Di Palombelli, femminicidi e “teorie gender”

La narrazione tossica sui femminicidi (a proposito delle domande che si fa Barbara Palombelli su “cosa può avere fatto la donna per provocare un uomo tanto da farlo arrivare ad ucciderla!) è una narrazione che esiste e pervade tutta la nostra società. E guardate (come per l’omotransfobia) aggravanti penali, manifestazioni, scarpe rosse, iniziative servono poco o nulla. Serve soltanto cominciare a capire che gli stereotipi di genere vanno ribaltati a partire dalla scuola (ed è il motivo per cui la Lega vuole approvare il DDL Zan senza quella parte fondamentale!).Quelle che vengono chiamate teorie gender e vengono ostacolate non solo da Pillon, ma anche da chi fa parte del campo progressista altro non sono altro che cultura di genere che dovrebbe insegnare ai bambini e alle bambine che non esistono ruoli, non esistono limiti a ciò che può fare una bambina e che non esiste una superiorità dei maschi rispetto alle femmine (che poi ingenera il “tu sei mia e fai quello che dico io). E non si tratta di insegnare che siamo “uguali” e che non si sono differenze tra maschi e femmine, ma che la nostra diversità non pone limiti ai gradi di libertà. Mi dispiace doverlo dire ma oggi è più che mai necessario che soprattutto chi, nel campo progressista, si oppone a discutere di genere nelle scuole ha ed avrà la responsabilità di quello che i maschi di domani diventeranno. Le famiglie devono decidere cosa dire ai bambini? Ma anche no. Così come stiamo mettendo il green pass obbligatorio per poter sopravvivere tutti, si insegni la cultura di genere nelle scuole senza discussioni.

Il ministero delle Risorse Umane

Non so come si possa pensare dopo 2 anni di pandemia di abolire il Reddito di Cittadinanza proponendo referendum o definendolo metadone di Stato. Era chiaro fin dalla sua approvazione (Lega – M5S) che fatto in quel modo sarebbe stato un sussidio che avrebbe portato ad un sostegno iniziale e necessario, ma che poi, in mancanza di politiche attive, non avrebbe avuto alcuno sbocco sano. Il tema non è abolire il RDC ma generare un circuito virtuoso che aiuti i lavoratori a reintegrarsi (anche con lavori socialmente utili se serve) e che aiuti le aziende a non fare scelte drastiche di delocalizzazione potendo alleggerire il costo del lavoro in modo flessibile. E che da quel virtuosismo consenta anche di proteggere a lunga durata e dignitosamente chi per qualche motivo non riesca a reintegrarsi. Il grande inganno nel nostro paese è sempre stato imputare il welfare sociale alle aziende. La grande sfida sarà una macchina organizzata con strumenti di ammortizzazione sociale semplici e uguali per tutti a parità di condizione e flessibilità senza traumi per le aziende perché deve esistere una transizione pagata dallo Stato che comporti formazione e reintegro. Farlo non è semplice eh. Richiede digitalizzazione, mappatura dell’offerta e della domanda, emersione dal nero, organizzazione di formazione vera, gestione delle relazioni tra aziende e candidati e valutazione dei feedback continua. Una sfida gestionale pazzesca per cui forse ci vorrebbe un ministero ad hoc che a me piacerebbe chiamare il “ministero delle risorse umane”.

Ciao Pennacchi

Ciao Antonio Pennacchi grazie per avere raccontato l’agropontino e quel mondo amorfo, pieno e vuoto di identità, in cerca di storia e pieno di storia, contraddizione di se stessa appena cerchi di definirla che sono le nostre terre. Grazie perché tutti noi liceali di quei luoghi ci siamo ritrovati nella storia del fasciocomunista perché lì è così, è tutto mischiato, siamo tutti cresciuti senza soluzione di continuità anche se ci siamo menati, odiati, contestati e trapassati da una parte all’altra a seconda delle età. Grazie di essere stato un formidabile scrittore e un’insopportabile persona. #pennacchi

Quella (eterna) guerra tra “naturali” e X-Men

Questa cosa contro le persone trans (in particolare MTF) che in qualche modo non possono, secondo alcuni, definirsi donne a tutti gli effetti, somiglia tantissimo alla battaglia contro le seconde generazioni considerate da alcuni NON degne di definirsi della nazionalità del Paese dove sono nati e cresciuti. La rivendicazione della superiorità del presunto diritto naturale fondato sulle origini e non sullo stato oggettivo. Un po’ come quando c’erano i nobili: sangue blu e plebe dove in quest’ultima dentro c’era tutto anche la classe media. Poi i borghesi sono diventati ricchi e si sono mischiati coi nobili che avevano bisogno di soldi, ma quel passaggio, seppure veniale, ha cancellato quella barriera sociale, per lo meno l’ha resa meno impermeabile (sugli stadi dell’evoluzione del mondo Marx aveva le sue ragioni). E ancora: anche per gli ebrei fino a poco tempo fa, stesso Dio, ma gli mancava il pezzo del Vangelo (sintetizzo) e quindi hanno vissuto per secoli nei ghetti, non meritevoli. Ancora oggi se un ebreo tocca un soldo il pensiero antisemita corre subito lì, traccia subito un confine. Sta complottando contro il mondo. Sono tutti così alla fine. La stessa cosa accade ovunque alle seconde generazioni. Non sei veramente italiano o francese o inglese perché anche se sei nato qui, cresciuto qui e conosci ogni singola sfumatura dello slang locale, malgrado tutto questo se i tuoi antenati non sono nati qui, non puoi rivendicare al 100% di essere italiano, francese e inglese. Mi è venuto in mente leggendo gli insulti ai giocatori neri dell’Inghilterra. E’ bastato un errore, un calcio di rigore per mettere in discussione il loro diritto di cittadinanza. Te lo devi meritare, non ti appartiene per diritto naturale. Possono sembrare cose scollegate, ma fanno parte della stessa cultura, quella dominante che nega il cambiamento, che per paura della cancel culture continua a cancellare i cambiamenti a cui è soggetto il mondo, a negarli, a non legiferare perché quei cambiamenti avvengano in modo indolore (vedi ius soli o ius culturae o identità di genere). Ieri l’uguaglianza di tutti i cittadini all’accesso alla vita civile (è accaduto agli ebrei, è accaduto a chi non aveva sangue blu), oggi anche seppur apparentemente in modo meno evidente e violento. Siamo in piena guerra tra due mondi. Un mondo che crede profondamente in una sorta di diritto naturale (una sorta di nobiltà delle origini e del genere) e un mondo nuovo che si conquista l’identità transumando geograficamente e fisicamente che vuole meritare quella nuova identità senza dolore, senza dover per forza insaccare un rigore, senza doversi per forza mimetizzare nella normalità dei “naturali”.

Mi vengono sempre in mente gli X-Men, bella metafora del nostro tempo, anche nel pensare a come combattere quella guerra (vedi dibattito su Cancel Culture/Magneto e Convivenza/Professore)

DDL Zan e di cosa si sta davvero discutendo

Vi dico una cosa.
A me non importa nulla di “punire” con un’aggravante qualcuno che mi dà un pugno in quanto lesbica o donna o cattolica o whatever.
L’aggravante al massimo ha una funzione di riconoscimento, cioè sancisce che lo Stato riconosce la mia esistenza e la difende in quanto soggetto discriminato.
Quello che è più importante nel DDLZan è l’aspetto della scuola, esattamente quello per cui la Chiesa ha impugnato il Concordato o che fa urlare “giù le mani dai bambini”.
Questo è l’aspetto più importante della legge che ora IV e Lega vogliono toccare ed indebolire: la possibilità di offrire ai bambini e ai ragazzi una visione diversa, che non è la propaganda gay come dice qualcuno e come Orban e Putin hanno scritto in una legge per impedirlo. Significa dire ad un bambino gay o trans o whatever che andrà tutto bene. Che non deve impiccarsi. O dire al suo compagno di banco che non deve picchiarlo perché sculetta o perché si innamora di una persona dello stesso sesso o whatever. Significa agire per migliorare il futuro e per impedire che alcune persone crescano fragili o violente. E non significa propagandare il gender. Significa solo offrire uno specchio per guardare ciò che già esiste e spesso non ha nome, non ha nome a scuola e non ha nome in famiglia. Non comprendere tutto questo significa NON avere capito cosa è l’omotransfobia. Molto spesso non sono pugni e coltellate. Molto spesso sono sguardi, parole che nessuna legge (giustamente) può censurare, ma può sciogliere con l’arma della cultura e della consapevolezza. Questo si sta discutendo. Punto.

“Quattro” è di nuovo disponibile.

Dopo 15 anni, anche se solo su Kindle, con una bellissima prefazione di Tommaso Giartosio e Gianfranco Goretti di Famiglie Arcobaleno e con una copertina “nuova”. Lo potete acquistare qui. E sotto trovate il perché riesce in e-book, perché ci troverete un sacco di cose “strane” per il 2021, ma che nel 2003 anno in cui è stato scritto, non lo erano.

Quando ho cominciato a scrivere Quattro ero in Svizzera. Era il 2002 e preparavo la mia tesi di laurea in una casa che condividevo con un italiano, un tedesco e un americano.

Avevo una compagna da molto tempo che avrei “sposato” nel 2006 in una bellissima festa tra amici in cui mancava, ovviamente, lo Stato.

In quei sei mesi la lontananza da casa si faceva sentire. Cominciai a scrivere. Avevo una raccolta di racconti e non so come mi venne in mente di metterli insieme facendoli trovare ad un figlio, nel futuro, in un baule dopo la morte dei suoi genitori.

Mi venne in mente di pensare che fosse mio figlio e quindi automaticamente “nostro” figlio, il figlio di due donne.

Ma la storia di questo figlio mi prese la mano, cancellò la sua missione di contenitore e divenne contenuto.

All’epoca non esisteva nulla da raccontare di conosciuto sul tema. Qualcuno ne cominciava a parlare (nella postfazione della prima edizione racconto l’incontro con Daniela Bellisario e la sua compagna di allora che ci stavano faticosamente provando) ma nessuno di noi poteva confrontarsi con dei figli già grandi, esistenti. Inventai tutto di Andrea e Chiara e li buttai dentro il nostro futuro come se fossero reali. Mi inventai i problemi che avrebbero potuto avere nel senso che mi immaginai che gli adulti avrebbero avuto più pregiudizi e più preoccupazioni di quante ne avrebbero avuto loro crescendo. Mi inventai i problemi che non avrebbero mai avuto. Mi inventai la loro lingua, immaginandomela. Mi inventai come avrebbe potuto reagire il mondo, i nonni, le stesse madri, gli amici.

Come sempre quando scrivo genero un universo in cui mi ficco dentro, ci vivo dentro, mi ci faccio inondare. Scrivere questo libro è stato bellissimo. E’ stato vero.

Il libro fu letto da Einaudi ebbi una lunghissima chiacchierata di feedback. La storia c’era ma la scrittura no. Era vero.

Alla fine il libro fu pubblicato da Il Dito e La Luna di Francesca Polo, una casa editrice LGBTQI che credette nella storia.

Oggi a quasi 20 anni di distanza ho deciso di ripubblicarlo così com’è e, almeno per ora, in formato kindle. Avrei potuto editarlo con la maturità di oggi, ma ho preferito non farlo perché Quattro non è solo uno dei miei libri, ma è un documento “storico” di come noi persone omosessuali immaginavamo le nostre famiglie quando non avevamo riferimenti. Il linguaggio malgrado tutto fa parte del libro e andare ad individuare le cose da migliorare lo avrebbe snaturato.

Oggi che tantissimi di noi hanno figli, che io stessa ho due meravigliose nipoti che hanno due mamme, so che tantissime cose che avevo scritto all’epoca sono davvero accadute e sono esattamente come le avevo immaginate e che l’unico “errore” che commesso in Quattro è stato nell’uso delle parole. Un errore fatto in buona fede perché nessuno di noi poteva immaginare la forza dirompente che questi figli – cresciuti senza sovrastrutture, senza pregiudizi, persino meno di noi – hanno avuto anche sul nostro stesso linguaggio. Il lessico famigliare di cui pure parlo nel libro è stato molto più avanzato di quello che avevo immaginato. Avevo immaginato la forza enorme che questi figli avrebbero avuto sul loro mondo (amici, famiglia, etc), ma l’avevo sottovalutata. Sono stati un acceleratore di diritti (anche se ancora non se li vedono riconosciuti) perché nessuno più di loro ha rassicurato il mondo su di noi nel momento stesso in cui noi finalmente sapevamo di non dovere più rassicurare il mondo. Quando ci siamo accorti che non dovevamo per forza essere buoni, belli e borghesi (direbbe qualcuno), sono arrivati loro a dire che potevamo essere “anche” quello e loro erano la prova incontrovertibile. Come tutti, appunto, potevamo essere tutto. Anche genitori.

Nel corso degli anni ho visto le persone più impensate incontrare questi bambini e cambiare completamente la loro idea sul matrimonio egualitario, sull’adozione, sulla stepchild adoption. Tommaso Giartosio e Gianfranco Goretti, pionieri delle Famiglie Arcobaleno, sono stati un pezzo di questo cambiamento, vi abbiamo assistito insieme almeno in un caso e sono felice che abbiano accettato di scrivere la prefazione di questo libro.

Nel corso di questi anni, ogni giorno, imparo qualcosa di me da questi bambini. Vedere il modo libero e privo di schemi con cui si affacciano al mondo, lo scoprono, lo definiscono è il più bello spettacolo del mondo.

Ripubblico Quattro perché tantissime persone in questi anni mi hanno scritto che è stato un libro che ha “partecipato” alla costruzione della loro famiglia, perché ha dato una sorta di scenario, di immaginario.

Lo pubblico così com’è perché resti a testimoniare non come scrivevo io, ma cosa pensavamo solo 20 anni fa di noi stessi e quanto siamo cambiati in così poco tempo.

I gay, le cavallette, il terremoto, la fine del mondo, l’Armageddon, l’anticristo (e aggiungete pure)

C’è un solo argomento che (non solo in Italia) riesce a saldare la dx più becera con pezzi apparentemente progressisti: i froci.

Al tempo dei DiCo vi ricorderete la guerra che venne innescata sul fatta che due persone omosessuali potevano sì contrarre una specie di accordo, ma spedendosi una raccomandata l’un l’altro per evitare di insozzare gli stessi luoghi in cui gli etero contraevano il matrimonio civile. Posizioni di Casa Pound? No, fu considerato un buon compromesso dall’allora PD prodiano. Con D’Alema che affermò che i matrimoni gay offendevano il sentimento religioso prevalente.

Al tempo delle Unioni Civili una frangia molto potente del PD che agitava la “lobby gay” da Bruxelles a Roma riuscì a convincere tutti che l’approvazione della step-child adoption avrebbe aperto le porte all’utero in affitto. Questo perché molti genitori gay usano la GPA in paesi come Canada e Usa dove la pratica della gestazione per altri è controllatissima. In questo modo i gay continuano a fare figli e li adottano nelle aule dei tribunali, le case famiglia sono piene di bambini che non vuole nessuno e gli etero continuano ad affittare utero nei paesi poveri per nascondere quel loro problemuccio.

Oggi al tempo della legge Zan un improvviso nuovo spauracchio viene agitato come una bandiera. Le donne sarebbero contenute nella legge come soggetto discriminato e quindi automaticamente verrebbero definita minoranza. Eh sì le donne sono la metà del mondo ma venitemi a dimostrare che non siano discriminate e se anche venissero protette un po’ di più che accadrebbe? C’è anche un altro tema, il mostro sacro delle Trans (i trans non esistono nel dibattito, sob) che ree di dichiararsi donne ma non essendo nate donne biologicamente minerebbero l’ontologia delle essere donna. Ora l’effetto dell’esistenza delle trans sulla consistenza ontologica della mia vagina è ancora un mistero profondo.La verità è che quando si parla di froci e trans le cavallette, il terremoto e la fine del mondo appaiono come un armageddon ad inquinare il dibattito parlamentare. Per essere una lobby, devo dire che siamo un po’ debolucci.

Ma siamo ottimisti. I diritti avanzano. In tutto il mondo. Piano piano. Inesorabilmente.

Sulla legge Zan e su un certo femminismo pericolosamente collaborazionista.

Mi riservavo di scrivere lungamente sul tema del DDL Zan (a favore ovviamente).
Riporto qui le parole di Alessandro Zan: “Questa è una legge che intende tutelare dimensioni dell’identità personale di ciascun individuo, come il sesso, il genere, l’orientamento sessuale, l’identità di genere e la disabilità, dimensioni che la Repubblica ha il compito di preservare e difendere. Sotto il profilo penale infatti, questo ddl considera i reati – o le aggravanti di reato – esclusivamente sulla base dei motivi di odio che spingono il reo a un determinato comportamento violento, derivanti dalla condizione personale di chi lo subisce, non in base a chi lo subisce. “
Leggete bene quello che scrive Alessandro per avere bene in mente di cosa si parla quando si parla di questa legge.
Qualcuno (purtroppo anche molte femministe) dice che questa legge consentirebbe di definire i pedofili come specie protetta. Falso. Qualcuno sostiene (ahimè molte femministe) che questa legge è l’anticamera dell’accettazione della pratica dell’utero in affitto (ne ho scritto a lungo, di quanto la GPA sia cosa diversa dallo sfruttamento delle donne, di quanto se parliamo di consapevolezza, allora estremizzando dovremmo vietare l’aborto alle donne povere o alle donne non consapevoli).Qualcuno sostiene (ahimè molte lesbiche insieme alle femministe) che le trans non possano essere riconosciute come donne, come se questo fosse un sopruso del maschio in campo femminile, dimenticando in questa discussione tutte le persone nate biologicamente donne, ma con identità di genere maschile.
Si fa un mischione di un sacco di temi e si offre la sponda alla destra, alla peggiore destra clerico-fascista che ovunque è in campo contro le donne (aborto, parità, ecc), contro le persone gay e trans.
La legge Zan va approvata anche se era molto più semplice estendere la legge Mancino. Non si è estesa la legge Mancino perché qualcuno anche nel campo di sinistra si è opposto perché la legge Mancino per ebrei e neri prevede anche il reato di opinione e non solo l’aggravante della violenza. Vi dico una cosa. C’è un unico tema in campo. Quella della consapevolezza. Dobbiamo combattere non le cose in sè, ma le cose ove non esiste consapevolezza. Per estremizzare anche in tema di aborto, se si potesse discernere, si dovrebbe impedire l’aborto, così come nessuno di noi può dire ad una donna che voglia avere un figlio per una coppia cosa deve fare se è consapevole di cosa sta facendo (sto estremizzando per far passare, spero, il concetto).
Alle donne, sopratutto alle donne di sinistra, dico: stiamo insieme.Alle lesbiche dico: a cominciare le nostre battaglie sono state proprio le trans, che magari nel 1969 non potevano fare l’operazione, ma sempre trans erano e senza di loro staremmo ancora a nasconderci in qualche buco. Un po’ di gratitudine.
E questi sono i miei 2 cents sul tema.