Sempre da L’Aquila.

L’Aquila. Aprile 2010.

F. (detta P.) mangia di gusto. E’ geologa all’Aquila. Il volto ce l’ha segnato, ma meno rispetto a una settimana dopo il terremoto. Era da così tanto tempo che non la vedevo. Quasi un anno.

In un’ ora, durante il pranzo, mi ha detto così tante cose che non credo che riuscirò a dirle tutte. Continuavo a dirle che doveva scrivere, tenere un diario. Continuavo a pensare, mentre ascoltavo, che non avrei ricordato e non avresi saputo, al solito, riportare emozioni e dettagli.

Vi riporto le frasi sparse.

“Pensa ad una qualsiasi cosa normale, qui non lo è più. Persino andare a fare una visita all’ospedale.”

“Il 98% delle case crollate, dentro, le avevano progettate degli architetti. E’ così. Lunghe travi molto estetiche che sono venute giù.” (Io a questa frase ricordo F. e gli amici di F., architetti, che studiavano analisi II sul grande tavolo di legno scuro della vecchia casa del mio bisnonno e mi stupivo che arrivassero solo agli integrali doppi e loro dicevano che erano manie  e spocchie da ingegnere e io dico che gli Ordini in Italia sono caste pericolose, anche il nostro, di ordine.  Comunque il Governo sta “migliorando” la situazione allargando anche ai geometri, come potete leggere qui)

Mi racconta di Castelnuovo dove i giovani hanno voluto che restasse il nucleo di casette (volevano portarli giù, a valle) e si sono costituiti in comitato per dialogare con più forza con la protezione civile. Sono rimasti vicino al Paese.

Nei nuclei piccoli, questa storia dei moduli funziona. Sono appena fuori dal Paese degli abitanti che ospita. Sono pochi. E tutti si conoscono e quindi è attuata una forma di ricostruzione (temporanea) non solo edilizia, ma anche relazionale. In più la partecipazione alla ristrutturazione è più collettiva e partecipata.

Torna di nuovo il fatto che, invece, all’Aquila, la scelta urbanistica è stata sconsiderata. Questa prateria di casette, senza piazza, senza luoghi di aggregazione, ha concentrato la vita pubblica nei centri commerciali o davanti alle tv al plasma in dotazione dei nuclei abitativi. L’impatto sociale è incalcolabile e sfugge alla statistiche. La cancellazione delle relazioni, dei riferimenti umani e fisici. Il dolore dei ricordi legati ai luoghi. L’Aquila, come abbiamo già raccontato, è transennata. Inavvicinabile. Ponteggiata. Scavare nella ricostruzione e nei suoi metodi è difficile e contraddittorio. Va fatto ascoltando tutte le voci. La verità è qualcosa di inafferabile dove il tutto si mischia con l’emotività e la tragedia. Andavano coinvolte le aziende abruzzesi per la ricostruzione, come fatto in Friuli, dice una voce molto autorevole (del Friuli). Non era possibile, risponde qualcuno. Fatto sta che ciò che accade all’Aquila riesce a riguardare meno i suoi abitanti e acuisce il senso di privazione.

La città è invasa di manodopera straniera e campana. Qualcuno teme il radicarsi della Camorra dove ancora non era arrivata in modo stabile, come mi capita di ascoltare quando cammino per Formia e Gaeta (per lavoro non per velismo).

La cosa che impressiona di più è che ti capita di vedere sulle panchine due donne anziane che piangono. E sapere il perché. E’ la seconda volta che mi capita.E dico che va contro le statistiche e che, di solito, i vecchi non piangono. Sono cose dei giovani quelle, in un mondo normale.

Se scavalli Tornimparte, verso la Marsica, per esempio Avezzano, dove la Pezzopane ha perso, ti senti dire che gli aquilani fanno le vittime e vogliono troppo assistenzialismo. Qui, dove un altro terremoto ha raso tutto al suolo all’inizio del secolo e dove si coltiva nelle piane bonificate e dove sono apparsi i primi impianti eolici in tempi non sospetti quando ancora il rinnovabile era una roba sconosciuta. Basta una montagna per separare un popolo, altro che Lega.

Scusate il disordine di questo post.