Ciao nonno.


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Eri un antieroe.
Davi tantissimo senza saper prendere, era difficilissimo volerti bene. Te ne sei andato ancora lucidissimo tanto da dire: sono confuso quando ti abbiamo chiesto, sul lettino del pronto soccorso dove sei rimasto 4 giorni prima che ti trovassero posto, se volevi tornare a casa o restare lì. Mi hai risposto che fisicamente era meglio l’ospedale, ma psicologicamente era meglio casa. Volevi morire a casa, ma abbiamo tentato in tutti i modi di allungare quei tuoi 90 anni il più possibile. Mentre ti giravamo su quella brandina, in mezzo ad altri 3 vecchi, in meno di 10mq – i parenti convocati ore pasti e poi cacciati malamente che ad un certo punto ho dovuto anche alzare la voce e chiedere rispetto per tutti – bestemmiavi di dolore e volevi che ti coprissimo per cambiarti, la tua dignità che si andava ad infrangere sulle tue ossa che cedevano, ho visto le tue gambe e ho capito che non avresti più camminato, che non eri scivolato quel giorno in bagno, ma eri franato, semplicemente, come roccia che si frantuma in sassolini, si stacca, viene giù. Ieri sera hai chiesto una pistola per farla finita che tu a casa con il pannolone non ci saresti tornato. Ateo, agnostico, miscredente, anarchico con le foto di tuo padre che assisteva messa con Padre Pio attaccate per casa, le foto dei tuoi figli, della tua prima figlia – dietro una foto di mia madre piccola stasera ho trovato scritto “Rina, amore mio”, la figlia-sorella, la figlia che non ti aspettavi dalla tua vita di studente di fisica che perdeva tempo a giocare a calcio sul piazzale della Sapienza pensando che la gioventù sarebbe durata per sempre e invece quell’amante matura, mia nonna – figlia di un’attrice ungherese e di un imprenditore che s’impiccò per i debiti con gli strozzini romani – l’interruppe così bruscamente. E la tua foto che giochi a scacchi con Anthony Quinn quando avevi fatto la comparsa perché eri bellissimo tanto bello – con quei capelli biondi, gli occhi azzurri e quei modi da lord inglese appena tornato dalla Grecia – che in un pub inglese – dopo la guerra – un uomo si stupì che fossi italiano e soprattutto che avessi violato quel cartello all’ingresso: no nigger and italian people.
Anarchico alla fine, fanatico del Bing Bang, del mistero della vita, della biologia che mischiava e teneva insieme e separava, balilla da piccolo, scappato di casa per arruolarti nella RSI (avevi forse nemmeno 14 anni) poi riacciuffato da un amico dei tuoi – il famoso Pettenati del Cai che poi fece conoscere mio padre e mia madre – e nascosto (ormai disertore) dai gesuiti insieme a coetanei ebrei e forse Hugo Pratt.
Una volta da piccolo, tutto vestito da Balilla che andavi al sabato fascista, una donna ebrea ti aveva dato un passaggio e ti aveva messo confusione chiedendoti perché ce l’avevate tanto con loro. Non sei mai caduto nei luoghi comuni della politica, osservavi tutto con sardonico distacco (a volte mi dicevi: l’amico tuo Renzi come sta?), l’unico anticomunismo ce lo avevi con la famiglia di mio padre – gli intellettuali comunisti – perché ce l’avevi con mio padre e quindi tiravi in mezzo tutto dal 1964 – quando mamma e papà si erano conosciuti sulle dolomiti – al 1991 quando mi hai portato via di casa con un furgone e abbiamo attraversato l’Italia.
Durissimo con i tuoi figli, generoso con me e con un limite da nonno che ti ha impedito negli anni in cui mi hai fatto da padre, di usare la stessa inflessibilità. Ad un certo punto scienziato curioso del genere umano, aperto a tutto e nello stesso tempo vincolato alle dinamiche di un patriarca. Solo una volta hai chiamato Claudia: “la tua compagna”, altrimenti dicevi: “salutami i tuoi orientamenti”. Epico nello scusarsi, folle abbastanza da avere cambiato la mia vita in un giorno d’estate del 1991. La mia porta per un’altra storia. Se sono quello che sono lo devo a te più che a chiunque altro, a quel gesto eroico, coraggioso, l’ultimo miglio di un lavoro certosino, il tuo colpo teatrale.
Avevi un debito inconsolabile con tua figlia, mia madre, che hai saldato abbondantemente con me. Detestavi il mio impegno politico, forse perché ci vedevi l’altro pezzo di famiglia, come se preferissi loro a voi con quella storia così allineata, però venivi a prendermi la sera, alla fine dei consigli d’Istituto o durante le occupazioni e mi dicevi che ti ricordavo quel detto antico: che anche le pulci hanno la tosse, era il tuo modo di sdrammatizzare.
Nonno che la terra, il mare, gli elementi tutti che ti affascinavano e sconvolgevano, ti sia lieve.

Un pensiero riguardo “Ciao nonno.

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