Non esageriamo, il crocifisso non è il burqa.

E’ tutto complicato.

La verità è che un crocifisso è un crocifisso, mentre un burqa è un burqa.

Mi spiego.

Non ho ricordi di fastidio rispetto al crocifisso. Anzi. Ho ricordi di raccoglimento davanti al crocifisso di legno di Gemona del Friuli o davanti a crocifissi di piccole chiese di montagna, in alta quota. Sono cresciuta in una famiglia molto cattolica, per parte di madre, forse una sorta di compensazione del comunismo di parte di padre, escluso mio padre. Intorno al crocifisso si sono stabilite delle regole dentro di me. Legno sì. Povero sì. In luoghi isolati, sì. Di conforto, sì. Nutro profondo rispetto per chi ci vede un Dio morire per l’Uomo. Io lo guardo come simbolo di sofferenza umana. Di tortura. Di discriminazione. Per me oggi la croce è il simbolo della persecuzione di qualsiasi diversità.

Altrove il crocifisso era simbolo di potere. Era dorato, barocco, ricco, ostentato, tempestato di diamanti. Eppure era sempre un crocifisso.

Nelle scuole: stava là. Ricordo che un giorno in un liceo occupato, non il mio – ero lì per un’assemblea – venne capovolto con la scritta: Ge-sù, Ge-giù, Ge-più. Cose di ragazzi.

Crescendo ne ho compreso l’uso improprio, simoniaco. L’ho visto soffrire più per l’uso dei cristiani che per il ripudio degli atei.

Il burqa non è come il crocifisso, mio caro amico Alessandro. Il burqa in ogni caso copre i corpi, li nasconde. E non per proteggerli (eppure c’è chi lo sostiene), bensì per limitarli. Il corpo della donna non vuole e non deve essere protetto dall’animalità maschile. Il corpo della donna si libera quando, nudo, viene amato e non stuprato. Viene ammirato se bello, accolto se materno, amato anche deforme. Il burqa viola un principio terreno e puramente fisico: ci priva dei sensi.

Il crocifisso, invece, puoi scegliere tu cosa ritenerlo. Se è un pezzo di legno con un corpo di plastica come quelli squallidi nelle scuole oppure qualcosa da guardare, per chi ha fede, e a cui rivolgersi nei momenti di sconforto. Beato chi lo fa.

Il problema del crocifisso viene adesso. Se viene imposto per legge. Viene se lo consideriamo come un gesto apotropaico che scaccia il maligno, contraddicendo il concetto di libero arbitrio. Si svende se diviene un porta fortuna o la supremazia di un pensiero sull’altro.

Insomma non drammatizzo il crocifisso. Ma l’uso che se ne fa.

E sì, drammatizzo l’uso del burqa ed anche l’uso che se ne fa. Fermo restando che non è strappandolo di dosso alle donne appena arrivate che ci mostreremo tolleranti, bensì, forse, riscoprendo l’uso della parola, della cultura e della libertà. Imparandola ed insegnandola di nuovo.

Verrai a trovarmi d’inverno – la recensione di Delia Vaccarello, sull’Unità di oggi (pag. 35)

Ho capito da tempo che la scrittura è come un figlio e una volta uscita da te  non ti appatiene più e fa ciò che gli pare anche se, dannatamente, anche se non lo vuoi, ti somiglia. Ognuno in “Verrai a trovarmi d’inverno” ci vede ciò che riesce a scorgere, a vedere, ad annusare. Grazie Delia, per la “missiva” che hai visto e che un giorno aprirò, visto che, è evidente ormai, spinge.

Io sono io lavoro, prima indagine sui luoghi di lavoro e le persone LGBT.

Io penso che dobbiamo partecipare in massa e dare un quadro chiaro della situazione. Potete farlo qui.

La Libia e il fallimento politico di una generazione.

La mia generazione la guerra gliel’hanno raccontata, si può dire che il 1991 fu la nascita dell’informazione oltre la Rai, la nascita stessa dell’induzione berlusconiana. Ve lo ricordate Emilio Fede su Studio Aperto, piazzato in casa della famiglia di quel pilota rapito dall’esercito iracheno? Altro che Sara Scazzi.

Ho iniziato a scrivere un diario al tempo. Avevo 15 anni. E’ stato lì che dissi a mio padre, in cucina: io sono comunista. Lui che di un comunista morto nel 1966 era nipote, quel Mario Alicata che ricordiamo come stalinista perché è morto di colpo, prima del 68, prima del 77, prima di diventare vecchio e magari chiedere scusa o cambiare idea come agli altri è stato concesso. Mio padre repubblicano. Mia madre democristiana. Me la ricordo la faccia di mio padre che si vedeva riproporre il rimosso, lì, in cucina.

Ero comunista perché i comunisti erano contro la guerra. Lo ero perché il PDS non mi piaceva. A 16 anni mi feci la tessera di Rifondazione: contro la guerra e per la scuola pubblica.

E’ la prima volta in 20 anni che mi sono trovata a dire: dobbiamo andarci. O meglio: sono d’accordo, in questo caso, ad andare.

L’ho detto pubblicamente perché secondo me chi fa politica ha un dovere di trasparenza nei confronti di chi lo legge, anche se non governa nemmeno la disposizone degli zerbini del proprio condominio, che è il mio caso specifico.

Però è giusto dire delle cose, dirle a chi oggi è tormentato, dirle e basta.

1) l’aumento di sbarchi (ancora prima dell’intervento militare) ci conferma che c’è un massacro in corso da una parte e dall’altra che Gheddafi non è più in grado di controllare le frontiere.

2) il controllo delle frontiere da parte di Gheddafi veniva fatto in totale violazione dei diritti umani e con il nostro beneplacito o finto non saperlo (e vale per tutti. destra e sinistra).

3) Gheddafi è stato fino ad oggi (insieme agli altri Paesi “contenitori” tra Africa e Europa) tollerato sia per il controllo delle frontiere sia per il gas/petrolio. A questo proposito chiedo: se fosse una guerra per il petrolio non sarebbe indifferenze aiutare lui o i ribelli?

4) Non ci stiamo schierando con una religione piuttosto che un’altra, con un popolo piuttosto che un altro. C’è una rivoluzione di popolo in corso contro un dittatore. Non è simile a ciò che accadeva in Italia nel 1943? Mi domando, sempre (da persona di sinistra che certo non è crescita nel culto degli States)…ma se gli americani non fossero sbarcati, i partigiani ce l’avrebbero fatta da soli? Insomma, vi chiedo, a tutti: cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stata la Normandia e Anzio? Ora l’Europa cosa sarebbe? Quanti altri ebrei e zingari e preti e omosessuali e oppositori sarebbero morti?

5) è ovvio che da quanto sta accadendo in Libia e non solo ci sta insegnando qualcosa. Ci sta insegnando che dobbiamo recuperare la via diplomatica e che soprattutto, i nodi dei sistemi machiavellici (il fine giustifica i mezzi) vengono sempre al pettine: abbiamo sbagliato.

In ultimo. Io penso che la politica estera degli ultimi 20 anni, la nostra, per quanto conti l’Italia, abbia contribuito al rafforzamento della dittatura di Gheddafi. Io penso, fortemente, che questa guerra, i morti di Gheddafi, ma anche i morti delle nostre bombe di questi giorni (e chissà per quanto) pesino sulle coscienze di un’intera classe politica.

L’Italia, più di altri Paesi, ha ancora al governo del Paese e dei partiti di opposizioni i complici di quegli accordi. Siamo quelli più colpevoli e lo saremo ancora di più se non faremo tabula rasa di quella classe politica. Saremo quelli, in caso contrario, che tenendosi quei politici, li considerano ancora validi. Non ne riconoscono gli errori. Possiamo permettercelo?

Penso, fortemente, che quella classe politica debba sentire su di se quei morti. A destra e a sinistra. E debba, come sta accadendo in altri Paesi, ritirarsi dalla scena politica. Questo è l’unico modo affinché, finite le bombe, le vie diplomatiche non riprendano le stesse strade (leader fantocci, democrazie malate o, peggio, dittature distanti come quelle iraniane). Lo dico con tranquillità e semplicità, ma senza ingenuità: la considero anche una mossa diplomatica perché l’Italia è così complice del regime di Gheddafi che solo delle scuse bipartisan con il popolo libico (e con il popolo africano fermato alle frontiere, ucciso nel deserto, rimandato indietro a morire) possono salvare la faccia all’Italietta del mediterraneo. L’Italia che pensava di essere grande nei bunga bunga di accoglienza e ha scoperto di essere piccina, incapace…come quei bambini che ficcano i giocattoli dentro l’armadio a vanvera, credono di avere fatto ordine, ma se la mamma apre l’armadio cade giù tutto ed è peggio di prima.

Ce la farà la nostra classe politica, quella generazione, davanti a questo peso, a chiedere scusa e ad andarsene, almeno sulle macerie e sui morti della Libia?

No. Ma questo deve essere allora il carico, di nuovo, sulla nostra generazione, una forza ulteriore per far avvenire questo benedetto ricambio, ormai necessario.

Qui un Francesco Costa degno di essere chiamato giornalista.