Le due sfide del Jobs Act

9 gennaio 2014 § 4 commenti


Penso che il Jobs Act sia una bella bozza, mette insieme una visione ampia che guarda al futuro, una visione che andrà declinata in ogni suo punto con gli esperti del settore [si parla di 7 piani industriali a) Cultura, turismo, agricoltura e cibo, b) Made in Italy (dalla moda al design, passando per l’artigianato e per i makers), c) ICT , d) Green Economy, e) Nuovo Welfare, f) Edilizia, g) Manifattura] e poi rimasticata e rimessa insieme per capire se tutto gira come pensato.

E’ il modo in cui “pensiamo” la politica da qualche anno e su cui abbiamo fatto squadra: no ad enclicopedici rammendi dell’esistente dove si perde il filo e l’interazione tra le decisioni, ma ridefinizione della strategia (che deve essere semplice per essere comprensibile e perseguibile da tutti, questo per rispondere a Brunetta che parla di “fuffa”, anche se sarebbe bastato chiedere: “scusa, ma tu per 20 anni cosa hai proposto a parte leggi ad personam e togliere l’imu?” e poi declinazione. E’, nel metodo, una forma di rivoluzione contro una forma di riformismo dell’esistente, scusate se uso questa metafora abusata.

Questo è il punto fondamentale dove si dovranno anche indicare complessivamente le coperture economiche ed è altrettanto chiaro che le sfide sono due.

Prima sfida: rendere il “creare lavoro” più semplice e proteggere i lavoratori, smettendo di chiedere il welfare alle aziende, imputando forti responsabilità allo Stato (formazione, ricollocazione, assegno universale) In questa direzione vanno la parte A (dedicata al sistema) e la parte C (dedicata alle regole).

Seconda sfida: costruire quei 7 piani industriali di cui alla parte B, mettendo a sistema le competenze del Paese, le imprese, le parti sociali, le best pratice di altri Paesi e soprattutto integrandole tra loro. A qualcuno questa roba sa di Piano Quinquennale sovietico o di anni 70 e dirigismo economico. In realtà si va nel verso delle socialdemocrazie o del primo mandato Obama. Siamo in una fase diversa, non di sviluppo, ma di saturazione di alcuni settori, di evoluzioni di altri, di sviluppo di altri, non necessariamente manifatturieri come quelli del secolo scorso e più intangibili rispetto alle vecchie impostazioni. Ma è proprio quella la sfida: rendere l’Italia un Paese in grado di correre in quei 7 settori, arginando la fuga in alcuni casi, attirando capitali in altri, investendo per farli nascere o sviluppare in altri.

E non sarà un lavoro da poco, ma ben venga finalmente un impianto da discutere ed emendare che, almeno da quando io ho coscienza politica, nessuno ha mai avuto sotto il naso.

p.s. Sono rimasta abbastanza scioccata dalla reazione della Camusso che dice: «che si dica esplicitamente che bisogna ridurre le forme del lavoro è una novità assolutamente inaspettata: fino ad oggi lo dicevamo solo noi. Credo sia materia sulla quale si potrà sicuramente discutere». Ma davvero la CGIL non si era accorta che la riduzione delle forme del lavoro era già nel programma di Renzi del 2012? Cito testuale: “Proponiamo la sperimentazione, in tutte le imprese disponibili, per i nuovi insediamenti e/o le nuove assunzioni, di un regime ispirato al modello scandinavo: tutti assunti a tempo indeterminato (tranne i casi classici di contratto a termine), a tutti una protezione forte dei diritti fondamentali e in particolare contro le discriminazioni, nessuno inamovibile; a chi perde il posto per motivi economici od organizzativi un robusto sostegno del reddito e servizi di outplacement per la ricollocazione.” Capisco che la parola flexisecurity sia stata una di quelle parole che creano tifoserie, impediscono qualsiasi dialogo. Le parole ideologiche come le chiamo io. Comunque ben venga, finalmente mi sembra ci siano le condizioni (un uomo solo non lo farà mai) per mettersi a discutere. 

p.s.2 anche io ho dei punti da approfondire ne dico due per prime: spero che il punto A4 punti anche alla riduzione della circolazione di contante e non concordo con chi esprime perplessità sul silenzio assenso delle valutazioni di impatto ambientale in caso di ammnistrazioni corrotte e compiacenti che comunque darebbero il permesso se fossero tali.

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§ 4 risposte a Le due sfide del Jobs Act

  • pd valdengo ha detto:

    L’ha ribloggato su .

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  • angelo d'anna ha detto:

    Sulla parte A, sistema c’è parecchio da lavorare; su energie e spesa pubblica siamo molto timidi.

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  • Jacopo ha detto:

    domande sparse:
    – quindi volete eliminare tutti gli altri contratti precari che ci sono oggi?
    – ricordate chi ne erano stati i primi teorici?
    – e quindi ritenete tiziano treu e pietro ichino un patrimonio o invece un elemento negativo, per la sinistra?
    – secondo quale logica, per creare lavoro, bisogna per forza far partire i lavoratori senza garanzie per tre anni?
    – come si può parlare di “tempo indeterminato” quando in realtà, senza garanzie, è possibile essere licenziati in ogni momento?
    – come è possibile perpetrare questa artificiosa e odiosa divisione generazionale, se siete proprio voi i primi a fomentarla, decidendo che per i primi tre anni il lavoratore è in balìa degli arbitri del datore di lavoro?
    – cosa ne pensate di una patrimoniale, è ancora “ideologica”?
    – se non vi piace, dove li prendete i soldi per questo pseudo-piano?
    – se non vi piace, come lo spiegate ai vostri fans farinetti, briatore, gori, serra e berluscame vario?
    – facciamo pagare qualche tassa sugli immobili anche a santa madre chiesa?
    – se no, dove prendete i soldi?
    – se sì, come la spiegate a buona parte del vostro gruppo dirigente e dei vostri elettori?
    – perchè la cassa integrazione non deve essere onere delle imprese, ma volete metterla per intero a carico della fiscalità generale?
    – per creare lavoro, non sarà il caso di mettere mano alla riforma delle pensioni, evitando di mandare in pensione la gente a 70 anni, specie quelli che svolgono lavori usuranti?

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  • davide ha detto:

    cosi di prim’acchito, mi sembra manchi, tra i settori di sviluppo e di crescita, tutta la parte di “biotecnologia” e innovazione scientifica applicata al progresso, che purtroppo è molto carente in generale nella nostra cultura comune, ma che credo sia (e soprattutto fosse) uno degli elementi di sviluppo e di eccellenza. Su questo credo che ci voglia un pò di coraggio per scostarsi dai luoghi comuni medi-mediatici, e rilanciare un pò di voglia di innovazione, rischio e speranza. Meno “mulino bianco” e più scienza, anche per la crescita economica. spero di aver dato l’idea…
    grazie per lo spazio

    davide

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