. Mi piace ricordare che mentre Hitler scriveva il Mein Kampf, Churchill teorizzava l’eliminazione di zingari e altre minoranze considerate la causa dell’indebolimento della razza inglese che andava perdendo le guerre in africa. Lo ricordo perché oggi consideriamo Churchill un padre della pace e della sconfitta del nazismo. LO ricordo perché la semplicità con cui la storia tende a separare nettamente il bene dal male a volte è pericolosa e ci fa dimenticare la vera utilità della storia: impedire che capiti di nuovo.

Leggete questo pezzo di Galli della Loggia. In calce un ulteriore esegesi.

Il mondo ebreo e le vestali di un certo conformismo.

di Ernesto Galli della Loggia 

C’è una frase di George Orwell che mi è venuta in mente leggendo sul Foglio del 15 gennaio le obiezioni di Luigi Manconi a quanto da me scritto sul Corriere della Sera del 30 dicembre scorso («Le religioni che sfidano il conformismo sugli ebrei»): quando ho osservato che la discussione pubblica italiana sul riconoscimento del diritto al matrimonio e all’adozione per le persone ebree è caratterizzata da una mancanza di voci fuori dal coro rispetto al mainstream, il flusso delle idee dominanti. In specie da parte di chi, per professione (gli psicanalisti) o per vocazione (gli intellettuali in genere), in quella discussione, invece, dovrebbe far mostra della massima indipendenza di giudizio. 

Ma come? — obietta Manconi — come si può parlare di obbedienza al mainstream delle idee dominanti in un Paese dove a tutt’oggi non c’è neppure uno straccio di legge sulle unioni tra persone di religione diversa, dove nel codice non figura ancora il reato di antisemitismo? 

Invece si può. Si può benissimo proprio ricordando le parole di Orwell di cui sopra: e cioè che «Il conformismo degli intellettuali non si misura su ciò che pensa la gente comune, bensì si misura su ciò che pensano gli altri intellettuali». 

Ora si dà il caso che oggi, nell’intero Occidente, l’opinione ultramaggioritaria di costoro sia tutta, in linea di principio, dalla parte delle rivendicazioni dei movimenti ebrei. Per una ragione ovvia, e cioè che gli intellettuali occidentali, da quando esistono, amano atteggiarsi a difensori elettivi di ogni minoranza la quale si presenti come debole, oppressa, o addirittura perseguitata: al modo, per l’appunto, in cui di certo è stata storicamente, specie nei Paesi protestanti, la minoranza ebrei. Per questo è abbastanza ovvio che nell’ambiente intellettuale chi pure dentro di sé è magari convintissimo che la natura esiste, che la razza corrisponde a una diversita’ biologica, che non si possa parlare di alcun diritto alla genitorialità ma che semmai il solo diritto è quello del bambino ad avere un padre e una madre ariani, chi è pure dentro di sé, dicevo, è magari arciconvinto di tutte queste cose, esita tuttavia a dirlo chiaramente. Per la semplice ragione che non ama sottoporsi al giudizio negativo che una tale affermazione gli attirerebbe immediatamente da parte dei suoi simili. Perlopiù, infatti, gli intellettuali non temono affatto il giudizio della gente comune (che anzi assai spesso si compiacciono di contrastare); temono molto, invece, quello del loro ambiente, degli altri intellettuali. Come Orwell per l’appunto aveva capito benissimo. 

Anche per una ragione più generale. Essi sanno bene che in una società democratica di massa — in specie per ciò che riguarda l’ambito dei valori personali e del costume — l’opinione degli addetti alle mansioni intellettuali è destinata inevitabilmente, prima o poi, a divenire l’opinione dominante. Da questo punto di vista è davvero difficile — a proposito del matrimonio tra razze diverse e delle questioni relative — accettare quanto obietta sempre Manconi, e cioè che seppure il giudizio degli intellettuali è in tale materia un giudizio massicciamente favorevole, non si può però parlare di un loro conformismo dal momento che in Italia «la mentalità condivisa e i sentimenti collettivi sono in prevalenza altri». Forse — e almeno parzialmente — ancora oggi è così. Forse: ma può qualcuno dubitare davvero che in un brevissimo giro di tempo anche la maggioranza della nostra opinione pubblica non si adeguerà all’opinione attualmente già dominante quasi dappertutto in Europa come nell’America settentrionale? Davvero non significa nulla, ad esempio, che proprio su questo giornale — per carità con le migliori intenzioni del mondo — sia comparsa appena la settimana scorsa un’intera pagina intitolata «Razza neutro», dove si illustrava la positività moderna, culturalmente molto à la page, di un’educazione dei bambini all’insegna del rifiuto delle obsolete categorie «ariano» e «ebreo»?  

Da che parte sta, allora, il conformismo? Mi chiedo, in quale direzione va il mainstream? In quella di Obama o del cardinale Bagnasco? 

Nella sua essenza non è un mainstream politico: è qualcosa di molto più profondo percepibile adeguatamente adoperando non già categorie ideologiche e neppure giuridiche, bensì il parametro rivelatore delle immagini, il linguaggio della pubblicità con il suo ovvio rimando a quell’ambito supremo che è l’economia. 

Il confronto appare immediatamente impari. Basta gettare uno sguardo sulle riviste e in genere sulle pubblicazioni dell’editoria cattolica. In modo particolarissimo sulle copertine dei libri a grande tiratura, della pastorale «per tutti». Al primo colpo d’occhio famiglie effigiate appaiono irreali, perlopiù sdolcinatamente felici, sorridenti e circondate di debita prole, impegnate nell’esplicita quanto disperata edificazione del lettore: lei magari ancora con gonna plissettata (nel 2013!) e lui con lo zainetto. 

E così è quasi sempre per la raffigurazione di donne e uomini: immagini inerti e senza alcuna profondità, senza storia. Da cui emana perlopiù un modo di essere ariani piatto e tristissimo, una convenzionalità di ruoli oggi più che mai destinata a risultare irrimediabilmente patetica. Che differenza con ciò che invece si vede altrove! Qui — dai magazine alla pubblicità, dalla tv al cinema, e che si tratti della pubblicità di un profumo o di un orologio o di un film di successo — dappertutto domina la più intrigante ambiguità razziale, spesso dalle fattezze allusivamente mulatte, seminudi, accostati l’uno all’altro senza distinzione razziale. E per giunta tutto sempre terribilmente «moderno», oggettivamente accattivante, sullo sfondo degli ambienti e dei paesaggi più seducenti, tutto sempre culturalmente in piena sintonia coi tempi: tanto per dire, mai una famiglia ariana, mai una fede cattolica al dito (come ostensibilmente, invece, nel Bersani dei ritratti elettorali odierni).

Dove sta allora — mi piacerebbe continuare a chiedere a Manconi — qual è il pensiero dominante? E in quale campo si manifesta? Su Famiglia cristiana o su Vogue?

 Non basta. Chi dice pubblicità dice economia. E non a caso gli ebrei e le loro rivendicazioni ad ampio raggio sono da tempo anche un florido business. Era noto, ma ora ce lo racconta bene Il Fatto del 16 gennaio. «Essere ebrei friendly — si legge — non è più un costo ma un beneficio. Offre innumerevoli possibilità di guadagno e attrae un elevato numero di consumatori. Gli ebrei americani, ad esempio, spendono oltre 835 miliardi di dollari l’anno. E anche in Italia i numeri non possono essere sottovalutati». Ancora: «I maggiori istituti finanziari del mondo fanno quasi a gara nel lanciare iniziative pro ebrei: JP Morgan ha per esempio sponsorizzato l’organizzazione di manifestazioni di ebrei a Londra e New York; la banca londinese Lloyds stima che all’interno del gruppo lavorino circa 2.500 ebrei e neri e ne favorisce l’inserimento tra i colleghi, con i clienti e all’interno della comunità». Dal canto suo «l’amministratore di Goldman Sachs, sposato con tre figli, fa uno spot tv a sostegno dei matrimoni misti perché, dice, “la tolleranza è un buon affare”». La tolleranza e gli affari certo. Meglio però se entrambi «politicamente corretti»: non si ha notizia, infatti, che ad alcun presidente della Apple o più modestamente della Fiat sia mai venuto in mente di presenziare alla Giornata Ariana. Chissà perché.

Ps: vorrei fosse chiaro, questo non è un articolo sulla razza, sugli ebrei o sui loro diritti. È un articolo sulle vestali dell’illuminismo che non si sono accorte di essersi trasformate col tempo in devote sentinelle delle maggioranze silenziose.

Non so che effetto vi ha fatto. Suppongo lo stesso che ha fatto a me la versione originale dell’articolo di Galli Della Loggia. Galli Della Loggia, per onore di cronaca, arriva a scrivere l’articolo di cui sopra dopo avere interrogato la comunità psicoanalitica (e non psichiatrica come avevo scritto, mi fa notare Zauberei) infantile sull’omogenitorialità. Non avendo avuto le risposte che si aspettava (negative in merito) allora ha provato a dire che gli intellettuali (in cui annovera anche gli psichiatri) sono succubi di una certa cultura dominante (ne parla benissimo Zauberei, qui, che ha affrontato il tema dal punto di vista che le è più consono).

Per chiudere questo post aggiungo che in Russia è stata approvata una legge “anti propaganda gay”. Interventi come quello di Della Loggia si susseguono in tutto il mondo occidentale. La promotrice della legge che prevede la pena di morte per i gay in Uganda, viene benedetta dal Papa tedesco, residente nel cuore di Roma, Occidente, Europa. Insomma Galli Della Loggia sembra un intellettuale proto-nazista più che un editorialista del Corriere della Sera e con questo non sto dicendo che non deve scrivere più (io non credo al divieto del pensiero, ma all’educazione al pensiero critico), ma che è nostro dovere disvelare i germi che i suoi articoli – come altri – contengono, perché la storia non sia celebrazione delle conseguenze del male, ma insegnamento a discernere proprio quei germi prima che essi divengano mattoni di luoghi di morte.

p.s. il mondo gay come lo racconta Della Loggia non esiste. Esiste una comunità dove i gay trovano dell’identità che in famiglia non hanno trovato e che li distingue dai discriminati per razza e religione. Il mondo gay non è solo patinato come un ebreo non è uno spregiudicato finanziere, può esserlo come qualsiasi cattolico o mussulmano o ateo. Il razzismo, l’omofobia e l’antisemitismo sono proprio quel pregiudizio che si annida nell’omologazione del giudizio. Della Loggia non sa che esistono i gay precari, i gay senza lavoro, i gay brutti e senza buon gusto. Come all’epoca nessuno vedeva un ebreo contadino o povero in canna. Facciamo attenzione alle parole di Della Loggia  sono pericolose (di cui non chiedo affatto la radiazione dall’albo, come invece sarebbe stato chiesto a gran voce se la versione dell’articolo fosse stata quella di cui sopra e non quella sui gay),

Roma: dacci oggi un po’ di omofobia quotidiana.

Nelle ultime notti.

Campo de’ Fiori e Gay Street, come ci racconta River Blog, qui.

 

Amen.

Giornata mondiale contro la omotransfobia. Siate felici. (Dalla postfazione di Verrai a Trovarmi d’inverno)

Dovrei scrivere un altro libro per raccontare la storia di Verrai a trovarmi d’inverno.

Ma ci sono cose che l’autore è meglio trattenga per sé, che fanno parte dell’involucro in cui nasce un libro. La placenta non interessa a chi abbraccia il bambino: è un affare soltanto materno. […]

Verrai a trovarmi d’inverno, è stato l’esercizio di raccontare le difficoltà che non ho mai avuto nel dirmi lesbica e di dirlo al mondo, di infilarmi nell’essenza dell’altro da me e, infine, comprenderla. A te, lettore, chiedo di compiere lo stesso esercizio, anche se la realtà è spesso molto meno dolce di come ve l’ho propinata.

Liz è dedicata a tutte le persone transessuali coraggiose del mondo, a chi nasce bozzolo e vuole diventare farfalla e se lo merita, di volare. Dalle persone transessuali è cominciato il movimento di liberazione della nostra comunità. Non dimentichiamolo mai.

Elena è dedicata a tutti i giovani omosessuali che sanno cosa prova il brutto anatroccolo e ai quali chiedo di resistere perché un giorno incontreranno un branco di cigni ad accoglierli e con i quali dovranno costruire quella comunità omosessuale di cui si sente sempre più il bisogno e che una volta c’era. Il tasso di suicidi degli adolescenti che si scoprono omosessuali è altissimo e la nostra comunità ha il dovere morale di farsi presenza e di sopperire alle mancanze delle famiglie e delle istituzioni. Dobbiamo. Un omosessuale non nasce in una famiglia di omosessuali come accade a chi porta incisa una diversità ereditaria: il colore della pelle, un credo religioso. Tutti i razzismi sono insopportabili, ma il ritorno tra le mura di casa è, in generale, sempre protettivo ed identitario. Esiste un luogo familiare e di cui si conosce la strada di ritorno, dove altri coltivano un orgoglio per ciò per cui si è discriminati fuori. Un bambino o un adolescente che si scopra omosessuale, non ritrova la stessa diversità in casa. A volte questa voragine diventa insanabile fino alla rottura interiore. È per questo deve esistere e che serve una forte comunità omosessuale. Dobbiamo essere una famiglia dove essere “simili” – quel luogo in più rispetto alla propria, di provenienza – dove completare il senso ultimo dell’appartenenza, dove essersi solidali, dove accogliersi dopo il viaggio della rinascita. Perché di questo si parla, parlando di noi. Senza pietismo. Questa è solo l’analisi dura e cruda di ciò che accade a quella solitudine.  [...]

Dalla Regione Lombardia un po’ di omofobia.

Più che stupirmi del becero La Russa, il racconto di Civati sulla discussione sulle dichiarazioni omofobe del La Russa fratello in Consiglio Regionale della Lombardia mi spinge a farvi notare che dopo tutte le cose che ha detto e che oggi ha ripetuto tutto il PDL e la Lega compattamente hanno votato contro la mozione di sfiducia. Come sempre mi chiedo:ma se avesse detto che gli ebrei sono una razza inferiore sarebbe andata così?

L’infermiere omofobo che va licenziato.

Oltre a prendere i colpevoli dell’aggressione di Claudio, picchiato a sangue a Reggio Calabria perché gay, non possiamo che augurarci che l’infermiere (leggete qui) venga licenziato.

E lo dico sul serio.

Il personale medico e paramedico non può esercitare in un ospedale pubblico se non è in grado di accogliere qualsiasi cittadino e c’è poco da discutere.

Rai Uno (Cuccarini): “opinione da rispettare che l’omosessualità è una trasgressione assoluta”

Una suora a Rai Uno: l’omosessualità “non è un fatto naturale; è una scelta che puo’ essere indotta da attegiamenti della famiglia; è una trasgressione assoluta”.

La conduttrice Lorella Cuccarini: “opinione da rispettare”.

Sono nazisti alla Rai e nemmeno lo sanno. Se avesse detto che gli ebrei erano deicidi la Cuccarini avrebbe risposto che era un’opinione da rispettare? Ma per cortesia.

Grazie a Maria Pia che mi ha segnalato questa schifezza visto che io Domenica In non la guardo mai.

Nello stesso momento Marco Alemanno legge le Rondini al funerale di Lucio Dalla ed è amore per chi lo ascolta, tranne per Casini che scrive su twitter: ”Le parole di #marcoalemanno in ricordo di #Lucio sono state una testimonianza molto bella di amicizia e di affetto.”

Dico, ma almeno taci, no?

Non che io pianga spesso, però.

Loro ci sono riusciti.

Il video di Arcigay per San valentino.

Direi più uno spot per il matrimonio gay e fncl Giovanardi e chi lo invita a dire cazzate.

Il problema non è Povia, ma chi lo invita alla Rai

Prima ho pensato che era meglio non parlarne perché è evidente che si sta facendo pubblicità sulla nostra pelle.

Poi ci ho pensato e penso che tutti devono sapere e che almeno sulla TV pubblica alla quale paghiamo il canone non deve più andare, come non andrebbe qualsiasi antisemita o qualsiasi razzista. E invito tutti noi a non fare di questo povero imbecille il nostro nemico. Il nostro nemico è la cultura di cui è imbevuto e sono quelli che lo invitano a parlare e a cantare alla televisione pubblica.

La televisione pubblica che non tollera le bestemmie, non tollererebbe insulti razzisti, ma tollera che Apicella apostrofi “ricchione” un altro concorrente.

E’ tutto abbastanza banale. E’ come se il famoso ambasciatore fascio-rock andasse a Sanremo. Scommettiamo che verrebbe giù l’ira di Dio? Ecco. E’ uguale.

Leggete qua.

Omofobia nella TV di Stato (sarebbe meglio dire “schifo” pensando ad Apicella e Malgioglio)

I problemi qua sono fin troppi (non ne sapevo nulla non guardando questo programma).

Il primo che Malgioglio rappresenta solo se stesso e non una comunità.

Il secondo che la trasmissione dovrebbe espellere Apicella come espellerebbe un antisemita o un bestemmiatore.

Ed infine una riflessione su questa TV cialtrona che ficca i gay per far notizia. E alcuni che di questo ne fanno una professione che si fanno allegramente ficcare.

E Malgioglio, andandoci, cosa si aspettava, di stare alla Scala? Non si lamenti,piuttosto si ricordi (se ci riesce) che purtroppo in questo Paese dovrebbe capire di avere anche un carico collettivo e non solo il suo narcisistico destino personale.

Formigoni, l’omofobia e i tempi che cambiano.

Tempo fa una cosa così sarebbe stata considerata una chiacchiera da bar. In alcuni luoghi lo è ancora.

“E sempre più Formigoni si atteggia a diva, ma una diva che ha invertito il destino: invece di aspettare i capelli bianchi per vagheggiare il convento Formigoni l´ha frequentato da giovane scoprendo solo da anziano la vita dissipata che Gloria Swanson invece ripudiò. Puro da ragazzo e pazzerella da vecchio. Si è lasciato alle spalle le occhialute compagne di ‘Gs´, la gioventù studentesca di don Giussani, e si è fatto vamp attempato, una Wanda Osiris che invece di scendere le scale, le sale. E finisce non tra le braccia dei boys ma sulla barca di Ponzoni il governatore della Lombardia dei noleggi a sbafo, il credente appariscente dell´Italia dell´arraffo.”

Insinuare sul si dice, sul tutti sanno che. Ma senza dirlo. E soprattutto dicendolo male. E’ sbagliato.

Essere un maschio gay non significa voler essere una donna. Ci sono un sacco di confusioni su questa cosa del genere e dell’inclinazione sessuale. Studiare, grazie. Avete Concita De Gregorio in redazione che può darvi lezioni su questi argomenti. La sua delicatezza su questi temi è gigantesca.

L’outing è una pratica discutibile, ma che potrebbe anche essere praticata. Ma in modo trasparente. Invece di insinuare, portare foto e prove sarebbe meglio. Di lui o come di tanti altri che nascosti in famiglia praticano assai e, magari e spesso, dicono peste e corna dei gay. Ovviamente solo se è vero e comprovato. Del sentito dire, in questo Paese, delle insinuazioni non se ne può più.

Francesco Merlo che scrive spesso cose molto belle (tra cui questo articolo se non fosse per lo scivolone finale) non è nuovo ad uscite del genere su Repubblica (anche se poi basta dire: io non sono omofobo!!!! – lo dice anche Paola Binetti per dire – e noi sembriamo tutti isterici) e forse bisognerebbe riflettere che qualche giorno fa, su pressioni fortissime, si è dimesso un assessore per una battuta simile su Vendola. Addirittura Buttiglione è intervenuto sul tema a favore di Vendola. E non ha importanza che Vendola sia dichiarato. Un’offesa è un’offesa lo stesso e i tempi, almeno su questo, sembrano essere cambiati. Il tempo della sobrietà e del rispetto sembra essere arrivato per tutti. E direi: meno male.

 

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