20 giorni 20 donne ammazzate

Nelle ultime settimane (ma potrei andare oltre) non c’è stato giorno in cui una donna non sia stata uccisa dal suo compagno. Credo di poter dire, con margine di errore molto basso, che in 20 giorni ne siano state uccise quasi 20. Una strage. Un dramma di proporzioni devastanti che dovrebbe campeggiare nelle prime pagine. Più grave del terrorismo. Evidentemente la legge NON funziona, non muoiono solo le donne che NON denunciano, muoiono anche quelle che denunciano. Bisogna trovare una soluzione immediata e considerare queste morti un’emergenza nazionale. Altro che i migranti.

Sveglia sinistra!

Leggo l’appello dei sindaci (di ogni estrazione politica dalla DC, alla Lega, a Forza Italia passando per il PD e SeL) di Milano in difesa di Mattarella e della Costituzione. Ci sta. E’ Milano. Il cuore della produttività. In queste ore mi sto chiedendo cosa sta passando per la testa di un povero cristo, magari giovane, magari precario e disoccupato, magari del sud, che si è visto passare raccomandati davanti, partire amici per l’estero. Magari lavora in nero, con una settimana di ferie, magari ha figli che vanno in scuole fatiscenti, magari NON ha un mutuo, paga l’affitto e pensa: ma a me dello spread che cosa diavolo me ne frega? Ecco. Questo è il punto cruciale dei prossimi anni, della prossima campagna elettorale: spiegare a quel povero Cristo che difendere la presenza dell’Italia nell’Euro NON è difendere la Milano produttiva contro i poveri cristi, ma è proprio difendere lui, la sua famiglia. E questo passa anche per difendere Milano. Passa per un’integrazione sana (credetemi l’Italia NON è ancora adeguata all’Europa su questo ed è proprio questo che ha generato questa paura_razzismo che Salvini cavalca) e non per l respingimento delle navi delle ONG. E’ spiegare che diritti sociali, civili ed economici sono un unico pacchetto, un’unica forza. Non si scindono mai. La difesa dei più deboli passa per l’Europa. Per un’Europa diversa, ma per l’Europa.

Buona notte sinistra. E’ ora che ti svegli.

Omofobia: ma cosa ci fa paura?

Per la giornata mondiale contro l’omotransfobia (Idahobit) ho scritto questa cosa su imille.org.

Appunti dalla Valcamonica (scrivendo da Palermo)

Ho passato in questi luoghi buona parte della mia infanzia, con mio padre ex tenente degli alpini che non poteva stare senza salire. E salivamo. Quasi tutti i finesettimana. Da alpino sminava le bombe della guerra coi muli, saliva cime in cordata, le ginocchia nella neve.

Dopo si saliva per sminare altro. Io dietro. Imparando a fare il passo, sempre quello, per non sfiatarsi.

Per i monti della bergamasca abbiamo scoperto Cornello dei Tasso dove le macchine non arrivano e dove abitava un pittore (Bonacina) che andavamo spesso a trovare. In un altro luogo che non ricordo un vecchio signore che non aveva voluto abbandonare il paese arroccato sui monti, era l’ultimo. Si chiamava Pietro. La sua casa sapeva di formaggio e muffa, aveva una cucina che restava sempre in penombra, la penombra è, alla vista, ciò che avanza di quello che ti protegge dal caldo e dal freddo. Quello che in passato restava di quella protezione. Mura grosse. Finestre piccole. Non voleva morire “giu’”. Io ero troppo piccola per quel bicchierino di vino che condividevano chiacchierando di montagna.

Poi il Colleoni e le sue tre palle (sì, sì proprio quelle palle!) il condottiero che ha regalato un po’ di Venezia a Bergamo.

E poi la Valcamonica, luogo mistico, i camuni, il segno dell’uomo che quando era preistorico doveva somigliare ad un bambino perché, mi pareva, disegnava più o meno come me. In questi luoghi, ci dice il barista, che ha fatto anche il sindaco, la Lega ha preso il 60%. È diminuita, sa. Prima era al 70%. Ha preso un po’ il M5S, ma sappia che prima, prima della Lega, era tutto DC. Eh sì perché nei luoghi della terra e della devozione alla Madonna – che subentrò alla paganissima devozione alla fertilità come d’altronde in tutta Italia e questa cosa ci unisce molto da Castellammare del Golfo dove c’è una Madonna con la clava al nord più profondo e ognuno ha la sua Madonna – il comunismo non ha attecchito. Il comunismo che divideva gli sghei di chi lavorava con chi non, il comunismo blasfemo, ateo non è arrivato. L’egualitarismo è passato come omologazione, come privazione dell’identità. Chiunque abbia difeso il primato della ritualità, il legame con la terra, la devozione in tutte le sue forme ed evoluzioni, ha vinto. Sulle plance elettorali il faccione di Salvini in posa da Zio Sam, dice grazie! Questa cosa del reddito di cittadinanza qui non va giù. Qui il nonnino si alza al mattino e taglia la sua erba, con la falce, martella i pali per definire confini (eh, la sacralità della proprietà), in ogni caso non sta mai con le mani in mano. Si deve morire lavorando. Il movimento, l’attività è nobilitante. Mi dice: ah da Roma venite! Dove c’è ricchezza ed abbondanza. Mi siedo, tiro dentro lo sgabello, dico: vieni sindaco barista, ti racconto una storia su Roma.

Personalmente sono attratta da quel rapporto con la terra, con il culto della fatica fisica, dall’amore per le tradizioni, nello stesso tempo mi fa paura il muro che ne consegue. Ma si cambia anche qui, malgrado tutto.

Al ristorante del paese ci serve una ragazza marocchina venuta su per assistere il padre. I bar al mattino sono quasi tutti chiusi. Al mattino presto dico, al mattino dei montanari e dei contadini. Le fabbriche chiudono anche qui. Prima si andava in seminario se si era figlio in una famiglia di altri sei o sette altri figli. Ad un certo punto i bimbetti se ne andavano in collegio dai preti. Vita dura. I genitori ti mandavano per farti campare, ci si vedeva due o tre volte l’anno, la prima settimana si piangeva, poi si viveva la vita di quei tempi, quella di una scelta sola. Non come adesso delle scelte infinite e delle infinite insoddisfazioni.

Si cambia anche qui ma qui il progresso fa paura, ha sempre fatto paura. Il progresso spietato dico. Il cambiamento. Il cambiamento spietato dico. Ecco ci sono luoghi dove ci sono quelli che vincono giocando sull’identità e c’è chi non ha ancora imparato a vincere sul cambiamento. Abbiamo bisogno di imparare a spiegare. Di usare parole che accompagnino, facciano vedere lontano. Queste cose le fanno i leader che si fanno corpo. La cui diversità sia nello stesso tempo accettabile e identitaria. È la presenza che fa la differenza. La tangibilità delle mani, soprattutto qui dove le mani sono il fulcro sacro (una signora ci ha raccontato che una delle loro sorelle si mozzò tre dita in un’arnese di una fabbrica, da piccola che si cominciava a lavorare a 14 anni, e la famiglia la mandò a studiare e fece una vita agiata, più agiata della loro e nessuno se lo aspettava perché aveva studiato per concomitanza non per scelta).

Non è semplice. Ma è necessario ritrovare quel modo di essere diversi ma rassicuranti. Soprattutto esserci.

3 errori da non fare

1) sfottere il M5S se supera il vincolo dei due mandati. Perché se lo hanno perdonato a voi lo perdoneranno a loro e soprattutto l’italiano medio non è cretino e sa distinguere tra due mesi di mandato e cinque

2) continuare a dire che se NON faranno un governo (Lega e M5S) allora lo pagheranno nelle urne se si va subito a votare. NON è vero, lo sappiamo tutti. Il ritorno al voto rischia di polarizzarsi in un ballottaggio Lega contro M5S a danno di PD e FI

3) l’errore madre e reiterato: continuare a parlare di loro e non impiegare tempo a delineare finalmente un’identità precisa. E sì… un partito popolare parla a tutti ma ha un’identità chi non ne è ancora convinto è parte del problema.

Due cose di oggi

Due cose di oggi.

Il bar che apre coraggiosamente malgrado le minacce dei Casamonica. La classe politica romana si dia da fare per ridare speranza ai territori periferici (di fatto o meno) in mano alla criminalità. Restituire a Roma vivibilità, legalità, bellezza. Non basta la vicinanza fisica. Bisogna allontanare il male per stare vicino al bene. Altrimenti è ipocrisia.

Il governo del presidente. L’unica cosa che questo parlamento può fare. Il tema è come ci si è arrivati. M5S e Lega ora faranno gli offesi e se alla fine lo appoggeranno lo faranno obtorto collo. Giusto o sbagliato questa è la loro strategia. Perché Forza Italia non si è fatta da parte. Perché il PD non ha voluto nemmeno sedersi a parlare. (Vi sto dicendo cosa diranno NON cosa penso). Maneggiare con cura. La responsabilità non è di quelle parti. Staccheranno la spina appena i sondaggi li danno vincenti (che tanto se non si cambia la legge elettorale si ricomincia). Depositare subito proposta di legge elettorale senza pensare al proprio destino. Il primo partito che lo fa guadagna 10 punti. Siete d’accordo?

Buona serata.

Debussy, Mozart e i divari.

La prima cosa che salta all’occhio sedendosi al concerto delle sei è l’età media. La maggior parte delle persone che si siedono intorno a noi ha i capelli bianchi. Hanno i pile con cui con molta probabilità a luglio o settembre vanno a passeggiare sulle Dolomiti. Si conoscono. Si salutano. Devono avere l’abbonamento.

L’altro divario è che la sala non è piena. La musica classica si sta estinguendo, una roba da vecchi. Come è possibile che la mia generazione o quella successiva non senta questa bellezza, non accorra a questa meraviglia. È un po’ come la montagna d’estate la musica classica. Come è possibile che tutto questo non sia consegnato all’eternità?

Entra l’orchestra. Ed entra lei.

Quando ero piccola facevo un corso di musica nella sede della banda del Paese. Il mio maestro si chiamava Pietro. Suonava la tromba. E quando venne il momento di scegliere lo strumento da suonare io avevo già deciso. Avrei suonato la tromba. A meno di dieci anni riuscivo a fare uscire il suono da quell’oggetto con tre tastoni. Ma non ci fu nulla da fare. Mio padre arrivò con un astuccio come se mi avesse portato la cosa più bella del mondo e dentro purtroppo c’era un preziosissimo (e maledetto) flauto traverso.

Le lezioni di flauto furono un’autentica tortura. Lo abbandonai presto, quasi subito, così come la musica (ci trovammo arroccati su flauto e tromba irreparabilmente) con grande delusione di mio padre. Se la tromba non era uno strumento da femmine figuriamoci l’altro ruolo che nella banda mi affascinava. Lui aveva una panza enorme, quella maglietta nera che lo fasciava tutto, grosse braccia e due baffoni. Il maestro. Ecco nel 1985 per una ragazzina era forse pensabile suonare la tromba (ma dipendeva molto dalle aspettative paterne!) ma di certo non era nemmeno lontanamente possibile desiderare di fare il maestro d’orchestra. Impossibile.

Entra lei.

Noi siamo sedute lateralmente quindi la vediamo, mentre tutta la platea la vede solo di spalle. E’ Minuta. I capelli sciolti, dirigendo ogni tanto la mano libera dalla bacchetta li riassesta dietro l’orecchio. E’ in evidente stato di gravidanza. La camicia nera quando si solleva, e salta, per trasformare un adagio in un allegro le fascia la protuberanza. La palesa. Quando si ferma il movimento del respiro le solleva il ventre.

Il signore anziano davanti a noi è venuto solo. Nella sedia accanto tiene la Repubblica e un libro di filosofia. Quando il concerto finisce urla: brava! Mi ha commosso. Il maschio “anziano” che grida brava alla ragazza che dirige l’orchestra. Come se anche nel passato sia contenuta la speranza. Di già. E ancora.