Il brutto anatroccolo, la pandemia e la fantasia al potere.


Da mesi sto cercando di trovare le parole per raccontare una divergenza che giorno dopo giorno mi appare sempre più evidente. 

Sono tante le cose che compongono questa divergenza, apparentemente diverse tra loro, ma che alla fine si compongono e le rendono tragicamente legate. 

Da una parte un mondo, spesso sommerso e sconosciuto al cosiddetto mainstream, che sviluppa tecnologia avanzata che consente di saltare le file, di collegare smartphone e computer e casa, che sviluppa motori o carburanti che inquinano meno ottenuti con software sempre più veloci, sempre più precisi. Un mondo che calcola l’inquinamento dell’aria, la congestione del traffico. Un mondo che “inventa” un altro mondo. Che salva vite con la ricerca, che cerca il modo di bombardare il tumore e lasciare intero il resto. Un mondo di sensori che consentono di misurare una frana, la stabilità di un’infrastruttura via satellite. Quel mondo è un mondo (anche) pieno di donne (e di tanti maschi evoluti) che si ascoltano, si parlano, hanno un moto di competizione tra di loro perché sono state abituate a quel modo di fare per emergere, ma che all’improvviso (il moto di competizione) viene messo da parte, trasformato in gentilezza, trasformato in risposte da dare a donne più brave, a donne alla pari e persino a donne ancora giovani e sconosciute, ma viste come continuazione di una battaglia, patrimonio da elevare e non da “far soffrire un po’” per emergere. Sto incontrando gentilezza in persone più brave di me, persone da cui non mi aspetterei attenzione. Allo stesso tempo mi accorgo di averla sempre data a chi mi scriveva inviandomi un CV o chiedendomi qualcosa dei miei libri. E’ come se esistesse un mondo dove i brutti anatroccoli sono cigni ed è un mondo che pensa al mondo, non a se stesso e dove l’essere cigno non è qualcosa da ostentare, ma una bellezza intrinseca.

Contemporaneamente, nel mondo in superficie, continuo a vedere gruppi per lo più (ahimè) di uomini convinti di rappresentare il futuro, aggressivi con chi dice la propria, settari. Bulli perennemente in guerra tra loro per la visibilità e il consenso, che irridono chi alza la mano e va contro corrente. Che non rispondono se interrogati, che navigano nell’acquario dei propri pesci ignorando l’oceano. In quel mondo per affrontare la pandemia chiamo i pesci che conosco. E forse compio uno sbaglio di “conservazione” che ora non è più perdonabile.

Quel mondo secondo me è lo stesso mondo dove continuo a vedere libri di favole per bambine con principesse bionde e magre in cui persino il dolore che noi leggevamo (essere orfane, ferirsi con un fuso, mangiare una mela avvelenata dopo aver lasciato la casa paterna) viene rimosso. Non c’è più niente di quel tempo di solitudine e tristezza che almeno raccontava un mondo del femminile, vecchio ma bello a suo modo. Vecchio ma pieno di cose su cui fermarsi a riflettere anche solo per emanciparsene.

Esiste solo essere bionda e bella e sposare un principe.

La monodimensionalità che invece di spiegare le favole (non sono per non leggere Cenerentola, anzi!) ne rimuove la parte bella e lascia solo il gran finale come se la vita alla fine fosse solo quel gran finale e non tutto il resto in mezzo. La pandemia ha estremizzato e avvicinato quei due mondi: è come essere in un film di fantascienza e avere una sliding doors da prendere. In quale dei due mondi voglio vivere? Oppure, meglio ancora, come conciliare quei due mondi? Come fonderli prendendo il bello del primo e portando valore nel secondo senza prendere porte in faccia da qualche bullo?

La pandemia doveva essere il momento in cui i due mondi si incontravano. Forzatamente. In cui si palesava la necessità delle competenze sia tecniche che umane. In cui il secondo mondo alzava la mano e chiedeva aiuto. Sapere, ma anche convincere. Sapere, ma anche trascinare. Comunicare.

Se oggi un social network mi insegue se guardo un paio di scarpe perché non può inseguirmi se mi contagio, avvisare i miei contatti, bloccare la mia bolla ed impedirle di contagiare altri?

Difficile? Uhm. Tecnicamente no. Forse solo politicamente.

Se ci sono cose che tecnicamente si possono fare se non si sono fatte abbiamo un problema.

Almeno ammettiamolo e ragioniamoci su. Lo so che era difficile.

E il tema non riguarda solo l’Italia, riguarda tutto il mondo occidentale attraversato da anni da una spinta rabbiosa e di chiusura alla diversità. Abbiamo smesso di pensare che alcune cose siano possibili. Viviamo un mondo che naviga lentamente e trova nella palude che lo rallenta il suo stesso nutrimento. Dobbiamo ritrovare il coraggio di immaginare un mondo nuovo, un mondo possibile non solo “fuori” dal mondo che decide per il bene comune, non solo nel mondo privato. Dobbiamo riportare l’immaginazione al servizio della Cosa Pubblica.

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