La verità vi prego sulla monnezza di Roma

Vivo in una città dove c’è emergenza rifiuti. Ormai da anni. Dove qualcuno aveva provato a metterci mano ma nemmeno i giornalisti ci hanno capito molto (o sono in malafede perché non dimentichiamo le fauci di palazzinari e potentati su Roma e quindi sulla politica, su tutta la politica e i giornali). Vivo in una città in cui dovremmo essere incatenati perché siamo invasi dai rifiuti dove danno casualmente fuoco prima delle feste ad un impianto di trattamento dei rifiuti. Ma leggetevi qui sotto Estella Marino che sul tema è più brava di me (e che casualmente faceva l’assessore all’ambiente, deposta da mano amica che ancora non chiede scusa per il disastro mostruoso creato alla capitale d’Italia).
Scrive Estella:
 
Mai visto un articolo infilare così tante corbellerie come quello pubblicato da Il Foglio (che riporto qui sotto).
 
Mi prendo la briga di smontarle una ad una per dimostrare la sciatteria (?) di certi articoli, che trattando di un tema complesso preferiscono fare sensazionalismo più che scrivere dopo essersi documentati, almeno un po’.
 
Le corbellerie sono di natura macroscopica, sui giudizi poi ognuno è libero, ma sui dati direi di no.
 
Partiamo dai numeri
1) i dipendenti di Ama non sono 12.000 come riportato, bensì 8.000.
Direte voi come è possibile sbagliare un numero di così tanto? Mi viene il dubbio che si siano sommati ai dipendenti Ama anche i circa 4.000 dipendenti di Roma Multiservizi che è 51% Ama e 49% privato. Peccato che la Roma Multiservizi svolga servizi (come il global service scuole e altro) che non c’entrano nulla con il Servizio di Igiene Ubana (raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti urbani), quindi i suoi dipendenti non c’entrano nulla con il servizio di igiene che svolge Ama.
 
2) di conseguenza, il dato dei dipendenti medi (ad abitante) definito “molto sopra la media del settore” è completamente sbagliato calcolandolo sul numero errato di 12.000.
 
3) anche i dati sul capitale di rischio a questo punto verrebbe da chiedersi come siano stati calcolati. Per non parlare del fuorviante paragone con A2A Milano, in primis definita “azienda municipale” come a dire che è anch’essa totalmente pubblica come Ama, cosa che non corrisponde al vero. A2A è una azienda quotata in borsa, con solo il 53% in mano pubblica (i comuni del bacino di riferimento) il resto è azionariato privato, flottante sul mercato. Inoltre non è certo una azienda del settore di Ama che si occupa esclusivamente di servizi ambientali; A2A è infatti una multiutility che gestisce tutto: acqua, energia, luce e anche servizi ambientali. Se vogliamo cercare nel panorama romano una azienda simile ad A2A sia dal punto di vista dell’assetto societario che come tipologia di business possiamo paragonarla ad Acea (con servizi di Ama compresi) .
Quindi A2A e AMA non sono certo due aziende confrontabili.
 
3 bis) una piccola digressione. AMA, purtroppo, è solo “braccia e carrette” e quindi ha una incidenza dei costi di personale più elevata rispetto a chi genera ricavi da attività industriali di smaltimento. Nelle aziende simili ad AMA (cioè quasi esclusivamente di raccolta) l’incidenza del costo del lavoro è compresa tra il 53 e il 61% mentre in quelle che hanno plessi industriali (inceneritori e discariche) il costo del lavoro è sempre sotto il 40%.
 
4) ma il vero picco si raggiunge con la frase “Ama riceve contribuiti pubblici stratosferici” come se ci fossero dei trasferimenti di soldi pubblici ad Ama, confondendo l’incasso della Tari (che per legge deve coprire i costi del servizio delle aziende di igiene pubblica) con un contributo pubblico.
Le Aziende di Igiene Urbana, proprio perché la norma parla di coperture dei costi del servizi tramite tariffa del servizio stesso, sono le uniche a non ricevere trasferimenti statali, regionali, ecc… a differenza ad esempio delle aziende di trasporto pubblico dove il biglietto non copre i costi.
E non si comprende la frase in cui si paragonano altre città, con la raccolta differenziata più alta, affermando che nn ricevono finanziamenti pubblici, le aziende delle altre città riscuotono la Tari esattamente come Ama.
Sono più efficienti certo – anche grazie ad un sistema impiantistico che a Roma e nel Lazio manca, quindi non solo per maggior virtuosismo delle aziende – e quindi la Tari pro-capite è più bassa.
 
5) l’autore dell’articolo svela verso la fine le sue “competenze” nel settore dell’igiene urbana e sulla questione Ama.
Le conoscenze sono tali da confondere un impianto con un deposito – quello andato a fuoco sulla salaria non era un deposito ma un impianto di trattamento dei rifiuti indifferenziati, particolarmente sotto sforzo e quindi carico data la crisi dei rifiuti di questi mesi.
Viene ripercorsa inoltre una parte della storia di quell’area che ha poi creato la pesante e complicata questione odierna dell’impianto TMB salario, storia che nasce dalla crisi della Azienda Autovox (di cui l’autore dell’articolo è stato il liquidatore)! .
Certo le cronache del tempo raccontano un’altra verità: furono i lavoratori dell’Autovox, coi loro sindacati, a trovare AMA e ciò su indicazione del Comune di Roma, interessato alla vertenza suscitata da centinaia di operai (e delle loro famiglie). Venne insomma in soccorso il pubblico che riuscì a far comprare un sito per un servizio pubblico (inizialmente non un impianto) salvando centinaia di posti di lavoro che, altrimenti, sarebbero andati perduti.
Omette di dire l’autore dell’articolo, chissà perché, che il Comune si fece carico in quella crisi aziendale della Autovox anche di una parte dei lavoratori, assorbendoli in una azienda capitolina, il cui 51% fu poi ceduto ad Ama, la Roma Multiservizi. Quando si dice il caso.
( Raccontare la storia per come è andata nulla toglie alla recente drammatica situazione dell’impianto e ai problemi che da anni stanno subendo i quartieri limitrofi).
 
Detto ciò, è condividendo un giudizio severo sulla gestione dei rifiuti da parte della odierna giunta, mi chiedo, ma un articolo così, con dati palesemente sbagliati o deformati sull’azienda, cui prodest? A chi giova?” Estella Marino.

Della disobbedienza civile, di Socrate e di quello che è giusto o sbagliato.

Il tema della disobbedienza civile dei sindaci (al di là di come la si pensi) è un tema importante nel dibattito di un Stato democratico dotato di regole.
Fa bene chi sottolinea la contraddizione di Salvini che esortava i sindaci a disobbedire nell’applicazione delle Unioni Civili e fa bene anche chi ricorda quando noi sostenevamo che i sindaci non potessero disobbedire ad una legge dello Stato.
E’ un tema antichissimo affrontato da Platone nell’Apologia di Socrate dove il vecchio filosofo beve la cicuta (morte a cui fu condannato) pur pensando che fosse ingiusto per dare il messaggio che la legge dello Stato anche quando è ingiusta si deve rispettare.
Nel secolo appena passato, eppure, abbiamo imparato che la disobbedienza è stata spesso resistenza. E’ stata spesso argine alla follia degli Stati. Si pensi ai partigiani (tacciati di terrorismo) o a chi nascondeva gli ebrei per proteggerli dall’olocausto. Come ci dobbiamo porre davanti a questo tema per non scardinare il nostro senso del dovere, il nostro senso per lo Stato? Non applicare la legge sulle unioni civili cosa significava? Privare degli essere umani di un diritto. Non applicare il decreto sicurezza cosa significa? Non privare degli esseri umani di un diritto. Ecco io penso che la risposta sia qui dentro. Solo qui dentro.