Prendete un bambino e toglietegli le bambole.

12 gennaio 2014 § 2 commenti


1530468_201897286668671_758933582_nAlla fine Kirk Andrew Murphy si tolse la vita a 38 anni.

Quando ne aveva 5 adorava giocare con le bambole e la sua famiglia lo portò in cura.

La cura del dott.Rekers (poi scovato con un escort nel 2010) consisteva nel tenerlo in una stanza dove c’erano sia giochi da maschio che da femmina. Se si avvicinava a questi ultimi, perpetrando un comportamento sbagliato, in seguito veniva punito.

Non veniva abbracciato dalla mamma, veniva privato dell’affetto e veniva anche punito fisicamente dal padre che non lo aveva mai picchiato in vita sua.

La cura insomma consisteva in questo: correggere il desiderio. Erigere un muro tra il bambino e la sua identità.

Dopo 10 mesi venne dichiarato guarito perchè non presentava più comportamenti femminili, ma questa “cura”, il cosidetto Sissy Boy Experiment segnò per sempre la sua esistenza: si innescò in lui il principio interiore del muro, la negazione continua del desiderio e della propria identità.

Questa è la storia di “femminuccia”, ma è anche in parte la storia di molti di noi che da bambini erano diversi , i cosiddetti “maschiacci” o “femminucce”.

La storia di Sissy Boy approda a Roma, in teatro per la regia di Anna Cianca e il testo di Franca De Angelis. Ad intepretare Sissy Boy – diventato in italiano Sergio Bello – sul palco Galliano Mariani.

Portateci i vostri amici che sono genitori, perché non accada mai più.

Qui la bella recensione di Delia Vaccarello.

“Sissy Boy” (qui, la pagina FB) Spettacolo in programmazione dal 28/1/2014 al 9/2/2014 al Teatro lo Spazio Roma
(Via Locri 42 Tel:0677076486).
Che cos’è un uomo senza il desiderio?

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§ 2 risposte a Prendete un bambino e toglietegli le bambole.

  • Leonilde ha detto:

    Non so se avrò la possibilità di vedere Sissy Boy, quindi esprimo delle opinioni sull’argomento che si riferiscono solo al contenuto di questo post.
    Penso che gli spunti di discussione suscitati da questo post appartengono a due filoni diversi.
    Il primo che mi viene in mente è come “correggere” comportamenti considerati antisociali o devianti e come ci sia la tendenza di una certa “psicologia” a studiare terapie correttive con un contenuto di violenza intrinseco enorme. E, scusate, ma mi viene subito in mente Arancia Meccanica. In questo filone di discussione non è importante il tipo di “devianza” che si vuole correggere, ma i metodi correttivi applicati.
    L’altro filone di discussione riguarda invece quando il naturale desiderio sessuale di un individuo sia da considerare “deviante”. E se la propensione a giocare con le bambole porti un bambino a diventare gay.
    L’omosessualità non è una devianza. Ma non solo, non credo neanche che un bambino che giochi con le bambole diventi gay da adulto. Come non credo che giocare con armi giocattolo da bambini porti a diventare violenti da adulti. Attraverso il gioco i bambini rielaborano il mondo degli adulti che vedono girare attorno a loro, e probabilmente non possiamo sapere cosa inneschiamo noi adulti impedendo la naturale espressione personale che i bambini fanno giocando.
    Purtroppo però, senza arrivare agli estremi del metodo di “cura” adottato in questo caso, i sistemi educativi applicati cercano di forzare i comportamenti dei bambini secondo tipologie “sessualmente” accettabili, senza preoccuparsi di possibili conseguenze indesiderate.
    Permettetemi di portare come esempio mio marito che non è riuscito a piangere neanche quando suo fratello è morto improvvisamente, oppure mia nipote, che a tre anni, dico TRE, era così ben educata, che quando si sedeva, sistemava compostamente la gonnellina sotto il sederino.

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  • Close The Door ha detto:

    in realtà ho letto degli psicologi (nel 2013, non 50 anni fa) che veramente i giocattoli da proporre ai bambini devono accordarsi con il genere e che l’omosessualità è una scelta fatta in tenera età, in altri termini se un maschietto chiede bambole in regalo e gioca solo con le femmine, ha già deciso dove andare. Il problema però non è suo, ma nostro: sono i genitori e con loro la società in generale, a decidere se la sua strada è giusta o meno, se ci sta bene o no. Lasciamo che il bambino giochi convinti che ”non sarà certo questo a farlo diventare gay”, domanda: e se poi lo diventa, ti fai i sensi di colpa ? Sarebbe il caso di interrogarsi a fondo se poi saremmo in grado di accettare di avere un figlio gay, di accettare una diversità che comporta dei costi, come tutte le diversità

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