Accanto. Accadono cose.


Accanto. C’è una chitarra e suonano De André.

“Cri, perché non abbiamo mai imparato a suonare la chitarra?”

Sorrido.

“In realtà io quattro accordi li so fare.”

 

Prima di uscire eri in cucina. Io nella stanza accanto. Ti ho detto:

“Come si fa a costruire una cosa così bella e poi a distruggerla così?”

“Eh. Come si fa?” Mi hai detto tu dalla tua cucina, mentre ti ostinavi a bere quel vino che sapeva di marsala e a mangiare quel formaggio con quella confettura palesemente avariata. Il Monte Bianco ti ha messo addosso una fame incontenibile. E non solo di cibo.

“Parlavo di Cuba.” Ho in mano un libro di fotografie su Fidel Castro, metà del libro sono foto della rivoluzione. I volti felici della gente che acclamano il libertador. Le prime riforme.

“Stavo parlando di Cuba.” Ripeto.

 

Poi 3 facce nuove di persone conosciute e una partita di biliardo.

 

Ieri mattina.

“Mi scoppia la testa.”

“Ha la membrana gonfia e infiammata.”

“Scusi, dottore, ma com’è possibile che ieri avevo un po’ di male all’orecchio sinistro, nel senso che stava passando, ed ora all’improvviso dall’orecchio destro non sento più nulla e sembra che mi prenda tutta la faccia. Scusi, ma come funziona?”

“L’otite funziona così. Antibiotico.”

Funziona così: sei tutto concentrato su una parte e poi scopri che era la parte sbagliata.

Comunque io da un lato non sento più niente. Niente. Eppure ha svuotato tutto con un aspiratore da tutti e due gli orecchi. 5 secondi e si è portato via lo schifo atavico. Il sinistro non sentiva così bene da non so quanti anni.

“Adesso è chiuso solo per colpa sua (la membrana gonfia). Non c’è più nessuno dentro.”

Scusi ma lei è sicuro di essere un otorino?

 

 

Accanto. Accadono cose. Che dimentico di festeggiare, perché sono appoggiata sulla parte sbagliata.

Accade un pancione che resiste e che vedrò domenica.

Accade un dottorato di una persona importante e tutto il peso della vita che c’è sopra.

Accade che hai comprato casa e hai anche tu una parete arancione e ci hai sudato dentro per fartela a misura e ora sei grande e lo siamo diventati insieme.

Accade che il 2008 più di ogni altro anno è stato l’ anno in cui ci siamo tutti concentrati sugli specchi. Inutile recriminare. Se voi non avete guardato me, non è che io vi ho guardato molto.

 

Certo è difficile stare fuori dal cerchio. Per un po’ cerchi di rientrare, poi ti guardi intorno e all’improvviso non sei più dentro qualcosa. Di nuovo.  

“Sono i punti di riferimento, Cri.” 

“Ho scritto una cosa 2 settimana fa. Non l’ho fatta leggere a nessuno.”

“Non è da te.”

“Già. Te ne regalo un pezzetto. Un pezzetto piccolo”

 

[…]Unico segno di me la pila di libri e forse l’odore sul cuscino che io non sento perché è il mio. Non so nemmeno se ce l’ho un odore io, a furia di non appartenere a nessun posto. Avete mai fatto caso all’odore simile che hanno le persone della stessa famiglia o che abitano nella stessa casa? Non vi sembra la cosa più epidermica e carnale di persone e cose e case e luoghi che si appartengono?  Chissà se ho addosso l’odore del legno del salotto della mia casa e chissà se assomiglia a quello che ha lei o lei ha ancora quello dei suoi e io non lo avrò mai o sarò solo un odore riflesso di odori di altri. O avrò quello della nebbia della Padania centrale oppure quello dell’erba della Svizzera o ancora, quello fresco ed umido del fiume di Treviso. O avrò l’odore della pioggia torinese e dell’afa di quest’inizio estate che tutto sfuma, tutto soffoca? O l’insieme di questi odori si mischia agli umori della vita e fanno un odore di non-appartenenza, irriconoscibile, un odore che per somma di odori diventa un nulla, un nulla da lasciare a chiunque mi passi accanto, mi annusi, mi sfiori. Così mi chiedo se io resto. Se ho la capacità di lasciare segni, se questo accade per il mio continuo movimento oppure per inerzia, come accade agli altri per me. Se resto per l’ingombro che impegno nella vita degli altri, o resto perché sono io, solo io, anche se restassi immobile.[…]

 

Accade anche che il 2008 è stato l’anno delle comete. E pare che una non tornerà più. Non avevo avuto ancora la forza di scriverlo. E poi anche…

“Cri. Sta concentrata. E’ di nuovo la parte sbagliata.”

“Uh? Sì, hai ragione.”

 

La teoria dei pianeti e dei soli è stata rivista è corretta. Non è vero che si è pianeta o si è sole. C’è chi riesce ad avere il brutto del fare il pianeta e la fatica di essere sole contemporaneamente. In questo momento sono come makemake, il pianetino che si è scoperto solo ora fare parte del sistema solare. Sta lì, sul bordo del campo magnetico, subisce in lontananza l’effetto del sole, ma chissà quante altre cose lontane vede e sente. però ne fa parte.

 

Accade, accanto, che sto imparando il silenzio e sto allenando i sensi. Stare fermi ad osservare l’incomprensibile.

“Lo sai, vero che tra un pò ti devi rialzare?”

“Lo so. E’ sempre stato così. Sto già facendo la valigia. L’ultima.”

 

Spero.

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