Sulla legge Zan e su un certo femminismo pericolosamente collaborazionista.

Mi riservavo di scrivere lungamente sul tema del DDL Zan (a favore ovviamente).
Riporto qui le parole di Alessandro Zan: “Questa è una legge che intende tutelare dimensioni dell’identità personale di ciascun individuo, come il sesso, il genere, l’orientamento sessuale, l’identità di genere e la disabilità, dimensioni che la Repubblica ha il compito di preservare e difendere. Sotto il profilo penale infatti, questo ddl considera i reati – o le aggravanti di reato – esclusivamente sulla base dei motivi di odio che spingono il reo a un determinato comportamento violento, derivanti dalla condizione personale di chi lo subisce, non in base a chi lo subisce. “
Leggete bene quello che scrive Alessandro per avere bene in mente di cosa si parla quando si parla di questa legge.
Qualcuno (purtroppo anche molte femministe) dice che questa legge consentirebbe di definire i pedofili come specie protetta. Falso. Qualcuno sostiene (ahimè molte femministe) che questa legge è l’anticamera dell’accettazione della pratica dell’utero in affitto (ne ho scritto a lungo, di quanto la GPA sia cosa diversa dallo sfruttamento delle donne, di quanto se parliamo di consapevolezza, allora estremizzando dovremmo vietare l’aborto alle donne povere o alle donne non consapevoli).Qualcuno sostiene (ahimè molte lesbiche insieme alle femministe) che le trans non possano essere riconosciute come donne, come se questo fosse un sopruso del maschio in campo femminile, dimenticando in questa discussione tutte le persone nate biologicamente donne, ma con identità di genere maschile.
Si fa un mischione di un sacco di temi e si offre la sponda alla destra, alla peggiore destra clerico-fascista che ovunque è in campo contro le donne (aborto, parità, ecc), contro le persone gay e trans.
La legge Zan va approvata anche se era molto più semplice estendere la legge Mancino. Non si è estesa la legge Mancino perché qualcuno anche nel campo di sinistra si è opposto perché la legge Mancino per ebrei e neri prevede anche il reato di opinione e non solo l’aggravante della violenza. Vi dico una cosa. C’è un unico tema in campo. Quella della consapevolezza. Dobbiamo combattere non le cose in sè, ma le cose ove non esiste consapevolezza. Per estremizzare anche in tema di aborto, se si potesse discernere, si dovrebbe impedire l’aborto, così come nessuno di noi può dire ad una donna che voglia avere un figlio per una coppia cosa deve fare se è consapevole di cosa sta facendo (sto estremizzando per far passare, spero, il concetto).
Alle donne, sopratutto alle donne di sinistra, dico: stiamo insieme.Alle lesbiche dico: a cominciare le nostre battaglie sono state proprio le trans, che magari nel 1969 non potevano fare l’operazione, ma sempre trans erano e senza di loro staremmo ancora a nasconderci in qualche buco. Un po’ di gratitudine.
E questi sono i miei 2 cents sul tema.

Si dice direttrice. Facciamoci pace.

Come ho scritto qui qualche giorno fa commentando Mentana che riferendosi ad una donna le chiedeva se preferiva essere chiamata direttore o direttrice, conosco bene il problema delle donne che lavorano in contesti maschili e che hanno “etichette” tipicamente maschili. Io stessa uso entrambe le versioni “ingegnere”/”ingegnera” e mi rendo conto che mi adatto al contesto. Lo faccio per evitare che qualcuno si soffermi su questa specifica e dimentichi la mia competenza. Quindi io capisco benissimo Beatrice Venezi. Però.Proprio noi donne che abbiamo rotto un pezzetto di quel tetto di cristallo abbiamo il dovere di “neutralizzare” le professioni tipicamente maschili. Per neutralizzare intendo: usare la grammatica corretta, raccontare alle bambine, ma anche ai bambini che fare la direttrice d’orchestra è normale. Che fare l’ingegnera è normale. Che farlo non significa essere un po’ maschi, rinunciare ad un pezzetto della propria femminilità attraverso la grammatica. Ma significa portare dentro quel mestiere parole nuove, che all’inizio sembreranno ridicole, all’inizio faranno sorridere, poi diventeranno normali e le nostre nipoti e i nostri nipoti rideranno di questo nostro balbettio grammaticale. In ultimo mi piacerebbe chiedere a Beatrice Venezi se lei non sia consapevole di essere stata invitata a Sanremo proprio perché rappresenta un’eccezione, una donna che è arrivata tra le prime in un mondo di maschi. E che quindi il dovere di usare le parole giuste non sia ancora di più un dovere da esercitare perché lei è lì per i suoi meriti, ma anche in quanto donna. E ahimè questo carico di portare un po’ tutte sulle spalle, puoi anche non volerlo, ma ce l’hai.

Storia di Valentina S., figlia illegittima nel 1958.

Il mio pezzo della settimana per HP: “È il 13 aprile del 1958.
A pagina 44 la pubblicità dell’Aqua Velva, aroma maschio e pulito, giovanile e vitale che “le donne tanto ammirano”: un’immagine ribalta lo stereotipo e racconta di un uomo che scende da una spider e di una donna che gli apre la porta attratta dalla fragranza del dopobarba.
È l’Italia che si motorizza, che si riempie la casa di elettrodomestici, che si schiaffeggia le guance di dopobarba e si allunga le ciglia. È tutto un frigorifero sovranista (prodotto dal grande comparto industriale italiano), ma c’è spazio anche per la farina lattea erba che “stacca i vostri bambini dal seno con dolcezza” e per la classe economy di KLM che fa risparmiare 70.800 lire per andare da Roma a New York.”

Il resto è qui.

Se Mentana non sa l’italiano e Rosa Parks può insegnarlo a tutti noi.

Ieri sera Mentana aveva tra gli ospiti una donna: Serena Sileoni, direttrice dell’Istituto Bruno Leoni intervenuta non a parlare di costume e società, ma del famoso ministero della transizione energetica. Finalmente, si direbbe, anche Mentana si è ricordato che esistono le donne.Però, prima di presentare Sileoni le ha chiesto: “saluto il direttore… o la direttrice?” e Sileoni ha risposto: “direttore va bene!”

Punto primo. Il femminile di “direttore” è “direttrice”. Lo dice l’Accademia della Crusca molto bene in questo lungo pezzo dedicato ai femminili delle professioni. Non è nemmeno una di quelle parole tipo architetta o ingegnera che rappresentano dei neologismi coniati ad hoc.

Quindi la discussione dovrebbe finire alla domanda di Mentana: la domanda è mal posta, è grammaticalmente sbagliata, non avrebbe nemmeno dovuto farla.

Perché Mentana la fa? La fa perché Sileoni non gestisce un istituto di educande, ma gestisce un Istituto di Studi Economici e quel “direttore”, secondo Mentana, si adatta meglio al contesto.

Premessa: chi scrive si è trovata spesso in questa dinamica e spesso non ha risposto o ha risposto come Sileoni. Io ero l’ingegnere, il direttore della Fiat di Napoli e via andando e quando qualcuno mi chiamava direttrice o ingegnera un piccolo, minuscolo pezzo di me si chiedeva sempre se non ci fosse dell’ironia dentro, un tratto sminuente rispetto al termine direttore o ingegnera. Solo il termine dottoressa metteva tutti d’accordo anche se a me ogni tanto sembrava sempre di dovermi cercare lo stetoscopio appeso al collo. Questo problema (credo) lo abbiamo solo noi in Italia, perché in inglese è quasi tutto neutro. Managing Director lo è per tutti. Writer è per tutti. Engineer è per tutti. Ma siamo italiani e parliamo italiano. (p.s. segnalatemi se ci sono altre lingue che hanno lo stesso problema, mi interessa)

In 20 anni di militanza LGBT ho imparato ad usare l’identità di genere in modo diverso. Se vuoi essere chiamato maschio e sei biologicamente donna, non mi pongo la questione, la rispetto. Ma qui è diverso. Non si tratta di rispettare la percezione di un individuo che si sente altro rispetto a quello che la biologia ha determinato.

Il tema è che come esiste l’omofobia interiorizzata (che ti fa sentire sbagliato, che ti fa stare nascosto, ecc), il razzismo interiorizzato (per cui molti neri si vestono elegantissimi per paura di essere presi per ladri se salgono in metro vestiti troppo casual) esiste la misoginia interiorizzata.

Come si fa questa battaglia di avanguardia? Puntando il dito, accusando le donne che si fanno chiamare direttore di maschilismo (quindi di misoginia interiorizzata) perché – arrivate a sfondare il tetto di cristallo – non hanno ancora l’immediato riflesso di usare le parole al femminile? Sarebbe come dire ad un nero che non si mette i jeans strappati o che si stira i capelli che è razzista. O ad un gay che non si sente degno di fare il genitore (non che non voglia figli, è diverso!) che è omofobo. In qualche modo (per me) in tutte le cose di cui sopra c’è del maschilismo, del razzismo e dell’omofobia. Come c’è della transfobia in chi non riconosce a chi si sente donna, di esserlo perché la biologia non lo ha determinato in partenza (e lo so che qua apro un putiferio con una parte del femminismo, sorry).

Questa battaglia è difficile. Non si fa puntando il dito, accusando le persone. Si fa con l’esempio. E dall’esempio ne nasceranno altri. Come dice Kamala Harris, lei è lì perché Rosa Parks non si è alzata. Qualcuna di noi è dove sta perché qualcun’altra ha fatto cose che in quel momento la maggior parte delle donne non avrebbe fatto. Io mi sono unita civilmente con la mia compagna anche perché una trans si è ribellata a Stonewall contro i raid della polizia. Qualcuno arriva prima, qualcuno arriva dopo. È la storia di tutti i movimenti contro le discriminazioni. Non si arriva mai tutti insieme e non ha senso chiederlo, però si cammina guardando avanti e indietro. Chi sta davanti, almeno, deve sempre guardare anche indietro.

È una lunga, lunghissima marcia che non deve mai lasciare nessuno indietro e ognuna di noi deve lavorare su stessa prima che sulle altre.

Una cosa è certa: Mentana ha bisogno di ripassare la grammatica italiana e nel fare la domanda costruisce automaticamente una gabbia per Sileoni. Se l’avesse chiamata direttrice probabile che Sileoni non avrebbe detto nulla, non avrebbe detto: mi chiami direttore, prego! Ma se fai la domanda sposti il tema dal Ministero della Transizione energetica al fatto che Sileoni è una donna che può parlarne. E’ questo è grave.

Se gli stracci che volano tra Zingaretti e De Gregorio possono ricostruire la capanna.

Post

Sarà passato inosservato ai più (la dice lunga sullo stato della sinistra se la sua comunità non si “accalora” più) il botta e risposta tra Nicola Zingaretti e Concita de Gregorio (qui CDG, qui NZ , qui il botta e risposta) ma per me invece è sintomo di una cosa che sta accadendo da tempo e che mi va di condividere. Ma prima una premessa. Chi ha seguito le vicende de l’Unità e quelle personali di Concita che dell’Unità è stata direttrice, sa bene che tutto si può dire a Concita tranne che sia stata “aiutata” dal potere o dai salotti. Al di là del giudizio che alcuni hanno sul suo periodo di direzione si sappia, di nuovo, che Concita ha pagato tanto la sua libertà e continua a pagarla. Tutto le si può dire, tutto le si può contestare ma non che non sia stata una direttrice di giornale che si è presa le sue responsabilità, è il caso di dire, fino all’ultima lira. Detto questo. C’è una parte enorme di me, veramente enorme, tentata di riprendere la tessera del PD. E non perché il PD di oggi mi entusiasmi più di tanto, ma perché malgrado tutto continuo a pensare che solo un partito di massa, solo un partito che contenga più anime, che sia capace di fare sintesi possa cambiare il Paese. Nessun partito personale che non reggerebbe alla sparizione in un tombino del suo fondatore rappresenta la speranza per questo Paese. Il M5S ha provato ad essere alternativa di massa al PD, ma si è sgretolato nel tempo di una legislatura. La Lega è salita moltissimo cavalcando la rabbia del Paese come il PD di Renzi aveva cavalcato la rottamazione dello status quo, tradendo completamente quel fortissimo mandato. Oggi il PD è tornato ad essere non la sintesi di due culture, ma l’associazione di due nomenclature e lo dico con enorme affetto per la comunità degli iscritti e per tantissimi eletti a tutti i livelli che stimo e a cui, ad alcuni, voglio persino bene. E’ vero quello che scrive Concita De Gregorio. Nel PD continua ad esserci un problema e se posso, non è nemmeno un problema di prevalenza tra ex PCI e ex DC, ma è l’assenza quasi totale di quel terzo pezzo di nativi democratici che si era saldato a due tradizioni popolari che avevano esaurito la propria spinta. Con il senno di poi, oggi, dico che servirebbe la visione di Veltroni, l’organizzazione di D’Alema, la calma di Zingaretti, l’energia intellettuale di Bettini, la forza comunicativa di Renzi (non mi fraintendete, spero si capisca cosa intendo). Perché la verità è che l’errore è stato sempre far prevalere un tratto su un altro e non fare la sintesi, trovare la quadra per il bene del Paese. In una squadra di calcio non si potrebbe essere tutti difensori o portieri o attaccanti o ala destra o terzino. Servono tutti. Se il PD capisce questo, sopra le macerie di cui parla il segretario, davvero si potrà ricostruire qualcosa (e non con quelli di cui sopra, ma con le caratteristiche di quelli di cui sopra). Ma il gioco di squadra, per prevalere, ora vi svelo un segreto, può nascere solo se tutti i giocatori giocano per il bene comune del Paese e non per il partito, non per la propria corrente o per i propri fedeli. Ecco questo ce lo avevo qui e lo dovevo dire, un po’ come se fosse ancora possibile, cambiare le cose.

E come ogni legislatura: la legge elettorale!

Questa cosa che ogni governo propone una legge elettorale che quasi sempre serve a perpetuare la classe politica che la propone e non ad offrire stabilità al Paese mi procura un dolore quasi fisico. Un Paese senza un sistema chiaro, una volta per tutte, condiviso da tutti, per eleggere i propri rappresentanti è evidentemente un Paese la cui storia democratica non è ancora compiuta.

E poi sì, io sto sempre ferma lì: a desiderare il giorno dopo di sapere chi governerà, chi avrà la totale e chiara responsabilità. Questa cosa del proporzionale in Italia ha sempre assunto la forma di spartirsi le poltrone e non di governare su un chiaro programma fino alla fine (come accade per esempio in Olanda e Germania). Questa cosa in Italia autorizza il ricatto di pochi sui molti. Continuerò a credere ad un sistema maggioritario fatto di collegi uninominali dove ogni partito deve mettere le carte migliori e dove tutti i cittadini scelgono chi votare.

Noi o Tik-Tok?

Non è la mia materia, quindi quello che scrivo qui sotto sono dubbi e non affermazioni.

Non so (appunto) se sia giusto prendersela con Tik-Tok o con altri social se i nostri giovani partecipano a delle sfide che possono risultare mortali.

Ai nostri tempi si temevano i cartoni animati giapponesi, ricordo l’opposizione che le famiglie radical-chic mettevano in campo cercando di spiegarci quanto fossero diseducativi e ricordo benissimo quanta poesia vi ho trovato dentro, quanta nostalgia, quanta cultura.

Ricordo bene da adolescente di essermi sdraiata sulla striscia di mezzeria sull’ardeatina di notte con i miei amici di provincia (forse dopo avere visto Donnie Darko) o di avere viaggiato su una Fiesta in quasi 11 persone perché solo uno di noi aveva la patente. Certo era un tempo senza video da diffondere, solo cose da raccontare il giorno dopo.

Ricordo anche bene che ogni tanto moriva qualcuno per qualche “gara” o i ricordi delle storie di naja in cui ogni tanto qualcuno ci lasciava le penne per un gioco da branco esagerato.

Probabile che ai tempi dei nostri nonni ci si sfidava a guadare fiumi o arrampicarsi da qualche parte e qualcuno ci avrà sicuramente lasciato le penne per dimostrare “qualcosa”.

E cosa dire di chi muore sfidando la natura, la montagna, il mare.

Dunque la domanda è: siamo noi o è tik-tok? Siamo noi o è Donnie Darko o cosa diamine fosse. Siamo noi o i cartoni animati giapponesi? Con questo non sto certo dicendo (ripeto: ho solo dubbi) che i ragazzi, i bambini vadano lasciati in pasto alla qualsiasi.

Esiste un limite che è dato dalla consapevolezza. Noi ci siamo sdraiati sull’Ardeatina e ci siamo alzati dopo 1 minuto, prima che passasse qualsiasi macchina e su un punto dove si vedeva bene che saremmo potuti andare via di lì ben prima che arrivasse qualcuno. Giusto per dire di averlo fatto ma senza farlo. E forse quelle battaglie dei nostri genitori sui cartoni giapponesi sono comunque servite a farceli guardare con diffidenza e quindi a discernere alcune cose, alcune violenze.

La domanda è, anche rispetto alla notizia che sono aumentati i suicidi e anche l’autolesionismo tra i ragazzi: ma noi adulti ci parliamo con questi ragazzi? Lo troviamo ancora il pertugio attraverso il quale arrivare a loro? Abbiamo tempo per loro? Siamo capaci di farli essere diversi dalla massa (per esempio non dargli il cellulare fino ad una certa età) o cediamo all’istinto di massificazione per non avere rotture di palle?

Perché sappiamo tutto degli USA e non capiamo niente di noi.

Se vi siete chiesti in questi giorni come mai abbiamo capito molto bene le elezioni americane (per chi ha seguito il Post, You Trend e Skytg24 o letto NYT) e invece capiamo poco di questa crisi italiana (e non c’è una testata in cui rifugiarsi per farlo, sob), provo a dar”ci” una spiegazione.Quando parliamo di USA non parliamo di Trump. Non solo almeno, non sarebbe esaustivo. Parliamo di ciò che Trump rappresenta. Quando parliamo di Stacey Abrams non parliamo di lei, non solo almeno, ma parliamo del lavoro che ha fatto per portare a votare la comunità afroamericana in Georgia e ribaltare quello stato a favore dei dem. Quando parliamo di USA sappiamo per filo e per segno come è stata scelta Kamala Harris dallo staff di Biden e perché. Sappiamo come si sono comportati i flussi di elettori. Sappiamo che Trump ha portato a votare 8mln di persone in più per lui, ma Biden ha fatto ancora meglio. La battaglia è stata sul portare al voto. Sappiamo che Biden (e anche Clinton se per questo), ha vinto anche sul voto popolare. Sappiamo che il sistema americano è molto complicato, con molte regole basate sulla tradizione, non scritte e che il certificato elettorale non ti arriva a casa come un diritto, ma lo devi rivendicare come un dovere (che è una supercazzola per non fare andare a votare qualcuno)Quando parliamo di Italia di cosa parliamo? Parliamo di Renzi, di Bettini, di D’Alema, di Salvini, di Meloni e via dicendo. Parliamo di loro, della loro psicologia, dei loro difetti, delle loro alleanze, di come si sveglieranno questa mattina, di cosa stanno pensando (loro per noi!) su Roma. Non parliamo mai di noi elettori. Non lo facciamo più. Lo abbiamo fatto quando è nata la Lega. Quando è nato il M5S. Non lo facciamo più da un sacco di tempo. Forse lo facciamo quando si vota ma poi smettiamo di farlo certificando che la relazione eletti ed elettori si ferma al momento del voto. Poi è tutta una questione di tattica parlamentare. Questo ha un senso, è assolutamente coerente con il nostro modo di funzionare: siamo una democrazia parlamentare. Questo concetto “altissimo”, quello dell’autonomia parlamentare, ha però assunto ormai connotati grotteschi in cui il legame tra eletti ed elettori si è totalmente perso per cui Conte può governare una volta con Salvini e una volta col PD e la cosa è assolutamente costituzionale, ma forse adesso va cercata una quadra nuova, un nuovo baricentro.

Una nuova visione che sia non opaca. Chiara, netta. Autentica.

Quando penso a Stacey Abrams, quando penso al numero di persone che in Italia ha smesso di votare o non vota mi piacerebbe moltissimo fare quello che lei ha fatto. Ma dovrei chiedermi per chi farlo e il panorama politico non aiuta. Per chi? E per cosa? Ogni volta che vedo i sondaggi e vedo l’ultimo numero in fondo che sta sempre intorno al 25/30% mi domando perché nessuno lavori su quello. Si domandi chi sono. Perché non votano. Cosa fare per riportarli a votare. Questa mattina sto facendo lo sforzo di leggere qualcosa di positivo in questa crisi e faccio fatica. Faccio fatica a vedere una classe dirigente che possa sostituire questa e fare meglio e poi penso: ma chi sono io per dirlo? Nessuno, solo unsessantamilionesimo del mio Paese. Chi sono io per dire che è meglio cercare una soluzione parlamentare che andare al voto? Chi siamo noi, la nostra bolla, per vietare al Paese di farsi governare da Salvini e Meloni se hanno i voti?

p.s. badate bene, non sto negando il momento di emergenza, quel periodo che ci ha tenuto tutti sui balconi contenti e adesso tutti incazzati in casa, preoccupati ed in attesa di vaccini e ristori. Ma forse di politica dobbiamo ricominciare a parlare, perché poi alla fine è la politica che fa accadere le cose. Non vedo soluzioni nel breve, non con la classe dirigente attuale dell’intero centro sinistra includendovi anche i vari Calenda, Renzi e Più Europa. Vedo tanta tattica, tanto individualismo, poca sostanza. E, ahimé, pochissima credibilità.Non vedo alleanze con il M5S. Piuttosto con i loro elettori delusi e con parte di quelli che hanno capito cosa significa governare. Ce ne sono perché negarlo.

Chissà forse la politica è tornare ad avere una visione di Paese e proporla e chiedere il voto su quello?

I formati di pasta, il colonialismo e noi

Si è fatto un gran parlare oggi di una marca di pasta che nel rimettere sul mercato alcuni tipi di pasta con i nomi coniati negli anni 30 del 900 ha usato testi a dir poco celebrativi del periodo coloniale italiano. Dopo molto polemiche è addirittura intervenuta l’ANPI a difendere il marchio, attribuendogli la patente antifascista.L’opinione pubblica si è divisa chi attribuendo al pastificio le peggiori nefandezze fasciste chi sdrammatizzando in un errore dell’agenzia di marketing, in una svista, in una cosa di poco conto.Ecco io penso che il tema non sia quel marchio di pasta in particolare. La polemica somiglia moltissimo a quella che ogni tanto riverbera su Montanelli, la sua statua e via andando. Io penso (e l’ANPI nella sua difesa, ahimè lo dimostra) che in Italia abbiamo un grosso problema di consapevolezza di cosa siano stati quegli anni. Siamo l’unico (credo davvero l’unico Paese) dove non è avvenuta e non avviene alcuna rielaborazione di cosa abbiamo fatto nelle cosiddette colonie. L’unico Paese ad avere un esercizio della memoria selettivo, capace di rimuovere non solo attraverso il silenzio, ma anche attraverso la costruzione favolosa del passato (Italiani, brava gente) la propria memoria. Amo molto della Germania la capacità strutturale, culturale, istituzionale di lavorare sul proprio passato. Sono rigidi in questo, non si fanno sconti. Noi abbiamo dimenticato, rimosso e probabilmente NON parlato. Talmente rimosso che persino l’ANPI oggi non vede legami tra fascismo e colonialismo. E badate bene, non sto puntando il dito contro nessuno in particolare, non voglio costruire patiboli o pubblico ludibrio sul pastificio o sulle persone che hanno lavorato alla campagna pubblicitaria. Voglio essere molto più cattiva: me la prendo con tutti noi, con la nostra mancanza di memoria, la nostra incapacità di fissare alcune cose e farne patrimonio condiviso, tanto condiviso da creare la cultura necessaria per non fare uscire quella roba lì in una riunione di briefing tra un’agenzia creativa e il suo cliente.

p.s. Quella marca di pasta NON è l’unica ad usare quei nomi. Cercate “tripolini” su google e vedrete. Il tema è lo storytelling. Appunto.