Storia di un nonno e di un femore.

16 luglio 2013 § 6 commenti


Dunque le cose sono andate più o meno così.

Mio nonno ha 86 anni e fa poco sport di solito. Abita in una grande casa con mia madre, in provincia di Roma, ereditata dai genitori e costruita negli anni della guerra.

Ieri sera, dopo tante insistenze sul tono “devi muoverti un po’” oppure “scendi in giardino a respirare un po’ di aria pulita” alla fine è sceso con la sua seggiola elettrica che dal primo piano della casa coloniale lo porta di sotto – senza aspettare che mia madre o chi per lei – lo conducessero di sotto.

Passeggiando in giardino dove lui è il dominatore totalitario si è accorto che un gatto rosso stava cercando di fare amicizia in modo un po’ troppo esagitato con la gattina bianca dagli occhi gialli che è la sua prediletta e quindi si è messo a correre (così almeno narrano le cronache) per evitare il fattaccio. Ed è caduto.

Dopo un po’ in casa se ne sono accorti e lo hanno riportato di sopra di peso. Dopo un lavoro di convincimento lo hanno convinto a chiamare l’ambulanza (perché l’infermiera che a casa conoscono era partita per non ho capito quale regione del sud dove il marito è caduto da un’impalcatura di otto metri che a raccontarlo sembra un film veltroniano) e così è finito nell’ospedale cittadino. Lo ricordo: provincia di Roma. Gli diagnosticano una frattura composta e lo appoggiano su un lettino. Quando l’ho chiamato stava bene, era arzillo e raccontava che la dottoressa dai pantaloni rossi mi somigliava molto. All’ospedale posto per lui non c’è, me ne rendo conto solo questa mattina quando lo chiamo e mi dice che sta su un lettino in una stanza piena di computer e di armadietti di farmaci.

“Ma scusa che ti hanno detto?”

“Niente. Che non c’è posto.”

“Ah.” Dico io. Allora cerco su google il centralino dell’ospedale e chiamo. Mi risponde una signora gentile alla quale spiego tutto che inoltra la mia chiamata dove risponde un signore gentile che capisce subito di che nonnetto parlo.

Ammazza che efficienza penso.

“Guardi nun se preoccupi, abbiamo mandato fax in tutti gli ospedali e il CTO ci ha risposto poco fa.”

“Ah e che dicono?”

“Devo da mandargli la lista de analisi che javemo fatto e poi loro vedono se se o pijano.”

“Ah. Ok e quindi come facciamo a sapere se lo portate al CTO?”

“Se sentimo tra due orette, signò e je lo faccio sapere.”

Ora premesso che mio nonno non aveva nessuna voglia di muoversi da lì e ad un certo punto ha anche inscenato un momento “vittima” che suonava più o meno: “Lasciatemi morire qui” e che dimostrava che lo dovremo sopportare ancora a lungo, alla fine in serata mia madre mi ha dato la notizia che nonno rientrava a casa. L’unica telefonata che ho fatto, su imput di una collega (“stai attenta che i nonni con il femore rotto non li vuole nessuno e quindi se li sbolognano da un letto all’altro….) è stata al medico di base del nonno al quale ho chiesto se almeno poteva verificare che fosse vero che i posti non c’erano.

Ora nonno sta a casa come dovrebbe stare in ospedale con tutta una serie di cose da fare.

A parte gli scherzi, una lista di cose su cui riflettere:

1) è possibile che uno si rompa alle 19 del giorno x e che alle 13 del giorno x+1 ancora non si sappia dove portarlo?

2) se alla fine è stato rimandato a casa non si poteva gestire questa cosa dall’inizio? Ti porto al Pronto Soccorso, ti faccio la lastra, certifico che puoi tornare a casa e faccio in modo di darti tutto ciò che ti serve (se puoi andare a casa spero che ti ci abbiano mandato perché puoi….non perché non hanno posto)

3) è possibile che tra ospedali del Lazio le comunicazioni avvengano ancora via fax e che non esista un sistema integrato che dà in tempo reale i posti per tipologia di reparto e le esigenze per tipologia di necessità e che magari quel sistema informatico non si aggiorni in tempo reale “matchando” le due informazioni?

4) è possibile che se l’ospedale che eventualmente ti riceve di norma ti chieda delle analisi e tu non gli mandi quell’elenco di analisi che hai fatto già alla prima richiesta?

Insomma qualcuno ci sta mettendo mano alla Sanità del Lazio a parte favorirne lo smantellamento periferico? Qualcuno sta informatizzando le comunicazioni tra strutture per rendere più veloci gli interventi su pazienti? State scrivendo un protocollo da seguire in casi non gravissimi in cui si può compensare con l’assistenza domiciliare? A parte i nonni con il femore rotto qualcuno sta misurando i tempi di accesso alle cure diagnostiche o chirurgiche nella nostra regione? Io penso che questa sia la cosa principale su cui debba lavorare la regione e non perché pesa più del 70% del bilancio, ma perché è un elemento discriminante tra una Regione che funziona e una Regione che non funziona. Sono certa che la nuova giunta ci sta pensando. Ma tranquillizzatemi.

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§ 6 risposte a Storia di un nonno e di un femore.

  • Luisa Lane ha detto:

    La mia nonnetta di 89 anni è stata ricoverata per una grave insufficienza renale al PERTINI di Roma, di cui si parla malissimo: ha ricevuto cure immediate, di alta professionalità (il nefrologo è stato buttato giù dal letto in piena notte: (umanissimo e cordiale come fosse mezzogiorno!).TUTTI fra medici ed infermieri l’hanno ripresa per i capelli: la situazione era grave. POI è stata messa in REPARTO!!!…con 40° in uno stanzone senza aria condizionata insieme ad altre 5 vecchiette moribonde, quando per le condizioni del suo cuore deve stare a non più di 25°…”non ci sono i €€€€ x l’aria condi, nè X l’ ACQUA!!!!”

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  • simone ha detto:

    purtroppo NE’ la giunta zingaretti, NE’ la giunta marino stanno facendo una beneamata mazza per cambiare drasticamente la situazione della regione e del comune.

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  • Meursault ha detto:

    Ora che la regione, la provincia e il comune sono in mano al Pd di chi sarà la colpa?

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  • quid76 ha detto:

    Sempre comodo fare guai, cui altri debbono porre rimedio. Altrimenti son loro ultimi che hanno combinato il tutto. Comodo davvero. Tirate fuori i soldi, intanto. Chè senza non si cantano messe.

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    • gigliola de santis ha detto:

      Questi 20 anni di malgoverno vanno addebitati anche all’opposizione, perciò non ho grandi speranze!!! Negli anni 90 ho fatto parte per 7 anni del Tribunale per i diritti del malato e ne ho viste e sehntite! Con soddisfazione riuscivamo a risolvere alcuni problemi, ma sento e vedo che alcune cose sono addirittura peggiorate: dipende dalle persone, infatti, abbiamo anche molti casi di buona sanità. I politici pensano troppo alla sorte del loro partito (ed alla poltrona!) che a quella dei cittadini!
      Gigliola

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  • stefania ha detto:

    Ormai sono passati un pò anni da quando mia nonna non c’è più…aveva superato i novanta e con tanta forza aveva combattuto per una vita intera. In quel periodo l’alzheimer aveva preso il sopravvento facendola cadere e rompendogli il femore. Una piccola signora, ormai senza più parole e per questo bisognosa di maggiori necessità e attenzioni. E’ stata ricoverata a Roma, operata solo dopo 21 giorni, abbandonata in un letto, se pure dentro una stanza, ma senza la minima umanità. Non le hanno messo neanche un letto anti-decubito e quando si è gonfiata per il ristagno di acqua in tutto il corpo, ci hanno semplicemente detto che era la flebo messa male: peccato però che la mia nonnina era gonfia in tutto il corpo e stava ancora aspettando di essere operata. Una donna forte, che alla sua età e lo sguardo perso dentro se stessa a guardarsi indietro ha superato l’operazione e l’anestesia. Dimessa in urgenza, probabilmente perchè in ospedale erano coscienti dell’incubo che stava per travolgerci e perchè mai e poi mai un ospedale desidera decessi nella propria struttura la mia nonnina è tornata a casa rantolando non per il dolore ma per l’enorme quantità di acqua che aveva nei polmoni. Nonna non aveva sopportato quei 21 giorni di stallo e nella notte siamo stati costretti a ricoverarla nuovamente in una struttura di “lunga permanenza” in attesa che si arrendesse e si lasciasse andare. Finalmente qualcuno si è mosso a compassione, cercando di alleviare le sue pene, peccato però che era troppo tardi, ed il dolore è diventato ancora più insopportabile quando il dottore ci ha spiegato che anche se fosse riuscita a superare quella situazione la mia dolce nonnina non avrebbe mai più camminato. Perchè abbiamo domandato?!, e la risposta come una ferita da taglio – l’operazione le aveva lasciato la gamba più corta di qualche centimetro – ci ha lasciato senza più forze per reagire. Non c’è voluto molto che nonna ci lasciasse, ha resistito il tempo sufficiente per far rientrare figli e nipoti e per salutarli seppure solo con lo sguardo. Le ho stretto la mano e detto che mi mancherà perchè so che poteva capirmi. Ancora oggi mi viene a trovare qualche volta nella notte per tranquillizzarmi eppure mi sento in colpa per non aver chiesto giustizia per qualla morte ingrata ma la sofferenza di mia madre era troppo grande per poter sopportare oltre. Questa è la nostra Italia, questi i servizi pubblici che paghiamo…

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