Le Sardine non esistono

È bellissimo vedere la gente scendere in piazza per rispondere a Salvini. Bello. Una volta. Due volte. Un segnale di coscienza civile.

Ma le sardine NON esistono. Come NON esisteva il Popolo Viola. Come non esiste il popolo del Concerto del 1 maggio.

La piazza non esiste altrimenti saremmo tutti devoti di Barabba e non nostalgici di Gesù (è una metafora).

Penso che sia assurda questa narrazione giornalistica sulle sardine. È impossibile dire su di loro anche una sola parola, nessuno è autorizzato a rappresentarle (non a caso ogni giorno si dibatte di esternazioni senza senso, in ultimo l’invito a Casa Pound), a dire qualcosa a nome di quelle piazze. A meno che non ci sia un progetto di chi le piazze in qualche modo nella storia le ha sempre utilizzate, questo accade soprattutto quando esiste un problema di rappresentanza e di motivazione. Io non ci casco più. Se Mattia diventa la faccia per non farmi vedere D’Alema o Bettini (li ho sparati a caso, giuro) io non ci casco più.

Vi prego. Lasciate stare la piazza. Non cercate eroi da divorare (e voi eroi del momento NON fatevi abusare), cercate la vostra identità. La piazza è tutto tranne un’identità e di solito quando la trova NON è mai bella.

Abbiamo bisogno di idee, di serietà, di una visione.

P.s. questo NON toglie nulla a chi sta andando in piazza con le migliori intenzioni contro questo momento di buio. Ma tutti sappiamo che NON basta. Scarica la coscienza ma NON basta.

Gli ebrei e i diamanti.

Ieri sera a Milano. Entrando in un ristorante sui navigli un gruppo di persone sedute al tavolo fuori discute di finanza, crisi mondiale in un Ping pong di luoghi comuni. Mentre entriamo sentiamo con nitidezza la frase: “eh ma se gli ebrei aprissero la borsa piena di diamanti, sono loro che hanno il potere”.

Entriamo.

Dopo pochi secondi una delle persone sedute fuori si affaccia ad accoglierci. È il proprietario.

“Vi hanno già accolto?” Chiede

“No, abbiamo prenotato per 4”

“Prego”

Io esito. Lo guardo.

“Possiamo sederci anche se siamo ebrei?” Gli dico.

Arrossisce.

“Perché mi dice questo?”

“Sentivo che parlavate di ebrei”

“Veramente parlavamo di diamanti”

“E dicevate che li hanno tutti gli ebrei”

Arranca.

“Beh io non sono molto informato, ma è quello che si dice”

“Ed è falso. Era quello che credevano negli anni 30 durante la crisi e che ha generato 6 milioni di morti”

Ho provato a raccontare un po’ di storia. Del 1492. Dei ghetti. Dell’impossibilità di avere beni immobili che ha generato mestieri e tradizioni forzatamente. Che come le ho io ormai per certo anche lui forse è discendente di qualche ebreo costretto a convertirsi per evitare di essere perseguitato.

Non so se ho intaccato qualcosa.

Comunque uscendo ho detto: “comunque io faccio parte della lobby omosessuale, altra potentissima lobby di soli ricchi che mina la pace nel mondo e porta invasioni di cavallette, terremoti e carestie”

Non dobbiamo tacere. Negli anni 30 è stato il silenzio, il lasciar correre, il tollerare tutto questo che ha causato tutto quello.

La Sapienza dall’altro lato.

Questa mattina ho avuto l’onore di fare un breve speech (non oso chiamarla lezione) agli studenti del Corso di Laurea magistrale in Organizzazione e Marketing per la Comunicazione D’Impresa a La Sapienza.

Entrare nella mia università dall’altro lato della barricata è stato molto emozionante e come ho detto agli studenti stipati nell’aula 3 delle aule blu (quelle dove noi andavamo ogni tanto a studiare al biennio al freddo) era come un reciproco viaggio del tempo. Io a vedere com’ero 20 anni fa e loro a vedersi (o non vedersi) tra venti anni.

Parlare di innovazione e di leadership per me non è solo raccontare una storia, ma è anche raccontare la visione che i manager di domani devono avere per non fallire. Sviluppo sostenibile significa non solo avere una buona idea, ma averla in un contesto aziendale che non discrimina, che si riorganizza in funzione dei cambiamenti. Sviluppo Sostenibile è esattamente quello che dice la parola: crescita, ma sostenibile. La sostenibilità è accessibilità, è inclusione. Senza questi fattori non esiste innovazione.
Prima di me un professore ha stimato che il tempo che i manager europei passano a risolvere i conflitti in azienda pesa 700 mln di euro.

Non che il conflitto non sia una cosa sana quando è dialettica costruttiva che supera i vecchi schemi gerarchici (e tu Antonio Castagna ce lo hai insegnato benissimo).

I conflitti dannosi sono quelli che umiliano, che discriminano, che demotivano.

In mezzo al customer value (Hamburger di Mc Donald vs Hamburger di Bottura, Panda vs 500) ho raccontato loro il caso di una vignetta che ieri mi ha fatto pensare (grazie alla segnalazione di Igiaba Scego). E’ una vignetta uscita su un giornale di sinistra che aveva probabilmente uno scopo nobile e invece è il tipico epic fail comunicativo (Francesco Nicodemo che ne pensi?) che nasce dalla mancanza di ascolto autentico (altro tema importantissimo in azienda come in politica prima di prendere decisioni o indirizzi): questa vignetta racconta di una bianca enorme, quasi una dea che salva dei piccoli neri dalle acque. Grande vs Piccolo. Bianco vs Nero. Certo, voleva elogiare i salvataggi in mare. Ma finisce per contribuire ad una narrazione razzista e pietistica nei confronti della popolazione africana che emigra: inferiore, bisognosa di aiuto, meritevole di pietà e in realtà alimenta il razzismo della destra becera (sono un peso, sono un problema, sono un costo, sono inferiori, ecc).

p.s. ho sentito tanto orgoglio per essere de “La Sapienza” come lo avevamo noi all’epoca. Bello. Peccato che le infrastrutture siano ancora al palo e non mi ricordavo che la città universitaria fosse un parcheggio a cielo aperto invece che un luogo “pedonale” fatto per camminare tranquilli, respirare pulito, giocare a palla nelle pause. Non sarebbe più bello?

 

Di sardine, di orfani e di noi.

Pensando a quando accaduto a Bologna, se mi guardo intorno (e indietro) mi accorgo che i momenti politici più belli che ho vissuto sono stati quelli caratterizzati da spontaneità, incluse le partecipatissime fiaccolate spontanee al tempo dei tanti attacchi omofobi che superarono la “stanchezza” organizzativa del movimento organizzato riempiendo le piazze di tutta Italia. Qualcuno come Riccardo Camilleri se lo ricorderà sicuramente.

All’università quando fondammo un movimento fuori dalle organizzazioni giovanili che già sapevano di vecchio e si comportavano da ceto politico. In quella dimensione il nostro movimento vinse le elezioni (Facoltà di ingegneria). Le vinse così bene che non avevamo abbastanza candidati per riempire i posti. Prima della candidatura fermammo un tentativo di cammellaggio da parte della Sinistra Giovanile (loro candidati impresentabili al posto della mia candidatura al Senato Accademico) e durante il voto chiamammo i carabinieri per bloccare tentativi di orientamento al voto degni del peggiore seggio del sud d’Italia (tra volantini farlocchi che pubblicizzavano una lista sotto le spoglie di una pizzeria distribuiti da ragazzi mandati dal paesello dal padre del boss della lista di CL che non erano manco iscritti ad ingegneria) fino a ragazze scosciate mandate a portare ai seggi dalla giovanile di Forza Italia. Estella Marino Giu Bucky e tanti altri se lo ricorderanno bene. Ovviamente finita l’università quell’esperienza morì ed era giusto così.

Il PD fu al suo inizio una grande speranza. C’era un mondo vastissimo che aveva spinto i ceti politici di due partiti a mettersi insieme. Quel mondo è stato negli anni smembrato, divorato, deluso, disilluso a favore del ceto politico che alla fusione aveva fatto tantissima resistenza. Nei primi anni il PD venne animato e invaso da una marea di rompicoglioni che non venivano dai partiti, non avevano alcuna disciplina e che piano piano a botte di congressi cammellati (nessun segretario ha fatto eccezione) sono stati fisicamente eliminati.

Nel bel pezzo del punto sopra accadde anche la Leopolda che seguiva una serie di incontri dei rompicoglioni di cui sopra (Piombini, Lingotto 2, ecc) e che sembrò riuscire a strutturare una sorta di movimento generazionale (che tutti chiamarono rottamazione). Anche lì quando il ceto di cui ai punti sopra annusò il profumo di carro vincente, la Leopolda si riempì di gente inguardabile e anche il Partito di quella gestione non riuscì a scaricare quel vecchiume fatto di riti stanchi, di discipline incomprensibili, di ius primae noctis politici sui territori a scapito di chi si era avvicinato attratto dalla carica di novità.

E adesso? Ecco secondo me quella gente alla quale mi sento simile si sente molto orfana di qualcosa in cui credere. Qualcosa a cui partecipare senza restare stritolati nella delusione. Guardo passare ceto politico siciliano in Italia Viva e non riesco a pensare che sia una bella cosa, conoscendo la Sicilia. Sento Barca parlare di socialismo radicale nel PD dove sono rimasti democristiani che parlano di Lobby Gay o che sta riavvicinando un Prodi che dice che il PD si è occupato troppo di gay e poco di operai, in un paragone plastico degno di Salvini (Balotelli vs operaio Ilva), in un PD che non alza la voce contro gli accordi con la LIbia. Non mi entusiasma Più Europa che nel giro di un giorno si è consegnata ai cammelli democristiani, segnando l’inizio di un potere e la fine di un partito, un esercizio da manuale che dovrebbe essere studiato all’università della politica per dire “ecco come NON si fonda un partito”. E Riccardo Magi Alessandro Capriccioli e Massimiliano Iervolino sanno cosa intendo.

Cosa c’è fuori per noi? Per noi che siamo di sinistra ma siamo anche liberali. Che abbiamo guardato al Nord Europa come alla vera unica ideologia in cui credere, quella dove il welfare non si chiede alle aziende, si chiede allo Stato, dove il welfare è forte e nello stesso tempo fare impresa è facile. Quello dove un partito nel 2019 possa dire che il matrimonio gay fa parte del suo programma, accanto ad una fortissima politica del lavoro che non parla solo di operai, ma si ricorda dei veri sfruttati di oggi e trova soluzioni. Quelli che pensano davvero all’Italia dei prossimi 50 anni e lo fanno in modo coerente, costruendo classi dirigenti preparate e non fedeli. Coinvolgendo ceto produttivo non per determinare legami, ma per acquisire competenza.
Pensando fuori dagli schemi in modo coraggioso ai tanti temi aperti per l’Italia, sopratutto in termini di conversione industriale radicale.
Cosa c’è per noi oggi? Una piazza ogni tanto spontanea, contro qualcuno sulla quale tutti cercheranno di mettere cappelli?

O quel “noi” dovrebbe fare qualcosa, provare a strutturare quelle istanze senza attendere che qualcuno le interpreti?

Ecco. Che dite? Buona domenica.

Umbria, lesson number one: back to basics

Ogni elezione locale fa storia a sé.

In Umbria vince una coalizione che non ha mai governato la Regione ma sta già governando tutti i comuni importanti. Si chiama ricambio, si chiama alternanza. Si chiama mancanza, da parte di chi ha tenuto il governo della regione per 49 anni, di capacità di rinnovamento. Ora l’alternanza nei comuni e in regione deve determinare un cambiamento forzato. Speriamo che la lezione serva. A Roma purtroppo non sembra sia servito molto, forse serve stare fuori dai giri più di un giro?

M5S al 10% (così sembra). Cosa vi aspettavate dagli elettori che votavano M5S solo per scardinare il sistema? Che gli piacesse l’alleanza col PD che in Umbria è il sistema? Per gli Umbri il cambiamento radicale è Salvini. Piaccia o no.

Un altro piccolo tema. Leggo che Salvini ha pianificato questa candidatura da almeno 2 anni. La Tesei era sindaca. La candidano in senato per darle visibilità nazionale e ora in regione. Ma con un piano che nasce da lontano. Quindi la candidata sono due anni che lavora e probabilmente incontra cittadini con questo obiettivo.

La nostra capacità di pianificazione a sinistra dove sta? Prendiamo una città a caso. Prendiamo Roma. Abbiamo un piano per evitare la Meloni sindaco? La coalizione di centro sinistra cosa aspetta a mettere in campo una candidatura e fargli fare una campagna elettorale sul territorio che non duri un mese con un candidato sconosciuto nato a tavolino come un mostro di laboratorio?

Non si vince sommando i voti dei partiti a livello locale, scordatevelo. Non funziona più, non esiste più la fedeltà al marchio.
Si vince mettendo in campo candidature che convincono e si perde mettendo in campo candidature che non convincono.
Torniamo ai basics.

Le bande armate (!)

Mi ero ripromessa di non commentare la Leopolda per molti motivi.

Per prima cosa perché la considero (ancora) una casa e un luogo che (piaccia o no) è stato importante per il Paese, un luogo in cui idee e istanze hanno trovato residenza (quando altrove si faceva fatica a pronunciarle persino) e poi sono diventate legge (ne cito due veloci Fisco 2.0 e Unioni Civili) e poi perché so che la Leopolda è sempre stato il lato bello e poi viene la parte difficile: trasformare le idee in fatti, promuovere davvero il merito e non ascoltare i canti delle classi dirigenti dei territori che saltano sul carro (quelle che saltano sempre sul carro comodo portando rendite di posizione, non le classi dirigenti in generale!)

Per cui una cosa annullava l’altra e avevo deciso di stare in silenzio, in attesa.

Leggo molto come sempre e leggo commenti alla Leopolda e compagni del PD, fatevelo dire…la rivolta alla parola “bande armate” usata da Teresa Bellanova, non si può sentire.

Per anni molti di noi – dalla provenienza più disparata – hanno denunciato cosa accadeva nei territori. I signori delle tessere. Le primarie dopate. Le regole buttate nel cesso per “farsi venire” il risultato politico o elettorale. Lo ho fatto io con un gruppo romano vastissimo che poi a furia di porte chiuse in faccia (meglio annientarci e mandarci via che ascoltarci e poi vi chiedete dove finiscono i voti) e non campando di politica si è liquefatto, lo ha fatto Marianna Madia, lo ha fatto Giovanni Bachelet che osò candidarsi alla regione Lazio contro il candidato unitario voluto da TUTTI. Tutti in qualche modo lo abbiamo pagato. Come la vogliamo chiamare questa? Lotta politica? Competizione? Scusatemi se le chiamo bande armate. E sì, è una metafora, ma rende l’idea di cosa è stato il PD e di cosa è ancora con la differenza che quella parte che si batteva per il rispetto delle regole, per la democrazia interna ora non c’è più. O ha ceduto al sistema e dal sistema è stata inglobata, o se ne è andata. Il PD ha perso completamente quel pezzo di “lottatori”, le lotte sono tornate ad essere quelle nascoste, che si risolvono nel caminetto.

Però quella battaglia è servita (credo e spero) a sensibilizzare un pezzettino di Paese ad essere attento quando vota.

Persino Più Europa nel suo atto di nascita si è fatta cammellare da quella dinamica e si (almeno per me) condannata all’estinzione politica.

Il discorso è un altro. Invece di sentirsi offesi per lesa maestà si sarebbe dovuto rispondere che nemmeno Matteo Renzi è riuscito a far fuori quelle bande armate quando è stato segretario ed è uno degli errori più grandi che gli imputo (con il caso Roma e la politica Minniti)

Caro PD e cara IV se volete riportare un pezzo di Paese a votare dovete restituire credibilità alla politica.

E a quasi 44 anni so che la credibilità non si misura sulla condivisibilità delle idee (per questo non volevo commentare la Leopolda) ma su chi si porta quelle idee sulle gambe. Non basterà qualche nome altisonante della società civile a coprire la candidatura di qualche fedele portaborse o capobastone. Almeno non a me.

Fate davvero quello dite e la gente tornerà a votare.

Ho sognato il Family Act.

Sì, in Italia serve un Family Act o più semplicemente serve trovare una strada per consentire alle famiglie italiane di fare figli.

La domanda che mi pongo da sempre, però, è: servono soldi?

Certo che servono soldi per crescere un figlio. Servono per comprare pannolini, vestiti (anche se tutte le mie amiche si stanno girando gli stessi vestiti tra i figli in un immenso gioco di valigie che a distanza di nascite si muovono da una casa all’altra), per pagare l’asilo, per pagare la baby sitter, il pediatra, i libri di scuola, i giocattoli (che secondo me i ragazzini di oggi ne hanno troppi e questo non aiuta la loro crescita, ma vabbè).

Ma se invece di dare dei soldi a chi fa figli (leggo di 240€ al mese fino a 18 anni) si erogassero servizi? Ogni voce di cui sopra, quasi tutte, potrebbero essere erogate dallo stato o da enti parificati. Non sarebbe più equo, più economico e più sicuro?

Più equo perché chi è davvero ricco poi le cose se le fa a spese sue e non graverebbe sullo stato. In ogni caso andrebbe fatta per reddito.

Più economico sempre per il motivo di cui sopra. Non eroghi a tutti, ma solo a chi accede ai servizi.

Più sicuro perché si eviterebbero le storture del tipo facciamo 5 figli così ci entrano 1200€ al mese poi sti cazzi dei figli.

Lo so che la politica dei governi appesi agli umori del proporzionale non può permettersi riforme epocali, ma sarebbe così bello fare davvero un family act. se abbiamo creato questa stronzata dei navigator, potremmo creare una task force di baby sitter (e fare un servizio civile?), una task force anche medica e di assistenza dedicata ai bambini, aprire con quei soldi asili nido in ogni quartiere, magari dando bonus alle aziende che si fanno sede di asilo (cosa che fece Prodi), incentivando le Tagesmutter condominiali, la paternità paritaria (10 giorni non sono nulla) e sopratutto obbligatoria che introdurrebbe automaticamente la parità di genere.

Ok, torno a dormire.