Cosa capisco delle linee guida europee per un Europa più uguale (e più sicura)

Cosa capisco dalle linee guida europee.Per esempio.Invece di dire Maria e John sono una coppia internazionale (cioè di due nazionalità diverse), usare nomi non solo “cristiani” visto che ormai l’internazionalità è più vasta. Sono suggeriti: Malika e Julio. Due osservazioni: Salvini traduce John come Giuseppe. Sbagliato, John si traduce Giovanni quindi sta storia del presepe, di Giuseppe e Maria è stata montata ad arte. Altra osservazione: l’esempio è specifico sulla frase “coppia internazionale”. Vale per tutti gli altri modi di dire che possono offendere: per esempio fare un corso di formazione sulle banche ed usare nomi come Abramo e Isacco. Lo fareste? Io no perché alimenterei un pregiudizio. Parlare di criminalità ed usare il nome “Salvatore”. Parlare di terrorismo ed usare il nome Mohammed. Capite di cosa si tratta? Di contestualizzare i nomi per evitare il diffondersi di pregiudizi su documenti internazionali. Per evitare di fare brutte figure, di discriminare, di peggiorare i rapporti tra Stati o tra l’Europa e il resto del mondo. Direste Buon Natale ad uno Sceicco? O spedireste una cartolina alle istituzioni di Israele con “Buon Natale”? Non so voi, io no.Cosa avete che non va con il parlare meglio per generare meno odio possibile?

LGBTQI+: generazioni a confronto, molto diverse.

C’è una cosa su cui sto riflettendo da giorni e che ho detto qualche giorno fa alla bella giornata di lancio de Le Contemporanee (a proposito seguitele!) dopo avere ascoltato le parole di Simonetta Sciandivasci sulle nuove generazioni.


La generazione di gay e lesbiche e trans (uso queste definizioni appositamente) prima della nostra – parlo dell’Italia, ovviamente USA e UK potrebbero avere anticipato di mezza generazione – quindi chi ha oggi più di 60 anni non aveva parole per definirsi. Spesso nemmeno si autodefiniva e le uniche parole esistenti erano offese, insulti. Si diceva “frocio”, si diceva “pederasta”, si facevano addirittura gesti per non dire, per non nominare. Si “era” senza “dirsi”. Non ce ne era bisogno. Fa eccezione ovviamente quella parte di pionieri del Fuori (Enzo Cucco Tosco e Giovanni Minerba prima che mi tiriate le orecchie!)


La mia di generazione ha combattuto per definirsi. Per distinguersi. Per conquistare il diritto a “dirsi”, per uscire dalla dimensione buia ed affermare l’amore, la transizione. Forse siamo stati anche la generazione “normalizzante” che ha convinto l’opinione pubblica che gay, lesbiche e trans non erano persone disordinate che vivevano di nascosto il loro peccato. Siamo diventati genitori, famiglie, abbiamo combattuto per il “matrimonio”, sentendoci anche dire dalle punte più avanzate della generazione precedente che forse eravamo un po’ borghesi.


La generazione LGBTQI+ di oggi sta combattendo una battaglia completamente diversa. Sta combattendo per non definirsi. Per non etichettarsi. Per viaggiare attraverso le definizioni facendo scoprire a molti di noi che forse nelle definizioni che ci siamo dati e date siamo persino stretti e strette. Devo confessare che dopo un primo momento di stupore, di vertigine, è bellissimo guardare e ascoltare i giovani e le giovani di oggi in questa ricerca che non finisce.
Forse quello che osserviamo nel movimento LGBTQI+ non è una specificità della categoria, ma è probabilmente il luogo più evidente dove sta prendendo forma la differenza di queste ultime 3 generazioni post-belliche (sto sempre parlando solo d’Italia). La mancanza di riferimenti e di ideologie che per noi è stata immensa nostalgia per quello che non avevamo potuto “sperare” come i nostri genitori, per i ragazzi e le ragazze di oggi è libertà. Ed è tutto molto bello. Anche se a molti fa tanta paura.