Omofobia: ma cosa ci fa paura?

Per la giornata mondiale contro l’omotransfobia (Idahobit) ho scritto questa cosa su imille.org.

Appunti dalla Valcamonica (scrivendo da Palermo)

Ho passato in questi luoghi buona parte della mia infanzia, con mio padre ex tenente degli alpini che non poteva stare senza salire. E salivamo. Quasi tutti i finesettimana. Da alpino sminava le bombe della guerra coi muli, saliva cime in cordata, le ginocchia nella neve.

Dopo si saliva per sminare altro. Io dietro. Imparando a fare il passo, sempre quello, per non sfiatarsi.

Per i monti della bergamasca abbiamo scoperto Cornello dei Tasso dove le macchine non arrivano e dove abitava un pittore (Bonacina) che andavamo spesso a trovare. In un altro luogo che non ricordo un vecchio signore che non aveva voluto abbandonare il paese arroccato sui monti, era l’ultimo. Si chiamava Pietro. La sua casa sapeva di formaggio e muffa, aveva una cucina che restava sempre in penombra, la penombra è, alla vista, ciò che avanza di quello che ti protegge dal caldo e dal freddo. Quello che in passato restava di quella protezione. Mura grosse. Finestre piccole. Non voleva morire “giu’”. Io ero troppo piccola per quel bicchierino di vino che condividevano chiacchierando di montagna.

Poi il Colleoni e le sue tre palle (sì, sì proprio quelle palle!) il condottiero che ha regalato un po’ di Venezia a Bergamo.

E poi la Valcamonica, luogo mistico, i camuni, il segno dell’uomo che quando era preistorico doveva somigliare ad un bambino perché, mi pareva, disegnava più o meno come me. In questi luoghi, ci dice il barista, che ha fatto anche il sindaco, la Lega ha preso il 60%. È diminuita, sa. Prima era al 70%. Ha preso un po’ il M5S, ma sappia che prima, prima della Lega, era tutto DC. Eh sì perché nei luoghi della terra e della devozione alla Madonna – che subentrò alla paganissima devozione alla fertilità come d’altronde in tutta Italia e questa cosa ci unisce molto da Castellammare del Golfo dove c’è una Madonna con la clava al nord più profondo e ognuno ha la sua Madonna – il comunismo non ha attecchito. Il comunismo che divideva gli sghei di chi lavorava con chi non, il comunismo blasfemo, ateo non è arrivato. L’egualitarismo è passato come omologazione, come privazione dell’identità. Chiunque abbia difeso il primato della ritualità, il legame con la terra, la devozione in tutte le sue forme ed evoluzioni, ha vinto. Sulle plance elettorali il faccione di Salvini in posa da Zio Sam, dice grazie! Questa cosa del reddito di cittadinanza qui non va giù. Qui il nonnino si alza al mattino e taglia la sua erba, con la falce, martella i pali per definire confini (eh, la sacralità della proprietà), in ogni caso non sta mai con le mani in mano. Si deve morire lavorando. Il movimento, l’attività è nobilitante. Mi dice: ah da Roma venite! Dove c’è ricchezza ed abbondanza. Mi siedo, tiro dentro lo sgabello, dico: vieni sindaco barista, ti racconto una storia su Roma.

Personalmente sono attratta da quel rapporto con la terra, con il culto della fatica fisica, dall’amore per le tradizioni, nello stesso tempo mi fa paura il muro che ne consegue. Ma si cambia anche qui, malgrado tutto.

Al ristorante del paese ci serve una ragazza marocchina venuta su per assistere il padre. I bar al mattino sono quasi tutti chiusi. Al mattino presto dico, al mattino dei montanari e dei contadini. Le fabbriche chiudono anche qui. Prima si andava in seminario se si era figlio in una famiglia di altri sei o sette altri figli. Ad un certo punto i bimbetti se ne andavano in collegio dai preti. Vita dura. I genitori ti mandavano per farti campare, ci si vedeva due o tre volte l’anno, la prima settimana si piangeva, poi si viveva la vita di quei tempi, quella di una scelta sola. Non come adesso delle scelte infinite e delle infinite insoddisfazioni.

Si cambia anche qui ma qui il progresso fa paura, ha sempre fatto paura. Il progresso spietato dico. Il cambiamento. Il cambiamento spietato dico. Ecco ci sono luoghi dove ci sono quelli che vincono giocando sull’identità e c’è chi non ha ancora imparato a vincere sul cambiamento. Abbiamo bisogno di imparare a spiegare. Di usare parole che accompagnino, facciano vedere lontano. Queste cose le fanno i leader che si fanno corpo. La cui diversità sia nello stesso tempo accettabile e identitaria. È la presenza che fa la differenza. La tangibilità delle mani, soprattutto qui dove le mani sono il fulcro sacro (una signora ci ha raccontato che una delle loro sorelle si mozzò tre dita in un’arnese di una fabbrica, da piccola che si cominciava a lavorare a 14 anni, e la famiglia la mandò a studiare e fece una vita agiata, più agiata della loro e nessuno se lo aspettava perché aveva studiato per concomitanza non per scelta).

Non è semplice. Ma è necessario ritrovare quel modo di essere diversi ma rassicuranti. Soprattutto esserci.

3 errori da non fare

1) sfottere il M5S se supera il vincolo dei due mandati. Perché se lo hanno perdonato a voi lo perdoneranno a loro e soprattutto l’italiano medio non è cretino e sa distinguere tra due mesi di mandato e cinque

2) continuare a dire che se NON faranno un governo (Lega e M5S) allora lo pagheranno nelle urne se si va subito a votare. NON è vero, lo sappiamo tutti. Il ritorno al voto rischia di polarizzarsi in un ballottaggio Lega contro M5S a danno di PD e FI

3) l’errore madre e reiterato: continuare a parlare di loro e non impiegare tempo a delineare finalmente un’identità precisa. E sì… un partito popolare parla a tutti ma ha un’identità chi non ne è ancora convinto è parte del problema.

Due cose di oggi

Due cose di oggi.

Il bar che apre coraggiosamente malgrado le minacce dei Casamonica. La classe politica romana si dia da fare per ridare speranza ai territori periferici (di fatto o meno) in mano alla criminalità. Restituire a Roma vivibilità, legalità, bellezza. Non basta la vicinanza fisica. Bisogna allontanare il male per stare vicino al bene. Altrimenti è ipocrisia.

Il governo del presidente. L’unica cosa che questo parlamento può fare. Il tema è come ci si è arrivati. M5S e Lega ora faranno gli offesi e se alla fine lo appoggeranno lo faranno obtorto collo. Giusto o sbagliato questa è la loro strategia. Perché Forza Italia non si è fatta da parte. Perché il PD non ha voluto nemmeno sedersi a parlare. (Vi sto dicendo cosa diranno NON cosa penso). Maneggiare con cura. La responsabilità non è di quelle parti. Staccheranno la spina appena i sondaggi li danno vincenti (che tanto se non si cambia la legge elettorale si ricomincia). Depositare subito proposta di legge elettorale senza pensare al proprio destino. Il primo partito che lo fa guadagna 10 punti. Siete d’accordo?

Buona serata.

Debussy, Mozart e i divari.

La prima cosa che salta all’occhio sedendosi al concerto delle sei è l’età media. La maggior parte delle persone che si siedono intorno a noi ha i capelli bianchi. Hanno i pile con cui con molta probabilità a luglio o settembre vanno a passeggiare sulle Dolomiti. Si conoscono. Si salutano. Devono avere l’abbonamento.

L’altro divario è che la sala non è piena. La musica classica si sta estinguendo, una roba da vecchi. Come è possibile che la mia generazione o quella successiva non senta questa bellezza, non accorra a questa meraviglia. È un po’ come la montagna d’estate la musica classica. Come è possibile che tutto questo non sia consegnato all’eternità?

Entra l’orchestra. Ed entra lei.

Quando ero piccola facevo un corso di musica nella sede della banda del Paese. Il mio maestro si chiamava Pietro. Suonava la tromba. E quando venne il momento di scegliere lo strumento da suonare io avevo già deciso. Avrei suonato la tromba. A meno di dieci anni riuscivo a fare uscire il suono da quell’oggetto con tre tastoni. Ma non ci fu nulla da fare. Mio padre arrivò con un astuccio come se mi avesse portato la cosa più bella del mondo e dentro purtroppo c’era un preziosissimo (e maledetto) flauto traverso.

Le lezioni di flauto furono un’autentica tortura. Lo abbandonai presto, quasi subito, così come la musica (ci trovammo arroccati su flauto e tromba irreparabilmente) con grande delusione di mio padre. Se la tromba non era uno strumento da femmine figuriamoci l’altro ruolo che nella banda mi affascinava. Lui aveva una panza enorme, quella maglietta nera che lo fasciava tutto, grosse braccia e due baffoni. Il maestro. Ecco nel 1985 per una ragazzina era forse pensabile suonare la tromba (ma dipendeva molto dalle aspettative paterne!) ma di certo non era nemmeno lontanamente possibile desiderare di fare il maestro d’orchestra. Impossibile.

Entra lei.

Noi siamo sedute lateralmente quindi la vediamo, mentre tutta la platea la vede solo di spalle. E’ Minuta. I capelli sciolti, dirigendo ogni tanto la mano libera dalla bacchetta li riassesta dietro l’orecchio. E’ in evidente stato di gravidanza. La camicia nera quando si solleva, e salta, per trasformare un adagio in un allegro le fascia la protuberanza. La palesa. Quando si ferma il movimento del respiro le solleva il ventre.

Il signore anziano davanti a noi è venuto solo. Nella sedia accanto tiene la Repubblica e un libro di filosofia. Quando il concerto finisce urla: brava! Mi ha commosso. Il maschio “anziano” che grida brava alla ragazza che dirige l’orchestra. Come se anche nel passato sia contenuta la speranza. Di già. E ancora.

Diario di bordo di un tutore e di un migrante non accompagnato #5

Durante le giornate di formazione (noi “non del mestiere”) ci stupivamo di molte cose. O per lo meno non ci aspettavamo di parlare così tanto di quegli aspetti. Come nominare un difensore d’ufficio, cosa fare in caso di arresto del minore, cosa chiedere. La parte sull’ascolto e sul disturbo post traumatico da stress invece ci sembrava la parte più scontata. Alcuni hanno anche mollato dopo quei racconti, forse attirati lì pensando che fare il tutore legale fosse fare il genitore affidatario di qualche bimbetto zompettante arrivato tra le loro braccia per la morte tragica della madre su un barcone. L’ho già scritto, lo ripeto e durante la formazione si spinge tantissimo (giustamente) su questo punto: la maggior parte dei minori migranti NON accompagnati sono maschi tra i 15 e i 18 anni. In molti casi (e in alcuni casi ci sono stati fenomeni organizzati) si arriva senza documenti, magari si è maggiorenni, si prova a farsi passare per minorenni perché i minori sono protetti e la loro espulsione è vietata. Per questo (e durante il corso se ne parla ampiamente) ci sono metodi scientifici per determinare l’età di un essere umano.

Tornando ad Ypsilon. Ypsilon è un ragazzo di 16 anni. Completamente analfabeta. In Marocco, da dove proviene, non ha studiato. Non è scappato di casa, è partito con il benestare della famiglia che sente regolarmente appena può. La madre gli dice di fare il bravo. Ypsilon è un ragazzo di 16 anni come gli altri. E’ arrivato che aveva 15 anni, è stato fermo per più di 6 mesi in un centro di prima accoglienza dove non lo facevano studiare. E’ scappato. E’ scappato dal nostro sistema di accoglienza. E’ andato a Milano (dalla Sicilia) e lì è stato fermato dalla polizia (non perché avesse compiuto alcun reato) ed essendo minorenne è stato assegnato ad un altro centro di prima accoglienza. E’ evidente che c’è qualcosa che non va. l’Italia sembra assolutamente inadatta all’accoglienza se non di quella emergenziale. Non che NON esistano le cosiddette case famiglia, anzi. E ora ne stiamo cercando una anche per Ypsilon. Ma non si spiega perché non esista un processo automatico, obbligatorio che faccia in modo che questi ragazzi vengano introdotti in un sistema sano di accoglienza ed integrazione. E’ tutto lasciato alla qualità dei luoghi che li accolgono, al buon senso dei volontari, alla presenza di volontari, ai responsabili delle strutture. Ti può andare malissimo. Ti può andare benissimo. Ma mentre giochi con questa ruota della fortuna le possibilità di integrazione e sopratutto il tempo, ecco, il tempo, finiscono, finisce. Poi quando avrai 18 anni sarai come gli altri. Respingibile. Quindi il tempo che hai da quando arrivi dopo avere il più delle volte rischiato la vita, è IL fattore. Non ci saranno corsi di recupero o scuole due in uno. Il tempo è solo quello. E’ IL tempo che passa da quando sei in grado di lasciare la tua casa (14/15 anni) e di essere in caso rimandato indietro. In mezzo c’è il viaggio fino in Libia. La prigione per farti lavorare se non hai i soldi o per tenerti finché i tuoi parenti non pagano un riscatto. Poi la barca. Il mare che a volte se li prende. Poi lo sbarco. L’identificazione. La burocrazia italiana. I centri di prima accoglienza che ti dovrebbero tenere 6 settimane e a volte ti tengono mesi. Siamo bravissimi ad accogliere l’emergenza ma stiamo dando pochissimo al loro futuro. E il loro futuro è anche il nostro perché tenerli senza fare nulla (se non nei casi in cui, ripeto, le case sono davvero impegnate al benessere di questi ragazzi) è pericoloso per loro e per noi.

Ypsilon parla malissimo l’italiano. Ma è bravissimo a fare il barbiere. E’ impaziente. Vorrebbe lavorare. Sa che ha un anno e mezzo per fare tutto. Poi scade. Quindi si stufa a studiare perché pensa di perdere tempo. E’ difficilissimo, sapete? E’ difficile con un 16enne romano cresciuto nelle nostre case, perché dovrebbe essere facile con lui. Gli dico: tu sei diverso. Non puoi permettertelo di dormire il sabato fino a tardi. Dovresti alzarti e studiare, fare come nel libro Cuore, che ti alzi di notte e studi. Mi sento una merda quando provo a dirgli queste cose nel linguaggio più semplice che mi viene, a volte usando la signorina google che ripete in arabo con voce metallica le cose che scrivo in italiano perché Ypsilon non legge nemmeno la sua lingua, l’arabo. Mi sento una merda. Ypsilon fuma. Ma non ha soldi per comprare le sigarette. Le scrocca, dicono a Roma. Gli ho comprato un pacchetto di sigarette. Ho violato la legge. L’ho fatto io perché non lo facesse lui (una sola volta) il giorno dopo che uno dei ragazzi della casa con cui aveva legato era stato arrestato a Termini per uno scippo.

Tu non lo fare. E’ un’impresa, sapete? Come trasferire nelle parole più semplici del mondo quello che la mia famiglia si tramanda da 3 generazioni. I libri, la resistenza, lo studiare di Gramsci, le donne laureate della generazione di mia nonna, i libri, i libri, i libri dappertutto come complemento dello spazio esterno ed interno, lo studio e il lavoro come tratto distintivo genetico, diomiochepalle. Quante cose io so solo per induzione per usare una metafora termodinamica. Non ho nessun merito per questo. Nessun merito per essere una donna lesbica libera. Per sapere quanto sia importante leggere e studiare. Per avere certi strumenti (per lo meno avere la presunzione di pensarlo). Ypsilon ascolta musica. In macchina mentre lo porto a cena in ristoranti arabi della Capitale per vedere se la tajine assomiglia a quella di sua madre, smanetta con il mio Iphone, cerca la sua musica per farmela sentire. Niente di romantico. E’ stato il compromesso per fargli levare le cuffie e dirgli che se stiamo insieme niente cuffie. Se vuole ascoltare la sua musica l’ascolto anche io. Ci sono molti rapper italoarabi. Li canta a mezzabocca, timidamente. Ghali. Poi altri che cantano solo arabo, traduci gli dico. Ciao mamma, mare, soldi. In alcuni casi la sintesi è questa, in mezzo ci sono milioni di cose, ma Ypsilon è partito per lavorare e mandare soldi a casa. Non è semplice. Buon 1 maggio.

Ci vuole senso di responsabilità (e del capro espiatorio e che ci terremo Salvini per i prossimi 10 anni)

Ci vuole senso di responsabilità.
Ci vuole senso di responsabilità per il Paese, se si crede nella politica ci vuole senso di responsabilità nei confronti di un partito e sì, lo dico io che quel partito a questo giro non l’ho votato perché nel mio collegio, nella mia città, in tante parti era invotabile. Il #senzadime nelle urne c’è già stato ed ha pesato il 50% rispetto alle Europee del 2014.
Ora, scusate se mi ripeto: ci vuole senso di responsabilità.

Il M5S mi fa schifo (forse non lo avevo detto abbastanza chiaro, ma chi mi conosce sa che sono stata la prima a vederci i germi del fascismo e a scriverne: era il 2011!!!) e ho detestato la loro campagna di palate di merda contro tutto il sistema. Una campagna furba, ipocrita, che ha cavalcato la rabbia e la disperazione delle persone, una campagna contro il sistema (cambiare tutto: per non cambiare nulla).
Mi ha fatto schifo però anche la testuggine di fanatismo intorno a Matteo Renzi a cui continuo a volere bene. Continuo a pensare che sia stata la più grande speranza che i progressisti e riformisti abbiano avuto almeno dal 1994.

Ha peccato di ubris e di cattivi consiglieri. Ieri mi ritrovavo nella proposta di un governo di tutti che facesse le riforme (sarebbe la cosa più intelligente) ma NON mi ritrovo in questo rosicamento sugli elettori che non ci hanno capito, gli elettori che non hanno voluto le riforme votando no al referendum. Continuo a pensare che l’errore sia stato nostro. C’è stato ad un certo punto un cortocircuito di non umiltà nella selezione della classe dirigente (quante primarie non fatte proprio da chi dalle primarie era stato incoronato in un partito non scalabile) e quella classe dirigente è stata anche plasticamente comitato elettorale referendario. Sui territori quella cosa ha contato. Negarlo sarebbe da idioti. E poi la personalizzazione o non averlo smembrato in quesiti. Ora forse avremmo abolito il Cnel e avremmo una camera sola, ma non avremmo il titolo V riformato. Ma con il senno di poi non si fa nulla.

Ci vuole senso di responsabilità. Una scissione tra turborenziani e il resto del mondo sarebbe condannare il paese a dieci anni di Matteo Salvini. Io penso una cosa. Gli errori di Renzi non sono gli errori di Renzi. Sono gli errori che la dirigenza gli ha lasciato fare. Chiunque sia stato dirigente di partito e non abbia alzato la voce davanti ad errori macroscopici (cito solo Roma perchè per me quello è stato l’inizio della vera ondata di #senzadime) per me è responsabile di questo disastro. Renzi non ha capito le ragioni della sconfitta e deve passare il turno per un bel po’ (e mi costa tantissimo dirlo) ma vedere chi gli è stato vicino fino ad oggi criticarlo come se fosse l’unico responsabile è inaccettabile. Se vogliamo bene al PD dovrebbero accadere due cose: totale azzeramento della classe dirigente e ritorno al voto con cambio della guardia quasi totale. Questo non accadrà, non mi illudo, perché non è mai esistita una classe dirigente che sia stata in grado di non pensare alla propria sopravvivenza prima ancora che al Paese.

Ed è l’esatto plastico motivo perchè gli italiani non ci hanno votato. Morale? Ci terremo 10/15 anni di destra e il ricambio della classe dirigente lo faranno le urne. Buon 1 maggio.