5 cose (difficili) se il PD vuole ancora un futuro.

Personalmente penso che il PD non abbia un grande futuro a meno che:

1) tutti quelli che lo hanno governato, che ne sono stati simbolo rappresentativo negli ultimi anni non facciano un generoso passo indietro a favore di una nuova generazione (cosa rischiosa perché se al tuo posto metti il tuo sottopanza cambia poco, ma si può provare)

2) la si smetta di rivendicare con orgoglio la diminuzione degli sbarchi da parte dell’ultimo governo quando tutti sappiamo che in Libia ci sono i lager e se li nega Salvini può anche sembrarmi normale (ieri ho ascoltato tutta la sua conferenza stampa) ma se lo diciamo noi mi preoccupo seriamente. E si ammetta che il problema e la colpa sono nostre che NON abbiamo messo in campo un modello europeo di integrazione vera e quindi non pericolosa per i migranti e per noi fortunati nati qui

3) si faccia una autocritica sulla questione romana. in tutta Italia con chiunque parlo tutti concordano che la mossa di fare cadere un’intera classe dirigente a Roma per consegnare la città a una banda di incompetenti in malafede è stata una scelta stupida e che ha determinato l’inizio della fine e tutta la classe dirigente romana vada a casa

4) si smetta di cercare il “leader” ma si mandino avanti quelle terze vie laboriose, quelli che io chiamo “i muli” quelli che hanno governato bene le città, quelli che hanno le competenze reali della cosa pubblica e si formi finalmente una classe dirigente e non una corte di un Re. O davvero pensate che la Lega vinca solo per le minchiate di Salvini? Vincono perché hanno una classe dirigente diffusa e prossima. Loro.

5) si smetta di cavalcare la “pancia” del paese e si riporti a votare quel pezzo di Paese che vuole: meno mafia, meno evasione, più efficienza, più infrastrutture, più manutenzione, più legalità, più merito, più welfare, più diritti e un’integrazione migliore.

Ciao nonno.

IMG_2302

Eri un antieroe.
Davi tantissimo senza saper prendere, era difficilissimo volerti bene. Te ne sei andato ancora lucidissimo tanto da dire: sono confuso quando ti abbiamo chiesto, sul lettino del pronto soccorso dove sei rimasto 4 giorni prima che ti trovassero posto, se volevi tornare a casa o restare lì. Mi hai risposto che fisicamente era meglio l’ospedale, ma psicologicamente era meglio casa. Volevi morire a casa, ma abbiamo tentato in tutti i modi di allungare quei tuoi 90 anni il più possibile. Mentre ti giravamo su quella brandina, in mezzo ad altri 3 vecchi, in meno di 10mq – i parenti convocati ore pasti e poi cacciati malamente che ad un certo punto ho dovuto anche alzare la voce e chiedere rispetto per tutti – bestemmiavi di dolore e volevi che ti coprissimo per cambiarti, la tua dignità che si andava ad infrangere sulle tue ossa che cedevano, ho visto le tue gambe e ho capito che non avresti più camminato, che non eri scivolato quel giorno in bagno, ma eri franato, semplicemente, come roccia che si frantuma in sassolini, si stacca, viene giù. Ieri sera hai chiesto una pistola per farla finita che tu a casa con il pannolone non ci saresti tornato. Ateo, agnostico, miscredente, anarchico con le foto di tuo padre che assisteva messa con Padre Pio attaccate per casa, le foto dei tuoi figli, della tua prima figlia – dietro una foto di mia madre piccola stasera ho trovato scritto “Rina, amore mio”, la figlia-sorella, la figlia che non ti aspettavi dalla tua vita di studente di fisica che perdeva tempo a giocare a calcio sul piazzale della Sapienza pensando che la gioventù sarebbe durata per sempre e invece quell’amante matura, mia nonna – figlia di un’attrice ungherese e di un imprenditore che s’impiccò per i debiti con gli strozzini romani – l’interruppe così bruscamente. E la tua foto che giochi a scacchi con Anthony Quinn quando avevi fatto la comparsa perché eri bellissimo tanto bello – con quei capelli biondi, gli occhi azzurri e quei modi da lord inglese appena tornato dalla Grecia – che in un pub inglese – dopo la guerra – un uomo si stupì che fossi italiano e soprattutto che avessi violato quel cartello all’ingresso: no nigger and italian people.
Anarchico alla fine, fanatico del Bing Bang, del mistero della vita, della biologia che mischiava e teneva insieme e separava, balilla da piccolo, scappato di casa per arruolarti nella RSI (avevi forse nemmeno 14 anni) poi riacciuffato da un amico dei tuoi – il famoso Pettenati del Cai che poi fece conoscere mio padre e mia madre – e nascosto (ormai disertore) dai gesuiti insieme a coetanei ebrei e forse Hugo Pratt.
Una volta da piccolo, tutto vestito da Balilla che andavi al sabato fascista, una donna ebrea ti aveva dato un passaggio e ti aveva messo confusione chiedendoti perché ce l’avevate tanto con loro. Non sei mai caduto nei luoghi comuni della politica, osservavi tutto con sardonico distacco (a volte mi dicevi: l’amico tuo Renzi come sta?), l’unico anticomunismo ce lo avevi con la famiglia di mio padre – gli intellettuali comunisti – perché ce l’avevi con mio padre e quindi tiravi in mezzo tutto dal 1964 – quando mamma e papà si erano conosciuti sulle dolomiti – al 1991 quando mi hai portato via di casa con un furgone e abbiamo attraversato l’Italia.
Durissimo con i tuoi figli, generoso con me e con un limite da nonno che ti ha impedito negli anni in cui mi hai fatto da padre, di usare la stessa inflessibilità. Ad un certo punto scienziato curioso del genere umano, aperto a tutto e nello stesso tempo vincolato alle dinamiche di un patriarca. Solo una volta hai chiamato Claudia: “la tua compagna”, altrimenti dicevi: “salutami i tuoi orientamenti”. Epico nello scusarsi, folle abbastanza da avere cambiato la mia vita in un giorno d’estate del 1991. La mia porta per un’altra storia. Se sono quello che sono lo devo a te più che a chiunque altro, a quel gesto eroico, coraggioso, l’ultimo miglio di un lavoro certosino, il tuo colpo teatrale.
Avevi un debito inconsolabile con tua figlia, mia madre, che hai saldato abbondantemente con me. Detestavi il mio impegno politico, forse perché ci vedevi l’altro pezzo di famiglia, come se preferissi loro a voi con quella storia così allineata, però venivi a prendermi la sera, alla fine dei consigli d’Istituto o durante le occupazioni e mi dicevi che ti ricordavo quel detto antico: che anche le pulci hanno la tosse, era il tuo modo di sdrammatizzare.
Nonno che la terra, il mare, gli elementi tutti che ti affascinavano e sconvolgevano, ti sia lieve.

Bertolt Brecht, “A coloro che verranno”, 1939.

Davvero, vivo in tempi bui!

La parola innocente è stolta. Una fronte distesa

vuol dire insensibilità. Chi ride,

la notizia atroce

non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando

discorrere d’alberi è quasi un delitto,

perchè su troppe stragi comporta silenzio!

E l’uomo che ora traversa tranquillo la via

mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici

che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.

Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla

di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.

Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,

e sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.

Ma come posso io mangiare e bere, quando

quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e

manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?

Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.

Nei libri antichi è scritta la saggezza:

lasciar le contese del mondo e il tempo breve

senza tema trascorrere.

Spogliarsi di violenza,

render bene per male,

non soddisfare i desideri, anzi

dimenticarli, dicono, è saggezza.

Tutto questo io non posso:

davvero, vivo in tempi bui!

Nelle città venni al tempo del disordine,

quando la fame regnava.

Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,

e mi ribellai insieme a loro.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.

Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.

Feci all’amore senza badarci

e la natura la guardai con impazienza.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.

La parola mi tradiva al carnefice.

Poco era in mio potere. Ma i potenti

posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta

era molto remota.

La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me

quasi inattingibile.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Voi che sarete emersi dai gorghi

dove fummo travolti

pensate

quando parlate delle nostre debolezze

anche ai tempi bui

cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,

attraverso le guerre di classe, disperati

quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:

anche l’odio contro la bassezza

stravolge il viso.

Anche l’ira per l’ingiustizia

fa roca la voce. Oh, noi

che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,

noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora

che all’uomo un aiuto sia l’uomo,

pensate a noi

con indulgenza.

Bertolt Brecht, “A coloro che verranno”, 1939.

La manutenzione della bellezza.

Girando per l’Italia in lungo e in largo, praticamente da quando sono nata, mi capita spesso di vedere luoghi in rovina. E non luoghi antichi, ma luoghi dell’ultimo secolo. Le stazioni dei treni, le case cantoniere (su questo almeno ci stiamo lavorando), scuole, fabbriche, persino case, barche arrugginite abbandonate nella fiumara del Tevere, ospedali che sembrano prigioni, che da fuori sembrano stare per collassare da un momento all’altro. Luoghi che in questo secolo e non mille anni fa sono stati costruiti per presidiare altri luoghi, per educare bambini, per dare un lavoro a chi lasciava i campi o più indietro ancora tornava dalla guerra. In altri paesi europei questa rovina è meno evidente. È come se noi avessimo fatto una corsa e poi ci fossimo fermati all’improvviso. Perché non abbiamo continuato a manutenere il Paese? A mantenerlo bello? Persino l’abusivismo edilizio o anche solo l’edilizia del dopoguerra è stata una sorta di sacrilegio, di frattura nella bellezza millenaria che abbiamo insegnato al mondo. Ci sono dei luoghi che se potessi farei radere al suolo e ricostruire per restituirli alla bellezza (perché anche la bellezza è un diritto e questa sì oggi segna un confine classista, eccome se lo fa) e mi chiedo se si potrà mai farlo, se avremo mai risorse e la forza politica per un immenso piano di demolizione e ricostruzione. È come se nel dopoguerra quella grande corsa sia stata priva di una visione urbanistica, priva di criteri. Dobbiamo forse a quella folle corsa questa specie di rabbia primordiale con la quale l’Italia si è svegliata? E non ci accorgiamo che (stante tutte le cose giuste sul tema che in Italia non si fanno figli ma non per colpa dei poteri forti che importano africani come dicono questi mentecatti al governo con il loro codazzo di nuovi intellettuali allineati, ma perché manca un welfare degno di questo nome) l’immigrazione è la più grande opportunità di “riabitazione” di alcuni luoghi. Riaprire scuole perché ripopolate significa avere più maestri. Alcuni paesi abbandonati potrebbero (e già accade) essere riabitati. Alcuni ospedali chiusi (mannaggia al titolo V) riaperti per necessità. Abbiamo davanti la più grande occasione di governare un processo di rinascita e lo affrontiamo in modo scomposto (prima Minniti ora Salvini) bloccando gli sbarchi. Per fermare il business dei migranti diciamo. Ok. E quelli che adesso sono qui? non vediamo l’enorme opportunità che avremmo se governassimo questo fenomeno (che non è rinchiuderli nei Centri, non farli studiare, non insegnargli un mestiere, impedire loro di finire nelle mani della criminalità). Non vediamo perché al Paese manca una visione. E questo non da ora. Manca da tantissimo tempo e le classi politiche che si sono susseguite hanno governato questa anarchia che si regge sulla nostra incredibile capacità individuale di galleggiare e sopravvivere, ma non hanno mai veramente impresso una rotta a tutti noi.

Siamo diventati razzisti?

Migranti. Proviamo a raccogliere le idee e a fare chiarezza.
Siamo diventati razzisti?
Un pochino sì e secondo me lo siamo diventati perché l’Italia non ha mai messo in piedi un vero sistema di integrazione. Se non esiste un sistema di integrazione esistono migliaia di uomini a cui diamo un tetto e del cibo che non hanno nulla da fare. Non ha importanza che siano bianchi, neri, africani o italiani, semplicemente quella condizione è pericolosa. Da cosa siamo spaventati? Dai parcheggiatori abusivi. Bene, sono abusivi, perché il ministro dell’Interno non interviene? Paura della criminalità organizzata? Equilibri intoccabili? Abbiamo paura delle baraccopoli, però non vogliamo costruire alloggi come accade negli altri paesi europei. Certo che le baraccopoli sono pericolose. Per chi ci vive e per chi ci vive accanto. Abbiamo paura dei ladri? Certo, persone senza un salario, per sopravvivere ruberanno come hanno fatto anche gli italiani. Anche gli italiani hanno portato le donne italiane a fare le prostitute con la promessa del matrimonio nei primi del 900 (leggetevi l’Orda di Gian Antonio Stella). Si dice: non è vero gli italiani andavano a cercare lavoro. In parte è vero: perché il lavoro c’era. Umile e schifoso. Anche per loro ci sono lavori umili e schifosi e sottopagati che nessuno vuole fare. Raccogliere i pomodori sotto il sole tutto il giorno. Pulire il culo dei nostri vecchi. Pulire i nostri bagni. Ci sono due cose che servono a questo Paese: la certezza della pena (che non va invocata quando ruba un nero o un rom) per tutti coloro che delinquono e delle carceri che siano davvero luoghi di recupero e non luoghi dove le cose peggiorano e l’integrazione. Leggete questo pezzo del 2016 e guardate cosa fa la Germania. Ah, un’ultima cosa:la maggior parte dei paesi europei che stiamo criticando perché ci lasciano da soli, sono anche quelli che hanno accolto centinaia di migliaia di italiani, se avessimo davvero le “palle di titanio” come ho letto in queste ore con riferimento a Salvini, cercheremmo di onorare la nostra storia di migranti in modo più dignitoso. Lo dico di nuovo: integrare, integrare, integrare è la sfida più grande.

L’opposizione riparta da matrimonio egualitario e accoglienza migranti.

Le dichiarazioni di Fontana su migranti e Famiglie Arcobaleno che indeboliscono l’occidente (la razza in soldoni) sono inquietanti (direi peggio di Savona e incostituzionali nella stessa misura). Sono le posizioni di inizio secolo di molti movimenti politici (e non solo del nazismo) secondo cui zingari, ebrei, omosessuali dovevano essere estirpati contro il rischio di indebolimento genetico (persino Churchill ne fu sostenitore in tempi non sospetti). Siamo vaccinati? Forse. Lo saremo se avremo un’opposizione all’altezza che su quei temi dovrà evitare che vengano toccati i diritti acquisiti (non saranno così scemi da toccare le unioni civili, si ritroverebbero milioni di persone in piazza) e dovrà vigilare senza ambiguità sul tema dell’immigrazione e dell’accoglienza su cui ahimè l’ambiguità è cominciata con la criminalizzazione delle ONG e con la totale incapacità di affrontare il tema del razzismo crescente: la capacità di accogliere ed integrare del nostro Paese.
Secondo una conoscente elettrice e militante molto attiva del M5S e militante per i diritti degli omosessuali, il M5S è pronto a votare le leggi sui diritti civili proposte dal PD in coerenza con quanto affermato nella precedente legislatura. Ecco sarebbe molto bello (e dall’opposizione mi aspetto questo) che il PD presentasse subito una legge sul matrimonio egualitario (o almeno se proprio non tutto il PD non è d’accordo, ahem) sull’estensione della stepchild adoption per stanare il M5S. L’opposizione NON si dovrà fare vigilando che mantengano le promesse del contratto (che Dio ce ne scampi!), ma stanando le loro contraddizioni per mostrarne al Paese le bugie pregresse e le debolezze. L’opposizione non deve vigilare che le promesse vengano mantenute (il tema non è solo di sostenibilità economica, ma di opportunità), ma deve bocciare, contrastare, le cose che ritiene siano dannose per il Paese e proporre cose che pensa gli facciano bene. Sarà un lungo inverno, ma solo posizioni chiare e senza tentennamenti su alcuni temi ricostruirà il campo progressista (molto più dell’unità dei suoi capobastone, credetemi, di quelli possiamo fare senza).

p.s. se rispondete a questo post con la frase: l’Italia ha altri problemi, vi rispondo che l’Italia ha tantissimi problemi, l’uguaglianza dei gay NON è uno di questi. Appunto. Sui diritti civili questo governo farà silenzio o danni e non dovremo permettere che questo accada. Sui diritti sociali sarà lo scontro tra ricette diverse.