Pettinare le bambole

E’ già la seconda volta in un mese che sento questa frase per bocca di due diverse persone molto simili tra loro per certi versi (poco importa se siano maschi o femmine, etero o gay o lesbiche) e in due situzioni simili: dopo avere chiuso la telefonata con La Persona che dall’altra parte si lamentava del non_mi_hai_chiamata, con_chi_sei, cosa_stai_facendo, non_mi_vuoi_bene. Tipiche esalazioni infantili a distanza. Entrambe hanno chiuso la telefonata dicendo: sto mica qui a pettinare le bambole. Che tradotto significa: io lavoro, c’ho diciottomila cose da fare per arrivare alla fine del mese, il mio cervello è spesso occupato in cose pratiche del lavoro o della casa o di altro, devo occuparmi di un sacco di cose tra cui avere cura della mia famiglia, non esiste al mondo mica solo lei, ecc, ecc, e infine non è che posso stare a fargli le moine (leggi squilli ed sms) ogni 5 minuti come vorrebbe lei per sentirsi amata. E infine non può sentirsi trascurata se io ho tutte queste diciottomila cose da fare, perchè queste diciottomila cose sono la mia cazzo di vita. Già. E la domanda sorge spontanea: ma Lei, l’altra, non ha un cazzo da fare? Non ha un hobby, una passione, qualcosa che la gratifichi? Una dedizione a qualcosa? E ancora, non vorrebbe condividere con me le cose che faccio, conoscerle, saperle, ascoltarle?

“E’ questa la vita di coppia?” Si sono entrambe, le due persone, voltate verso di me come se io fossi un’esperta sul tema.

“No”, rispondo. Questo è un rapporto genitore-figlio. O peluche-bambino, che è peggio. Questa è una roba insana e malata in cui non viene compresa la sfera dell’altro fatta di una componente che non si fonde necessariamente in un’altra persona, ma si è magari costruita con fatica in cose da fare, in un lavoro che ti gratifica, in una famiglia da curare, negli amici (odio per esempio quelli che si “fidanzano” e scompaiono dalla faccia della terra e perfortuna li ho già selezionati tempo fa nella mia cerchia di amici, quindi NON ne frequento più da tempo). Insomma l’essere adulti.

“E come si fa?”

“Si parla.” Dico con una certa rassegnata convinzione. Certo non è assecondando questa smania di centrare un rapporto su una persona sola tra le due che si dura per anni o magari per tutta la vita. Anzi, tutt’altro. Non è pestando i piedi. E’ donando libertà, sapendola anche ricevere senza approfittarne o esagerare quando è l’altro che te la dà. Gli squilibri e i silenzi sono le due cose più pericolose, anche se spesso basterebbe la forza del movimento (ma spesso non tutti sono in grado di passare da una condizione statica ad una di movimento, così come pochi sono in grado di passare da una condizione di movimento ad una condizione statica) per riportare i piatti della bilancia vicini. Il pericolo si annida in chi si muove che si ferma e non viene compensato da chi è solitamente fermo e se quest’ultimo non ha ancora imparato a muoversi, a schiodarsi dalle rigidità, ad essere curioso di cosa sta facendo o pensando l’altro e a comprendere la gravità del suo freno a mano tirato. Che spesso è come un razzo in pieno cielo lanciato da una barca alla deriva. I piatti della bilancia non devono mai essere appaiati perfettamente e nemmeno troppo distanti. Non bisogna tenerli vicini per paura dello squilibrio, ma nemmeno tenerli troppo lontani per paura di parlare.

Di queste due persone mi piace la dedizione. La disciplina. L’impegno. La serietà nel dire alcune cose e l’allegria con cui scherzano. Sono chiare, dirette e ben visibili. L’amore distaccato ed adulto per la loro famiglia. La loro solitudine e la loro indipendenza, le loro case ordinate e curate, il loro frigo pieno e tutte le spezie del mondo, pronte per qualsiasi pietanza.

Insomma…stanno mica qui a pettinare le bambole. Appunto.