Diario di bordo di un tutore e di un migrante non accompagnato #5


Durante le giornate di formazione (noi “non del mestiere”) ci stupivamo di molte cose. O per lo meno non ci aspettavamo di parlare così tanto di quegli aspetti. Come nominare un difensore d’ufficio, cosa fare in caso di arresto del minore, cosa chiedere. La parte sull’ascolto e sul disturbo post traumatico da stress invece ci sembrava la parte più scontata. Alcuni hanno anche mollato dopo quei racconti, forse attirati lì pensando che fare il tutore legale fosse fare il genitore affidatario di qualche bimbetto zompettante arrivato tra le loro braccia per la morte tragica della madre su un barcone. L’ho già scritto, lo ripeto e durante la formazione si spinge tantissimo (giustamente) su questo punto: la maggior parte dei minori migranti NON accompagnati sono maschi tra i 15 e i 18 anni. In molti casi (e in alcuni casi ci sono stati fenomeni organizzati) si arriva senza documenti, magari si è maggiorenni, si prova a farsi passare per minorenni perché i minori sono protetti e la loro espulsione è vietata. Per questo (e durante il corso se ne parla ampiamente) ci sono metodi scientifici per determinare l’età di un essere umano.

Tornando ad Ypsilon. Ypsilon è un ragazzo di 16 anni. Completamente analfabeta. In Marocco, da dove proviene, non ha studiato. Non è scappato di casa, è partito con il benestare della famiglia che sente regolarmente appena può. La madre gli dice di fare il bravo. Ypsilon è un ragazzo di 16 anni come gli altri. E’ arrivato che aveva 15 anni, è stato fermo per più di 6 mesi in un centro di prima accoglienza dove non lo facevano studiare. E’ scappato. E’ scappato dal nostro sistema di accoglienza. E’ andato a Milano (dalla Sicilia) e lì è stato fermato dalla polizia (non perché avesse compiuto alcun reato) ed essendo minorenne è stato assegnato ad un altro centro di prima accoglienza. E’ evidente che c’è qualcosa che non va. l’Italia sembra assolutamente inadatta all’accoglienza se non di quella emergenziale. Non che NON esistano le cosiddette case famiglia, anzi. E ora ne stiamo cercando una anche per Ypsilon. Ma non si spiega perché non esista un processo automatico, obbligatorio che faccia in modo che questi ragazzi vengano introdotti in un sistema sano di accoglienza ed integrazione. E’ tutto lasciato alla qualità dei luoghi che li accolgono, al buon senso dei volontari, alla presenza di volontari, ai responsabili delle strutture. Ti può andare malissimo. Ti può andare benissimo. Ma mentre giochi con questa ruota della fortuna le possibilità di integrazione e sopratutto il tempo, ecco, il tempo, finiscono, finisce. Poi quando avrai 18 anni sarai come gli altri. Respingibile. Quindi il tempo che hai da quando arrivi dopo avere il più delle volte rischiato la vita, è IL fattore. Non ci saranno corsi di recupero o scuole due in uno. Il tempo è solo quello. E’ IL tempo che passa da quando sei in grado di lasciare la tua casa (14/15 anni) e di essere in caso rimandato indietro. In mezzo c’è il viaggio fino in Libia. La prigione per farti lavorare se non hai i soldi o per tenerti finché i tuoi parenti non pagano un riscatto. Poi la barca. Il mare che a volte se li prende. Poi lo sbarco. L’identificazione. La burocrazia italiana. I centri di prima accoglienza che ti dovrebbero tenere 6 settimane e a volte ti tengono mesi. Siamo bravissimi ad accogliere l’emergenza ma stiamo dando pochissimo al loro futuro. E il loro futuro è anche il nostro perché tenerli senza fare nulla (se non nei casi in cui, ripeto, le case sono davvero impegnate al benessere di questi ragazzi) è pericoloso per loro e per noi.

Ypsilon parla malissimo l’italiano. Ma è bravissimo a fare il barbiere. E’ impaziente. Vorrebbe lavorare. Sa che ha un anno e mezzo per fare tutto. Poi scade. Quindi si stufa a studiare perché pensa di perdere tempo. E’ difficilissimo, sapete? E’ difficile con un 16enne romano cresciuto nelle nostre case, perché dovrebbe essere facile con lui. Gli dico: tu sei diverso. Non puoi permettertelo di dormire il sabato fino a tardi. Dovresti alzarti e studiare, fare come nel libro Cuore, che ti alzi di notte e studi. Mi sento una merda quando provo a dirgli queste cose nel linguaggio più semplice che mi viene, a volte usando la signorina google che ripete in arabo con voce metallica le cose che scrivo in italiano perché Ypsilon non legge nemmeno la sua lingua, l’arabo. Mi sento una merda. Ypsilon fuma. Ma non ha soldi per comprare le sigarette. Le scrocca, dicono a Roma. Gli ho comprato un pacchetto di sigarette. Ho violato la legge. L’ho fatto io perché non lo facesse lui (una sola volta) il giorno dopo che uno dei ragazzi della casa con cui aveva legato era stato arrestato a Termini per uno scippo.

Tu non lo fare. E’ un’impresa, sapete? Come trasferire nelle parole più semplici del mondo quello che la mia famiglia si tramanda da 3 generazioni. I libri, la resistenza, lo studiare di Gramsci, le donne laureate della generazione di mia nonna, i libri, i libri, i libri dappertutto come complemento dello spazio esterno ed interno, lo studio e il lavoro come tratto distintivo genetico, diomiochepalle. Quante cose io so solo per induzione per usare una metafora termodinamica. Non ho nessun merito per questo. Nessun merito per essere una donna lesbica libera. Per sapere quanto sia importante leggere e studiare. Per avere certi strumenti (per lo meno avere la presunzione di pensarlo). Ypsilon ascolta musica. In macchina mentre lo porto a cena in ristoranti arabi della Capitale per vedere se la tajine assomiglia a quella di sua madre, smanetta con il mio Iphone, cerca la sua musica per farmela sentire. Niente di romantico. E’ stato il compromesso per fargli levare le cuffie e dirgli che se stiamo insieme niente cuffie. Se vuole ascoltare la sua musica l’ascolto anche io. Ci sono molti rapper italoarabi. Li canta a mezzabocca, timidamente. Ghali. Poi altri che cantano solo arabo, traduci gli dico. Ciao mamma, mare, soldi. In alcuni casi la sintesi è questa, in mezzo ci sono milioni di cose, ma Ypsilon è partito per lavorare e mandare soldi a casa. Non è semplice. Buon 1 maggio.

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