L’Italia berlusconizzata.

E’ nord, qua, da dove scrivo.

Legna in ordine nei sottotetti, tramonti rosa, profondo silenzio nei boschi e altero orgoglio del fare. Giornali che parlano di asili, di primati della sanità, dibattono di Unità d’Italia, hanno la pagina della cultura ancora in terza, raccontano di dossi che assorbono l’energia frenante delle macchine e la trasformano in KWH per illuminare le strade.

Non sono in Danimarca. Sono in Trentino. Il Brennero, dopo Verona, mi ha ingoiato, come un utero inverso, come un ritorno.

C’è pacatezza, qua. I toni sono quelli giusti su ogni cosa. Sarà mica un caso che il 1968 partì da qui e non solo quello, vedere alla voce Curcio e Margherita, ma è un’altra storia, una storia per cui non siamo pronti.

Mi arrivano inviti a mettere sulla foto del mio profilo di FB la faccia di una delle magistrate donne che il 6 aprile giudicherà Silvio Berlusconi. Mi rifiuto di farlo. Io non tifo per una donna. Tifo per la legge e lo faccio ogni giorno, anche quando era il Compagno G. ad essere interrogato. La legge il 6 aprile sarà donna, a Palermo era maschio, a Torino durante gli anni di piombo era di sinistra, altrove no. La legge è legge. Mio nonno era magistrato a Palermo, il suo studio scuro è un luogo sacro, pieno di codici, la Bibbia laica delle cose che dall’antica Roma ad oggi ha fondato l’Europa come la conosciamo.

Mi arrivano inviti ad organizzare bevute e mangiate di pop corn per quel giorno. Come si faceva al Colosseo quando si ammazzavano i cristiani. La stessa cosa. Che schifo che facciamo a volte. Non guarderei un processo se non un processo di mafia o di terrorismo, per interesse storico. Tra chi invita allo spettacolo e chi guardava con la bava l’omicidio di Sara Scazzi non vedo differenza alcuna.

Ed è proprio qui, santo cielo, che non mi innesto nel luogo comune corrente secondo cui la priorità è fare fuori Berlusconi a tutti i costi, lambendo la Lega che ci spernacchia, alleandoci con quell’armata colabrodo che è FLI o con i clericali fondamentalisti che aleggiano in forma di moderati nell’UDC e nell’API.

No.

Ve lo dico chiaro. Piuttosto me lo tengo fino al 2013.

Cosa me ne faccio di un Paese senza Berlusconi, ma berlusconizzato fino al midollo. Un Paese tifoso che loda ed immola. Che si innamora come se fosse in continuo calore politico e poi ti getta via, di nuovo, appena l’odore che emani sa di perdente, di sbaglio, di errore.

Se si viaggia per l’Italia, se si parla con i camerieri dei ristoranti, con i giovani a 600€ al mese che fanno la stagione, con quelli che stanno dentro i caselli delle autostrade, con le donne che hanno firmato la lettera in bianco di dimissioni…beh, se si parla con l’Italia profonda, da nord al sud, si scopre che lo detestano tutti, ma che non hanno una grande opinione della classe politica. E non è antipolitica. Non è ignoranza. Non sempre. E’ conoscenza della politica locale. Dei consiglieri comunali che vanno ad escort, che tutti sanno che tirano di coca, che al più hanno un paio di amanti e chiedono soldi e pompini per mandare avanti pratiche e lavoro.

Ed è di loro che gli italiani vogliono liberarsi. Ecco perché alcuni di loro a volte ci danno dei radical chic, perché ci vedono come se stessimo a fare la battaglia per l’attico mentre le cantine crollano. E’ nel marciume profondo, nel continuo compromesso, nel continuo non essere coerenti e non fare il bene comune che gli italiani ci detestano.

Brava Ambra Angiolini, qui, ieri ad Anno Zero.

E brava Francesca Melandri che, mentre una fila di mummie di regime non riusciva a ridere di Benigni, il resto dell’Italia brava gente si faceva raccontare che il Risorgimento è stato tutto bello, l’Unità un cartone animato, ed invece, come ci ricorda lei, è stato anche questo.

Vorrei, l’ho già detto spesso, che pensassimo di più. Che fossimo meno livorosi con chi fa una cazzata, ma meno idolatranti con chi dice cose giuste. Vorrei che un politico venisse “studiato” e “letto” e poi “votato” e venisse soprattutto controllato per ciò che fa.

Io penso che l’Italia ce la farà. Ma ha bisogno di uno sforzo collettivo molto più profondo di un po’ di incazzature e manifestazioni ad Arcore e tifo per l’esito di un processo. Molto di più, serve.