Canale Mussolini: il luogo della memoria che mancava tra Pavese e Vittorini

18 agosto 2010 § 5 commenti


Il luogo della memoria collettiva è anche qui.

Nei luoghi bonificati dell’Agro Pontino dove per fortuna è nato uno scrittore dalle qualità formidabili, un proletario, un operaio un eretico di quell’intellettualismo che ha scritto la storia del ventennio, l’ha sancita, scolpita, in parte cancellata, trasformandola spesso in inutile agiografia, così disumanizzata da non venire più nemmeno letta con grave perdita per le ultime generazioni così disilluse e critiche da sembrarci indifferenti. Questo libro dovrebbe essere letto nelle scuole per spiegare come è accaduto il ventennio, la nostra indolente connivenza collettiva sia prima che dopo. Dovrebbe essere letto con occhi puliti, anche io ogni tanto storcevo il naso, a tratti mi sembrava persino fascio-agiografico, ma lo scrittore si è calato nel ricordo di famiglia, nel racconto sincero e bonificato dalla fuga intellettuale del dopo. Questo libro riempie quel vuoto appenninico e centroitaliota che sana quella voragine che c’è sempre stata tra il Pavese della Luna e i Falò e il Vittorini di Conversazione in Sicilia. Lo fa dal basso, in dialetto spesso, e in un modo semplice. La Storia di una famiglia italiana che si intreccia con quella del Paese e quindi è prima romanzo di affetti e poi di storia. Pennacchi è sempre attento a distinguere i due piani e lo fa citando una lista di riferimenti storici, al fondo del libro, da fare invidia ad un testo di storia. Come siamo divenuti clericali, come siamo divenuti fascisti. Come siamo divenuti bigotti, come siamo divenuti confusi e come siamo divenuti lo zimbello del mondo. Leggetelo. C’è tanto da imparare in questo libro e non solo per la nostra generazione, ma anche per quelle precedenti. I nostri nonni queste le cose le sanno, magari non sempre le hanno volentieri raccontate. Ma loro sanno. Sarebbe bello leggerlo con i nonni questo libro. E farlo leggere di forza ai padri ed ai fratelli maggiori.

Ieri, guarda caso, risalendo la strada che dai 35Km di costa lucana, incastrata tra la Campania e la Calabria, abbiamo incontrato Gennaro, classe 1920. Gennaro ci ha tenuto un’ora sotto il sole che cuoceva, vestito di velluto, la canottiera, la camicia, il panciotto, un bastone tra le mani ed un secchio per andare a fare le mele. Ci ha raccontato in dialetto della guerra, ci ha raccontato di essere partito nel 1940 e tornato nel 1947. Ci ha raccontato delle botte prese in India, nel campo di concentramento inglese. Ha riso della politica di oggi. L’ho pensato a venti anni, partito con altri italiani, come lui, un mischiume di dialetti che chissà come diavolo si capivano. E’ partito contadino ed oggi fa ancora quello, come se il resto del mondo, noi il 1968, internet, l’Iphone, manco fossero mai esistiti. Il tempo fermo di un vecchio che ha visto tutto e potrebbe dar lezioni a tutte le generazioni dopo. Quanta Italia (ed Europa e Mondo) c’è così…serena del suo essere…che non c’azzecca niente con la Patria, è qualcosa che ha a che fare con la terra, la terra terra la stessa del sacchetto di Terra e Libertà, la stessa del Piemonte di Pavese di ritorno dagli Stati Uniti, la stessa che profumava di arance di Vittorini che tornava a casa. E poi di nuovo in questi giorni i pastori sardi sono scesi a bloccare le strade perché non ce la fanno più ed i formaggi sardi si fanno con latte venuto da altrove. E’ come qualcosa che tutta la nostra giovinezza frenetica e viziata non riesce e non riuscirà a sotterrare, appunto.

Leggetelo. Leggetelo. Leggetelo.

p.s. di Pennacchi mi spiace solamente ritenga che D’Alema sia l’unico di sinistra intelligente. Lo andrò a cercare per dissuaderlo, oppure vediamo se lui dissuade me.

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