NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE

nemmeno costruendo una canoa.

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Fioroni all’Api.

Visto che l’unico ad essere contento della possibilità del ritorno di Rutelli (certa gente proprio non ha ritegno) è Fioroni propongo di cedere Fioroni all’Api così stanno insieme.

Lusi agli arresti

Lusi va agli arresti.

E’ giusto. A

ggiungo che spero si faccia luce completamente su eventuali corresponsabilità e sull’uso effettivo che hanno avuto tutti i (nostri) soldi.

Una moratoria sulle alleanze per favore.

Scalfari dice che il PD deve allearsi con il Terzo Polo e candidare Monti.

Gilioli dice che il centrosinistra deve sbrigarsi a produrre un premier perché il centro destra è al lumicino e la nostra lentezza ha il sapore dell’ennesimo suicidio.

I fatti:

Casini spalmato su Monti tenta di cavalcare il consenso popolare che sta premiando Monti in tutti i sondaggi, da bravo opportunista anche perché sa che essendo la maggioranza parlamentare di centro destra difficilmente Monti riuscirà a fare la parte sinistrorsa delle riforme (welfare e patrimoniale e liberalizzazione delle caste e castucce).Mi perdoni il vecchio Scalfari ma io lo ripeto; mai con l’UDC forza estremista clericale e a livello locale degna spesso del peggiore PDL. Io capisco che Scalfari forse non esce più di casa, ma la realtà è ben diversa dai sorrisetti di Pierferdi.

Bersani non credo sia così felice di vedere quei sondaggi che dicono che il popolo del PD per quasi il 70% vuole Monti premier (che secondo me nella nostra testa è il Prodi che avete sempre desiderato). SeL ed IDV cavalcano in modo cannibalesco e parassitario il fatto che il PD appoggia Monti e cercano di accumulare consenso tra gli scontenti per poi battere cassa al PD. Spiace dirlo ma Vendola e Di Pietro non stanno onorando la foto di Vasto: vogliono stare con il PD ma nel frattempo gli scavano la terra da sotto i piedi. E lo dice qualcuno che quell’alleanza l’ha sempre voluta.

Berlusconi deve correre in aiuto ad Alfano con il cerone che ormai cola con evidenza dai solchi della sua plastica facciale.

Bossi è tornato a fare il capetto fascista e a declamare violenze e strafalcioni democratici.

Rutelli, scomparso tranne che a Ballarò.

Fini, non pervenuto.

Grillo, ha appena ucciso il suo movimento perché lo trova troppo partito.

Mi dispiace dirlo ma continuo a pensare che la soluzione risieda nel costringere la politica ad un’unione coatta. Una legge elettorale con alto sbarramento e a vocazione maggioritaria è l’unico sistema per fare crescere la nostra democrazia. Attenzione. Non sto dicendo che voglio fare fuori Vendola e Di Pietro. Voglio dire che li voglio dentro un progetto, fin da subito, in cui ci si prende oneri ed onori delle scelte politiche collettive. Si definisce una benedetta strategia dai pensieri lunghi, un programma e ci si presenta con quello. Ma oggi a parte appoggiare tutti insieme Rita Borsellino alle primarie di Palermo, cosa ci unisce? Quale idea di lavoro, quale di diritti civili, quale di sviluppo industriale o fiscale?

Scalfari ha ragione quando individua in Monti qualcuno che sta dicendo chiaramente al Paese qual’è la sua idea di Paese. Ma da qui a dedurre che allora deve essere il premier di PD ed UDC ci passa l’incapacità di leggere cosa accade fuori dai salotti.

E noi, che vogliamo parlare agli italiani e non alle sigle, sembriamo dei folli. Lo so.

I Pride a Roma e la maledizione del sindaco di turno.

Roma è una città da liberare.

Arrivo a questa conclusione banale alle soglie dell’estate del secondo decennio del nuovo millennio e alle soglie della stagione dei Pride.

E’ la città che ha conquistato il mondo e diffuso l’idea di civiltà che oggi, l’occidente, riconosce a partire dall’uso del diritto.

Roma, possiamo dire, ha fatto giurisprudenza per millenni. Oggi appare svuotata e divorata da se stessa, erede di un sistema perverso che si crea e si distrugge ogni volta e rinasce sempre uguale a se stesso.

La Roma dell’Impero era una capitale di un mondo basato sulla diversità, la cui conquista passava sì per le armi, ma non per l’imposizione del pensiero unico in termini di usi, costumi e cultura. La Chiesa che ha ereditato la struttura burocratica dell’Impero Romano ha capovolto questo schema: non governa direttamente i territori, ma vi incide pesantemente.

Il primo Pride a Roma è datato 1994, anno in cui Berlusconi a marzo vinceva le elezioni e a solo un anno dall’elezione di Francesco Rutelli che, con la sua elezione, segnava una profonda rottura con l’amministrazione precedente e sanciva la nascita del “famoso” modello Roma voluto da una generazione di centro sinistra che rottamando la precedente prese la città in un coraggioso tentativo di rinnovamento.

Continua sul blog de IMille: http://www.imille.org/2011/06/i-pride-e-la-maledizione-del-sindaco-di-turno/

Colpi di sole ovvero sul presunto sms dell’API (nel senso di Rutelli) che smentisco (per fortuna) e piccola parentesi sul PD Lazio e Lucio D’Ubaldo.

Ieri vi avevo raccontato di aver ricevuto un sms che sondava la possibilità da parte di molti del PD Lazio di passare all’API in caso di commissariamento visto che l’assemblea del PD Lazio da mesi non è in grado di cavare un ragno dal buco e di definire una squadra ed un programma di governo politico e di proposta sul territorio.

Piccola parentesi sul PD Lazio (che è come la mela al giorno). Però molti giovani burocrati, in queste ore – consentitemi il sassolino grammaticale dalla scarpa – si sono lamentati di un recente sondaggio lanciato dall’Unità che ha chiesto agli elettori di nominare i nomi degli sconosciuti, dei poco noti che potrebbero secondo loro rilanciare la politica sul territorio nazionale. Io per prima ho storto il naso contrariata visto che uno che faceva il mio nome era uno del mio comitato elettorale (ma magari l?unità manco lo sapeva) e quindi lo considero profondamente di parte (benché abbia lavorato gratis, quindi per scelta, certo non per interesse visto che ha perso un mese di vita). Ricordo a tutti che sulla Puglia gli elettori interrogati sull’Unità avevano espresso il desiderio di Vendola, ma noi siamo andati lo stesso due volte a fare figure di merda con Boccia, perché noi dell’apparato, noi dirigenti, noi ne sappiamo più degli elettori sondaggiati, che tanto sono una manica di coglioni rivoluzionari da tastiera che non sanno niente e non vedono il vero lavoro e bla bla bla, poi quelli ti fondano il movimento 5 stelle e in Emilia Romagna ti pigliano a pernacchie con il 5% e in Piemonte, addirittura,ti fanno perdere una Regione. Però noi semo quelli se fanno er culo e gli elettori nun capiscono un cazzo. Tutto il contrario. Il culo se lo fanno pure gli elettori, vi informo, non arrivando alla fine del mese, non avendo posti all’asilo, non avendo alcun politico che ti passa la paghetta o ti fa vincere il concorso o ti porta i voti per farti eleggere da qualche parte anche se non sai manco cosa è pagare un mutuo. Diciamo che gli elettori dovrebbero farci a tutti un culo così (scusate è estate mi sto prendendo delle licenze poetiche per essere più es(asu)tiva) per il senso di irresponsabilità e per l’incapacità che abbiamo di decidere e fare.

Chiarimento sul sms. Era di un giornalista, non di un cacciatore di teste, non ci siamo capiti e lui nemmeno ha capito quando gli ho risposto che per me l’Api non dovrebbe nemmeno esistere pensando di stare parlando con uno scemo voltagabbana. Invece parlavo con un giornalista pure bravo e che sta osservando cosa accade e che forse anticipa la distruzione a cui andremo incontro prima nel Lazio, ma con un occhio alla Nazione, un po’ nell’API, un po’ in SeL e un po’ a fare non si sa cosa se il nostro segretario non si mette a dettare la linea prima delle alleanze. Ora mi sto incazzando e parecchio perché trovo irresponsabile questo silenzio e questa vigliaccheria. Ma potete giurarci che resterò accanto a Bersani anche quando persino baffetto senile dovesse essere transumanato altrove.

Altra piccola considerazione. Consiglierei ai compagni di non sparare su D’Ubaldo. Piuttosto di invitarlo a confrontarsi (io l’ho fatto è stato istruttivo). Non possiamo perderlo e sulla festa Democratica ha ragione lui. Altrimenti rifamo i DS in cui stamo tra amici con il 18%. Attenzione…non sto dicendo che il PD serve perché prende (dovrebbe per lo meno) più voti dei DS + altro. No! Dobbiamo tornare a quello che volevamo fare prima, tanto al governo senza D’Ubaldo NON ci andiamo, perché quella è la parte buona dei cattolici. I cattivi li abbiamo persi per fortuna. Se perdiamo i buoni è meglio che andiamo a Cuba. Poi i bersaniani mi spiegheranno come fanno a pensare di allearsi con l’UDC ma a sparare su D’Ubaldo. Secondo me siamo masochisti.

Il mio furibondo “E QUINDI?”

Questa sera è iniziata la direzione regionale del PD Lazio.

51 iscritti a parlare. Oggi hanno parlato solo in 8.

Segnalo che gli interventi delle due donne che sono intervenute sono stati sommersi dai bisbiglii, dalla gente che se ne andava, insomma da una evidente mancanza di rispetto dell’assemblea che è facile capire come mai abbia accettato supinamente (a larga maggioranza) la mancata elezione di una qualsivoglia donna al Consiglio Regionale.

Grande silenzio durante l’intervento di Migliavacca, responsabile organizzazione del PD Nazionale e un discreto silenzio durante gli interventi di Morassut e Montino.

Devo dire di essermi comportata in modo molto indisciplinato.

Durante il primo intervento femminile (che quanto a statura politica non era per nulla inferiore ai precedenti il che non è un giudizio necessariamente positivo) mi sono alzata in piedi ed ho apostrofato la folla (gridando, confesso) chiedendo silenzio.

Durante l’intervento di Migliavacca non sono stata assolutamente composta sulla sedia.

Pensavo alle ultime tre riunioni anarchiche che ho seguito in due circoli del PD (San Lorenzo e Muratella). Pensavo al fatto che le persone che erano entrate in quei circoli (moltissimi cittadini con un problema) dopo un’analisi breve del problema, insieme a noi, si erano guardate in faccia e avevano detto: e quindi?

Ok, 11 asili sono chiusi. Ok le tagesmutter non le hanno ancora rifinanziate. Ok non assumono le educatrici del concorso. Ok, i rom bruciano i copertoni e noi non siamo razzisti. Ok, non posso andare a gettare la spazzatura la notte o uscire tranquilla nel mio quartiere pieno di buche e povero di servizi.

E quindi?

E quindi non è che le persone, i cittadini, si accontentavano di una bella analisi del sistema sociale o dello stato del quartiere. Chiedeva soluzioni. O metodi di lotta per trovarle. E noi, tutti noi del PD che eravamo lì, bassa manovalanza dirigenziale, non ci siamo schiodati prima di avere fatto una riflessione comune con loro, sulle possibili soluzioni. Riflessione che continuiamo a fare mantenendo con loro il contatto, dando conforto, cercando i canali giusti. Ogni giorno. Io cosa hanno votato Valentina Grippo o Andrea Alemanni del III municipio, al congresso del PD, nemmeno lo so. E manco me lo sono chiesto. Così come non avrebbe avuto importanza sapere cosa hanno votato Maurizio Veloccia, Gabriele Veneziale o Alberto Simone del XV municipio. So solo che erano lì. Che si sono fatti corpi con i cittadini. Che erano competenti della loro materia. Questo importava in quel momento. Questo dovrebbe importare.

Ascoltavo Migliavacca fare fine analisi elettorale. Ha parlato per 20 minuti. Quando ha finito mi sono chiesta E QUINDI? Cioé tu sei un consulente, un cittadino o sei quello che deve provvedere per gerarchia di partito? Quindi cosa farai?

Ma se io andassi dal mio capo a dirgli: sai capo, non si vendono più macchine, non c’è mercato. Punto. Mi spedirebbe a vendere climatizzatori al Polo Nord, perché lui, da me, si aspetta che io trovi delle soluzioni lo stesso, per vendere lo stesso, non si aspetta l’analisi della situazione. Quella se la legge da solo. Una volta capito se è incapacità commerciale, calo di mercato, concorrenza aggressiva, tocca dare una soluzione.

Quindi, domani, nelle province dove l’astensione è stata alta e il PD è crollato, cosa faremo? Una riunione con i dirigenti locali per dire che dobbiamo liberare energie e radicarci sul territorio? E quindi? Come?

E perché Roma ha vinto per quelli che non vogliono cambiare nulla e Roma ha perso per quelli che vogliono cambiare tutto? L’analisi politica non deve essere strumentale. Roma ha vinto, ma non c’era la lista del PDL, abbiamo avuto astensione anche qui e soprattutto facciamo i conti con il dato rutelliano che è falsato. Questo non significa che Miccoli non può fare il segretario. Non è così che io, almeno ragiono. Non è che ammettere le sconfitte di una dirigenza che sta lì da 4 mesi, significa che si debbano dimettere. Anzi. Significa che devono mettersi a lavorare. Questo non significa che io non abbia da chiedere delle cose a Miccoli su come penso debba essere il partito. Questo lo considero lapalissiano. E poi deciderò. Non potremmo ragionare tutti così? O tutto è già scontato in questo partito in cui tutti (tranne pochi) si conoscono da anni?

Ad onor del vero, l’unico (non ho sentito Mazzoli e me ne scuso, ma lavoro e stacco in orario da metalmeccanico, ma mi dicono abbia proposto una road map e mi riservo di leggerla) che ha avanzato proposte è stato Morassut (chi se ne frega che non è della mia mozione!). Molte buone, alcune che non condivido. Ma dove si decide delle sue proposte? In che sede? Si vota e se sì, quando? A cosa serve un’assemblea sfogatoio che non decide nulla e tanto fuori ci sono i capannelli di capo bastone che decidono per tutti e non si capisce mai dove vengono prese le decisioni e qualcuno, persino, si lamenta che si scriva su facebook o sui blog perché è una forma di anarchismo.

Anarchia? L’anarchia è quella dei caminetti. Non di un dibattito pulito in pubblico, persino qui.

Il senso di responsabilità? Abbiate pazienza. Il giorno che ho deciso di candidarmi ho scelto di averlo solo nei confronti della gente. Non nei confronti di un partito. Perché il partito stesso deve avere per primo senso di responsabilità nei confronti delle persone.

Cosa fare, quindi?

1) prendete un problema sul vostro territorio. Vedrete che non faticherete, vedrete che ce ne è più d’uno. Andate ad acchiappare i cittadini che lo vivono. Parlate con loro. Vivete quel problema con loro. Cercate soluzioni seguendo l’iter istituzionale.

2) convocare le riunioni di partito il sabato e la domenica. Un’unica giornata, si discute poi si vota.

3) interventi di 5 minuti. Non di venti.

4) invitare 50 cittadini presi a caso, per fare in modo di capire se ciò che diciamo è marziano o terreno. Ne vedrete delle belle e soprattutto mi sentirò meno in solitudine (anche se devo dire che alla fine eravamo un bel gruppetto di anarchici a bofonchiare).

E quindi, basta chiacchiere e fare. Abbiamo solo tre anni. Anzi, da qualche parte meno di un anno.

Lazio. Se proprio vogliamo parlare di strategie.

La candidatura di Emma Bonino, ufficializzata nella notte è di quelle notizie che ti mettono il buon umore ed i miglior regalo che la Befana potesse farmi trovare appesa al…caminetto.

Emma Bonino si candiderà da “sola” visto che a quanto pare la sua candidatura dal nostro partito non deve essere mai stata nemmeno presa in considerazione (già…perché dopo lo scandalo Marrazzo contrapporre ad una donna preparata, un’altra donna preparata?).

Ma questa candidatura ha il sapore, finalmente, di una strategia (non so se concordata perché non credo che baffino sia così fino). Sentite qui:

1) la candidatura della Polverini è fortissima dal punto di vista “emotivo”. Inoltre la nostra titubanza razionale, comprensibile solo agli addetti ai lavori e ai fedelissimi al brand “centro-sinistra”, sta allontanando, di già, gran parte dell’elettorato. Elettorato che poteva essere catalizzato solo da uno come Nicola Zingaretti.

2) l’UDC, nel Lazio strettamente collegato a Caltagirone, e quindi molto ben finanziato, appare essere importante per decidere gli equilibri.

3) la candidatura della Bonino fa sorridere i democratici laici ma lascia perplessi, certamente, i duri e puri di sinistra e i cattolici, ma può catalizzare quella parte di elettorato “laico e liberale” che, incazzato per l’andamento delle scelte nel centro sinistra potrebbe astenersi (vedere caso Rutelli) o addirittura votarla.

A questo punto se fossi Bersani NON appoggerei la candidatura della Bonino (comunque esprimendole tutta la mia stima) ed individuerei un buon candidato/a che raccolta il 42% (e far su una bella squadra giovane e nuova e femmina). La Bonino può raccogliere, secondo me, un buon 10/12% e fare l’ago della bilancia. Per assurdo questa candidatura potrebbe spaccare il voto cattolico in due e quindi “disperdere” il ricatto bianco (il mio sogno).

Che dite voi?

Matematica politica carpiata

Quando prendo l’aereo leggo il giornale. Quello di carta.

All’alba, mentre il sole baciava Torino e le alpi già imbiancate, avevo tra le mani La Stampa e in albergo avevo letto il Corriere della Sera facendo una schifosa colazione (caffé americano..bleah)

Un pò di notizie che mi sono saltate agli occhi:

1. qualcuno (di cui non faccio il nome per non fargli pubblicità) ha pubblicato un fumetto offensivo su Giorgia Meloni, dal titolo berlusconiano (leggi: per vendere più copie in mancanza di veri contenuti). Dalle poche cose che ho visto e ho letto il fumetto è misogino, è politicamente ignorante e soprattutto è disegnato e “scritto” da un ragazzo di sinistra. Uno di quelli che sono ancora nella Giungla e a cui non hanno raccontato molte cose sul 1989. Qualche “compagno” non si è accorto che la destra ha superato gli anni settanta prima di noi e meglio di noi. La destra, eh. Berlusconi gli anni ’70 non li ha nemmeno fatti.

2. qualcuno sta mettendo in discussione la candidatura di Vendola passando per l’affaire sanità. La sanità, signori. Sì. Sembra essere, dopo il cemento e dopo le Mafie, il più grande business del nostro Paese. Gli stessi che mormorano su Vendola sono quelli che hanno fatto scoppiare la bomba Marrazzo (ferme restando le sue responsabilità morali e quanto pare non solo quelle, ma non illudiamoci sia l’unico. E’ solo il più ingenuo)

3. a Milano se devi abortire basta che ti tocchi la pancia alla stazione della Metro. Vi chiederete….perché Milano? Forse perché in Lombardia, di contro, la Regione è in pace con la Sanità in mano a chi sappiamo noi (sappiamo, abbiamo anche le prove ma dobbiamo tutti tacere). Chi sappiamo noi fomenta l’obiezione di coscienza negli ospedali. Indugia sui giudizi morali. E di aborto si ricomincerà a morire.

4. A Napoli Cosentino incontra il premier e si conferma candidato alla Regione Campania, malgrado tutto.

5. A Roma Rutelli presentava la sua nuova creatura invece di stare in aula a votare la finanziaria. Felice che non sia più nel PD.

Tutto questo non è scollegato. Tutto questo ha a che fare con la politica degli affari e dei soldi. Tutto questo ha a che fare con il consenso fatto con i soldi e non con la politica. Tutto questo ha a che fare con l’incapacità della sinistra di portare avanti valori diversi e nello stesso tempo di evolversi, svegliarsi, non stare ripiegata. Due sinistre. Una attratta dal centro. Una attratta dal proprio ombellico e dal passato nostalgico. Non tutto il passato è nostalgico, ma noi abbiamo la capacità di coccolare solo quello. La crisi è tutta lì. In una sinistra, PD compreso, di non volere crescere e in una destra che è capace di capitalizzare la nostra incapacità, la nostra lentezza decisionale, la nostra titubanza. Possibile, mi chiedo, che nessun giornalista veda i collegamenti? Colga i fili matematici di una medaglia che ha ovunque la stessa vecchia, stantia, faccia?

p.s. E giù le mani dalla Bresso in Piemonte. Vergogna (per restare in tema)

Pianeti alieni, resistenza, libertà e…

Quarantanni fa, nel 1969,  secondo quando tramandatoci dalle immagini della tv, un uomo metteva un piede sulla Luna. Un contatto fisico che ha ridimensionato persino il senso dell’uomo e di cui, secondo me, non siamo ancora del tutto consapevoli. Lo spostamento di un baricentro, il valico delle colonne d’Ercole riproiettato nel XX secolo, il cosiddetto secolo breve, ricordato per avere appiattito le distanze, persino nelle guerre, coinvolgendo quasi tutto il mondo in ben due guerre mondiali. Il secolo delle ideologie e del loro crollo miserevole.

Eppure in Italia chi “comanda” ha i piedi piantati lì. Profondi. Persino noi, siamo figli di quel tempo, abbiamo effigi e mitologie al collo o nelle cassapanche (ebbene, confesso: la mia bandiera dell’URSS). Così segnati da quegli eventi, anche solo incisi oralmente nelle nostre orecchie, che ci hanno re-ideologizzato nel linguaggio, nei comportamenti, nelle rivendicazioni in un gioco di cristallizzazione che ha inondato persino i nostri atteggiamenti privati. Noi “riconosciamo” comportamenti, riconosciamo modi di vestire, di parlare, di rispondere agl stimoli, di reagire e di controreagire come familiari o estranei.  Riconosciamo modalità di comportamento nell’esercizio di una micro-morale personale, laddove una Morale non esiste più (per fortuna). Eppure la ricostruzione di un individualismo ambientale, microfamiliare, microgruppale ci porta ad essere conservativi. Cerchiamo protezione nella similitudine. Lo facciamo tutti. A destra e a sinistra, nel rapporto di coppie e con gli amici. Resistenti ad ogni cambiamento. Noi ci siamo ricostruiti tante piccole personali ideologie: sociali, vestiarie, relazionali, politiche.

Una distonia dal nostro “conosciuto”, l’unico tracciato attraverso il quale siamo capaci di giudicare, viene immediatamente individuata come nemica. E questo non accade solo in politica o nell’esercizio delle funzioni sociali e macroscopiche. Accade nelle relazioni umane. In quelle amicali. Nelle dinamiche di coppia. Fuggiamo dalla diversità – dal non conosciuto, dal non abituale – terrorizzati di non essere in grado di comprenderla, di penetrarla. Nella paura del rifiuto, della delusione e del fallimento continuiamo a percorrere le strade conosciute andando incontro a delusioni formalmente già note e prevedibili perché conosciamo la forma del dolore (che sia personale o sociale) e sappiamo di averla già sopportata nelle sue dimensioni e nel suo peso.

L’immaginario muore. L’imprevedibilità viene respinta.

Così ieri siamo cascati dalla sedia quando il movimento LGBTQI ha dovuto applaudire Mara Carfagna (che comunque giudicheremo nei fatti).

Così oggi leggiamo questo comunicato stampa:

“In occasione della manifestazione di domani Il Popolo di Roma (centro sociale di destra molto vicino ad Alemanno, ndr) vuole dare il proprio e sentito benvenuto a tutto il movimento LGBTQI nella Capitale. In linea ed in continuazione con l’incontro avuto a Gens Romana vogliamo ribadire il nostro sostegno a chi lotta contro ogni forma di violenza e discriminazione. Idee di ispirazione totalitarista non devono trovare spazio nella Roma della partecipazione e del libero confronto”. Queste le parole di Giuliano Castellino, portavoce de Il Popolo di Roma che ha aggiunto:“Una nostra delegazione, all’indomani della manifestazione, vorrebbe incontrare gli organizzatori dell’evento e consegnare un dono simbolico da parte del nostro movimento”.

E ci chiediamo basiti cosa stia accadendo, ci domandiamo se non stia avvenendo lo scioglimento dei ghiacci, se dai seminterrati di una nuova generazione non sia possibile una tregua, un dialogo, un incontro. E che forse davvero, un minimo di questo cambiamento deve passare per forza anche dal ricambio generazionale in tutti i luoghi (beh, noi de IMille lo diciamo da tempo). Che non significa omologazione reciproca. Significa acchiappare l’Italia con il buon senso e non in un eterno dissidio tra la “parte giusta” contro la “parte sbagliata” esercitato da entrambe le parti convinte di essere il “giusto”, portarla fuori dall’isolamento a cui da 15 anni sembriamo condannati.

Il tutto mentre il vecchio premier decadente e sessualmente impazzito, dà ancora del “comunista” alla Corte Costituzionale.

Sapremo cogliere quando sta accadendo? Sapremo guardare oltre ai nostri micro-recinti? E sapremo accompagnare il cambiamento estendendolo anche a tutte le altre realtà valoriali che compongono una discriminazione? Le donne. I migranti. Le diversità sociali. Le disabilità?

Sapremo trasformare un’energia di cambiamento e di superamento in democrazia dell’alternanza in cui ci siano valori inalienabili e idee discutibili?

La nostra generazione, saprà farlo, o ci rinchiuderemo nel ghetto combattendo un nemico e non le cause della crisi, l’emarginazione, la discriminazione? Quale grandissima sfida ci attende, finalmente? E ci sta attendendo o è ancora troppo presto e scontiamo ancora un senso di inadeguatezza nei confronti di quelli prima di noi, quelli che “governano” di cui ricopiamo linguaggi e atteggiamenti? Sapremo dare un colore, un’impronta al nostro tempo o lo vivremo come se fosse ancora il tempo di qualcun altro?

NOTA PERSONALE.

Voglio dedicare questa distonia del secolo che si manifesta oggi e che mi ha coinvolto nel percorso di una strada nuova, a tratti inagibile, irta di ostacoli, a te. Sì, proprio a te, che hai insegnato a me la diversità vera, quella fuori dal mio schema ricostruito. Che hai insegnato a me a camminare senza paracadute. A rischiare. A provare l’altra strada. A cambiare marcia all’improvviso, in una sorta di lunaticità di comportamento che sembra non avere nulla di razionale, invece è ricerca, è coraggio di cambiare idea, di cambiare ritmo, di ascoltare il respiro del mondo. Di accettare la debolezza quando anche fosse quella del pensiero.  Che la strada segnata non è detto che vada percorsa per forza. Ho camminato in un campo incolto in modo infastidito e presuntuoso. Poi ne ho scoperto la varietà, lo stimolo., la ricchezza.

Il pensiero goffo ed ironico, una roba che contraddice e sgretola i pensieri forti, i pensieri unici. Insomma. Il pensiero libero che si fa domande, cerca risposte. A volte non le trova nemmeno e non se le trova tanto per trovarle come se fosse una religione in cui fare andare a posto tutte le tessere. Che forse a volte a non voler ascoltare, a non voler sentire, a non cambiare marcia si va a sbattere contro un muro…e i muri, si sa, sono quelle cose tipiche del secolo scorso. Forse mi hai accompagnato senza volerlo nel nuovo millennio.

Che potere per un solo bottone, eh?

[...]Qualche tipo di struttura drammatica.  Punti di svolta. A noi tutti piace sentirne parlare. Punti su un grafico. Conversioni improvvise. Sbandate storiche. Qualche tipo di struttura drammatica. Ma una vita non si svela in quel modo si muove a ciclo continuo con tornanti messi assieme alla meglio
attorno al rigonfiarsi di un pezzo di collina verso un altro un’isola verso un’altra. [...]
(Adrienne Rich, dalla sez. Inscriptions di ‘The Dark Fields of the Repubblic’)

Se una notte d’estate una lesbica e un “fascista”…

Non è certo la mia prima volta (con un fascista) e non so nemmeno se X. vuole essere definito fascista, da cui le virgolette.

Fatto sta che (non vi dico dove per non alimentare le leggende enogastronomiche su di me), qualche giorno fa ad una cena io e X. ci siamo ritrovati faccia a faccia, ad un tavolo mollemente sdraiato (molto romanesco e molto poco radical-chic) su un marciapiede di Roma. Alla nostra destra gli sposi di cui condividiamo l’amicizia.

Guardate un attimo questo quadretto. Un tipico quadretto romano dove ci sono tutte le facce. Lui grosso, il naso rotto, la maglia nera. Una faccia da pugile. E lo era. La moglie una donna bella e dolce, amica della sposa. Gli sposi due miei (nostri) carissimi amici tornati dal viaggio di nozze. Lo sposo, albanese, anticomunista per forza, mi prende in giro e mi chiede se mi serve un barcone per andarmi a sposare in Albania. E poi due amici venuti dal sud. E una coppia in dolce attesa. Ed io. Un meltin-pot derivato dal fu impero romano.

Fatto sta che mi metto ad ascoltare X. Parliamo di Roma. Della periferia. Del degrado urbano. E finisce che mi racconta che lui tira via i ragazzi dalla strada e li porta in palestra. Lui tiene palestre dove ci si allena per pochi soldi e si sta lontano dalla strada. La cattiva propriamente e soprattutto. Gli agonisti non pagano.

Mi racconta che un giorno un tizio è venuto ad allenarsi con la maglietta della Banda Bassotti e qualcuno lo voleva menare, ma lui si è messo in mezzo.

“Scherzi? Se uno con quella maglietta viene nella mia palestra per me è una vittoria.”

Io. Io non scherzo. Io sono d’accordo. Che qualsiasi cosa faccia “dialogo” apra una breccia nei muri che ancora ogni tanto hanno macerie da qui agli anni settanta, soprattutto a Roma, beh quel qualsiasi cosa va bene. E la boxe, come il rugby, forse è uno sport meno violento del calcio.

Parliamo di Fini (ne parlo meglio io di lui e lo capisco…tanto è vero che lui parla di D’Alema meglio di me), di Rutelli, di Alemanno, di Storace. Ma soprattutto parliamo di Roma e delle cose che andrebbero fatte e che sono cose solo di buon senso.

Intorno a noi si solleva un leggero stupore nel vederci così d’accordo su tutto. Decido di fargli la domanda difficile.

E sapete che mi risponde?

“Cosa me ne frega a me se a due omosessuali vengono dati dei diritti di convivenza. Non sono certo questi i miei problemi.”

No, infatti. Questo è il bello. Ad uno che tira via i ragazzi dalla strada, uno che “fa” davvero, cosa volete che gliene freghi? Cosa volete che gli tolga?

Mi racconta persino che in una delle case occupate dalla destra c’è una coppia omosessuale che vi abita. Trasecolo e lui ride. Certo. Per noi, i poveri, sono tutti uguali.

Certo. X., mi ha raccontato anche le cose che non gli piacciono della destra romana. Mi ha raccontato dei nani. Quelli che vengono spediti a menare le mani. Le cose che non gli piacciono e con cui, forse, condivide un luogo virtuale che si chiama destra, come d’altronde noi abbiamo condiviso per anni ( e ancora lo facciamo parzialmente) un luogo che si chiama sinistra con altrettanti picchiatori (mi aspetto il cazziatone di Sciltian, qui). E chi picchia le mani per una maglietta per me è fascista tanto quanto.

Andrò a trovare X. A me la boxe non piace, ma penso che sia uno sport che quantifichi e qualifichi lo sfogo e trovo che qualsiasi cosa quantifichi e qualifichi lo sfogo fisico sia cosa buona e giusta: sottoporla alle regole sportive, al rispetto. Al contenimento e all’uso proprio.

Sosterrò, se dovesse capitarmi di farlo, il lavoro di X.

Una cosa è certa. A proposito di radical-chic, c’è a Roma un problema di interpretazione sociale. E a volte, ahimé, lo dimostra persino la vittoria di Alemanno, questa destra ha una capacità penetrativa migliore della nostra. Dovremmo avere la capacità, l’umilità di capire quali sono i criteri di comunicazione e di soluzione. Non è detto che ciò che non ci piace vedere o ascoltare sia sbagliato. Ecco, in questo sì, la sinistra spesso pecca di visione radical-chic, che finisce per essere una visione di chiusura, di non volontà all’ascolto.  Forse, semplicemente, alcune cose, di questa città non le capiamo.

p.s. Tengo a precisare, per dovere di cronaca, che questo tipo di incontri non sono nuovi…anzi. Leggere qui per i pionieri del caso.

Voglio un Partito Inopportuno

Il pezzo che appare qui sotto è stato scritto sabato mattina. Prima dei risultati. Prima ancora dell’apertura delle urne. C’è un fatto. Berlusconi non ha sfondato, ma ha sempre rispetto a noi la maggioranza relativa e ciò significa che noi perdiamo, anche se recuperiamo dall’abisso in cui sembrava fossimo sprofondati. I nostri voti cannibalizzati da IDV ed SL, dallo scontento. Scontento che io vedo così:

Non è Berlusconi il problema. Non è lui a vincere. Il problema siamo noi, siamo noi che perdiamo, siamo noi che non “tocchiamo” le viscere del Paese.

L’Italia è come Roma. E’ stato Rutelli a perdere. Non Alemanno a vincere.

Tempo fa, durante una tappa della Carovana Democratica, coniai, nell’ indignazione generale, una definizione per la politica del Pd: una politica con il preservativo. Una politica che in qualche modo mantiene una certa distanza dalla “carne” del problema e finisce per avere una dose, ahimé, di sterilità. Fare politica con il preservativo significa affermare, per esempio, di volere essere laici, ma non avere, poi, il coraggio di firmare, come partito, la piattaforma dell’Ilga (International lesbian and gay association) firmata dai maggiori partiti europei a cui facciamo noi stessi riferimento. Significa vedere le adesioni dei singoli dirigenti di partito alla stagione dei Gay Pride, ma non avere mai sentito, dalla bocca dei candidati più quotati (se si escludono Scalfarotto, Serracchiani e pochi altri le cui firme trovate sul sito dell’Ilga) parole per una minoranza così tanto discriminata nel mese dell’anniversario di Stonewall. Nel mese in cui Obama, di là dall’oceano, dichiara giugno mese dell’orgoglio omosessuale. Obama nominò la comunità omosessuale più volte durante la sua campagna elettorale. Lui nero. Accusato di essere filo-mussulmano. Se ne è fregato dell’opportunità. Non si è chiesto se fosse opportuno dire o non dire. E ne ha parlato, tra le nostre lacrime di cittadini discriminati in patria, nel suo commovente discorso di insediamento. Lo ha fatto su questo tema e su moltissimi altri. Il successo del discorso di Debora Serracchiani all’assemblea dei circoli, ci aveva cominciato ad insegnare qualcosa. Ci aveva insegnato che la gente vuole che la politica non parli per opportunità. Non pensi al proprio capo-corrente. Alla propria poltrona. La nostra gente vuole che diciamo cose inopportune. Cose coraggiose. Il coraggio è inopportuno. E noi vogliamo un PD inopportuno. Il coraggio coinvolge. E’ virale. Il coraggio porta la gente a votare. Porta la gente nei circoli.

Il coraggio non si chiede quanti voti perde. Si chiede che Paese vuole.

Il coraggio non attacca soltanto. Il coraggio propone. Come fa Mercedes Bresso che promette in 100 giorni una legge per le coppie di fatto in Piemonte. E lo fa sotto elezioni. Se ne frega dell’opportunità perché sa che è una cosa giusta. Il coraggio è Chiamparino che ospita la bandiera rainbow in municipio. Quando il PD si accorgerà del modello Piemonte, per esempio, e lo dico da romana che ha visto sgretolarsi il modello Roma, e ne farà buon uso?

E attenzione a chi dice che occupandosi dei gay non ci si occupa dei problemi del paese. Allora anche quando ci occupiamo di migranti. Di legge 40. Ogni problema può essere considerato NON importante rispetto agli altri. Un partito democratico NON può, non deve, fare la cernita della democrazia. Altrimenti non è davvero democratico. La questione omosessuale è solo la cartina di tornasole più evidente della nostra troppa codardia.

D’ora in poi, in questo partito, sosterrò la corrente del coraggio, mai quella dell’opportunità.

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