Qualche augurio per il futuro.

80990789_10157882214247838_306633220093378560_nNon faccio elenchi del decennio passato anche se è stato tantissimo. Mi ha portato via cose e me ne ha restituite in quantità. Le tengo nel mio intimo.
Ho qualche augurio per il futuro.

Ho un augurio per le donne. Sul finire di questo decennio è esploso il #metoo e siamo inondati di film e di serie tv che raccontano altri modelli femminili, quelli che quando io ero piccola non esistevano e così, se volevi essere forte e dentro modelli a cui si riconosceva la figaccitudine e non stare seduta a pettinarsi la treccia aspettando il principe azzurro, alcune di noi volevano essere maschi, tranne poi riappacificarsi con la propria componente femminile con l’aiuto di altre donne, con l’aiuto dell’esempio e io ne ho avute tantissime di donne da ringraziare.
(su questo guardatevi Pose, storia del mondo nero gay e trans nella New York anni 70 che si chiude con una sfilata sui tacchi dei gay maschi per “provare” cosa si prova a camminare a quell’altezza per essere liberi).
Non arrendetevi più. Spegnete la TV quando sono tutti maschi, scandalizzatevi, incazzatevi. Il mondo è per metà nostro e nel prossimo decennio le cose andranno meglio.

Ho un augurio per l’Europa. Che sappia ritrovare se stessa.

Ho un augurio per chi oggi ha la pelle nera. Ha ragione Igiaba Scego quando dice che siamo sempre stati razzisti. Non è vero che non lo eravamo. E’ che ora dobbiamo fare i conti non più con qualche bimbo adottato da ricchi bianchi e bianchizzato, ma con una comunità varia di italiani (ufficialmente e non) che hanno la pelle nera. Li confondiamo spesso in unico mucchio (tutti ladri, tutti profughi, tutti poveri quindi pericolosi). Sono ottimista. Negli anni in cui si discuteva di unioni civili l’omofobia sembrava dilagare in ogni dove. Perché si parlava di noi, sembravamo essere ovunque, la gente aveva paura, non capiva (questa è l’omofobia!) e parlarne è servito. Non che non ci sia più l’allarme omofobia. Come c’è ancora antisemitismo. Ma continuare a parlarne ci farà bene. Parliamo di integrazione. Parliamo di chi è nato qui, di chi vive qui, di chi sbarca con approcci diversi. Dobbiamo farlo. Le cose andranno meglio per tutti, come abbiamo scritto nel decennio passato nel libro Le Cose Cambiano dedicato ai giovani adolescenti gay che si suicidavano in Italia e negli USA. Purtroppo ogni battaglia fa le sue vittime. L’odio omotransfobico e il razzismo e l’antisemitismo fanno vittime anche tra chi soffre per la violenza psicologica e a volte non regge.

Infine un augurio per Roma. Questa mattina 1 gennaio 2020 Roma è di nuovo invasa di immondizia. Non è possibile che Regione Comune dopo anni, dico anni, dico decenni non abbiano ancora trovato una soluzione e che ora si parli di nuovo di una discarica. Dobbiamo aprire un dibattito sul ciclo dei rifiuti. Superare le stupidaggini ideologiche, capire quali sono le best practice a livello mondiale e portare a Roma la migliore delle tecnologie. Roma non si merita questa vigliaccheria, Roma si merita governance coraggiosa volesse anche dire parlare chiaro ai romani e spiegare loro cosa è meglio per tutti. Mi auguro di poter votare un sindaco che non vada cercando i voti di palazzinari e gruppi di interesse (di cui, diciamocelo, fanno parte anche tanti cittadini che difendono la propria rendita di posizione) ma che cerchi il voto dei romani. Abbiamo finalmente bisogno di un’altra Roma e un’altra Roma è possibile.

Un figlio è un figlio.

Un figlio è un figlio.
Erano figli quelli che partivano tra il 1915 e il 1918. Lo erano quelli che morivano di malattie di cui non ricordiamo il nome o di strane cause di cui all’epoca non si conosceva la provenienza.
In entrambe le mie famiglie sono morti bambini piccoli.
Mio zio piccolissimo, di notte nel sonno. Mia nonna non è stata più la stessa. Era la fine degli anni 40, dopo la guerra.
La sorella di mio nonno materno di scarlattina prima che lui nascesse. La mia bisnonna non è mai più stata la stessa. Mai.
Altri figli, fratelli dell’altro nonno, piccoli.
Negli anni 70 si moriva di piombo.
Negli anni 80 di droga.
Quando noi eravamo 16enni si moriva ogni sabato per strada in macchina. Una strage. Ogni rotatoria del nord est, che subì più perdite, lo ricorda come un monumento.

In tutti questi casi in quelle famiglie è stato un disastro. Un’ecatombe. Se penso alla mia maternità la prima cosa che penso è la paura di “quello”.

Le madri, che fossero nate nel 1800 o nel 1950, in quei casi, in tutti quei casi, si sono fermate. Che fosse una guerra, un incidente, una malattia. Nulla poteva giustificare quell’evento. Non ci sono eventi collettivi che possono giustificare quella perdita. Non raccontiamoci cazzate.
Nemmeno avere tanti figli.
Il tempo in quelle case si è fermato perché quando un figlio muore non solo il tempo si ferma, ma quel fermarsi determina cambiamenti epocali sulla vita degli altri figli, soprattutto se muoiono giovani. E’ come una biglia, una bomba, che cambia il verso delle esistenze. Esiste un prima e un dopo.

Per questo nel pensare a cosa stanno vivendo le famiglie delle ragazze morte su Corso Francia, come quello che stanno vivendo le madri d’Africa che non ricevono più notizie dai figli in fondo al mare, sentimenti identici a quelli delle madri di cui sopra penso che sia incomprensibile, indecente, intollerabile il fiume di inchiostro che autorevoli editorialisti stanno sprecando per dirci cosa significhi la morte di un sedicenne italiano nel 2019, quali sono i rischi che corrono i sedicenni di oggi (come se fossero peggiori di quelli del 1918, della Libia, degli anni 80) e come proteggerli.

Per favore un po’ di silenzio. Fate, per favore, silenzio.

Aridatece il dibbbattito.

In questi giorni (non dirò chi, non dirò dove) abbiamo incontrato una ragazza a cui nel giro di pochi mesi è stato asportato l’utero per un tumore. Come accade a volte le sono state lasciate le ovaie. E’ giovane, sposata da poco. Immaginate cosa voglia dire.
Siccome non mi tengo un cecio in bocca davanti a queste cose le ho suggerito di congelare gli ovuli per avere poi tempo di decidere.
Si capisce bene che non avendo l’utero avrebbe un’unica scelta sul come usarli.
Abbiamo parlato a lungo anche di adozioni (loro sono etero quindi la cosa è più semplice).
Alla fine le ho mandato qualche link delle Famiglie Arcobaleno, Associazione genitori omosessuali e le ho fatto vedere delle foto dei bimbi dei nostri amici gay per trasformare un pensiero colpevole (ci avevano pensato eccome alla gestazione per altri) in una realtà meno traumatica.
Il caso ha voluto che in mattinata mentre aspettavo che dimettessero Claudia dal Gemelli con un ovaio in meno mi sono messa a discutere con Carlo Calenda che evidentemente dopo avere lanciato la sua marcia sul Campidoglio (perché che fai dopo avere fondato due partiti, esserti candidato con un terzo alle Europee, che non ti candidi a sindaco di Roma?) ha ovviamente seguito le orme rutelliane dello sparare una qualche cazzata sui temi etici dichiarandosi contro l’utero in affitto in un sintetico tweet in cui l’interlocutore parlava di lobby gay (ah ste potentissime lobby, manco la fila al Gemelli ci ha fatto saltare!).

Ora io non sono così idiota (come non lo sono i molti genitori gay maschi che conosco) da non vedere l’enormità della gestazione per altri come un enorme tema di cui discutere e proprio perché la vedo mi piace discuterne. In privato, in pubblico. Perché è discutendo, affrontandone la complessità che ho costruito negli anni un’opinione sul tema. Ecco dei politici di questo tempo (e vale ahimé per gli pseudo campioni del progressismo in cui si annovera Calenda e su questo tema anche Renzi) mi manca da morire la voglia di parlare. Di ascoltare. Di accettare che un tema che riguarda la vita, la morte, il dare la vita, non possa essere derubricato a slogan surfista (le famose frasi che cavalcano le panze), ma necessiti di dibattiti. In ospedale abbiamo assistito (nostro malgrado e tranne quando il frate è venuto ad accendere la messa in filodiffusione) ad ore di Barbara D’Urso su minchiate colossali.

Vi prego ridateci il dibattito. Quello con due BB. Ridateci la profondità. Le tre dimensioni, la prospettiva. Ridateci le discussioni in cui la pensiamo diversamente e parliamo, parliamo, parliamo. Vi prego.

Le Sardine non esistono

È bellissimo vedere la gente scendere in piazza per rispondere a Salvini. Bello. Una volta. Due volte. Un segnale di coscienza civile.

Ma le sardine NON esistono. Come NON esisteva il Popolo Viola. Come non esiste il popolo del Concerto del 1 maggio.

La piazza non esiste altrimenti saremmo tutti devoti di Barabba e non nostalgici di Gesù (è una metafora).

Penso che sia assurda questa narrazione giornalistica sulle sardine. È impossibile dire su di loro anche una sola parola, nessuno è autorizzato a rappresentarle (non a caso ogni giorno si dibatte di esternazioni senza senso, in ultimo l’invito a Casa Pound), a dire qualcosa a nome di quelle piazze. A meno che non ci sia un progetto di chi le piazze in qualche modo nella storia le ha sempre utilizzate, questo accade soprattutto quando esiste un problema di rappresentanza e di motivazione. Io non ci casco più. Se Mattia diventa la faccia per non farmi vedere D’Alema o Bettini (li ho sparati a caso, giuro) io non ci casco più.

Vi prego. Lasciate stare la piazza. Non cercate eroi da divorare (e voi eroi del momento NON fatevi abusare), cercate la vostra identità. La piazza è tutto tranne un’identità e di solito quando la trova NON è mai bella.

Abbiamo bisogno di idee, di serietà, di una visione.

P.s. questo NON toglie nulla a chi sta andando in piazza con le migliori intenzioni contro questo momento di buio. Ma tutti sappiamo che NON basta. Scarica la coscienza ma NON basta.

Gli ebrei e i diamanti.

Ieri sera a Milano. Entrando in un ristorante sui navigli un gruppo di persone sedute al tavolo fuori discute di finanza, crisi mondiale in un Ping pong di luoghi comuni. Mentre entriamo sentiamo con nitidezza la frase: “eh ma se gli ebrei aprissero la borsa piena di diamanti, sono loro che hanno il potere”.

Entriamo.

Dopo pochi secondi una delle persone sedute fuori si affaccia ad accoglierci. È il proprietario.

“Vi hanno già accolto?” Chiede

“No, abbiamo prenotato per 4”

“Prego”

Io esito. Lo guardo.

“Possiamo sederci anche se siamo ebrei?” Gli dico.

Arrossisce.

“Perché mi dice questo?”

“Sentivo che parlavate di ebrei”

“Veramente parlavamo di diamanti”

“E dicevate che li hanno tutti gli ebrei”

Arranca.

“Beh io non sono molto informato, ma è quello che si dice”

“Ed è falso. Era quello che credevano negli anni 30 durante la crisi e che ha generato 6 milioni di morti”

Ho provato a raccontare un po’ di storia. Del 1492. Dei ghetti. Dell’impossibilità di avere beni immobili che ha generato mestieri e tradizioni forzatamente. Che come le ho io ormai per certo anche lui forse è discendente di qualche ebreo costretto a convertirsi per evitare di essere perseguitato.

Non so se ho intaccato qualcosa.

Comunque uscendo ho detto: “comunque io faccio parte della lobby omosessuale, altra potentissima lobby di soli ricchi che mina la pace nel mondo e porta invasioni di cavallette, terremoti e carestie”

Non dobbiamo tacere. Negli anni 30 è stato il silenzio, il lasciar correre, il tollerare tutto questo che ha causato tutto quello.

La Sapienza dall’altro lato.

Questa mattina ho avuto l’onore di fare un breve speech (non oso chiamarla lezione) agli studenti del Corso di Laurea magistrale in Organizzazione e Marketing per la Comunicazione D’Impresa a La Sapienza.

Entrare nella mia università dall’altro lato della barricata è stato molto emozionante e come ho detto agli studenti stipati nell’aula 3 delle aule blu (quelle dove noi andavamo ogni tanto a studiare al biennio al freddo) era come un reciproco viaggio del tempo. Io a vedere com’ero 20 anni fa e loro a vedersi (o non vedersi) tra venti anni.

Parlare di innovazione e di leadership per me non è solo raccontare una storia, ma è anche raccontare la visione che i manager di domani devono avere per non fallire. Sviluppo sostenibile significa non solo avere una buona idea, ma averla in un contesto aziendale che non discrimina, che si riorganizza in funzione dei cambiamenti. Sviluppo Sostenibile è esattamente quello che dice la parola: crescita, ma sostenibile. La sostenibilità è accessibilità, è inclusione. Senza questi fattori non esiste innovazione.
Prima di me un professore ha stimato che il tempo che i manager europei passano a risolvere i conflitti in azienda pesa 700 mln di euro.

Non che il conflitto non sia una cosa sana quando è dialettica costruttiva che supera i vecchi schemi gerarchici (e tu Antonio Castagna ce lo hai insegnato benissimo).

I conflitti dannosi sono quelli che umiliano, che discriminano, che demotivano.

In mezzo al customer value (Hamburger di Mc Donald vs Hamburger di Bottura, Panda vs 500) ho raccontato loro il caso di una vignetta che ieri mi ha fatto pensare (grazie alla segnalazione di Igiaba Scego). E’ una vignetta uscita su un giornale di sinistra che aveva probabilmente uno scopo nobile e invece è il tipico epic fail comunicativo (Francesco Nicodemo che ne pensi?) che nasce dalla mancanza di ascolto autentico (altro tema importantissimo in azienda come in politica prima di prendere decisioni o indirizzi): questa vignetta racconta di una bianca enorme, quasi una dea che salva dei piccoli neri dalle acque. Grande vs Piccolo. Bianco vs Nero. Certo, voleva elogiare i salvataggi in mare. Ma finisce per contribuire ad una narrazione razzista e pietistica nei confronti della popolazione africana che emigra: inferiore, bisognosa di aiuto, meritevole di pietà e in realtà alimenta il razzismo della destra becera (sono un peso, sono un problema, sono un costo, sono inferiori, ecc).

p.s. ho sentito tanto orgoglio per essere de “La Sapienza” come lo avevamo noi all’epoca. Bello. Peccato che le infrastrutture siano ancora al palo e non mi ricordavo che la città universitaria fosse un parcheggio a cielo aperto invece che un luogo “pedonale” fatto per camminare tranquilli, respirare pulito, giocare a palla nelle pause. Non sarebbe più bello?

 

Di sardine, di orfani e di noi.

Pensando a quando accaduto a Bologna, se mi guardo intorno (e indietro) mi accorgo che i momenti politici più belli che ho vissuto sono stati quelli caratterizzati da spontaneità, incluse le partecipatissime fiaccolate spontanee al tempo dei tanti attacchi omofobi che superarono la “stanchezza” organizzativa del movimento organizzato riempiendo le piazze di tutta Italia. Qualcuno come Riccardo Camilleri se lo ricorderà sicuramente.

All’università quando fondammo un movimento fuori dalle organizzazioni giovanili che già sapevano di vecchio e si comportavano da ceto politico. In quella dimensione il nostro movimento vinse le elezioni (Facoltà di ingegneria). Le vinse così bene che non avevamo abbastanza candidati per riempire i posti. Prima della candidatura fermammo un tentativo di cammellaggio da parte della Sinistra Giovanile (loro candidati impresentabili al posto della mia candidatura al Senato Accademico) e durante il voto chiamammo i carabinieri per bloccare tentativi di orientamento al voto degni del peggiore seggio del sud d’Italia (tra volantini farlocchi che pubblicizzavano una lista sotto le spoglie di una pizzeria distribuiti da ragazzi mandati dal paesello dal padre del boss della lista di CL che non erano manco iscritti ad ingegneria) fino a ragazze scosciate mandate a portare ai seggi dalla giovanile di Forza Italia. Estella Marino Giu Bucky e tanti altri se lo ricorderanno bene. Ovviamente finita l’università quell’esperienza morì ed era giusto così.

Il PD fu al suo inizio una grande speranza. C’era un mondo vastissimo che aveva spinto i ceti politici di due partiti a mettersi insieme. Quel mondo è stato negli anni smembrato, divorato, deluso, disilluso a favore del ceto politico che alla fusione aveva fatto tantissima resistenza. Nei primi anni il PD venne animato e invaso da una marea di rompicoglioni che non venivano dai partiti, non avevano alcuna disciplina e che piano piano a botte di congressi cammellati (nessun segretario ha fatto eccezione) sono stati fisicamente eliminati.

Nel bel pezzo del punto sopra accadde anche la Leopolda che seguiva una serie di incontri dei rompicoglioni di cui sopra (Piombini, Lingotto 2, ecc) e che sembrò riuscire a strutturare una sorta di movimento generazionale (che tutti chiamarono rottamazione). Anche lì quando il ceto di cui ai punti sopra annusò il profumo di carro vincente, la Leopolda si riempì di gente inguardabile e anche il Partito di quella gestione non riuscì a scaricare quel vecchiume fatto di riti stanchi, di discipline incomprensibili, di ius primae noctis politici sui territori a scapito di chi si era avvicinato attratto dalla carica di novità.

E adesso? Ecco secondo me quella gente alla quale mi sento simile si sente molto orfana di qualcosa in cui credere. Qualcosa a cui partecipare senza restare stritolati nella delusione. Guardo passare ceto politico siciliano in Italia Viva e non riesco a pensare che sia una bella cosa, conoscendo la Sicilia. Sento Barca parlare di socialismo radicale nel PD dove sono rimasti democristiani che parlano di Lobby Gay o che sta riavvicinando un Prodi che dice che il PD si è occupato troppo di gay e poco di operai, in un paragone plastico degno di Salvini (Balotelli vs operaio Ilva), in un PD che non alza la voce contro gli accordi con la LIbia. Non mi entusiasma Più Europa che nel giro di un giorno si è consegnata ai cammelli democristiani, segnando l’inizio di un potere e la fine di un partito, un esercizio da manuale che dovrebbe essere studiato all’università della politica per dire “ecco come NON si fonda un partito”. E Riccardo Magi Alessandro Capriccioli e Massimiliano Iervolino sanno cosa intendo.

Cosa c’è fuori per noi? Per noi che siamo di sinistra ma siamo anche liberali. Che abbiamo guardato al Nord Europa come alla vera unica ideologia in cui credere, quella dove il welfare non si chiede alle aziende, si chiede allo Stato, dove il welfare è forte e nello stesso tempo fare impresa è facile. Quello dove un partito nel 2019 possa dire che il matrimonio gay fa parte del suo programma, accanto ad una fortissima politica del lavoro che non parla solo di operai, ma si ricorda dei veri sfruttati di oggi e trova soluzioni. Quelli che pensano davvero all’Italia dei prossimi 50 anni e lo fanno in modo coerente, costruendo classi dirigenti preparate e non fedeli. Coinvolgendo ceto produttivo non per determinare legami, ma per acquisire competenza.
Pensando fuori dagli schemi in modo coraggioso ai tanti temi aperti per l’Italia, sopratutto in termini di conversione industriale radicale.
Cosa c’è per noi oggi? Una piazza ogni tanto spontanea, contro qualcuno sulla quale tutti cercheranno di mettere cappelli?

O quel “noi” dovrebbe fare qualcosa, provare a strutturare quelle istanze senza attendere che qualcuno le interpreti?

Ecco. Che dite? Buona domenica.