NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE

nemmeno costruendo una canoa.

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A Torino voterei Daniele Viotti.

Se fossi a Torino voterei per le primarie Daniele Viotti (e chi se ne frega che hai votato Bersani, per dire). Lo farei insieme a Giovanni Minerba (patron del festival del cinema LGBT torinese) e Ilda Curti, la mia sindaca di Torino al prossimo turno (che bello vederti a Roma) e lo farei perché durante le primarie, Daniele, ha fatto un servizio al Paese: ha inchiodato tutti i leader a rispondere a domande chiare sui diritti civili aiutando tutti noi ad alzare (ancora un po’ più su) l’asticella del PD su quel tema. Ecco: Daniele è uno di quelli del #pdchevorrei e lo voterei.

Il giovane Coppola (candidato a sindaco di Torino) già da rottamare.

Gentile Coppola (assessore alla cultura della regione Piemonte nonché candidato sindaco per parte del centro destra),

è di questa sera (ieri per chi legge) la notizia che in qualità di assessore alla cultura della regione Piemonte lei ha revocato il patrocinio della Regione Piemonte al Torino Gay & Lesbian Film Festival, una manifestazione che è alla sua 26° edizione.

Ventiseianni, Coppola. Quando è nato il Festival lei aveva 11 anni. Lei è quasi un mio coetaneo.

E’, dovrebbe essere, uno di quelli che noi chiamiamo contemporanei. Di destra, ma contemporaneo.

Non solo.

Se ha ereditato il dicastero regionale della cultura dovrebbe avere i dati di partecipazione del festival e sapere molte cose. Sapere che la cultura costa, ma ha un impatto forte sulle città e su chi ne fruisce.

Sapere che la cultura unisce, incolla pezzi della società. Fa discutere e quindi fa crescere. Occupa spazi, illumina le notti, impedisce le spaccature, gli abbandoni.

Lei si sta candidando a sindaco in una città che, oltre ad essere rinata sotto il profilo culturale ed industriale, ha una fortissima comunità omosessuale. Se ne è accorto?

Dirà, lei, che ci sono omosessuali dappertutto.

E’ vero.

Ma la comunità torinese ha una particolarità che forse solo Bologna le può contendere. E’ più organizzata. Si muove. Si sposta più in massa che altrove. Insomma pesa.

Con questa mossa incauta – della quale in fondo da militante del PD dovrei essere felice – lei ha perso un bel pezzo di voti. Anche di parte della comunità che ricorda certe posizioni di Fassino non proprio felici e che ora, finalmente tornato in città, si è accorto di cosa è diventata Torino negli ultimi otto anni, complice un sindaco che invece se ne è accorto, ha amato quella comunità come ha amato tutto il resto della città e non l’ha fatta sentire esclusa.

Eppure, c’è una cosa che mi fa disperare. Ed è la bassezza a cui sta riducendo, anche lei mio coetaneo, questa campagna elettorale.

Lei farà come tutti i suoi colleghi. Sposterà il problema. Parleremo di chi è più dalla parte della famiglia non su quanti asili nido aprirà, ma misurando la contrarietà agli omosessuali. Non parleremo di strade, di sicurezza, di riqualificazione, di fabbrica. Ma di valori e morale.

Che tristezza, mio caro Coppola. Che tristezza per la politica italiana che anche un 37enne si pieghi a questo gioco perverso che inganna gli elettori.

Faccia una cosa.

Ridia il patrocinio, chieda scusa e consenta agli elettori di giudicare lei e Fassino su altri temi. Mi creda. Patrocinare una delle più importanti manifestazioni della città di Torino non dovrebbe essere terreno di scontro politico.

Piuttosto di competizione e se non lo capisce lei che ha 37 anni, lei è già vecchio e da rottamare.

Primarie a Torino: chissenefrega che non è del PD.

Anche perché è uno che Chiampa ha voluto con tutte le sue forze, quindi fa parte dei risultati ottenuti da un’amministrazione virtuosa di cui il PD può andare fiero (e deve continuare a poterlo essere anche dopo…argh)

Se fossi a Torino voterei Passoni.

Torino, Torino. Primarie a Torino.

Se proprio non volete votare Fassino (che vi capisco e non saprei come darvi torto se non fosse che pare farà il sostituto del Chiampa, anche se lo aspetto al varco sui diritti civili) lui (Gianguido Passoni) è l’uomo per voi.

Squadra Chiamparino e uomo di rinnovamento.

Passato comunista? E chi non ce l’ha…Fassino compreso. ;-)

Qui la lettera di Gianguido ai cittadini ed alle cittadine di Torino.

p.s. il resto non è potabile, anche se si presenta bene. Attenzione ai piccoli berlusconi de noartri e quando dico de noartri intendo del PD ed intendo nomeecognome Gariglio.

p.s.2 la politica è schierarsi. non è appartenenza.

Perché la sinistra non è pronta e manca ancora tempo.

In questi giorni ho dato qualche testata contro i miei muri preferiti.

Ho girato e rigirato pezzi di partito, amministratori, leader, rottamatori, extraparlamentari. Tutto.

Verrà il tempo, ma non è oggi.

Ci sono due enormi questioni irrisolte e particolarmente annodate tra loro, che costringono la sinistra a morire di atomizzazione, atomizzazione i cui effluvi velenosi sono tutti quanti presenti nel PD.

I due nodi (annodati e confusi tra loro) sono i diritti sociali (lavoro) e quelli civili.

Tutti. Dalla sinistra DC a Rifondazione Comunista in realtà nel PD c’è tutto. API, Rifondazione e SeL potrebbero benissimo far parte del PD e non cambiare di una virgola tutto questo.

L’IDV è un partito di scontenti (a livello elettorale). Sfumerà e si distribuirà così come si è aggregato. Questione di tempo. Poco.

***

Diritti Sociali.

Leggo Vendola e mi vengono i brividi: “Per me avere un giudizio di neutralità o addirittura di consenso nei confronti del modello Marchionne significa esser subalterni a una trasformazione autoritaria del capitalismo mondiale e nazionale”.

Leggo Di Pietro e penso che insegue Vendola su questo terreno (sempre e comunque anti-PD): “Trattative ed accordi sindacali possono mettere in discussione tutto, ma non la Costituzione repubblicana. Quello è un confine che non si può oltrepassare – scrive Di Pietro nel suo blog – .  Oggi Maurizio Landini e la Fiom combattono contro l’instaurazione di un regime e noi dell’Idv combatteremo questa battaglia con loro”.

Qui il progetto di riforma proposto da un gruppo cospicuo di esponenti PD (mariniani e veltroniani e torinesi). Intraducibili le parole di Stefano Fassina (bersaniano): la via d’uscita possibile è “un accordo interconfederale sulle regole per la rappresentanza, la validazione vincolante per tutti, il diritto alla rappresentanza sindacale per le minoranze in dissenso, la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alla vita delle imprese. Auspichiamo che all’inizio dell’anno le disponibilità manifestate nei giorni scorsi da tutti i sindacati e da Confindustria portino a passi avanti concreti”.. Non lo capisco. Ma gli voglio bene.

Poi capirete perché cito le “correnti” PD. Ha un senso farlo. Stavolta.

La cosa che mi meraviglia di tutta questa storia è la caciara delle competenze e l’ideologizzazione del dibattito.

Non voglio entrare nel merito delle cose che sono cambiate in Fiat. Ho uno sguardo evidentemente di parte (come i torinesi del PD).

Però mi stupisce che non ci sia da parte di Vendola e Di Pietro alcuna critica al sindacato. Un appiattimento sulla FIOM fideistico. Nessuna riflessione sul fatto che fino ad oggi il sistema malato che permette di ammalarsi per finta, di assentarsi in massa sotto elezioni sia anche colpa di chi non sa gestire la fabbrica da dentro.

Fare l’operaio non è bello. Andare in CIG non è bello. Eppure stiamo parlando di fabbriche altamente meccanizzate ed ergonomiche, di diritti che, il resto della manodopera italiana, non ha. Addirittura tanti impiegati di piccole aziende non hanno gli stessi diritti e le stesse condizioni. C’è gente che lavora al freddo. Che non ha la carta in bagno. Che non può fare figli. Insomma stiamo montando un caso (dove ci sono comunque delle rivendicazioni giuste, come è ovvio!!!!!) per una parte di lavoratori che ha e conserverà diritti che in Italia NON ha più nessuno. E non sto dicendo affatto che allora i diritti devono diminuire. Mi sto chiedendo chi combatte per gli altri lavoratori. Nessuno. Credetemi. Lo vedo con i miei occhi ogni giorno.

Mi stupisce che nessuno dica – al tavolo delle trattative – che non se ne fa niente finché non interviene la politica.

Io questo direi. Al tavolo, invece di guardare Marchionne, se fossi i sindacati, guarderei il rappresentante del Governo e direi: “ehi tu…noi non firmiamo finché tu non fai questo e quello”.

Perché questo andrebbe detto ora (bene perciò il PD che interviene con un DDL). Manca un piano di investimenti per consentire il re-impiego delle forze e rendere più competitivo chi lavora affinché non sia carne da macello.  Manca un controllo dei medici che falsificano certificati. Manca un piano strategico sulla mobilità in Italia che sappia quante macchine ancora e di che tipo e con quale carburante. Cioé la Fiat sta nel XXI secolo, la FIOM nel XX e la politica non esiste proprio. Sono tutti in errore, in ogni caso. Fiat non andrà nel nuovo millennio senza FIOM e tutte e due saranno lì, bloccate, se la politica non prende in mano il timone. Manca la riforma fiscale. Manca il welfare. Questo accordo industriale non è rivoluzionario. E’ una toppa nella falla Italia. Anche raffazzonata alla meglio.

Il centro sinistra NON è pronto. Non è d’accordo. I due partiti (+ la terza via che non sta né da una parte né dall’altra) sulla questione lavoro, in realtà, vedono un pezzo di PD più vicino al terzo polo e un pezzo di PD più vicino a IDV e SeL.

Diritti civili.

Inutile dilungarsi oltre su questo tema svolto su questo blog da anni. Un pezzo di PD è più vicino al terzo polo e non ha nessuna intenzione di considerare importante la modernizzazione in questo campo. Non è priorità ed, anzi, fa paura. Per assurdo qui si rimischiano le carte. Veltroni è più avanzato di Bersani in questo. Ma scrive il documento dei 75 con Fioroni. Marino è più vicino a Vendola ed IDV, ma sui diritti sociali ha idee diverse (vedere sopra).

***

La sinistra risulta così essere divisa in 3 grandi parti.

1) una parte più vicina al centro cattolico liberista che vede i diritti civili con il fumo negli occhi e tende ad avere una posizione troppo filo-confindustriale. Praticamente imbrigliata tra la Chiesa e l’impresa. Per carità.

2) una parte che si definisce di sinistra e si oppone alla modernizzazione non accorgendosi che tutto intorno si sta tornando davvero alla servitù della gleba e che questo NON riguarda le multinazionali, ma le piccole e medie imprese e ha un impatto pesantissimo soprattutto sulle nuove generazioni. Una parte che non comprende che non si tratta di una resa cambiare le cose, ma si tratta di avere coraggio. Una parte che si incazzerà leggendo questo post, ma NON lo leggerà attentamente e dirà: tu stai con i padroni. Questa parte è a favore dei diritti civili. Almeno a parole. Bisogna vedere se questo aspetto sarà comunque sacrificabile per altre cose. Al tempo dei DICO nessuno si strappò i capelli degli amici e compagni.

3) Una parte senza patria. Ancora. Quel parte che vuole un paese moderno, ma vuole un forte welfare. Vuole attrarre investimenti esteri, aiutare le imprese, ma difendere i lavoratori e creare per loro le migliori condizioni di vita e contrattuali (esempio stupidissimo: asili pubblici o libri di scuola gratuiti o mutui agevolati al di sotto di certi redditi- che sono provvedimenti politici – sarebbero più redditizi degli aumenti di stipendio di cui si sta parlando in maniera ridicola in questi giorni). Una parte che vuole ridare freschezza al paese anche liberandolo dai lacci “clericali”. Un paese dove i gay si sposano è un paese più felice. Un paese dove l’energia scorre e la creatività produce. Un Paese dove si lavora di più e meglio (ampiamente dimostrato in tutti i paesi dove accade). Una parte che non farà sconti e per la quale i diritti civili non sono elargizioni di beneficenza. Sono olio per rilanciare un Paese. Chi non lo comprende o è in mala fede o vada studiare.

Io sto con la terza parte.

Si diceva proprio ieri che in realtà il “mio” partito NON esiste. O meglio…è frammentato un po’ ovunque nel centro sinistra e sogno che un giorno nasca. Il PD doveva essere questo.

Oggi è un po’ lontano da quello spirito (il PD), ma resteremo per farlo diventare così. Mi ripeto – lo so – quando dico che guarda caso…Torino è stato il laboratorio di quello spirito che ha sposato in maniera indissolubile entrambi i campi dello sviluppo. Chiamparino ha fatto solo due errori: non avere raccontato al Paese cosa faceva a Torino (chi non è stato a Torino non può saperlo e questo, purtroppo, è un limite tutto sabaudo) e, oggi, appoggiare Fassino che in realtà è uno di cui al punto 1.

Su Fiat Chiamparino e Fassino sembrano avere la stessa idea. In realtà a Fassino manca tutto il paracadute intorno.

E’ complicato. E ci sarebbero ancora tante cose da dire. L’unica cosa che vi chiedo è di riflettere. Mettetevi il cappello dell’operaio. Poi mettetevi quello dell’imprenditore. Poi quello del governo. Ci vuole senso di responsabilità per distinguere un ricatto da un accordo, una necessità da un’angheria. Proviamoci.

Però buon 2011.

Questa destra ossessionata dai gay. Vogliamo ricominciare a parlare di asili nido?

Il primo pensiero di Cota va al Gay Pride di Torino.
Pare che toglierà il patrocinio della Regione. Ho in mente che sarà un Pride ancora più partecipato dell’anno scorso e consiglierei un passaggio colorato in Val di Susa…magari la sera prima.
Esempio di unità e compostezza dove l’anno scorso accanto a Francone (che per fortuna non è qui a vedere questo scempio) c’erano gli operai di Mirafiori in uno dei primi esperimenti di trasversalità da diritti civili e sociali. Ma si sa, i Pride, non sono luoghi frequentati dalla destra xenofoba ed omofoba dalle molte facce, se non di nascosto, o di notte. Togliere il Patrocinio al Pride è atto simbolico di prepotenza, genuflessione al pensiero unico clerical-manzoliniano, espresso su Rai Uno da un pò rete ufficiale della discriminazione politica e civile. Atto sciagurato che tradisce la cosiddetta maturità della Lega di Terza Generazione (che non è roba di ferro celodurista). Quella Lega che si vorrebbe cambiata dagli editti che potete ricordare qui:
http://www.leganord.org/ilmovimento/manifesti2006.asp (se andate più indietro è sempre peggio)

Stupidità. Poca furbizia che non è all’altezza delle destre europee che quando vanno al potere si guardano bene dal togliere i diritti civili acquisiti. Non li hanno concessi loro, stanno lì, non se ne parli più ed ora vi facciamo vedere cosa facciamo per i lavoratori e l’economia eccetera eccetera.

Tutta questa ossessione esteriorizzata ha due nature: copre una omofobia riflessiva e soprattutto nasconde l’incapacità di mettere in campo una vera politica per la famiglia.

Ne abbiamo avuto prova in questa campagna elettorale io e Luca Sappino di SeL invitati in TV contro due dello schieramento opposto che alla parola famiglia della giornalista sono saltati a fare gesti apotropaici contro gli omosessuali affrettandosi a dare la giusta definizione enciclopedica (e biblica) della Sacra Famiglia. Con molto candore io e Sappino siamo tornati a parlare di asili nido, parità di genere e lavoro dicendo loro che non avevamo nessuna voglia di parlare di omosessuali. O non solo.

E’ qui che si manifesta la nostra incapacità di risposta politica, qui che un segretario dovrebbe reagire e tuonare difendendo la comunità LGBT torinese che si è battuta (unica in Italia e compatta…forse per questo viene subito epurata dai favori della Regione? Eppure Cota era stato chiamato dalla comunità…) per la vittoria di una candidata per cui valeva la pena. Noi dobbiamo smascherare la loro inettitudine, il loro marketing rovesciato (parlare contro per apparire pro).

Lì si sono incuneati e molti poi “fanno” o semplicemente “ci sono” e sono “toccabili”. Noi non ribattiamo. Non ci possono toccare nel senso di mano sul braccio. E ultimamente lì, in quei luoghi dove stravincono, come dicevamo stamane, non ci siamo proprio.

Bresso e il premio miglior campagna elettorale (per ora)

Per deformazione professionale (e politica, ovvio) non potevo non stupirmi positivamente per questo progetto, che ovviamente matura all’ombra della Mole. Soprattutto è la manifestazione dell’esistenza di un progetto intorno ad una candidatura, un progetto che dentro un “nome” spersonalizza e crea valore.

Che è il concetto di sinistra delle preferenze (per come la vedo io). Cioé il singolo che incarna un collettivo, non un singolo che cannibalizza una massa.

Come, in modo più casareccio, mi piaceva la campagna elettorale di Paolo Masini fatta senza manifesti e vendendo fiori per beneficenza.

Fate caso: niente simboli di partito, niente nomi che trascinano se non quello di una governatrice che ha fatto bene ed è amata e riesce a scatenare una vivacità culturale e creativa che qui, ahem, a Roma, ci sogniamo. Un modo per fare politica come la si faceva una volta, usando la tecnologia sì, ma toccando e usando (e ri-usando) cose e corpi, costruendo una comunità, anche di intenti, intorno ad un progetto politico.

Si chiama partecipazione e non chiedere il voto. Si chiama autofinanziamento etico. E c’è una bella differenza. Abissale.

Ciao Enzo.

Mentre andavi in ospedale per un malore, il giorno del Torino Pride, io facevo foto nella tua città. Questa è per te e credo che sintetizzi l’anima della tua città più di ogni altra foto. Al Coordinamento Torino Pride tutto il mio affetto per la grave perdita.

Pianeti alieni, resistenza, libertà e…

Quarantanni fa, nel 1969,  secondo quando tramandatoci dalle immagini della tv, un uomo metteva un piede sulla Luna. Un contatto fisico che ha ridimensionato persino il senso dell’uomo e di cui, secondo me, non siamo ancora del tutto consapevoli. Lo spostamento di un baricentro, il valico delle colonne d’Ercole riproiettato nel XX secolo, il cosiddetto secolo breve, ricordato per avere appiattito le distanze, persino nelle guerre, coinvolgendo quasi tutto il mondo in ben due guerre mondiali. Il secolo delle ideologie e del loro crollo miserevole.

Eppure in Italia chi “comanda” ha i piedi piantati lì. Profondi. Persino noi, siamo figli di quel tempo, abbiamo effigi e mitologie al collo o nelle cassapanche (ebbene, confesso: la mia bandiera dell’URSS). Così segnati da quegli eventi, anche solo incisi oralmente nelle nostre orecchie, che ci hanno re-ideologizzato nel linguaggio, nei comportamenti, nelle rivendicazioni in un gioco di cristallizzazione che ha inondato persino i nostri atteggiamenti privati. Noi “riconosciamo” comportamenti, riconosciamo modi di vestire, di parlare, di rispondere agl stimoli, di reagire e di controreagire come familiari o estranei.  Riconosciamo modalità di comportamento nell’esercizio di una micro-morale personale, laddove una Morale non esiste più (per fortuna). Eppure la ricostruzione di un individualismo ambientale, microfamiliare, microgruppale ci porta ad essere conservativi. Cerchiamo protezione nella similitudine. Lo facciamo tutti. A destra e a sinistra, nel rapporto di coppie e con gli amici. Resistenti ad ogni cambiamento. Noi ci siamo ricostruiti tante piccole personali ideologie: sociali, vestiarie, relazionali, politiche.

Una distonia dal nostro “conosciuto”, l’unico tracciato attraverso il quale siamo capaci di giudicare, viene immediatamente individuata come nemica. E questo non accade solo in politica o nell’esercizio delle funzioni sociali e macroscopiche. Accade nelle relazioni umane. In quelle amicali. Nelle dinamiche di coppia. Fuggiamo dalla diversità – dal non conosciuto, dal non abituale – terrorizzati di non essere in grado di comprenderla, di penetrarla. Nella paura del rifiuto, della delusione e del fallimento continuiamo a percorrere le strade conosciute andando incontro a delusioni formalmente già note e prevedibili perché conosciamo la forma del dolore (che sia personale o sociale) e sappiamo di averla già sopportata nelle sue dimensioni e nel suo peso.

L’immaginario muore. L’imprevedibilità viene respinta.

Così ieri siamo cascati dalla sedia quando il movimento LGBTQI ha dovuto applaudire Mara Carfagna (che comunque giudicheremo nei fatti).

Così oggi leggiamo questo comunicato stampa:

“In occasione della manifestazione di domani Il Popolo di Roma (centro sociale di destra molto vicino ad Alemanno, ndr) vuole dare il proprio e sentito benvenuto a tutto il movimento LGBTQI nella Capitale. In linea ed in continuazione con l’incontro avuto a Gens Romana vogliamo ribadire il nostro sostegno a chi lotta contro ogni forma di violenza e discriminazione. Idee di ispirazione totalitarista non devono trovare spazio nella Roma della partecipazione e del libero confronto”. Queste le parole di Giuliano Castellino, portavoce de Il Popolo di Roma che ha aggiunto:“Una nostra delegazione, all’indomani della manifestazione, vorrebbe incontrare gli organizzatori dell’evento e consegnare un dono simbolico da parte del nostro movimento”.

E ci chiediamo basiti cosa stia accadendo, ci domandiamo se non stia avvenendo lo scioglimento dei ghiacci, se dai seminterrati di una nuova generazione non sia possibile una tregua, un dialogo, un incontro. E che forse davvero, un minimo di questo cambiamento deve passare per forza anche dal ricambio generazionale in tutti i luoghi (beh, noi de IMille lo diciamo da tempo). Che non significa omologazione reciproca. Significa acchiappare l’Italia con il buon senso e non in un eterno dissidio tra la “parte giusta” contro la “parte sbagliata” esercitato da entrambe le parti convinte di essere il “giusto”, portarla fuori dall’isolamento a cui da 15 anni sembriamo condannati.

Il tutto mentre il vecchio premier decadente e sessualmente impazzito, dà ancora del “comunista” alla Corte Costituzionale.

Sapremo cogliere quando sta accadendo? Sapremo guardare oltre ai nostri micro-recinti? E sapremo accompagnare il cambiamento estendendolo anche a tutte le altre realtà valoriali che compongono una discriminazione? Le donne. I migranti. Le diversità sociali. Le disabilità?

Sapremo trasformare un’energia di cambiamento e di superamento in democrazia dell’alternanza in cui ci siano valori inalienabili e idee discutibili?

La nostra generazione, saprà farlo, o ci rinchiuderemo nel ghetto combattendo un nemico e non le cause della crisi, l’emarginazione, la discriminazione? Quale grandissima sfida ci attende, finalmente? E ci sta attendendo o è ancora troppo presto e scontiamo ancora un senso di inadeguatezza nei confronti di quelli prima di noi, quelli che “governano” di cui ricopiamo linguaggi e atteggiamenti? Sapremo dare un colore, un’impronta al nostro tempo o lo vivremo come se fosse ancora il tempo di qualcun altro?

NOTA PERSONALE.

Voglio dedicare questa distonia del secolo che si manifesta oggi e che mi ha coinvolto nel percorso di una strada nuova, a tratti inagibile, irta di ostacoli, a te. Sì, proprio a te, che hai insegnato a me la diversità vera, quella fuori dal mio schema ricostruito. Che hai insegnato a me a camminare senza paracadute. A rischiare. A provare l’altra strada. A cambiare marcia all’improvviso, in una sorta di lunaticità di comportamento che sembra non avere nulla di razionale, invece è ricerca, è coraggio di cambiare idea, di cambiare ritmo, di ascoltare il respiro del mondo. Di accettare la debolezza quando anche fosse quella del pensiero.  Che la strada segnata non è detto che vada percorsa per forza. Ho camminato in un campo incolto in modo infastidito e presuntuoso. Poi ne ho scoperto la varietà, lo stimolo., la ricchezza.

Il pensiero goffo ed ironico, una roba che contraddice e sgretola i pensieri forti, i pensieri unici. Insomma. Il pensiero libero che si fa domande, cerca risposte. A volte non le trova nemmeno e non se le trova tanto per trovarle come se fosse una religione in cui fare andare a posto tutte le tessere. Che forse a volte a non voler ascoltare, a non voler sentire, a non cambiare marcia si va a sbattere contro un muro…e i muri, si sa, sono quelle cose tipiche del secolo scorso. Forse mi hai accompagnato senza volerlo nel nuovo millennio.

Che potere per un solo bottone, eh?

[...]Qualche tipo di struttura drammatica.  Punti di svolta. A noi tutti piace sentirne parlare. Punti su un grafico. Conversioni improvvise. Sbandate storiche. Qualche tipo di struttura drammatica. Ma una vita non si svela in quel modo si muove a ciclo continuo con tornanti messi assieme alla meglio
attorno al rigonfiarsi di un pezzo di collina verso un altro un’isola verso un’altra. [...]
(Adrienne Rich, dalla sez. Inscriptions di ‘The Dark Fields of the Repubblic’)

Torino Capitale Gay 2011

Assolutamente sì. Credo sia la città che se lo meriti di più.

MicroPride

Ignorati dalla stampa, che tanto si lamenta della libertà di stampa, poi semplicemente si lamenta di non poter difendere i propri poteri comunque forti

(scusate, sono incazzata…ma dove stanno i giornalisti di una volta? Possibile che muovano il culo solo quando si mandano roboanti comunicati stampa da posti di rilievo, anche quando i numeri non ci sono o sono loro stessi con la loro mediaticità a farli, in un circolo vizioso di autoreferenzialità? Possibile che invadere Via dei Fori Imperiali, solo con la forza di sms e Facebook, non faccia notizia? Ridicoli, anche i giornalisti tanto quanto certi politici e sindacalisti)

Vi riporto le foto di Roma e Torino che ieri sono state le città più “invase” in assoluto. Il risultato di Torino è eclatante se si pensa che è 1/4 di Roma, e questo dovrebbe insegnarci che l’unità del movimento premia. E non smetterò di dirlo finché avrò fiato.

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