Ribadiamo posizione del PD sui diritti civili (ho visto che qualcuno ha bisogno di un ripasso)

valianteLo dico a tutti, in particolare al deputato PD Valiante che si sta strappando i capelli per la sentenza del Tribunale di Roma che in sostanza NON fa passare le adozioni gay, ma ratifica una step-childadoption basandosi sulla continuità affettiva e proprio a tutela di un minore: il segretario, nonché Premier, è stato chiarissimo e il congresso lo ha ratificato: la posizione del PD è a favore di un istituto equivalente al matrimonio e della step-childadoption (adozione del figlio non biologico del proprio partner). Mi spiace per Valiante, forse si è perso gli ultimi due congressi e l’ultimo intervento del segretario all’assemblea Nazionale.

Ah ed è stato bruttissimo leggere “aggredito da gay e lesbiche” o “questi”. Per fortuna per noi e per il Paese a difendere una posizione civile erano tantissime persone di ogni orientamento sessuale. Per fortuna.

 

Tutto il resto sono posizioni minoritarie all’interno del PD e a titolo personale. Punto.

(p.s. sì, certo, è meno di quello che vogliamo tutti: matrimonio e possibilità di adozione, lo dico a quelli per i quali invece questa posizione non è abbastanza, tra cui la sottoscritta)

Il povero bambino Balilla di Giorgia Meloni e compagni

Cara @giorgiameloni intanto “rappresentare” gay e lesbiche come degli orchi cattivi in contrapposizione con la famigliola etero di bimbetti biondi è una roba assolutamente vergognosa. Notate la mamma lesbica dal naso adunco con tanto di tatuaggio stile tossica. Poi andreste denunciati per avere sfruttato l’immagine di questo povero bambino che è triste per il freddo o per la scomodità a cui lo avete costretto.

Immagino che poi lo abbiate travestito da Balilla sfigato.

E niente non c’è speranza di una destra con un minimo di dignità. Vigliacchi siete e vigliacchi restate. La rappresentazione del nemico brutto, sporco e cattivo è tipica dei totalitarismi del secolo scorso. Serve a generare nemici, ad incitare alla violenza e all’odio.

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P.s. Mi segnalano che la foto è del 2012 e l’ha fatta Oliviero Toscani. Usarla non cambia di una virgola il senso di quanto detto sopra. È una foto che giudica rappresentando e quindi incita all’odio più di mille parole.

Patrick è un morto di Stato.

Ora dirò una cosa pesante. Ma penso che nessun bambino dovrebbe mai essere lasciato in affidamento da solo ad un genitore con problemi psichici. Nella storia di Patrick morto oggi probabilmente per mano della propria madre malata di depressione, c’è un errore. C’è il nostro errore. Quella solitudine, quella morte è colpa nostra. Colpa della rimozione della malattia più buia del secolo, una malattia che noi, società non riconosciamo, non vogliamo riconoscere. E che quindi non viene considerata un limite. I confini sono labili. Inconsistenti. Difficili. Ma sprechiamo fiumi di inchiostro a parlare di feti o di terribili adozioni gay e poi ditemi, quale guerra state combattendo per salvare tutti questi bambini che molto spesso starebbero meglio altrove che con i propri genitori.

E questa Patrick è per te. Per la guerra che non hai potuto combattere. Tu non sei sopravvissuto.


“«Guardami», ho detto sempre fissando il latte.
«Ti guardo ogni giorno», mi hai risposto.
«Cosa vedi?» Ti chiedevo.
Scuotevi la testa. Stavi per parlare di mia madre, lo sapevo. Ed era come cominciare a raccontare di una guerra lunga dieci anni che stava per scoppiare per il dominio di un maledetto stretto dove una città
sarebbe stata rasa al suolo con un trucco, magari un cavallo di legno.
Ma non volevo che dicessi nulla, allora ho cominciato a parlare io.
«Vorrei appartenere a una famiglia che abita da secoli lo stesso luogo. Magari coinvolta in qualche faida per la terra, tanta terra, con un’altra famiglia con la quale è in lotta da sempre. Non mi immagini la notte
spostare i muretti a secco che tengono confinate le nostre terre dalle loro, per riconquistare terreno? Una terra brulla, incolta che i miei antenati hanno domato con il sudore della fronte, non vedi il vuoto lasciato da
qualcuno partito per la guerra e mai tornato?» Ho tirato un sospiro e cambiato registro, fatto la voce da narratore delle fiabe e atteso che cominciassi a sorridere. «Non vedi nelle foto delle donne di famiglia i segni lasciati dalla morte dei maschi della casa in tempo di guerra o per qualche carestia in cui gli animali morivano e gli uomini con loro? Non senti il respiro dei bambini che non sono nati o di quelli nati troppo piccoli, prima
dell’avvento della penicillina? Non mi vedi appendere la giacca dove lo faceva il mio bisnonno e il bisnonno del mio bisnonno? Non vedi i connotati di famiglia vagare randagi sul mio volto e su quello dei nostri figli? Non vedi il neo che ho sulla spalla e che tutti i membri della famiglia hanno, proprio lì?»
E alla fine ridevi tenendoti la pancia. Sapevi che per non sentirmi sola al mondo, come dicevi tu, avrei avuto bisogno di riti secolari da ripetere, mura in cui avevano abitato generazioni. Il tutto per poter almeno compensare, in parte, l’assenza di mia madre e mio padre.
«Dentro la tua testa abitano tutte le storie del mondo. Tranne il presente», hai detto poi, smettendo di ridere all’improvviso e avresti potuto aggiungere che mia madre aveva fatto bene a bruciare l’enciclopedia della Fiaba, che era vero che ci avevo vissuto dentro per scappare da lei. Ma non lo hai detto.” Ho dormito con te tutta la notte, Hacca Edizioni 2014.

Quando un maschio uccide è sempre femminicidio? (Note a margine sulla famiglia)

Se li mettessimo tutti insieme i genitori che ammazzano i figli o i mariti che ammazzano le mogli o i figli che ammazzano un genitore, saremmo davanti – più che a una cronaca estiva annoiata in attesa del solito e promesso “autunno caldo”– alla più grande tragedia del nostro tempo.

In molti liquidano gli omicidi perpetuati da maschi come femminicidio (Dal Devoto Oli: “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”) mentre a mio avviso la prospettiva va ribaltata lievemente: non femminicidio, ma maschi-omicidi. Non ti uccido perché sei donna, per il tuo genere, ma uccido perché sono maschio, un certo tipo di maschio ovviamente, a cui è stato passato in modo più o meno esplicito uno schema di ruolo ben preciso. Lo stesso maschio che oltre ad essere maschilista (anche se spesso non lo sa finché quel nucleo atavico – e quasi rimosso – non viene risvegliato dall’abbandono) è anche omofobo per capirci (ormai è evidente a tutti che maschilismo ed omofobia siano due facce della stessa cultura).

Si parla di femminicidio anche quando un padre mollato dalla moglie (è l’ultimo caso di cronaca) uccide i figli (in questo caso le figlie) per vendicarsi dell’abbandono, per ferire a morte la ex-moglie, per non ucciderla, ma annientarla. Il fatto non è solo italiano. Per esempio in Inghilterra (e ringrazio Loredana Galano per il link) sono sempre di più i padri che uccidono i figli e secondo la criminologa Elizabeth Yardley si tratterebbe sempre di casi di Family Annihilators (annientatori della famiglia): […] ciò che è estremamente preoccupante è che esiste una piccola minoranza diuomini che trova impossibile affrontare la disgregazione della famiglia.Questi uomini provengono da tutti i ceti sociali. Ci sono medici, imprenditori, elettricisti,autisti di camion e guardie di sicurezza.Ma tutti sembrano avere una cosa in comune. Sentono che la loro mascolinità è minacciata. […]

Si potrebbe discutere ora che poiché sempre più donne lasciano gli uomini questa dei figlicidi da parte dei padri è un’assoluta novità del nostro tempo, figlia del disgregarsi delle famiglie e quando a mettere in atto la separazione è la donna e in modo non consensuale. E’ possibile che ci sia una parte di verità in tutto questo. E’ possibile anche che la crisi economica stia acuendo la crisi delle famiglie. Ha ragione in parte Giuseppina La Delfa quando dice: “con la crisi si scoprono i panni sporchi del sessismo e della violenza che il benessere nascondeva sotto l ipocrisia”. Non deve essere facile stare con un disoccupato. Non deve essere facile nemmeno per le donne a cui è stato passato in modo più o meno esplicito uno schema di ruolo ben preciso. Insomma non è detto che dentro lo schema malato patriarcale ci sia solo l’uomo. Può starci dentro anche la donna, quindi con le stesse colpe e le stesse incapacità di emanciparsi. Così, per esempio, si può far sentire un uomo un fallito perché ha perso il lavoro e credo che di situazioni simili ce ne siano parecchie con tutte le conseguenze del caso. Per questo non riesco mai a dare la colpa ai maschi a prescindere anche perché i maschi non nascono in contesti diversi dalle femmine anche se ricevono messaggi culturali diversi, ma che provengono dalle stesse fonti equamente distribuite dal punto di vista statistico (chi educa un maschio a fare il maschio, educa anche la femmina a fare la femmina, no?), ma preferisco guardare alla complessità del problema che coinvolge tutti, uomini e donne e soprattutto lo Stato. 

Forse definire “femminicidio” ogni omicidio di mogli, fidanzate o figli perpetuati da uomini è fuorviante. Ci porta fuori strada, ci fa perdere la prospettiva tridimensionale e ci fa fermare solo agli effetti e non sulle cause. Ci lava la coscienza, ci basta dire: io non sono così. Io sono una donna. O: io non sono un uomo così. E ancora: a me questo non può accadere. 

Di fronte ad un’emergenza come questa lo Stato che sta facendo? Quanti bravi assistenti sociali ci sono sui territori che intervengono quando uno o più componenti della famiglia perdono il lavoro? Che tipo di strumenti mette in atto lo Stato per aiutare le famiglie non solo in modo materiale, ma anche in modo psicologico? Come stiamo affrontando dal punto di vista delle politiche sociali la crisi economica? Cosa stiamo insegnando ai nostri bambini (sia ai maschietti che alle femminucce) nelle scuole rispetto ai ruoli di genere? Come aiutiamo le famiglie numerose? E come aiutiamo le donne che vogliono abortire? Lo so che ad alcuni le due domande una in fila all’altra sembreranno paradossali. Invece il nodo risolutivo, a mio avviso, sta proprio lì. Che tipo di supporti mettiamo in campo per stare vicino alle giovani madri a rischio di depressione post-partum visto che si parla di aborto ovunque, ma poi quei figli (tanto protetti quando sono feti) chi li protegge? il nodo risolutivo è proprio lì: nell’accompagnare le scelte libere e consapevoli dei propri cittadini, costruendo un tessuto sociale fatto di libertà e non di schemi e di ruoli preconfenzionati. Liquidità sociale? Precarietà? Perdita di riferimenti? Mi scriveva un commentatore su FB ieri: “mettici pure il tempo che perdete per inventarvi nuovi modelli di famiglia , invece di concentrarvi su quelle vere…” a lui e a quelli come lui vorrei ricordare che i paesi dove ci sono meno cosiddetti femminicidi sono quelli dove i gay si sposano, cioè quelli dove la cultura della società è più equilibrata. Il maschio non deve fare il maschio, la femmina non deve fare la femmina. 

Qualche numero sui figlicidi:

A proposito di figlicidi dal Rapporto Italia 2011, in particolare sui figlicidi: […] Nel biennio 2009-2010, sono risultati 39 i figlicidi (25 nel 2009 e 14 nel 2010). Di questi, nel 2009, 14 erano stati perpetrati da padri, 11 da madri. Nel 2010, invece, 4 erano stati compiuti da padri e 10 da madri. Nel complesso, la maggior parte dei figli uccisi dai genitori sono stati maschi. (15 contro 10, nel 2009 e 11 contro 3, nel 2010), mentre le madri sono state quelle che hanno ucciso più figli rispetto ai padri (21 contro 18). Nel 2010, invece, 4 erano stati compiuti da padri e 10 da madri. […]

Altra lettura interessante, uno studio sui figlicidi dal 1880 al 2010. 

I Lanciafiamme (che non è un libro sugli anni settanta in Italia)

“Il grande romanzo sugli anni Settanta in Italia lo ha scritto un’americana: Rachel Kushner” (Ponte alle Grazie, 2014) Così recita una delle definizioni del libro che solo per questa definizione ho acquistato, di getto, una sera alla Fandango.

Ci sono dei tratti bellissimi. Poi delle fughe, come delle pause in cui il romanzo va altrove, ma forse è solo perché racconta di arte americana degli anni settanta e prova ad essere tale, cioè incomprensibile a meno di conoscere le persone che l’hanno prodotta, a meno di non tenere a mente la storia umana che riempie opere altrimenti prive di riferimenti per essere comprese.

Non ho capito le digressioni sulle bugie narrative e senza fine di Ronnie, se non fosse per descrivere l’ambiente artistico newyorkese.

Si percepisce un pochino di mitologia sugli anni di piombo italiani. Un pochino di giudizio positivo. Giusto un po’, al limite del politically correct. Non so chi di Repubblica lo abbia definito il miglior libro sugli anni settanta italiani scritti da una’americana… Boiata commerciale per farlo leggere? Il recensore non lo aveva letto e lo ha aperto a metà dove ci sono 50 pagine dedicate alle BR alle quali Reno, la protagonista, si trova in mezzo? 

Io ci sono cascata perchè non avrei mai acquistato un libro su una ragazza provinciale americana che adora la velocità, va a NY per fare l’artista e si ritrova in mezzo alla NY degli anni settanta, agli artisti degli anni settanta (di quelli che hanno un letto in ogni stanza dei loro grandi loft postindustriali, pieni di sfrido di metallo e stracolmi di anaffettività e sesso fatto senza pensare)

Come è molto bello quel tentativo (incompiuto) di raccontare Sandro attraverso la vita del padre che diventa anche la vita dell’Italia. Quella secondo me era la strada giusta. 

E poi manca un pezzo tra il futurismo, l’Africa e il sogno imperialista e il brigatismo, un pezzo in cui l’autrice non ha potuto che raccontare la sua NY e non la nostra Italia. Quel pezzo va ancora riempito o per lo meno ancora non mi pare di averne letto. 

Lettera ai gemelli nati oggi.

Si potrebbero dire un mucchio di banalità oggi. Discettare sul senso dei legami di sangue, sul richiamo oscuro dei legami chimici. Si potrebbe invece ripescare tutti quegli studi che analizzano gli effetti della gravidanza sul futuro dell’essere adulti che sembra siano simili ai primi 3 anni di vita, gli anni più importanti per lo sviluppo adulto, il DNA ambientale che costruisce sul DNA genetico quello che poi diventiamo da adulti.

Si potrebbe dire che comunque, anche se siete figli biologici di una coppia, tramite il cordone ombelicale (così qualcuno sostiene) avete preso un po’ del DNA della donna che vi ha portato in grembo e che per la legge da oggi è vostra madre.

Ma sarebbero tutte chiacchiere inutili.

Oggi ho pensato che voi non state nascendo nel medioevo e nemmeno negli anni settanta quando ancora ai figli adottivi non si raccontava nemmeno di averli adottati tranne poi gestire i traumi di ragazzi adolescenti che avevano sentito una battuta sfuggire allo zio distratto o si erano domandati come mai nessun tratto del viso, tranne le smorfie, rientravano nei connotati di famiglia.

Ho pensato che state nascendo nel 2014. Che siete gemelli. Che tutti i giornali hanno scritto fiumi di inchiostro digitale nel giorno della vostra nascita e che quindi, ancora bambini, tra pochi anni, cercando su google per curiosità potreste scoprire che quei gemelli siete voi e, se nessuno vi racconta le cose per bene mentre crescete, potreste soffrire. Ecco nessuno si sta preoccupando di questo. In molti, forse, non vedono l’ora di avervi in qualche trasmissione per farvi raccontare come vi sentite.

Io penso che voi vorrete conoscere i vostri genitori. Tutti e quattro. Io penso che questo sia un caso limite, che la legge di re Salomone in questo caso si schianti sull’illogicità di quanto accaduto. Magari è stata una fortuna. Magari impiantati nel grembo della madre biologica non avreste attechito e non sareste nati e forse chiedere i danni è quasi assurdo. I danni di cosa? Siete nati, non siete morti.

Chi può dirlo cosa sarebbe accaduto se i medici non si fossero sbagliati.

In ogni caso ormai è andata così. Siete nati. Da una madre che vi ha portato in grembo e con il DNA di altre due persone. Quello che mi auguro è che quando leggerete (se mai accadrà) questa lettera, i vostri quattro genitori abbiano pensato a voi due da grandi e abbiano capito, come hanno detto persone più autorevoli di me in queste settimane, che avrete bisogno di loro. Tutti e quattro.

In bocca al lupo.

La risposta di Franceschini

Per correttezza dò visibilità alla risposta del ministro al mio post precedente:

 

Ciao Cristiana, Questa è di ieri…

Gentile Michele,
le scrivo per comunicarle il ritiro dell’avviso pubblico per la realizzazione di eventi culturali durante le aperture serali dei musei statali. Mi permetta di chiarire che quel bando si prefiggeva, così come lei ha ben colto nella sua lettera, di entusiasmare la creatività e offrire la possibilità agli artisti di esprimersi nei più bei luoghi della cultura italiana.
Lo scorso anno, quando ancora non ero ministro della cultura, in molti hanno salutato positivamente l’iniziativa ‘un sabato notte al museo’ e per questo la Direzione Generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale del ministero ha riproposto il bando 2013 anche per il 2014. Non mi interessa capire perché allora non vi furono polemiche quanto piuttosto ringraziarla per la sua lettera perché mi permette di affrontare un tema che mi sta particolarmente a cuore: la remunerazione e il rispetto dei lavori creativi. Troppo spesso, infatti, nel settore dell’arte i giovani artisti – e purtroppo non solo loro – vengono chiamati a lavorare gratis come se questo rappresentasse una tappa obbligata della loro crescita professionale. Come a dire ‘stringete i denti e andate avanti perché tanto, prima o poi, verrete lautamente ricompensati. Non ora però’. Trovo questo atteggiamento ingiusto e non vorrei che fosse proprio il MiBACT ad avallarlo, seppur involontariamente. Non è certamente nelle nostre intenzioni, anzi, solo un mese fa, abbiamo salutato positivamente la definitiva approvazione della legge che riconosce le professioni culturali perché riteniamo con convinzione che non può esserci piena tutela e valorizzazione del patrimonio culturale se non si valorizzano le competenze di chi vi opera.
Per tutto questo, in attesa di avere maggiori disponibilità finanziarie per remunerare adeguatamente gli artisti che partecipano ai nostri progetti di valorizzazione, ho dato indicazione di annullare l’avviso pubblico oggetto della sua lettera.
Cordialmente,
Dario Franceschini
Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo

Caro Dario, grazie della tua risposta che aggiungerò subito al post. Mi permetto di dire che quelle risorse sono indispensabili per far ripartire il Paese e regalare ai nostri figli un’Italia migliore. Dovrebbe essere una nostra priorità trovare quei soldi recuperandoli coraggiosamente e rapidamente dagli ancora tanti sprechi. E’ vero che suonare in luoghi meravigliosi può rappresentare una bella occasione per mettersi in mostra, ma invece – ribaltando nettamente la prospettiva – l’anno prossimo potremmo organizzare concerti a pagamento in questi posti e fare cassa per lo Stato e per gli artisti: un grande programma musicale (e magari letterario e via dicendo) su tutto il territorio e pagare gli artisti. Che ne pensi?Un abbraccio. Cristiana.

 

Franceschini e la trappola del paradosso “Cultura”

Vedi la risposta del ministro in questo post.

E’ noto a tutti (spero) che non ho fatto i salti di gioia per

l’alleanza interna tra renziani e franceschiani (e ne avrei di cose da dire sul tema), ma ero anche tra quelli che riteneva che il Franceschini scrittore (al ministero) sarebbe stato migliore del Franceschini capobastone. Non lo ho mai letto, ma buoni lettori mi dicono che sia bravo. In passato è stato anche recensito dal buon Civati, per dire.

Eppure nel ruolo di ministro Franceschini a mio avviso ha gia’ fatto due passi falsi. Quello sulla cosiddetta “Copia privata”  (una follia solo per far contenta la Siae che certo non aiuta la diffusione della cultura) e l’ultimo, assai piu’ grave perche’ profondamente simbolico, con il bando ministeriale che chiede (avete capito bene “chiede” e non “offre”) lavoro non retribuito con la beffa delle spese a carico (link).

Ora il tema non e’ la crisi e quindi la necessita’ per chiunque di lavorare e di essere retribuiti che e’ un aspetto persino superficiale e banale della questione.

Il tema vero e’ il paradosso per cui in campagna elettorale tutti affermano che la cultura non e’ un costo ma puo’ essere un business, anzi “IL” business del sistema Italia tranne poi non voler dedicare al settore risorse ed investimenti o addirittura cercando risorse gratuite per tirare a campare senza costruire. Questo trovo che sia tristemente scandaloso.

La creativita’ va allevata. Coltivata. Da essa nascono idee, eventi, altra cultura, altra arte. Per allevare e coltivare la creativita’ bisogna che ci sia qualcuno che di questo ci campi. Bisogna che nessuno storca il naso leggendo questo e pensi, magari, al parassitismo. Se accade abbiamo un problema.

La gente che “produce” cultura va messa in condizioni di farlo. Alcuni non produrranno nulla o poco. Ma è dentro quel campo che ogni paese dovrebbe coltivare che i Paesi diventano grandi, evolvono, dibattono. Nei paesi normali si sa che quei denari sono spesi per il bene comune, alimentano l’intelligenza collettiva, generano valore, generano “traffico” mentale e fisico e quindi alimentano l’economia e fanno bene a tutti, anche a chi non distingue un Caravaggio da un Rembrandt o Mozart da Bach. (p.s. Il tema del Teatro Valle, per esempio, afferisce alla stessa dimensione. Concordo sul tema della legalita’ posto dal sindaco Marino e ritengo che il Teatro vada restituito alla citta’, ma capisco gli occupanti che non si fidano dello Stato e non lo considerano alla loro altezza nella produzione culturale, il che visto l’andazzo…….)

Un luogo vivo (cioè fatto di persone che con costanza e qualita’ ne alimentano il battito) e’ un luogo che si riempie di persone. Che consumano. Consumano cultura (pagano i biglietti) e il resto meno nobile ma di cui il Paese si nutre (alberghi, ristoranti, shopping, ecc).

Il fatto e’ che il nostro Paese e’ cosi’ disabituato ad investire per il futuro che ci sembra normale chiamare dei professionisti (e non dei dilettanti, che magari avrebbe anche senso “formativo”) a fare stage gratuiti (anzi in sostanza a pagamento e a carico dello stagista) col pensiero alla dimensione del giorno e non del decennio. Non era nel nostro programma la dimensione del giorno. Ed e’ paradossale che questa dimensione maledetta esca da questo governo.

Condivido le conclusioni della lettera che Michele Spellucci ha scritto al ministro, lettera che ha sortito l’effetto di far togliere il bando che però è rimasto attivo.

Non ci siamo.