A piedi nudi.

Sarà che a me le lampare me le hanno sempre e solo raccontate, sangue siculo dei miei stivali, ed oggi vorrei stare su quella striscia d’argento sull’acqua, nel nero profondissimo, profilo di una luna mezza fatta intera – per gli amici “crescente” – ad andare a remi solo per giocare un po’ con gli effetti ottici della notte.

Sarà che ci sono cose che, tu dici, alcuni nascono per guardare, però fuggi anni luce lontano e ti beffi di me. Hai sempre ragione tu, sì, lo so.

Sarà che due vecchi, in spiaggia di tutto punto vestiti, di tutto punto accompagnati da un figlio che è di qua, della parte mia – sì, frocio, signò – ma non glielo ha mai detto, anche se avrà sì e no l’età di mio padre e porge un cappello alla madre, seduta su uno scoglio e mi si riempiono gli occhi di lacrime. Le tiene le mani per l’ultima estate. Me lo lasci dire che è tanto poetico.

Sarà che Gennaro, 80 anni e 7 anni di viaggio tra l’Africa e l’India e Liverpùl, come la chiama lui, appresso alla guerra, va ogni giorno a raccogliere le mele come se niente fosse. Come se niente si fosse mosso dal 1940, dal 1950, dal 1960, dal 1968, dal 1977, dal 1989, dal 1994 e scusate se nel decennio del III millennio non abbiamo nulla di rilevante da segnalare. Scusateci proprio. Stiamo lavorando per voi. Credo.

Sarà che oggi ho rimesso le scarpe e tolto il contatto con la terra e la nudità del corpo. Così solo per provare l’effetto che mi farà tornare, perché il ritorno comincia dalle scarpe e dalla violazione del contatto con di mezzo una suola.

Sarà che qui guardo l’Italia passare. Bambini, quanti bambini. Bulli e timidi. Corrono alcuni e si nascondono dietro le madri, altri che tu già gli leggi il carattere. E i maschi parlano tra loro e stringono le mani, solo loro, ai ristoratori oppure passeggiano con una mano di proprietà sui colli delle donne. Bambine in minigonna e borsetta, accanto a madri e sorelle e nonne e più coraggiose donne su tacchi improbabili sfidano questo eteropride di paese, facendo parlare di sé per sfrontatezza. Quante miss non elette, quante miss non riuscite, quante femmine senza saperlo.

Ma che vuole, che pensa, che spera, che sogna quest’Italia che ogni notte mette in scena le vasche, su e giù, su e giù, tra sandali con calzini dentro e zatteroni e zoccoli e polo che raccontano chi ce l’ ha fatta e chi no. E giostre e fuochi d’artificio e nicchie di madonne coi lumini dentro e santuari sulle montagne e ragazze madri felici di averlo fatto e infelici di avere una macchia circoncisa sulla fronte. E panze da portare in giro di là dalla cinta che più maschie non si può con le catenazze d’oro.

Se ci parliamo, ci capiamo? Non so. Ho paura ma mi metterei qui, adesso, a fare lo spettacolo dei burattini io che ho visto quello di Arlecchino e Pantalone per tutte le Sante Domeniche che Dio ha messo in terra fuori dalla Cappella Colleoni, mica quello di Pulcinella, perché non ci siamo levati niente per essere apolidi come si deve, signò.

Disurbanizzati. Noi apolidi figli di sud, figli di due famiglie che si sono opposte nel ventennio e poi hanno fuso il sangue e guarda che ne viene fuori. Mio nonno, l’unico rimasto dei quattro a sentirmi raccontare dell’Agro Pontino (che gli altri 3, comunque, se proprio vuole saperlo, dell’Agro Pontino non gliene importava una sega), ma ormai non può più leggere. Gli dico paga uno studente che te lo venga a leggere “Canale Mussolini” che parla di casa tua, della terra che abiti che abbiamo avuto per meriti di guerra dal Dux luce degli occhi di tua madre.

“Leggimelo tu.” Ma tanto non avrò mai tempo e non faremmo in tempo perché litigheremmo tu e il tuo essere fascista che a 14 anni sei scappato per arruolarti nella repubblica di Salò e la bisnonna ti ha riacchiappato e menato di santa ragione e chiuso in collegio dove te ne stavi sepolto e triste con accanto uno che si chiamava Hugo Pratt, perché la guerra sì, a quelli che avevano tanti figli, non tu mandato dalla mano di Padre Pio durante un colloquio con il bisnonno che ormai aveva perso le speranze. Balilla cretino che un giorno hai chiesto un passaggio e una donna ebrea te lo ha dato e poi ti ha detto e tu non hai capito che stavi dalla parte del torto più marcio che più marcio non c’è. Eppure, miscredente, sei catalogato come uno dei miracoli di Padre Pio. Pensa te. Biondo e bello come un ariano, ora piegato a forma di divano dalla tua resa al corpo.

Dall’altro lato, negli stessi anni, pezzi di sangue, le donne da cui vengo veramente, cresciute nelle baracche di Messina e Reggio mentre il bisnonno ricostruiva dopo il terremoto capostipite primo delle quattro generazioni di ingegneri, violavano i ponti di Roma per portare messaggi ai partigiani, e le fogne di Bologna e, maschi, scrivevano dalle carceri di Regina Coeli o si perdevano dentro un sommergibile chissà dove. Disperso, hanno detto. Come è che avete mischiato questo sangue lo sanno solo mio padre e mia madre, ma secondo me non lo sanno nemmeno più loro. E infatti.

Confini. Confine tra Basilicata e Campania, Italia. Sud. Mondo.

Cosa vota quest’Italia, cosa ha votato negli ultimi 50 anni, cosa voterà nei prossimi.

E stare a smaltire questa sbornia umana, nell’anticamera di un fine vacanza che tutti avevano minacciato radical-chic, fermi come erano alla Maratea degli anni 70, che qui se li sono dimenticati gli anni 70 a favore dei decenni prima, e ci sono posti che li vedi in bianco e nero per quanto sono restati fermi là. Là, signò, sì. Quando a Sanremo cantavano in pleibec e azzurro il cielo è azzurro e non aveva l’età. Sì, lei signò, non c’aveva l’età.

Mi infilo nelle cucine, mi devo infilare per forza, nello stesso modo in cui devo perlustrare gli scogli con la maschera, ogni anfratto, devo capire. Devo capire la pettinatura di Teresa e gli anelli smeraldati di Biagio seduto a sovrintendere i lavori dei figli nel passaggio di consegne da una generazione all’altra per impedire che si muova foglia. Tutto deve restare così. I lutti, i neri delle donne, restate a reggere le piccole imprese, i bar, con le foto dei mariti, dei padri, dei fratelli accanto a quelle degli ultimi due Papi, quello vivo e quello morto, e magari Padre Pio se avanza un altare.

Un grammofono abbandonato, una vecchia moto d’epoca che non sono mica qui per moda come noi allestiremmo un locale in città. Sono qui parcheggiati dal disuso, lasciati dove sono capitati, nemmeno tanto scorgibili da noi sradicati dalle case estive, dalle tradizioni, espulsi e marciti sull’asfalto di città. Il listino prezzi delle acque minerali che non lo vedevo dall’infanzia lombarda quando ce la venivano a portare a casa. Sputati uguali.

Allora qui, mi scusi, ma lei deve decidere. O l’Italia la racconta o l’Italia la cambia. Non è che lei può stare con due piedi in due scarpe. La politica, muso dritto avanti tutta. Lo scrittore, a lui è concesso il segno di cedimento, la commozione, la resa all’inamovibile, come questo diavolo di un treno che passa ogni notte qui accanto, il treno che da Torino, da Milano, da Roma porta a Palermo e là si ferma, e che lei ha preso tante volte per andar giù, quando ancora le cuccette erano da 6, non stava bene per una signorina di 17 anni viaggiare sola tra le melanzane alla parmigiana e i militari che tornavano a casa dalla leva. La leva. Eh, la leva. Non si va più, sa?

Così, quando si viene dal tutto e dal tutto che troppo si mischia indistintamente, ci si deve spogliare, piedi nudi per capire. Per trovare il bandolo, la direzione a me che ho detto “sono comunista” nel 1991, quando fu dichiarata la Guerra del Golfo e non sapevo niente, perché non si diceva, del sangue e del richiamo del sangue perché i due che lo hanno mischiato quel sangue non è che proprio, forse, lo sapevano bene sto guaio, mannaggia al cattolicesimo e al partito repubblicano e a Craxi che, se non c’era lui, mio padre si iscriveva almeno a quello, se proprio doveva fare dispetto e non iscriversi al PCI, traditore.

Sì. Lo so. Lo dovrò scrivere un giorno sto libro, ma lasciate che oggi segni la traccia. Solo la traccia, persino spuria, del cammino fatto, perché oggi ho visto che quello da fare è ancora più arduo. Che qui a raccontare, se sai far parola, viene bene. E’ a fare che viene il difficile. Lo diceva pure Cavour, signò, lo faccia dire a me, da qui, dal sud, che ho visto la Padania che ancora nemmeno sapevo andare in bicicletta su due ruote.

Questa sera mi ha preso così.