Debussy, Mozart e i divari.


La prima cosa che salta all’occhio sedendosi al concerto delle sei è l’età media. La maggior parte delle persone che si siedono intorno a noi ha i capelli bianchi. Hanno i pile con cui con molta probabilità a luglio o settembre vanno a passeggiare sulle Dolomiti. Si conoscono. Si salutano. Devono avere l’abbonamento.

L’altro divario è che la sala non è piena. La musica classica si sta estinguendo, una roba da vecchi. Come è possibile che la mia generazione o quella successiva non senta questa bellezza, non accorra a questa meraviglia. È un po’ come la montagna d’estate la musica classica. Come è possibile che tutto questo non sia consegnato all’eternità?

Entra l’orchestra. Ed entra lei.

Quando ero piccola facevo un corso di musica nella sede della banda del Paese. Il mio maestro si chiamava Pietro. Suonava la tromba. E quando venne il momento di scegliere lo strumento da suonare io avevo già deciso. Avrei suonato la tromba. A meno di dieci anni riuscivo a fare uscire il suono da quell’oggetto con tre tastoni. Ma non ci fu nulla da fare. Mio padre arrivò con un astuccio come se mi avesse portato la cosa più bella del mondo e dentro purtroppo c’era un preziosissimo (e maledetto) flauto traverso.

Le lezioni di flauto furono un’autentica tortura. Lo abbandonai presto, quasi subito, così come la musica (ci trovammo arroccati su flauto e tromba irreparabilmente) con grande delusione di mio padre. Se la tromba non era uno strumento da femmine figuriamoci l’altro ruolo che nella banda mi affascinava. Lui aveva una panza enorme, quella maglietta nera che lo fasciava tutto, grosse braccia e due baffoni. Il maestro. Ecco nel 1985 per una ragazzina era forse pensabile suonare la tromba (ma dipendeva molto dalle aspettative paterne!) ma di certo non era nemmeno lontanamente possibile desiderare di fare il maestro d’orchestra. Impossibile.

Entra lei.

Noi siamo sedute lateralmente quindi la vediamo, mentre tutta la platea la vede solo di spalle. E’ Minuta. I capelli sciolti, dirigendo ogni tanto la mano libera dalla bacchetta li riassesta dietro l’orecchio. E’ in evidente stato di gravidanza. La camicia nera quando si solleva, e salta, per trasformare un adagio in un allegro le fascia la protuberanza. La palesa. Quando si ferma il movimento del respiro le solleva il ventre.

Il signore anziano davanti a noi è venuto solo. Nella sedia accanto tiene la Repubblica e un libro di filosofia. Quando il concerto finisce urla: brava! Mi ha commosso. Il maschio “anziano” che grida brava alla ragazza che dirige l’orchestra. Come se anche nel passato sia contenuta la speranza. Di già. E ancora.

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