La crisi delle sinistre è una crisi generazionale?

Al tavolo vicino al nostro oggi c’erano due californiani. Uno la cui famiglia arrivò dalla Polonia e quella dell’altro dalla Svizzera. Erano due signori anziani, uno aveva anche un bastone. Abbiamo parlato di tutto. Dei grandi temi dell’automazione e i suoi impatti futuri sul lavoro, della guida autonoma (uno dei due ridacchiava: va bene sulle nostre highway, venissero a fare le prove tra le strade di Roma!), dell’immigrazione in continenti in cui la crisi sta generando razzismo perché la destra trova soluzioni chiudendo e saziando le rabbie ma senza un vero piano e la sinistra non ha capito come stare vicino a quella rabbia, come scioglierla, come pensare soluzioni credibili. Poi uno dei due, spolverando di pepe la sua lasagna, ha detto: perché da noi ha vinto Trump perché i democrat sono snob, non rappresentano più i lavoratori, Hillary almeno è sembrata non farlo. Esattamente così, abbiamo risposto in coro, esattamente come da noi. Noi vogliamo che i lavoratori ci votino ma non ci andiamo più, abbiamo esaltato l’imprenditoria pensando che quella fosse una falla di sinistra (ed era vero) ma abbiamo dimenticato di restare fermi nei luoghi di lavoro, prima lo faceva il sindacato ma anche lui non lo sa più fare. Allora in quei luoghi sono arrivate solo le promesse di muri. E sono state le uniche promesse credibili. Che non significa che ce ne siamo fregati nell’azione politica, ma che non siamo stati capaci di mostrare emotivamente che ce ne fregasse qualcosa. Di stare in quei posti fisicamente. Come se non avesse importanza quella fisicità, quella che nel PCI era degli intellettuali vicino a braccianti ed operai (finanche ideologizzando plasticamente quei lavori). Ecco questa crisi emotiva attraversa i continenti sviluppati. E va trovata in fretta una soluzione che forse passerà per un altro estremo cambio generazionale. Di sicuro la nostra generazione non ha ancora dimostrato di essere all’altezza delle aspettative che aveva generato chiedendo un ricambio.