Diario di bordo di un tutore e di un migrante non accompagnato #3

31 marzo 2018 § Lascia un commento

La puntata #1 qui.

La puntata #2 qui.

“Cosa hai imparato questa settimana?”
“….”
“Facciamoci aiutare da Google”
La signorina di Google traduce il mio italiano. Parla arabo. Io non capisco. Lui si illumina.
“Ah sì! Luce, notte, bocca, orecchie, naso…”
Giochiamo a ping pong, siamo rimasti lì mentre gli altri sono andati al centro commerciale (io non ce lo volevo portare e lui non c’è voluto andare). Vinco io 5 partite a 21 su 5 anche se sui primi punti se la gioca poi si innervosisce come succede a me quando gioco con Giu Bucky.
Mi sfida a biliardino dove sono una sonora schiappa e mi batte (come ben sa Silvia Greco)
Passeggiamo intorno al centro. Siamo due taciturni. E la lingua per ora non aiuta.
“E la Libia?”
“Prigione. Mafia.” E agita i polsi mimando le manette.
“E tu lo mangi il maiale?”
“Io? Uhm un pochino.” Mento.
“Un pochino e un pochino e un pochino e poi…” e poi fa il gesto dell’ingrasso.
Ypsilon è totalmente analfabeta ma è pieno di buonsenso.

Diario di bordo di un tutore e di un minore migrante non accompagnato #2

27 marzo 2018 § 2 commenti

Per la prima puntata qui.

Alle 9. Ci sono, sono puntuale. Alle 9? Posso venire anche prima se necessario perché Esse (il nome è di fantasia) ha fatto la notte ed è l’unico che parla arabo e aspetta me per andare a dormire. Esse è scappato dalla Siria con la famiglia, dalla guerra. Arrivare in questo centro di prima accoglienza ospitato dalla profondissima periferia romana (di cui ovviamente non vi darò alcun riferimento) di sabato mattina è una passeggiata, Roma al mattino del sabato è deserta e si accorcia. E’ come se fosse più piccola. Per tutta la mattina mi scuso con Esse che alla fine oltre a me aspetta altre due tutrici per aiutarle a parlare con i ragazzi assegnati. Adesso vai a dormire, Esse, dai, continuo a dire. E ogni volta che lo guardo, alto, indoeuropeo che sembra altoatesino mi devo continuare a dire che quel corpo è come quei corpi che vedo in televisione, mi sento come il bambino degli anni ottanta che non aveva mai visto una mucca e pensava che le mucche fossero viola come quella di una marca di cioccolato.

Quando arrivo Ypsilon non c’è. E’ su, in camera, che si fa bello perché venivi tu. Parliamo. Apriamo la cartella. Abbiamo avuto la fotocopia del documento, l’ha mandata la famiglia dal Marocco. Non ha più 17 anni, ne ha 16 e mezzo. Ha più tempo. Questa è la prima bella notizia. Firmo le deleghe perché possa fare le visite mediche a fine mattinata firmerò anche il piano formativo, lunedì ho firmato anche il permesso per mandarlo a giocare a calcio una volta a settimana.

Da lunedì Ypsilon va a scuola ad imparare l’italiano. Ieri sera pensavo ma ha senso fare imparare ad uno che viene dall’Africa una lingua che parla solo una nazione, pari allo 1% della popolazione mondiale? Non avevo mai pensato a quanto siamo piccoli nel mondo. Non sarebbe meglio mandarlo a scuola di cinese, di inglese o di spagnolo? L’italiano è un’opportunità o potrebbe essere un’occasione sprecata? Ci penserò. Ad Ypsilon piace giocare a calcio, ho fatto l’errore di chiedere se gli piace nuotare, glielo ho chiesto 3 volte. Quando uno è duro di comprendonio. Ed Ypsilon vuole fare il barbiere, come il fratello, se ne è andato da dove stava in Sicilia perché non lo facevano studiare (perdo tutto questo tempo, attraverso mezza africa del nord, mi faccio 3 mesi in Libia, mi pestano che ho i segni del naso rotto e di piccole cicatrici di cui chissà se ho memoria della storia di come mi si sono scheggiate nel viso, come gocce di olio bollente per starmene a ciondolare? Anche no.)

Da sabato so un sacco di cose in più. So che esistono scuole per adulti nelle nostre scuole medie di periferia che funzionano anche la mattina (le cose che immagini siano di sera come quando ci andavano gli operai che ho conosciuto), so che esistono scrittori che aprono scuole per insegnare l’italiano agli stranieri, so che (forse qualcuno me lo aveva anche detto) un nordafricano può essere razzista con uno del corno d’Africa e chiamarlo scimmia e ho fatto la mia prima ramanzina che suonava più o meno così: tu per me (me inteso come Italia) sei nero, ricordati che c’è sempre qualcuno più nero di te, ma tu sarai sempre il nero di qualcuno. Siamo tutti uguali. Sì ho detto proprio così senza usare giri di parole ho detto questa cosa banale e stupida. Esse ha tradotto. Lui ha fatto cenno di sì con la testa, ha sorriso. Sorride sempre, ha un bellissimo sorriso dentro una faccia piena di schegge e sotto ad un naso rotto. Gli è rimasto comunque un bel naso.

Ypsilon vuole fare il barbiere. Se qualcuno sull’argomento ha idee, non avendo io la più pallida idea di come si diventi il barbiere più bravo di Roma, scrivetemi in privato.

Diario di bordo di un tutore e di un minore migrante non accompagnato #1

23 marzo 2018 § 8 commenti

Ho voglia di raccontarvi questa storia (e cercherò di farlo d’ora in poi), questa storia di fare il tutore di minori stranieri non accompagnati, questa cosa con il nome lunghissimo che nelle slide del corso veniva abbreviata così: MSNA.

Questa cosa è cominciata in autunno insieme a quasi (credo) altre 900 persone in tutto il Lazio. Due cose lampo: il corso è stato bello, forse per chi era del mestiere (avvocati, psicologi, assistenti sociali) ridondante, per noi non addetti alla materia un bel colpo nello stomaco. Molti di voi quando sentono la parola minore pensano subito ad un bimbetto, invece il 95% dei ragazzi che arrivano hanno tra i 16 e i 18 anni e sono maschi. Sono quelli che riescono a fare il viaggio da soli. Quelli che sopravvivono. Le ragazze sono pochissime (anche se partono, non arrivano, fanno un altro giro, indovinate…) anche se oggi 3 delle persone che hanno giurato con me avevano 3 ragazze somale ed è stato considerato il miracolo del giorno.

Questa storia è cominciata in autunno dicevo e non ho mai ringraziato il garante dell’infanzia del Lazio Jacopo Marzetti che, almeno a noi del primo corso, non ha fatto mai mancare la propria presenza. Immaginatevi io che rompo sempre le palle che la prima volta che l’ho visto spuntare ho subito pensato “ecco sarà il solito che viene a fare la passerella” poi ciao. Invece no. Sempre presente anche quando non era necessario, uno davvero curioso di capire chi diavolo erano questi pazzi che nel pieno della criminalizzazione delle ONG e della gara a chi era più razzista degli ultimi 6 mesi si catapultavano in viale giulio cesare di venerdì pomeriggio a farsi un corso di 4 ore.

Un corso in cui non ci hanno insegnato a cambiare pannolini, ma cosa sia la sindrome post traumatica da stress, come si determina l’età di un essere umano senza documenti e i fondamenti dell’ascolto. E cosa accade in Libia. Cosa fare se il minore che ti affidano commette un reato perchè magari finisce nel giro sbagliato in un Paese che non ha ancora trovato la cifra dell’acccoglienza. Insomma cose così che tu tornavi a casa pensando: ma a me chi me lo fa fare o pensando che quel problema era così grosso che tu ti sentivi la minuscolaggine universale.

In questi giorni sono iniziate le prime assegnazioni.

I nuovi tutori avranno affidati solo i minori arrivati dopo il 5 marzo. Quelli arrivati prima seguono la legge che c’era prima, niente tutore.

Un po’ di confusione iniziale. Il casellario giudiziale serve o no come dice la nomina? E la marca da bollo? Ho scoperto che esiste un ufficio dedicato al Casellario Giudiziario. Arrivi e ti chiedono: avvocato? Ovviamente non vogliono sapere cosa sei. Solo se sei avvocato. Il resto del mondo passa per il metal detector (spero anche gli avvocati, ma in altro modo, non lo so, voi lo sapete?). Prendi il numeretto. No, non serve, hai prenotato la visura on line, per fare meno fila, ma la fila più lunga è di quelli che hanno prenotato on line. Allora fai la fila e siccome fai il manager scassaminchia ti guardi intorno, noti questa tappezzeria da ufficio pubblico, tutti questi fogli A4 appesi ovunque, ogni tanto con lo scotch che demorde e fa un’orecchietta che tu avresti voglia di strappare tutto, comprare una bacheca, regalargli delle puntine a tutti questi uffici pubblici per evitare questa cosa dei post-it formato A4.

Non chiedete informazioni allo sportello.

Lo sapevate? Ora potete prenotare on line.

Per le marche da bollo dall’altro lato.

Una specie di tracciato che unisce emotivamente tutti gli uffici pubblici d’Italia, fatto di fogli A4 che danno avvisi, divieti, consigli. Ti chiedi come mai mi hanno fatto venire qui se: ho lo spid (identità digitale) e siamo nel 2018. Ma non potevano mandarmelo via mail? O mandarlo direttamente al tribunale? O meglio il tribunale non poteva avere un database e prima di farmi fare il giuramento sapere che non avevo carichi pendenti? Io devo dire al Tribunale una cosa che un ufficio di giustizia sa meglio di me. Cioè devo dire a loro una cosa che loro sanno già. Intanto calcolavo quanto diavolo stavo inquinando ad avere fatto tutto quel giro per Roma (la burocrazia inquina, lo sapete?)

E’ il mio turno. Scriva qui il numero della sua pratica, con parsimonia (nel senso usi poco spazio che poi sto bigliettino lo uso per un’altra pratica). Scrivo. Torna. La nomina? Eccola. E agito ingenuamente il cellulare. Eccola. Non va bene. Come non va bene. Ho il documento. Non lo sapete che sono stata nominata. No. Posso mandarle una mail che la stampa? Non abbiamo mail, vada al bar. Al bar? Sì, al bar. Al bar con 1,20€ ti stampano quello che vuoi (credo 0,60 a foglio…al bar che sta dentro uno dei palazzi di giustizia si sono inventati un business più redditizio del caffè, dei geni!). Torniamo indietro, il tipo senza mail (come si fa a non avere una mail in un ufficio pubblico nel 2018) non c’è più. Rifaccio la fila. Riscrivo il numeretto sul foglietto. Nel mentre una signora capisce che io e un’altra dietro a me siamo aspiranti tutori e ci dice che non solo la marca da bollo non serve, ma non serve nemmeno più il casellario. Comunicazione di ieri. Basta l’autocertificazione che faremo lì. Ok, grazie, ce ne andiamo, vuoi un passaggio sei a piedi? e mi porto via ICS (per voi X) che nella vita fa l’assistente sociale e che mi racconta cose agghiaccianti sugli affidi e quanto spesso gli adulti restituiscono i bambini, di un bimbo di 1 anno che non per burocrazia non viene dato in adozione e che loro ogni settimana vanno dove devono andare e rimettono la sua cartellina in cima. Che prima di dichiarare lo stato di abbandono passano 90 giorni e 90 giorni sono un’eternità per un bimbo ma noi ci preoccuvamo tutti dell’utero in affitto fino ad un anno fa adesso se vedete non gliene frega più un cazzo a nessuno e di sicuro a nessuno frega nulla di questi bambini di cui sono pieni i centri perchè alcuni sono troppo grandi, alcuni sono neri, alcuni storti, alcuni un ragazzo gay se li voleva adottare dopo anni di continuità affettiva e non glieli hanno dati perchè era gay. Succede anche questo.

Quindi da Prati andiamo a Via Giulia dove c’è il tribunale dei minori (come se fosse una passeggiata scorrazzare per Roma di venerdì mattina, cercando parcheggio due volte e non mi dite che potevo andare coi mezzi che altrimenti vi dò una capata). Mentre guido e parcheggio nel parcheggio sotterraneo (e penso a Guzzanti che imita Rutelli: Cittadino! Ti ho fatto il parcheggio sotto casa!) penso porca miseria, ma quante cose ancora da fare in questo Paese, a cosa serve tutta questa burocrazia, tutti questi fogli A4 appesi negli uffici pubblici, tutte queste file, tutte queste formalità e poi la marca da bollo….santoddio a cosa serve la marca da bollo! Altro che digitalizzazione siamo nel medioevo.

Arriviamo. Saliamo. Aspettiamo nella saletta del presidente. Giuriamo. Apriamo il fascicolo. Ognuno di noi sfoglia. Legge. Fermatevi un attimo che vi ho fatto correre fino a qui. Poche righe nel primo foglio. Meno di dieci righe.

Ypsilon (per voi d’ora in poi sarà Ypsilon) ha 17 anni. Viene dal Marocco. E’ in Italia da 6 mesi. E’ arrivato a Roma da poco, dalla Sicilia. Ha passato 3 mesi in Libia dove gli hanno rotto il naso, lo hanno pestato e rubato i documenti. Non aveva soldi per il viaggio, non so ancora come abbia pagato il viaggio. Glielo chiederò. Suo padre fa il contadino dice la scheda, sua madre casalinga, chissà quante cose può insegnarmi Ypsilon su come si coltiva la terra e chi glielo dice che c’è un pezzetto di me radicalchic del cazzo che vorrebbe coltivare la terra e fare il vino e l’olio, quello mi sputa se glielo dico. Oppure mi dice che dipende dalla terra e da cosa tira fuori. Domani vado a conoscerlo e vediamo cosa imparo (di sicuro a ridimensionare molte cose)

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