3 consigli a Matteo Renzi.

11 febbraio 2017 § 2 commenti


Lunedi’ non partecipero’ alla Direzione del PD perche’ come molti di voi sanno mi sono dimessa a maggio del 2015. Pero’ mi permetto di aggiungere i miei consigli non richiesti. LO faccio da semplice militante e da cittadina.

Non faro’ l’elenco delle cose che per me sono andate nel verso giusto, ma l’elenco delle cose che in futuro devono andare meglio perche’ in questi anni non sono andate come dovevano andare. Ripartire dagli errori.

1) per prima cosa su Roma. Linea sbagliata. Completamente. A Roma c’era una classe dirigente nuova che con l’aiuto dell’inchiesta in corso poteva fare pulizia al suo interno e rilanciare la citta’. Roma sta vivendo un momento di buio totale, di sradicamento della comunita’ che ha radici antiche, figlio di chi ha messo la polvere sotto il tappeto per anni, figlio di una connivenza bipartisan e la crisi economica ha mandato in frantumi alcune dinamiche di potere. La squadra (non Marino) andava difesa. Se il segretario nazionale avesse incontrato i presidenti di municipio, gli assessori piu’ dei parlamentari romani (con qualche eccezione) avrebbe potuto dare una mano invece di lasciar fare al correntismo romano
2) seconda cosa la rottura drastica con i notabilati locali sopratutto al sud, Roma inclusa. Lo ho detto tante volte, al PD serve un’operazione “sconosciuti” che non siano ne’ gli sprovveduti del M5S ne’ i delfini dei capobastone. Serve valorizzare le tantissime brave persone che ci sono nel PD, nemmeno le facce pulite della societa’ civile funzionano se sono la bella faccia del notabilato. Cambiare tutto. Meglio tanti voti al PD e meno agli eletti che pochi eletti con tanti voti che travasano voti su M5S
3) Raccontare meglio alcune cose e ammettere quando si poteva fare di meglio. Ma per farlo serve anche un partito, non quello che litiga ma quello delle persone che si fanno il mazzo ogni giorno che pero’ se vedono che non cambia niente si demotivano. Ridare valore alla militanza politica “snella” non a quella talebana delle tessere, ma a quella della partecipazione di eletti ed elettori. Un veltronismo che funzionava doveva essere il renzismo.
4) (ma si’, arriviamo anche a quattro) un Partito come il PD che non e’ un partito personale come tutti gli altri con pochissime eccezioni (persino la Lega lo sta diventando) deve condividere dei valori, deve discutere non solo di azione parlamentare, ma anche di visione. Deve farlo in modalita’ bottom-up, adattandosi ai tempi. Se si vuole che un partito torni a radicarsi bisogna interpellarlo (quando dico Partito io dico iscritti, eletti ed elettori, lo dico nel senso piu’ aperto e bello del termine, nello stesso modo in cui definisco e penso la parola “politica”. Vanno riattavate tutte le dinamiche partecipative.

Renzi torni a fare Renzi. Concordo con Richetti su questo: l’evoluzione e’ tornare al principio. E forse fare scendere un bel po’ di gente dal carro e farci salire finalmente il Paese. Umilta’. Valori e consumare scarpe.

p.s. non ho un’opinione sul congresso. Ce l’ho sulle elezioni (ce l’ho da quel giorno in cui Bersani NON vinse a dire il vero). Un governo indebolito dal voto del 4 dicembre e con il voto nel 2018 significa un governo che non avra’ il coraggio di scegliere, credo ce oggi questa cosa qualcuno l’abbia gia’ scritta. La condivido. Mi piace l’idea di un territorio vasto dove la faccia di Alfano sia sostituita da quella di Pisapia (vero artefice della vittoria milanese, perche’ ha voluto bene a Milano e non al suo ombellico). Mi piace l’idea di un Partito (non ce la faccio a dire coalizione sono troppo maggioritaria) che raccolga finalmente il sogno che in tanti abbiamo da anni: rappresentare quella parte di Paese innovativa e socialdemocratica. Andare avanti senza lasciare nessuno indietro. Questo deve essere il mantra.

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§ 2 risposte a 3 consigli a Matteo Renzi.

  • Antonella Maccani ha detto:

    “Sta venendo al pettine il nodo di una storia anomala, quella del più grande partito della sinistra europea finito in mano a ex democristiani quali sono Renzi, Franceschini, Del Rio e tanti altri…”
    (Da il Giornale.it)

    ““Che cosa significa oggi essere comunisti?” si chiedeva nel 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, Nanni Moretti in Palombella rossa. Dopo il tramonto delle ideologie e la nascita del Pd, la forza politica in cui sono confluite le due anime del riformismo italiano, quella socialdemocratica e quella democraticocristiana, per il centrosinistra all’affannosa e sofferta ricerca di un’identità è venuto il momento di aggiornare e rilanciare quella vecchia domanda: “Che cosa significa oggi essere democratici?”
    (Da “Ma Questa e’ la Mia Gente” – Ivan Scalfartotto)

    L’avrebbe visto anche un cieco e l’avrebbe capito anche un imbecille che la fusione di due “Chiese”, quella cattolica e quella marxista, avrebbe portato allo scontro frontale lasciando entrambi i contendenti a leccarsi le ferite.

    Ora dovete rimettervi “all’affannosa e sofferta ricerca di un’identita’” e tornare a chiedervi: “Che cosa significa essere democratici?”

    Ma e’ tardi! La domanda se l’e’ gia’ fatta il “Demos”, cioe’ El Pueblo, che ha capito che voi, al “Pueblo”, avete girato le spalle.

    In America el Pueblo vota per Trump; in UK el Pueblo esce da questa Europa della “Finanza Globalizzante”; nel resto d’Europa vedremo, ma le aspettative sono….”nere” perche’ al Pueblo, oggi, parlano i Nazional-Sovranisti-Populisti, quelli che VOI chiamate “i Fascisti”.

    E non saranno certo il “tuo” post-democristiano Renzi e tanto meno il post-comunista Bersani a convincere el Pueblo che esiste, in Italia e nel Resto del Mondo un Partito Demos-cratico che parla a lui, al “pueblo unido (que) jamas sera vencido”.
    El Pueblo, quando si accorge di essere stato preso per il culo, ti si rivolta contro e ti fa un culo come un carciofo.

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  • Massimo ha detto:

    Rispetto al primo punto, non capisco cosa significhi e come sarebbe stato possibile difendere “la squadra” (quella che poi va disciplinatamente in fila dal notaio con qualcuno dell’opposizione per far numero) e non Marino. Ma sono d’accordo sul non-ascolto che c’è stato.
    Ma mi sembra che questo sia IL problema più generale, che non riguarda solo Roma: quell’astensionismo spaventoso alle regionali in Emilia Romagna quanto è stato preso in considerazione?

    Anche sul secondo e sul terzo punto Lei dice cose condivisibili, ma quanto sono “errori” e quanto sono invece aspetti sostanziali di questa esperienza? Imbarcare tutto e tutti (basterebbe pensare a quanto è accaduto in Sicilia, anche lì senza dare il minimo ascolto a chi trovava inaccettabile quel passare armi e bagagli dal centro-destra al PD) per avallare l’immagine di vincenti a scapito di ogni riflessione e di ogni analisi e soprattutto a scapito del proclamato rinnovamento.

    Certo che “serve .. servirebbe .. un partito”, inteso come spazio di analisi e di riflessione, di ascolto del territorio: ho sentito più volte parlare di questo proprio Richetti, che però a sua volta non mi pare sia stato molto ascoltato in questi anni.
    Non credo serva un partito che anche dopo una serie di pesanti sconfitte, di fronte a mutamenti sociali imponenti che pare non aver colto, dopo che le politiche con cui ha governato non hanno dato alcun risultato, riesce a produrre soltanto liti su date e tempi di una discussione che non si fa mai. In questo senso, non mi meraviglia che Lei abbia un’opinione sulle elezioni ma non sul congresso: ma che senso ha parlare di elezioni senza capire cosa proporre.
    Tanto per fare un solo esempio: Renzi è quello che “evoca lo spirito di Ventotene” insieme ad “Angela” o quello che dopo qualche settimana platealmente mette da parte le bandiere dell’Unione?
    E ha senso dirsi maggioritari e invocare elezioni fingendo di non sapere che porteranno – se va bene – a riproporre le larghe intese con Alfano e Berlusconi. Ha senso rievocare la vittoria milanese di Pisapia quando nelle elezioni regionali in Liguria si dichiarò di preferire i voti della destra a quelli di SEL?

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