Figli di.

In questi giorni a causa delle battute (infelicissime) di alcuni esponenti del Governo (sfigato chi si laurea dopo i 28 anni, il lavoro fisso è monotono, non si può cercare lavoro vicino a mamma e papà) sono finiti nella bufera i figli dei nostri nuovi governanti che come ben sappiamo hanno l’età media dei nostri nonni.

Non credo sia opportuno personalizzare le riflessioni su quelle frasi, ma una cosa va detta e riguarda il Paese in generale.

In un Paese corrotto fino al midollo, nepotista e fondato sul voto clientelare non esiste meritocrazia e non tutti hanno le stesse opportunità. E’ così, è innegabile.

Il figlio di un banchiere, di un imprenditore, di un professore universitario, di un dirigente industriale, di un grande giornalista,  ha più opportunità.

Male che può andare ne ha (di opportunità) anche se non vale nulla. Bene che va ne ha perché riesce a farsi notare nel mondo che conta. Cresce con le persone giuste, frequenta i salotti buoni, fa parte fin da piccolo di quel mondo. Questo abbiamo pensato per decenni che non sarebbe accaduto solo nei regimi totalitari e abbiamo scoperto che poi il Partito Unico diventa esso stesso aristocrazia.

Ma non dimentichiamo i milioni di italiani che pur non essendo “figli di” chiedono lavoro e raccomandazioni ai potenti di turno per lavori qualsiasi: da chi mantiene la Salerno Reggio Calabria a chi vince strani concorsi nel Lazio a chi viene nominato senza criteri (ma magari meritandolo) nei CDA degli enti pubblici.

Un Paese meno corrotto è un Paese in cui ci saranno sempre le diseguaglianze, ma ci saranno più opportunità per tutti.

Non dobbiamo batterci per massacrare una genetista che fa ricerca contro il cancro (che magari è brava, oppure no, magari ha la puzza sotto il naso e magari anche no).

Dobbiamo batterci perché Filomena Catullo di Canicattì figlia di operai possa studiare in una università che la formi dignitosamente (in cui ci siano bravi professori e non raccomandati imbecilli).

Dobbiamo batterci perché se Filomena è brava abbia anche lei finanziamenti.

Dobbiamo batterci perché lo scontro sociale non diventi scontro di classe.

Il nostro Paese sta diventando un luogo stantio. Profondamente illiberale perché l’unica libertà che si riconosce è quella propria, del proprio branco. Un Paese fatto di categorie e di caste (anche nel proletariato) che più che sembrare eredità del frazionamento comunale (che era interclassista) somiglia piuttosto a quello delle corporazioni fasciste.

Serve un’esplosione, senza spargimento di sangue. Serve sminare uno scontro riportando il bene comune sul tavolo.