Catalizzatori del PD Lazio…

…unitevi.

Ci vediamo al Pigneto, stasera alle 18:30, via fortebraccio n°1.

Carissima Emma Marcegaglia (dall’Unità del 29/09/2010)

osservo con attenzione quanto sta accadendo in questi mesi. Lo faccio con gli occhi di colletto bianco metalmeccanico, ma soprattutto con quelli di chi dedica il tempo libero all’attività politica.

Mi preoccupa la tensione e la chiusura con cui viene affrontato (anzi NON viene affrontato) il dialogo, come sempre in Italia quando si parla di lavoro e del suo ordinamento.

Ho 34 anni e sono ingegnere. Sono donna. Sono lesbica e come le dicevo faccio politica, lo faccio anche e soprattutto perché in questo Paese vivo e subisco una discriminazione.

Sono stata a casa in malattia, in sette anni, molto poco. Tutte le volte nessuno se ne è accorto, tranne una volta che avevo la febbre altissima. Durante il post operatorio della spalla, anni fa ormai, ho continuato a lavorare da casa, con il PC. Nessuno me lo chiese. Lo feci perché tra me ed il mio datore di lavoro (il mio capo, visto che si tratta di una multinazionale) c’era un patto sociale di fiducia e stima.

Quando mi sono trasferita in giro per l’Italia la mia azienda mi ha considerato sposata trattandomi economicamente come tale, benché, ovviamente io e la mia compagna non avessimo uno straccio di carta che sancisse la nostra unione (“tranne” un mutuo trentennale ed un certificato di residenza).

Eppure le aziende cambiano. Sono fatte di uomini e donne (meno spesso di donne ed ora ci arrivo). In tempi di crisi, spesso, si pensa di affidare le aziende a personalità forti, dominanti, accentratrici liquefacendo le responsabilità della managerialità diffusa e, automaticamente, perdendo quel patto sociale di reciprocità (professionale, fedele e entusiasmante) che c’era prima di allora. Le regole, insomma, così fragili ed in mano a chi le applica, magari all’insaputa di chi dirige dall’alto. Anzi, questo lo potrei giurare.

Ho visto donne, della mia età, piangere nei bagni alla notizia di aspettare un figlio. Ho sentito manager fare battute su froci e donne. E’ modernità questa? In un qualsiasi paese moderno la donna non avrebbe pianto. Il manager sarebbe stato licenziato.

Non ho visto donne fare carriera come gli uomini. Forse per i motivi di cui sopra, forse, come sappiamo tutti, perché un uomo incapace di gestire le persone o di interpretare correttamente il business si trova sempre….una donna incompetente non si trova mai.

Non ho visto aziende, in Italia (tranne rarissimi casi) riconoscere ufficialmente le coppie di fatto, quasi a voler lasciare tale riconoscimento alla bravura ed al valore del manager. Cioè: se non sei un bravo manager non riconosceremo la tua unione, quindi il riconoscimento assume forma premiante e non di diritto.

La verità è che il grande assente, in questo dialogo, è la politica. Non faranno mai carriera le donne anche introducendo, come chiesto da lei di recente, le quote rosa nei consigli di amministrazione (se le immagina escort e veline sedute lì a farsi le unghie? Io sì…le quote rosa devono esistere a tutti i livelli aziendali), finché la politica non si prenderà cura di gestire la maternità sollevando la donna di tutto il peso di prolificare. Quando un manager uomo di alto livello dovrà fare 6 mesi di paternità obbligatoria, restare incinta sarà una responsabilità condivisa. Quando ci saranno nidi per i bambini, avremo un Paese giusto dove né l’imprenditore, né la donna, dovranno farsi carico da soli della maternità.

In fabbrica, la paura, mi creda è la stessa: quella di non potersi fidare di questo cambiamento, di vedere aprirsi un abisso di elasticità mal gestita all’interno della fabbrica e poi, una volta fuori, non avere alternative. Il sindacato in questi anni ha spesso abusato di un diritto. Molti medici hanno prodotto certificati falsi. A volte si è difeso chi non era adempiente, invece di isolarlo difendendo davvero gli altri lavoratori. E’ vero. E nel frattempo in altri luoghi non ha nessuna importanza se stai male davvero o se sei incinta. Sei fuori e basta e parlo dei nuovi giovani, dei nuovi assunti, dei contratti che vengono fatti oggi. Non di quello che ho firmato io sette anni fa e di cui oggi discutiamo.

Ma la flessibilità, mi diceva un giornalista danese, deve vivere con la sicurezza e quella la offre lo stato sociale. La responsabilità comune di Confindustria e sindacati, oggi, se davvero vogliamo modernizzare il mondo del lavoro, è smettere di combattere gli uni contro gli altri e sancire già ora un patto tra lavoratore e azienda (chi usa ancora la parola padrone è fuori dal mondo) e insieme chiedere alla politica di preparare le basi, gli strumenti, la visione affinché un rapporto di lavoro flessibile sia anche sicuro. Senza dimenticare che un’azienda moderna non può prescindere dalla parità di genere e dal riscontro della felicità dei suoi dipendenti. Altrimenti non sta modernizzando. Sta solo semplificandosi le cose.

Stiamo andando in quella direzione? No, mi creda. La politica, quella che tanto plaude (e governa) è immobile e non fa nulla per aiutare questo processo sul versante sicurezza. Le aziende non sono tutte così convinte che modernizzare in termini di parità di genere sia giusto. Allora fermiamo tutto. E aspettiamo che ci siano le condizioni politiche e aziendali e se non c’è tempo facciamo in modo che la politica si sbrighi. Serve una rivoluzione, ma fatta da un patto sociale collettivo: azienda, lavoratori, politica. Se anche solo un attore non si siede al tavolo e non si prende le sue responsabilità, falliremo.

La trovate qui.

Sogno un mondo…a proposito di Rupe Tarpea.

Come mai su gay e disabili tutti, poverini, semplicemente “dicono la loro” come se si potesse dire qualsiasi cosa, magari violenta. Magari che istiga al suicidio.

Sogno un mondo dove forse costui può parlare ma non fa il docente al conservatorio, forse il barbone (senza offesa per i barboni).

Sogno un mondo dove la Binetti può parlare, ma non fa la parlamentare, magari va a dare da mangiare ai gatti in pantofole a piazza argentina.

Sogno un mondo dove il Cardinal Bertone chiede l’elemosina fuori dalla sede nazionale del PD.

p.s. avete capito la provocazione, vero???

In nessun paese.

Io l’ho finito di leggere in treno, andando a Milano.

Se siete etero-dubbiosi (magari fate anche politica) leggetevelo ed imparate qualcosa.

Se siete omosessuali e transessuali troverete tante cose che sapete, tutte messe insieme. La nostra storia.

Ci sono due cose che mi porto a casa:

1) le parti in cui Ivan parla di sè.

2) la scena degli avvocati che parlano davanti alla Corte Costituzionale perorando la causa del matrimonio gay.

Anzi..me ne porto a casa altri 10. Leggete i 10 punti e “firmateli“. Sono 10 cose da fare subito, secondo Ivan.

  1. ESTENDERE LA POSSIBILITÀ DI SPOSARSI A TUTTI I CITTADINI
  2. RICONOSCERE PER LEGGE LE PREROGATIVE DEI CONVIVENTI
  3. APPROVAZIONE DI UNA LEGGE SULL’OMOGENITORIALITA
  4. ESTENSIONE DELLA LEGGE MANCINO ALL’OMOFOBIA E ALLA TRANSFOBIA
  5. SRADICARE IL BULLISMO DALLE SCUOLE
  6. RIASSEGNAZIONE ANAGRAFICA ALLE PERSONE TRANSESSUALI SENZA NECESSITÀ DELL’INTERVENTO CHIRURGICO
  7. SVILUPPARE UNA SERIA CULTURA CONTRO LE DISCRIMINAZIONI SUI LUOGHI DI LAVORO
  8. NUMERO MINIMO DI CONSIGLIERI D’AMMINISTRAZIONE DONNE NELLE AZIENDE QUOTATE IN BORSA
  9. RISERVARE UN PERIODO DI ASTENSIONE ESCLUSIVA DAL LAVORO PER I PADRI
  10. RIAFFERMARE LA LAICITÀ DELLO STATO CON NORME CHE RIBADISCANO LA SUA NEUTRALITÀ RISPETTO A TUTTE LE RELIGIONI

p.s. STASERA Ivan Scalfarotto sarà alla Feltrinelli della Galleria Alberto Sordi a presentarlo per la prima volta a Roma. Ore 18:00.

La questione Calearo, parlandone senza rabbia.

La questione Calearo incarna molte delle tematiche che in questi due anni hanno tenuto banco all’interno del PD.

La forma partito (liquido o identitario), il valore della militanza piuttosto che della rappresentanza sociale, il ruolo degli iscritti e il ruolo degli elettori.

Un tempo il PCI era il partito dei lavoratori, quando la lotta di classe era il motore del dialogo politico. La forma identitaria era anche una identità verso l’esterno: il partito degli operai, dei contadini. Fuori i padroni, i latifondisti (vedere questione meridionale e gli spari di Scelba).

Su una cosa ha ragione Calearo: nel nostro partito c’è ancora chi ritiene che un imprenditore sia il padrone che sfrutta l’operaio. Lui è in totale malafede, ma coglie una questione di fondo. Il partito ad un certo punto ha smesso di essere partito di massa e di partecipazione e si è strutturato. In organi dirigenti che dovevano studiare (ma hanno smesso di farlo), dovevano badare in parte all’organizzazione del partito, in parte prepararsi a divenire amministratori o parlamentari. Il burocrate del PD, inteso come dirigente allevato nel partito, magari studioso di materie umanistiche o al massimo economiche e giuridiche (non mi risultano tecnici), nutrito a dottorati, assegni di ricerca o magari pagato in forma di posto in qualche azienda municipalizzata o comunque pubblica, o semplicemente stipendiato dal partito con il tesseramento, NON incarna più la società. Una società che è molto più liquida di quella del secolo scorso e che né la visione dalemiana-bersaniana di partito identitario, né quella liquida e centralizzata e “di immagine” veltroniana sanno incarnare.

Mi spiego.

1)      Calearo capolista non significa che il PD rappresenta gli imprenditori. Il tessuto imprenditoriale del nuovo secolo non è più riducibile alla dialettica padrone-lavoratore. E’ imprenditore il giovane ingegnere a partita iva. E’ imprenditore il rumeno che apre un’impresa di costruzioni e potrei andare avanti all’infinito.

2)      Voler incarnare gli imprenditori con un’operazione di pura immagine senza poi creare, all’interno del partito, situazioni di dialogo e di scambio con quella categoria, significa fallire nel saper gestire un partito.

3)      Tenere insieme Visco e Calearo ed Ichino e Damiano sulle questioni dell’impresa e del lavoro è ardito, ma era una sfida notevole (mentre era idiota tenere insieme Binetti e Concia-Scalfarotto). Sfida che andava colta e “sciolta” aprendo un aspro dibattito e trovando la sintesi, quella sintesi che il paese ci chiede per creare lavoro e crescere, senza tagli (guarda caso le rivendicazioni della manifestazione di oggi della CGIL, nella giornata europea per il lavoro).

La dipartita di Calearo (prima nell’Api e ora nel gruppo misto) che oggi dichiara che “ascolterà il premier e poi deciderà se votare la fiducia” (come se dopo 15 anni ancora con Berlusconi si possa fare gli spiriti liberi ed ascoltarlo, senza vederne il fallimento) non ci priva della possibilità di interpretare quel pezzo di società che lui incarnava (non rappresentava, è diverso). Anzi.

Ci deve spronare da subito ad aprire un dialogo con il mondo del lavoro, cercando di innestare quella virtuosità dialettica (mi sto imbolscevendo, scusate) che deve esistere tra impresa e lavoratori se vogliamo far uscire il Paese da una crisi strutturale e profonda. L’economia italiana è inerziale. Ma il moto perpetuo non esiste e prima o poi dobbiamo dare una nuova spinta, non nella stessa direzione, ma in più direzioni. Quelle spinte le deve dare la politica e le deve dare sapendo leggere la società, sapendo leggere il futuro. Si fa studiando. Non stando chiusi nelle stanze di partito, non irridendo i grillini, non immobilizzati nelle direzioni ancora con il dalemismo-veltronismo.

A breve, i nostri, di 5 punti per l’Italia. Giusto per dimostrarvi che non si scherza e non siamo solo contro. Per governare serve un’idea di paese. Non un’immagine e nemmeno un rifiuto di quella degli altri. Serve la nostra di idea.

Walter, Pigi…almeno chiediamo scusa.

Se avessi messo capolista uno che poi passa con Berlusconi (vedi Calearo)…beh…oggi almeno chiederei scusa agli elettori del mio partito (non su Novella 2000, per favore). Questa legge elettorale è uno schifo. Firmate l’appello sull’Unità affinché non accada mai più e Walter…cacchio…abbiamo solo dimostrato che i voltagabbana sono anche del nord ed anche imprenditori. ‘Namo bene.

p.s. non vale dire è stato lui, no è stato lui…qui siete alla dirigenza del partito tutti insieme da 15 anni. Punto.

E su Grillo ha ragione Civati.

Ignorare tutto questo, irriderlo, non ascoltarlo sarebbe folle, Pippo ha ragione da vendere.

Anche perché Grillo comincia a fare i monologhi ad Annozero in perfetto stile berlusconiano, vuole uccidere i partiti e ne fonda uno senza spiegare che quel peso ci consegnerebbe di nuovo nelle mani di B.

Noi dobbiamo cambiare. Stravolgerci. Mandare a casa una dirigenza incapace. Basta lamentarsi sui blog e su FB, adesso si fa sul serio, lo dobbiamo al Paese, nemmeno più ad una generazione o alle donne.