Cosa scrivevo di Grillo nel 2011.


Scrivevo per Imille un pezzo che oggi sembra la solita previsione di Cassandra.

2 pensieri riguardo “Cosa scrivevo di Grillo nel 2011.

  1. Sinceramente, fatico a capire perché ha voluto riproporre questo Suo articolo che già allora mi parve davvero estremamente approssimativo: mettere insieme Mussolini, Giannini, Berlusconi, Bossi e Grillo è quanto meno artificioso. O forse strumentale alla tesi finale che Lei voleva enunciare.

    Già credo che Bossi esprimesse problemi molto diversi dai precedenti e distanti dalla deriva leghista attuale. Ma Grillo – e lo dico da non elettore del M5S – rappresenta qualcosa di molto più complesso e legato alla delusione per le rappresentanze politiche di cui si continua a voler ignorare la portata, di fatto preferendo l’astensionismo (“tanto vinciamo lo stesso ..”) alla richiesta di partecipazione e di ascolto che viene da lì. Continuo a chiedermi che destino avrebbe avuto questa legislatura se il PD avesse accolto la proposta del M5S di votare Rodotà a PdR. Ma forse non averlo fatto non è stato un caso.

    “La malattia non produce la cura, ma produce un’altra malattia”: non è del tutto vero. La malattia non ha in sé la cura, ma ha quanto permette di coglierne le ragioni, di capire – per stare alla metafora medica – etiologia e patogenesi e, quindi, la possibile cura. Certo, finché si grida “all’untore” non solo non si comprende la peste ma si fanno altre vittime. La peste si comincia a curare capendo che le ragioni stanno nella struttura stessa della città, nel modo in cui è costruita e come vive.
    Questo non sembra tuttora voler essere affrontato: lo si vede a Roma, dove è più facile sottolineare le insufficienze della Raggi o sostenere la sua ineleggibilità che non – finalmente – ragionare su come ci si è arrivati.
    E lo stesso è stato con la Brexit, che anziché stimolare riflessioni sull’Europa, su come sono vissute le classi dirigenti, ha piuttosto prodotto, nei nostri campioni della democrazia, considerazioni assurde sul suffragio universale.
    E ancora con la vittoria di Trump vista, anche da Lei, come dimostrazione dell’incapacità degli elettori a capire quanto viene loro offerto. Niente che rimandasse a un reale tentativo di comprensione e di ascolto del disagio e magari dell’insufficienza delle proposte e del comportamento assurdo del gruppo dirigente del Partito Democratico, sordo a ogni istanza di rinnovamento o almeno di discussione.

    Cassandra aveva il potere di vedere lontano e la maledizione di non essere creduta. La Sua Cassandra mi pare assolutamente miope e semplificatoria nelle analisi e quindi anche nelle ricette. Che non bastasse “rottamare D’Alema” lo si è visto e si è visto – purtroppo – quanto questo nascondesse una mancanza di progetto e soprattutto l’assenza di un vero desiderio di cambiamento. Mettere da parte D’Alema e pensare che poi bastasse – per gli altri – un cambio di casacca (non facciamo l’elenco perché Lei lo conosce meglio di me) e proporsi come gli alfieri del nuovo è solo ridicolo.

    Non sto qui a chiederLe in cosa consiste il percorso “virtuoso” nella scalata al potere di Craxi. Forse abbiamo valutazioni diverse di quella Milano “da bere”, de “la barca va”, del debito pubblico esploso in quegli anni insieme a molte altre cose poco commendevoli. E di quanto abbia contato quel periodo (che ovviamente non era solo Craxi) per quanto è accaduto dopo, per Berlusconi, Bossi ..
    E bisogna davvero essere delle aquile per aprire oggi un dibattito come quello aperto da Sala a Milano.

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