E’ uscito “Qui c’è tutto il mondo”

E così, in questi due anni ho lavorato con Filippo Paris e ne sono venute fuori 190 pagine. La storia di tre bambine a Stezzano (alle porte di Bergamo) nel pieno degli anni 80. La storia di una fuga, dell’inverno più freddo del secolo, la storia della ricerca di se stessi, la storia di come si stava da terroni negli anni 80 nella bergamasca, la storia di come una bambina affronta, combatte, edulcora la malattia mentale della madre.

E non vi dico altro, se no non venite alle presentazioni, ieri abbiamo fatto la prima a Tor Bella Monaca alla libreria di Alessandra Laterza che malgrado la pioggia, il Covid e la periferia era piena a dimostrazione che non si devono per forza “battere” i luoghi di sempre per parlarsi ed incontrarsi. Un’opera appena finita diventa sempre di tutti, leggetelo e diteci che ne pensate.

p.s. Qui un po’ di immagini del backstage e la copertina che piaceva a me con il titolo iniziale, così vi incuriosite ancora di più.

p.s. dopo 2 giorni siano il 17esimo fumetto più venduto su Amazon, siamo felici, ma vi prego ordinatelo anche nelle librerie, meglio se indipendenti.

La cultura fascista.

Io sono molto d’accordo con Mattia Feltri e Luca Bizzarri sul fatto che la dobbiamo piantare di processare la gente fuori dai tribunali. La democrazia (antifascista per giunta) si è data delle strutture per difendersi, per difendere sé stessa dal pre-giudizio, dall’accanimento politico, dalla mafiosità (intesa come parastato con le proprie regole dentro lo Stato).Ma sulla definizione di cultura fascista come substrato culturale, tutti, ci dovremmo soffermare di più e capire bene di che si parla quando parliamo di fascismo. Tutti, sia quelli che gridano allo scandalo quando qualcosa viene definito “fascista” sia quelli che usano “fascista” spesso e volentieri dimentichiamo una cosa: che non è stato Mussolini ad inventare gli italiani e che gli italiani, con la morte di Mussolini, non sono cambiati. Per comodità definiamo l’insieme di soprusi, culto del corpo e della forza, patriarcato, razzismo, omofobia e violenza per punire qualcuno che dice o fa qualcosa che non condividiamo come fascismo. Lo facciamo perché il fascismo ha dato legittimità a quel modo di essere di buona parte degli italiani, l’ha giustificata, l’ha resa paradigma, l’ha elevata. E quando, in modo sbrigativo in questo periodo molti di noi derubricano certi accadimenti come proveniente dalla cultura fascista non lo facciamo perché crediamo che tizio o caio siano fascisti nel senso di iscritti a qualche partito fascista, ma perché è evidente che alcuni personaggi politici stiano rilegittimando quella roba: il maschilismo, il razzismo, l’omofobia, la forza, il sopruso come paradigma distintivo e quindi stiano di nuovo dicendo agli italiani che si riconoscono in quella roba che possono esserlo. Stanno facendo, appunto, cultura. Ieri sera ho fatto una cosa. Ho aperto un social di uno dei quattro ragazzi accusati dell’omicidio di Willy. Ho letto tutti i commenti ai suoi post, anche a post di anni fa. In tutti i commenti gli si augurava la morte e in tantissimi di essere stuprato in carcere. Si augurava ad una bambina, in braccio ad uno dei presunti assassini, di morire subito per non diventare come lui. Erano centinaia di commenti. Di questo ci dobbiamo preoccupare. Della cultura italiana se proprio non volete chiamarla fascista.

Che si fa?

Nel mio lungo pippone sul PD e il M5S qualcuno mi ha frainteso pensando che io veda in questo PD l’unica speranza. Assolutamente non penso che questo PD sia l’unica speranza penso che il PD come corpo fatto di tanti militanti e dirigenti diffusi sul territorio (per capirci quelli che ormai nessuno interpella più nè come si faceva una volta votando mozioni nelle sezioni o come si faceva fino a qualche tempo fa attraverso le primarie) siano un patrimonio che resiste al tempo, ha resistito a Veltroni, a Bersani a Renzi e resisterà anche a Zingaretti/Bettini.

Oggi i partiti che si possono permettere di sopravvivere oltre le persone che li gestiscono a tempo sono pochissimi e sono, piaccia o no, il vero humus della democrazia. È chiaro che se nascesse una forza capace di attrarre quella massa elettorale che alla fine anche quando va male pesa intorno al 20% allora quella forza sarebbe la speranza del paese. Quindi oggi ci sono due strade per quelli come me senza casa: scalare il PD come provò a fare Renzi oppure fondare una cosa nuova (non basata sul messia o una persona) che faccia e sia quello che il PD oggi non fa e non è e finalmente metta insieme le forze sane e verticali che vogliono bene al Paese e sono disposte a trovare una lingua ed occhi nuovi per affrontare le sfide del nuovo millennio: l’ambiente, l’energia, i flussi migratori, lo stare insieme nella diversità trovandone i punti di forza, parlare e capire le difficoltà delle persone fragili senza usare la paura ma avendo il coraggio di coinvolgerli in una furia costruttrice e non distruttrice.

Che si fa?

Perché PD e M5S si stanno alleando e cosa dovremmo fare tra un “opossum” e l’altro.

Sul tema alleanza strategica (e non più tattica) tra PD e M5S.
Ci sono molti fattori in campo e la cosa va letta in modo complesso a mio avviso.
Primo. Il M5S non è più quello di prima. Ha fatto esperienza di governo. Ha fatto esperienza di alleanze da una parte e dall’altra. Volenti o nolenti la metamorfosi è avvenuta e adesso sono forza di sistema, non più antisistema.
Secondo. Il momento storico che stiamo attraversando (spinte nazionaliste e antieuropeiste più emergenza Covid) giustificano scelte che in altri momenti sarebbero intollerabili.
Terzo. Il PD e così il M5S si sono accorti di avere una base elettorale comune che si “sposta” dall’uno all’altro. Più di quanto il M5S l’abbia avuta con la destra. D’altronde dall’altra parte il tema migranti è diventato l’unico argomento e il M5S non può inseguire Salvini e Meloni su quel campo: perderebbe parte dell’elettorato e non riuscirebbe ad essere all’altezza dei due fenomeni del razzismo nostrano. Questa cosa dei flussi elettorali in comune è evidente ed ha ragioni storiche più profonde di ciò che pensiamo (vedete che anche il PCI è stato a lungo forza anti sistema, anti padroni, ecc). L’elettorato rottamatore del 40% si è in parte spostato sul partito (movimento, sic) anti casta. Il PD di Zingaretti non può lontanamente seguire quella traccia perché quell’impulso di cambiamento è stato combattuto, ostacolato, epurato (no, il PD non ha epurato Renzi, Renzi si è eliminato da solo per le cose che ho scritto spesso e a lungo) fino a fare sparire completamente il dibattito interno. Lo notate quanto nel PD ormai sia sparita la polemica interna? Tutto incredibilmente tace. Che silenzio! Ma quella mancanza di dialettica non può superare il 25%. Ha il suo tetto fisiologico su quella cifra. Per salire il PD dovrebbe pestare di brutto e questo PD non lo sa fare e non lo vuole fare perché oggi in parte si presenta come il garante delle rendite di posizione. Non potendolo fare si allea con un partner politico che lo può fare, ma che dopo 3 anni di governo gli è consentito fare in modo meno teatrale e volgare di prima (e se ci pensate era lo schema Forza Italia/Lega uno affidabile (sic) e uno che mena).
Quarto. Il PD oltre che quanto detto al punto 3, non ha più un’identità visibile. Dentro il PD malgrado l’uscita di Renzi continuano a coesistere le due anime: quella statalista e quella liberista, quella anni 70 e quella innovativa. Né Veltroni né Renzi (gli unici che ci abbiano provato) sono riusciti a sintetizzarle perché questo avrebbe richiesto un radicale e profondo cambio di classe dirigente con una nuova generazione (i famosi nativi democratici) dove quelle due anime convivono e dialogano. Quindi mentre con Veltroni e Renzi almeno quelle due anime litigavano (troppo forse ma perché si contendevano il partito non stavano certo cercando la sintesi), ora l’ordine di scudieria un po’ bolscevico è non litigare e governare il partito insieme. Il risultato è che siamo passati da un PD troppo litigioso ad un PD opossum.

E quindi? Eh, è una parola. Quindi io resto coerente con l’idea che il PD sia l’unica speranza per il Paese. Va “ripreso” con un lungo lavoro politico che comporti anche il drenaggio dell’elettorato del M5S (oggi PD si allea con M5S perché sa di non poterlo battere), un lungo lavoro politico di sintesi delle due anime del Paese sano che da sempre si guardano e da sempre per qualche motivo non riescono a stare insieme per il bene del Paese. Serve una forza che non dimentichi i valori sociali siano essi di tradizione cattolica e comunista, ma che guardi al libero mercato con coraggio e senza timore di toccare feticci del secolo scorso. Serve una sintesi in verticale delle classi sociali che dica che la nuova lotta di classe non è tra imprenditori e operai, tra ricchi e poveri ma tra onesti e furbetti, tra chi ha a cuore il bene comune e chi conserva la propria rendita.

Questo va fatto, per me. My two cents.

Calderoli ha ragione (sob)

Calderoli ha ragione. Quello che lui dice con parole da australopiteco è quello che anche i maschi di sinistra candidati alla regionali fanno da quando esiste la doppia preferenza. Per usare una metafora degna dei documentari di Piero Angela, i maschi candidati alle regionali si accoppiano con più femmine e alla fine passano quasi tutti maschi. L’errore della orrida legge regionale di TUTTE le regioni NON è la mancanza del voto doppio, ma il fatto che la preferenza sia facoltativa. Questo comporta che le preferenze espresse sono poche, quasi sempre figlie o del fatto che il candidato è famoso per altri motivi o del fatto che ha un bel giro di affari e relazioni sul territorio (scusatemi se lo dico, ma ne ho fatto una battaglia pagata carissima a livello personale e politico e non mollo l’osso). Così quando votate la lista perché credete negli ideali di un partito magari pieno di bravissime persone il vostro voto va solo ad aiutare i più brutti di quel partito (diciamo in alta percentuale che ahimè cresce da nord a sud dove infatti cresce il peso delle preferenze personali). Per assurdo è più sano un partito con tanti voti di lista e una distribuzione di preferenze bassa tra i suoi candidati. Quindi purtroppo ha ragione l’Australipiteco Calderoli e la verità è che i maschi di sinistra non lo dicono, ma lo fanno. #calderoli #puglia #gendergap

Donne e australopitechi

Complicato uscire da questa specie di periodo involutivo per la parità di genere. Non so voi ma dieci anni fa la situazione sembrava meno peggio. E non capisco se è perché le donne che emergevano e facevano squadra nel frattempo hanno fatto figli e si sono messe da parte, se perché alla fine i metodi del potere, il tempo da metterci, non sono per noi, io per esempio ho scoperto che non mi va più di perdere tempo nella parte inutile della politica ma ho anche capito che se non perdi tempo in quei giochi, oggi la politica non la fai (leggetevi il fumetto francese sul tempo mentale delle donne, che lo spiega bene).
Comunque la giornata di ieri:
1) nomine in un grande giornale, su circa 50 nomi credo di avete contato 4/5 donne e due sono state nominate da una donna, unica capo redattrice e alle altre affidata cultura e spettacoli.
2) un tizio in radio che ha farneticato sulla femminilità come elemento di visibilità, come “corpo” da guardare, incluse frasi sul fatto che le bambine è normale che giochino con le bambole (su questo tema nella nostra graphic novel ci sono due tavole stupende disegnate da Filippo Paris sul mondo delle bambine e quello dei bambini)
3) sondaggio su una pagina Facebook di un gruppo di romani che finirà per fare una lista civica in appoggio al solito calato dall’alto dove tutte le proposte sul sindaco, tutti i commenti, mettono il nome di un maschio.

Ora come se ne esce? Cosa dobbiamo fare per uscire da questa palude di partecipazione? Secondo me è impensabile occupare la scena come i maschi. Bisogna proprio cambiare palco, un palco dove si possa stare tutti, non solo le donne, ma con un metodo diverso. Io penso molto che la politica in Italia sia troppo “professione”, troppo esercizio di cinismo, troppo ancora “guerra” e sgambetti. e che le donne, in generale, ovviamente con le dovute eccezioni, non riescano ad entrare in quella roba, non è naturale. Solo cambiando la politica in accudimento sociale, cura della cosa pubblica forse possiamo cambiare palco. Ora sembra la Gabbia di Paragone, una roba per australopitechi, non per donne sapiens sapiens.

La statua della lesbica nera (o del mettersi nei panni degli altri, capovolgendo le prospettive)

E’ molto complicato intervenire sul dibattito culturale in corso sul tema delle statue di uomini (a proposito sono sempre e solo uomini e bianchi ed etero, almeno ufficialmente) che fino ad ora abbiamo considerato padri della patria – nelle varie patrie – ed oggi vengono chiamati simbolicamente a rispondere dei crimini che all’epoca non lo erano.

Nelle tre righe che ho scritto sopra, il verbo abbiamo è voce del verbo avere e si riferisce a “noi”. Ma “noi” chi? Chi siamo i “noi che abbiamo qualcosa”? E forse la risposta sta tutta qui. In quel noi e nel verbo “avere”.

Se chi abbatte la statua di Cristoforo Colombo lo fa perché la scoperta delle Americhe ha determinato la strage di milioni di indigeni (dove con indigeni si intende quelli che abitavano lì prima che l’uomo bianco arrivasse), chi vorrebbe conservarla dice che (come ha tentato con gran rumori di unghie stridenti il governatore di NY Cuomo) quelle statue oggi non sono più simbolo della conquista dell’Europa, ma della rivalsa della comunità italiana che negli USA è stata spesso trattata alla stregua dei neri. Non solo negli USA, siamo stati i neri d’Europa e anche tra di noi tra nord e sud (“non si affitta a negri ed italiani”, non si affitta ai terroni, e così via).

E quindi la ragione dove sta?

La ragione sta dalla parte di chi ricorda Winston Churchill come uno di quelli che ha liberato l’Europa dall’orrido nazifascismo o questo aspetto non può e non deve coprire le idee che Churchill aveva su neri, zingari e affini?

Montanelli era solo un uomo del suo tempo o era un pedofilo? E quarant’anni dopo, come ha giustamente ricordato qualcuno, era giusto riderci su ancora o magari era giusto rendersi conto che quella roba era una cosa schifosa, abominevole e il fatto che fosse normale e che lo facevano tutti non la giustificava? E questo probabile non tolga nulla al fatto che sia stato un grande giornalista.

Gli italiani in Africa sono stati brava gente come ci hanno raccontato per tutta la nostra infanzia o si sono macchiati anch’essi di terribili crimini nei pochi paesi dove sono arrivati con grande ritardo nella corsa coloniale? E quando faremo i conti con questa cosa?

Ma torniamo alla domanda di prima che ha a che fare con quel “noi” e con il verbo “avere”.

Noi abbiamo memoria. Mediamente noi europei e americani bianchi possediamo una memoria. Ne abbiamo, anzi, molte di memorie: abbiamo una memoria di famiglia, abbiamo un cognome, sappiamo da dove veniamo, da dove venivano i nostri nonni, che significato ha il nostro cognome. Anche se ovviamente conosciamo la storia dei cognomi dei padri. Noi nel ricostruire la storia personale procediamo a ritroso per patronimici. Persino noi, inconsapevoli, abbiamo il grande rimosso delle storie femminili. Poi abbiamo mediamente una memoria collettiva che è religiosa (nei limiti, molti di noi per esempio non sanno di avere origini ebraiche e di avere antenati che furono costretti alla conversione), è politica ed è storica. Noi sappiamo di noi. Noi abbiamo noi.

Esiste un pezzo di mondo che non può dire lo stesso perché i propri antenati sono stati deportati e di loro si è persa la memoria. Si è persa la provenienza. Probabilmente la religione. La storia. Io so che la mia bisnonna veniva dall’Ungheria. E sono Italiana. Non dico Europa. Dico Ungheria. Dico Italia. Oggi chi può dire da quale parte dell’Africa provenivano i propri antenati se non utilizzando il “forse” e solo sulla base delle informazioni sulla tratta degli schiavi?

Noi e quando dico noi, intendo noi bianchi europei e americani abbiamo il privilegio di sapere da dove veniamo senza citare il privilegio economico derivante da secoli di sfruttamento da cui nessuno di noi può sentirsi assolto perché tutti ne abbiamo beneficiato anche indirettamente e in parte ne beneficiamo ancora anche quando serviamo a tavola un’insalata di pomodori pagata 1 euro al kilo.

Se in quel “noi abbiamo” volessimo includere anche il resto del mondo (dove nel resto del mondo se vogliamo possiamo annoverare anche donne e omosessuali) non possiamo lasciare che i simboli siano quelli di prima.

O ne aggiungiamo altri o corrediamo questi simboli di una storia che li completi. Noi non possiamo renderci conto (lo scriveva benissimo la scrittrice Francesca Melandri giorni fa qui ) sul tema che noi, per esempio, dell’essere neri negli Stati Uniti non sappiamo proprio nulla.

Ma possiamo fare un esercizio. Quello dei panni degli altri.

Ora chiudete gli occhi. Provate a fare sì che Churchill, Washington, Montanelli e tutti questi signori siano neri. Poi mettetegli anche la gonna e già che ci siete anche un bel boa rosa o rainbow. Ora tu uomo bianco ti sentiresti rappresentato se tutte le statue del mondo fossero di lesbiche nere? Dì la verità.

Allora abbiamo fatto il tampone.

Allora abbiamo fatto il tampone.
Martedì avevamo fatto test sierologico (con il servizio del Gemelli, tempo due giorni per il test, un giorno per il risultato) convinte di averlo avuto, soprattutto io che ho viaggiato tra Roma, Milano, Napoli e Pavia sui mezzi pubblici per tutto gennaio e febbraio e non ultimo un viaggio a Madrid tra il 22 e il 25 febbraio insieme in cui a Madrid facevano come se nulla fosse e in Italia stavano cominciando ad agitarsi.
Il test è uscito negativo per me e positivo per Claudia. Che significa che lei ha maturato gli anticorpi ed io, anche se lo avessi avuto invece no, anche se è pazzesco pensare di non averlo preso in tre mesi di convivenza e in 9 anni di storia non avevamo mai passato così tanto tempo insieme.
Comunque il medico ci ha spedito a fare il tampone (in teoria io ero negativa fino a 15 giorni fa, ma 15 giorni fa Claudia aveva ancora uno 0,01 nella fascia dubbio e quindi meglio controllare che lei non sia positiva e che io nel frattempo non me lo sia preso) e oggi siamo andate al Forlanini a fare il tampone “drive-in”.
Voglio dirvi che il processo (e Alessandro Capriccioli me lo aveva raccontato) è stato semplicissimo (e non sono una fan di Nicola Zingaretti, però quando le cose funzionano va detto e nel Lazio stanno funzionando meglio che in Lombardia): abbiamo chiamato il medico curante, il medico ci ha fatto la ricetta e siamo andate di corsa a fare il test entrando una alla volta con la macchina.
La protezione civile (credo) ha allestito questa zona test, ci sono dei medici che si “bardano” come se entrassero nella casa di ET e mentre sei in macchina ti fanno il test in bocca e nel naso (non è esattamente la cosa più piacevole del mondo). Hanno anche messo delle piante nella zona test per abbellire il percorso, anche se magari farei rimuovere la macchina palesemente abbandonata che fa molto Bronx all’ingresso del percorso guidato.
Dopodiché chiuse in casa ad attendere l’esito del test con la certezza almeno di avere tenuto un comportamento attento in queste settimane di fase 2 e quindi di non avere messo a rischio nessuno.
Mi unisco a quello che ha scritto Claudia Margaroli: tenetevi ancora la mascherina. Non è finita.

Liberate Silvia Romano.

La liberazione di Silvia Romano è la prima notizia che “rompe” le prime pagine da più di due mesi a questa parte tutte rigorosamente dedicate al Covid.
 
Era un po’ la nostra “fase 2” dell’informazione, avrebbe dovuto raccontarci come e cosa eravamo diventati dopo che tanto inchiostro è stato sprecato su quanto saremmo diventati migliori restando chiusi in casa a cantare dai balconi (che poi lo abbiamo fatto la prima settimana e poi basta) e a fare il pane col lievito madre (secondo me quello molti di noi continueranno a farlo ora che hanno scoperto che è più buono di quello del panificio sotto casa). Mi pare che nulla sia molto cambiato. Siamo sempre gli stessi. Tutti.
 
Silvia Romano è tornata a casa e ha deformato le linee dritte, la prospettiva bidimensionale a cui tutti ci aggrappiamo come se fossimo bimbi attaccati alle gonne. La reazione che molti hanno avuto racconta più di loro che di Silvia.
E’ tornata sorridente, non sciupata e vestita con lo jilbab quando in molti l’avrebbero preferita sciupata, tesa, sorridente ma non troppo mentre si accarezzava jeans e t-shirt appena riconquistati.
 
La storia dei rapimenti è costellata di ritorni che hanno contraddetto i luoghi comuni. Natascha Kampusch ha comprato la casa dove ha vissuto con il suo aguzzino e torturatore per anni e nei week-end la va a pulire come lui le aveva insegnato. De André e Dori Ghezzi si costituirono parte civile contro i mandanti e non contro i carcerieri. La Sindrome di Stoccolma (qualora di questo si tratti e nessuno di noi ha gli strumenti per capirlo) fu coniata per un rapimento durato solo 6 giorni, per l’esattezza 130 ore. Solo chi ha vissuto periodi di privazione della libertà e lunghi periodi di intimità coatta con un carceriere conosce il rapporto che si instaura, un rapporto che non segue nessuna linea retta, nessun luogo comune.
 
Confesso che avrei preferito che lo Stato “proteggesse” di più il ritorno di Silvia Romano. Non so se avrei voluto vedere l’abbraccio con la sua famiglia o il ritorno a casa. Forse avrei preferito sapere che era tornata a casa mentre avveniva, magari per un po’ in un posto sicuro, dove stare tranquilla.
 
La immagino in questo momento “nostra” prigioniera perché tutto quello che è accaduto intorno al suo rilascio è diventato esso stesso una prigione mediatica di commenti, insulti, minacce. Forse è il caso di ripetere a noi, adesso: liberate Silvia Romano. 
 
E forse uno Stato avrebbe dovuto e potuto immaginarlo ed evitarlo. Ma uno Stato che ha bisogno di queste immagini, ahimè, è lo Stato debole che conosciamo bene.

Avete sfracassato le ovaie con il calcio.

Da molto tempo vediamo solo il TG di Skytg24 che ha coperto discretamente tutta la crisi e si è anche inventata una cosa carina Sky a Casa per cui tu invece di guardare il TG passi il tuo tempo a commentare il salotto del giornalista e a vedere che libri legge e via dicendo, quindi non sappiamo cosa facciano vedere Rai e La7.

Abbiamo smesso di vedere La7 dopo che Cairo ha pompato i commerciali pubblicitari della rete dicendo che il Covid era una grande opportunità commerciale (più o meno) e da quando prima del TG (che vediamo sul computer perché in cucina non abbiamo la TV) ci sono non so quanti spot prima di andare in onda.

Da qualche giorno Skytg24 in fondo al TG mette un mega pippone sul calcio. E quando riparte il calcio. E gli allenamenti del Sassuolo. E quando torna Cristiano Ronaldo.

Ecco penso che tutti siamo consapevoli dell’economia che muove il calcio, ma che tutti siamo altrettanto consapevoli che immaginare un campo in qui 25 persone (inclusi arbitro e guardalinee) si sputacchiano addosso per 90 minuti con centinaia di migliaia di persone che gridano insulti e sputacchiano sia sostanzialmente infattibile. Nella stessa condizione ci sono i ristoranti. I cinema (pensate ai set, alle scene d’amore, ai dialoghi, a tutto). Al teatro. Alle aziende aeree. Ai parrucchieri. Agli osteopati. Ai dentisti. Ristoranti, teatri e cinema, dentisti, parrucchieri fisioterapisti ed osteopati muovono un ‘economia (messi insieme) maggiore del calcio e forse più democraticamente diffusa. Oltre tutto è veramente noioso che si parli solo di calcio e di calcio maschile. Vogliamo parlare di sport? Parliamo di quello che i bambini non possono fare? Parliamo di basket? di Pallavolo? Di nuoto? Anche Conte ha parlato di partite di calcio nell’ultima conferenza stampa e a me, con tutto il rispetto, di questo mondo di maschi per i maschi, fatto da maschi, deciso da maschi, raccontato da maschi mi ha francamente scassato le ovaie. Si può dire?

Quindi appena Sky mette il calcio cambiamo canale. Che si sappia, ditelo alle concessionarie pubblicitarie: il mio target non c’è in quel momento.